Un oscuro rito di passaggio

6 Dic
Stefan Zweig, Bruciante segreto, Adelphi

Stefan Zweig, Bruciante segreto, Adelphi

La purezza di sentimenti di un bimbo, la verginità emotiva ed etica di chi si affaccia alla vita contrapposte all’arte della menzogna, alla dissimulazione, alla viltà degli adulti. Il netto, inequivocabile universo di un ragazzino impaziente di farsi uomo confrontato con la realtà sfumata, indistinta, densa di misteri e inganni dei “grandi”, le cui azioni troppo spesso tradiscono le parole dette e la cui pretesa sincerità non è che un mezzo speso in vista dell’ottenimento di un fine. Corre lungo questo strettissimo sentiero che divide virtù e vizio e che segna, nel percorrerlo, l’inevitabile perdita dell’innocenza e l’ingresso (altrettanto inevitabile) in un contesto sociale in egual misura stritolato dalla spietata logica del compromesso e dall’atavica, istintiva, feroce difesa dell’interesse personale, l’intenso Bruciante segreto di Stefan Zweig, cupa cronaca di un “risveglio”, di una “scoperta di sé”, tenebroso compimento di un rito di passaggio carico di dolore e rimpianto. Protagonisti di questo splendido e incalzante racconto sono due età della vita, due stagioni dell’esistere – che l’autore schiera l’una contro l’altra come fossero eserciti nemici pronti ad affrontarsi sul campo di battaglia – incarnate in personaggi nei quali, seppur per opposte ragioni, a prevalere sono le emozioni, non il raziocinio; da una parte il dodicenne Edgar, sognatore inquieto, bisognoso d’attenzioni e d’affetto, alle prese con una difficile convalescenza che influisce anche sul suo umore oltre che sul suo fisico debilitato, dall’altra un vanesio nobiluomo del tutto privo di attrattive e qualità, schiavo di una sensualità volgare, immediata, che lo spinge a cercare sempre avventure galanti, a mettere in gioco il proprio fascino collezionando conquiste. Tra i due contendenti – in un primo tempo amici per iniziativa dell’uomo, che avvicina il piccolo per poter in un secondo momento ottenere, proprio grazie alla sua inconsapevole mediazione, l’attenzione (e i favori) di sua madre, donna non più giovane ma ancora assai bella (e infelice a causa di un matrimonio ormai da tempo orfano d’amore), poi, una volta che la bieca strategia del barone viene scoperta, implacabili avversari – oggetto insieme di brama e di ripulsa, proprio la donna, irrisolta, confusa, disordinata nel suo sentire, lusingata al pensiero di essere ancora appetita e nello stesso tempo impaurita (e impaurita proprio perché attratta) dalla prospettiva di un tradimento, forse l’ultimo possibile. Introdotti i protagonisti della storia, Zweig, narratore abilissimo, lascia che a parlare siano le pulsioni; in pagine di straordinaria raffinatezza, dove il peso dei discorsi diretti è quasi ininfluente, egli coniuga magistralmente ricchezza stilistica e acutezza d’analisi; l’impulsività dei personaggi, il “primo motore immobile” che è causa di ogni loro azione e che come unica scaturigine ha il desiderio, il cieco volere, dà origine a mondi tra loro inconciliabili, ad architetture fantastiche di pensieri febbrili che terrorizzano come incubi.

Giocatori impegnati in un’invisibile partita a scacchi condotta con l’impeto di un’immaginazione infiammata e scomposta e non (come invece dovrebbe essere) con la pacata lucidità del ragionamento, Edgar, sua madre e il nobiluomo svelano se stessi (loro malgrado) nei silenzi imbarazzati e che caratterizzano i loro incontri, nel forsennato bruciare delle elucubrazioni che preludono alle azioni, alle decisioni, agli attacchi e alle contromosse; e in un continuo rovesciamento di fronte e di prospettive che la prosa incalzante, tumultuosa di Zweig presenta al lettore in un susseguirsi di differenti punti di vista, nel labirintico gioco di specchi di un medesimo dato di fatto che muta al mutare di colui che lo osserva e lo giudica, ecco che anche i personaggi si confondono tra loro, che l’adulto torna ragazzo, e il ragazzo, quasi senza volerlo (e soprattutto avvedendosene soltanto a cose fatte), si fa uomo. Così, il dispetto del nobiluomo e della madre, ormai decisi a divenire amanti ma impossibilitati a lasciarsi andare dall’ossessiva presenza di Edgar, che, scoperto il malvagio disegno ordito ai suoi danni decide di non lasciare più soli, nemmeno per un istante, i due, ricalca la delusione stizzita vissuta solo poche pagine prima dal piccolo, “sedotto” e poi abbandonato dal suo nuovo amico non appena egli, grazie a questo stratagemma, riesce a entrare nelle grazie della madre; e allo stesso modo, ecco l’astuzia vista all’opera nell’uomo al principio del racconto divenire arma affilatissima e implacabile in quel bambino che da un istante all’altro ha cessato d’esser fanciullo. Mentre la tragedia, come un temporale sul punto di scatenarsi, attende solo l’ormai prossimo accendersi della mortale scintilla.

Superbo romanzo d’atmosfera (tanto breve quanto travolgente), Bruciante segreto, tradotto per Adelphi da Emilio Pico, è un autentico gioiello letterario, un’opera difficile da dimenticare. Eccovi, come, sempre l’incipit.

La locomotiva diede un fischio rauco: era giunta al Semmering. Per un minuto le carrozze nere sostarono nella luce argentea della montagna, scaricando e poi inghiottendo una variopinta umanità, un incrociarsi di voci stizzose, quindi in testa fischiò di nuovo la macchina rauca e sferragliando trascinò giù nella cavità del tunnel il suo codazzo nero.

La pubertà letteraria di Arturo

1 Dic
John Fante, La strada per Los Angeles, Einaudi

John Fante, La strada per Los Angeles, Einaudi

“Non si capisce John Fante se non lo si legge alla luce dell’italoamericanità. Ma lo si capisce ancor meno se si assume l’elemento etnico come esclusivo, se si considera l’intera sua opera, ribollente distillato autobiografico, all’interno del paradigma etnico-familiare. In realtà, l’italoamericanità di John Fante […] si situa un passo avanti rispetto alla personalità della maggior parte degli altri scrittori italoamericani a lui coevi […], giacché non si risolve nella semplicità di una scelta tematica […] ma si complica e si arricchisce nel confronto con modelli letterari alti e aggiornati, e non si dà al di fuori di una ostinata, coraggiosa ricerca di stile”. La bella introduzione di Francesco Durante ai romanzi e ai racconti di Fante pubblicati da Mondadori nella collana I Meridiani si offre non tanto e non solo come chiave interpretativa del lavoro dello scrittore, quanto piuttosto come modello del suo personaggio più noto, quell’Arturo Bandini architrave della splendida, spumeggiante, dolente e beffarda saga letteraria che porta il suo nome e che è a un tempo trasparente alter ego dell’autore e sua purissima creazione letteraria. Bandini è dunque italoamericano come Fante, e come Fante più di ogni altra cosa ambisce a essere uno scrittore; al pari del suo demiurgo è tanto legato alla famiglia da esserne prigioniero, da vivere sulla propria pelle la bruciante condizione di ostaggio, ma a differenza di colui che gli ha dato vita (guardandosi, in una certa misura, allo specchio), Arturo, almeno nei suoi primi passi letterari, che egli disordinatamente muove nel folle, spassoso, incongruo ma irresistibilmente vivo La strada per Los Angeles, è un carattere in divenire, un ritratto ricco di fascino e tuttavia indefinito, è l’inespressa potenzialità di una pubertà letteraria, una maschera suscettibile di assumere qualunque forma. Non a caso, è proprio il suo essere così manifestamente contraddittorio, così orgogliosamente irrisolto, così carico di inesistenti certezze (che puntualmente sfumano nei castelli di carta delle menzogne che il giovane Arturo sforna senza sosta, a beneficio di chiunque si degni di starlo a sentire), così impalpabile (come del resto è più che naturale essere, a soli diciotto anni di età), preda di passioni cui non si riesce a dare un nome, di entusiasmi che non si comprendono, di odi viscerali nati senza un perché, a rendere questo ragazzo, protagonista di un racconto di vita che vortica attorno a se stesso, rischia di soffocare in un corto circuito di sogni a occhi aperti che la fatica del vivere quotidiano non cessa di ridurre in frantumi senza tuttavia mai smettere di nutrirsi di speranza, collezionare desideri, tendere a un domani odoroso di primavera e riscatto, qualcosa di più di un semplice protagonista, qualcosa di diverso da un primo attore. Così, La strada per Los Angeles, prologo e sorta di prova generale dell’intera saga, è essenzialmente Arturo Bandini, e Bandini, che in questo romanzo imperversa impacciato e goffo come un bimbo vestito con abiti troppo larghi, è a sua volta un disegno incompleto, un profilo che si indovina più che vedere direttamente, illuminato, ma soltanto a tratti e imperfettamente, dalla vulcanica esuberanza dei suoi modi, dalla sua arruffata, pomposa logorrea stordita di letture compulsive mai davvero assimilate, da una fantasia inesauribile cha ha spesso i tratti del vaneggiamento febbrile o del delirio d’onnipotenza.

A metà strada tra un Candido catapultato nella modernità e uno spavaldo monello dickensiano, Arturo Bandini, proprio come il lettore che pagina dopo pagina impara a conoscerlo, cerca se stesso nella lotta alla strisciante miseria che lo attanaglia, nel bisogno urgente, quasi spasmodico (e nel contemporaneo rifiuto) di un’occupazione che gli permetta di provvedere a se stesso e ai suoi familiari (una madre e una sorella amate e odiate in egual misura), e soprattutto nell’aspirazione a farsi scrittore e a godere dell’ammirazione di oceaniche schiere di lettori; ed è forse qui, nelle meravigliose, elettrizzanti pagine dedicate alla stesura del primo romanzo di Bandini, un’opera la cui grandezza è testimoniata da ben tre titoli – “Amore senza fine ovvero La donna amata dall’uomo ovvero Omnia vincit amor, di Artuto Gabriel Bandini. Tre titoli. Meraviglioso! Un inizio superbo. Tre titoli, così, come niente! Sbalorditivo! Incredibile! Un genio! Un genio per davvero!” – che Fante dà il meglio di sé, scaricando sulla sua creatura (e quindi in parte su se stesso) un’ironia corrosiva, una scintillante, purissima perfidia. Ecco allora che proprio nella scrittura, anzi nel suo primo, indimenticabile fallimento (perché il romanzo di Bandini, naturalmente, è un non-romanzo, lo stupido esercizio di chi pensa che scrivere non sia altro che incolonnare aggettivi), Arturo Bandini e John Fante si incontrano; e finalmente possono cominciare a riconoscersi, a prendere l’uno le misure dell’altro. Davanti a entrambi, ora, si spalanca La strada per Los Angeles. Non resta che lasciarsi tutto alle spalle e percorrerla.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione è del già citato Francesco Durante. Buona lettura.

Ho fatto un sacco di lavori al porto di Los Angeles perché la nostra famiglia era povera e mio padre era morto. Il mio primo lavoro, poco dopo la maturità, fu quello di spalatore di fossi. Di notte non potevo dormire per via del mal di schiena.

Abele e Caino

22 Nov
John Steinbeck, La luna è tramontata, Mondadori

John Steinbeck, La luna è tramontata, Mondadori

Il principio si origina dalla fine, la resa si fa fondamento della rinascita e la sconfitta primo motore della rivincita. Schiacciate ma non asservite, volontà e dignità, il fiato mozzo dell’animale braccato il cui solo imperativo è sopravvivere, resistere a coloro che senza tregua lo cacciano, poco alla volta riacquistano il terreno perduto, l’affanno e il terrore mutano in tensione, in un generoso slancio vitale il cui obiettivo non è più, semplicemente, quello di continuare a respirare, di non cedere, di non morire, ma di riprendere il proprio posto usurpato. La guerra, che sempre si risolve in “tradimento e odio… tortura, assassinio, disgusto e stanchezza, finché poi è finita e nulla è mutato, sennonché c’è una nuova stanchezza, un nuovo odio”, respira in una dimensione eminentemente etica nel romanzo La luna è tramontata di John Steinbeck. Lontano dal sangue e dagli orrori del fronte, il conflitto viene qui presentato sotto il chirurgico (e, almeno in apparenza, quasi rassicurante) aspetto di un’invasione minuziosamente organizzata e portata a compimento quasi senza colpo ferire; in un attimo tutto si è già concluso ed è proprio questo l’incipit dell’opera del grande autore americano. Ma è esattamente da questo punto, dall’istante decisivo che per gli occupanti ha il dolce sapore del trionfo mentre dinanzi ai loro avversari spalanca un baratro di umiliazione, che le cose cominciano a cambiare, che lo spirito di un popolo, di una nazione, a torto considerata già vinta, trova in sé il coraggio di reagire. Steinbeck racconta con semplicità e nello stesso tempo con grande intensità emotiva e trasparente partecipazione, calandosi, uomo tra gli uomini, nel cuore di un Paese che non intende arrendersi, un Paese che in egual modo si rispecchia nel severo contegno dei suoi rappresentanti istituzionali e nella rabbia dei cittadini più umili: “Signore”, replica il sindaco della città conquistata al comandante dell’esercito nemico, il quale auspica che il nuovo stato di cose non causi rivolte, che verrebbero immediatamente soffocate, “io appartengo a questo popolo, e tuttavia non so che cosa farà. Forse lo sapete voi […]. Vi sono popoli che accettano capi imposti loro, e a cui obbediscono. Ma il mio popolo ha eletto me. Mi hanno fatto e possono disfarmi […]. Il mio popolo non ama che altri pensi per lui. Forse è diverso dal vostro popolo. Sono confuso, ma di questo sono sicuro”. Nel raccontare lo smarrimento dello sconfitto, Steinbeck non manca mai di sottolineare la sua inviolabile capacità di resistenza non tanto e non solo alle contingenze sfavorevoli ma a qualsiasi cosa venga percepita come essenzialmente ingiusta, come contraria a tutto quanto si possa definire proprio dell’essere umano, connaturato alla sua natura intesa nel senso più nobile del termine; ed è proprio in virtù di questa categoria dell’essere che lo stato di cose descritto all’inizio del libro si trasforma, passo dopo passo, come fosse una sentenza già scritta in attesa di venir applicata, nel suo opposto. Ha dunque i chiari contorni di un apologo questo romanzo di John Steinbeck, il suo narrare ha uno scopo, conduce in una direzione precisa; in questo senso, gli equilibri fittizi del racconto (che vede chiaramente schierata da una parte la ragione e dall’altra il torto) non sono che strumenti al servizio della tesi che si vuole argomentare e difendere; non si tratta di ingenuità o difetti, ma di scelte deliberate, le quali, tuttavia, pur nella loro evidenza, sembrano farsi da parte di fronte a qualcosa di più importante, solido e definitivo: il sincero, commosso umanesimo dell’autore, il pietoso sguardo che egli getta intorno a sé.

Così, ecco che a unire in un unico, vibrante quadro di caduta e resurrezione è proprio l’elemento umano, l’appartenenza, per tutti la medesima, al consesso dei viventi, che fa sì che chiunque, al di là delle circostanze nelle quali in un determinato tempo si trova a vivere e operare, provi certi sentimenti, sia attanagliato dall’angoscia, bisognoso d’attenzione, affamato d’amore. Steinbeck racconta di una grigia fratellanza nella pena e nella sofferenza, di un inesprimibile anelito alla solidarietà che abbraccia aggressori e aggrediti, che nuovamente affratella, in una spasmodica ricerca di pace, Abele e Caino, che mette ognuno dinanzi alla feroce assurdità della contrapposizione e della battaglia, costringendolo a un liberatorio ripudio della perversa logica bellica dello sfruttamento. Nel disegno di Steinbeck, così carico di dolore e compassione, oltre quel che emerge, oltre al premio alla virtù e al castigo del vizio, oltre all’obbedienza dei fatti a un più elevato, metafisico ordine di giustizia – “I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così, signore” – è il tragico destino comune degli uomini, vittime di guerra.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Giorgio Monicelli.

Alle dieci e quarantacinque tutto era finito. La città era occupata, i difensori abbattuti e la guerra finita. L’invasore s’era preparato per questa campagna con la stessa cura che per altre di maggiore ampiezza.

Tre fotografie

15 Nov
Georges Simenon, L'orologiaio di Everton, Adelphi

Georges Simenon, L’orologiaio di Everton, Adelphi

Può un destino comune spiegare l’improvviso deragliare di un’esistenza, l’accecante esplodere di una tragedia? O forse la verità che crediamo di intravedere affacciandoci fin sull’orlo dell’abisso non è che un’illusione, un fuoco fatuo, una caverna scavata dall’istinto di sopravvivenza in fondo alla quale seppellire tutto ciò che della vita non comprendiamo, il dolore che con generosità feroce dispensa, le speranze tramutate in delusioni, gli affetti mutati in fredda indifferenza? Ruota intorno a questi interrogativi, narrativamente calati nella drammatica odissea di un padre che scopre il proprio figlio nel momento in cui questo giovane così amato e così distante compie un gesto inatteso e terribile, distruggendo in un sol colpo la propria vita e quella del genitore, L’orologiaio di Everton, brevissimo e folgorante romanzo di Georges Simenon che, attraverso un magistrale utilizzo degli elementi minimi del romanzo (un protagonista e pochissimi personaggi di contorno; un’ambientazione poco più che accennata e che tuttavia risalta proprio in virtù della sua assenza, del silenzio che l’accompagna, dell’anonimato nel quale è sprofondata; caratterizzazioni psicologiche anch’esse quasi monche, parziali, insufficienti, a sottolineare la sostanziale incomprensibilità dell’animale uomo, il suo essere un enigma per il quale non c’è soluzione; e, non ultima, la sincerità piena dei dialoghi, la chiarezza assoluta dei discorsi diretti, che nella rinuncia a qualsiasi possibile equivoco, a ogni genere di inganno, svelano la loro sterilità, la loro insufficienza), riflette sulla solitudine cui ognuno di noi è condannato, vista a un tempo come condizione “metafisica”, connaturata al nostro essere vivi nello stesso modo in cui lo è il respiro, e come manifesta “realtà sociale”, inevitabile conseguenza di una rete di rapporti (in primo luogo familiari) così fragili da sfiorare l’inconsistenza. Routine, abitudine, sinonimo (ingannevole, naturalmente) di sicurezza, di certezza; è su questa pietra angolare che Simenon costruisce il proprio splendido edificio letterario; egli descrive con precisione estrema, nel ritmo lento di una prosa attenta a ogni dettaglio, il quotidiano sempre uguale a se stesso di un uomo come tanti, l’orologiaio Dave Galloway, un uomo sul quale non sembrerebbe esserci nulla da raccontare (ma già qui, ecco emergere la prima sorpresa, perché la vita di Galloway non è affatto priva di interesse; egli, come tutti, nel corso degli anni ha lottato, sofferto, vinto, e soprattutto perso le sue battaglie, al punto che nei gesti costantemente ripetuti che scandiscono le sue giornate con la stessa precisione dei congegni meccanici di cui per lavoro si occupa è possibile intravedere, più che un innato desiderio di quiete, un rifugio da tempeste emotive che hanno lasciato tanti, troppi segni) e nel farlo prepara il momento successivo, quello nel quale, di nuovo, tutti gli sforzi dell’uomo per assicurare un riparo a sé (e attraverso sé al proprio figlio) si rivelano vani: “Fino alla mezzanotte, forse anche fino all’una, Dave Galloway seguì la solita routine di tutte le sere, o, più esattamente, della sera del sabato, che differiva un po’ da quella degli altri giorni. Forse l’avrebbe vissuta in modo diverso, forse avrebbe cercato di godersela più intensamente, se avesse saputo che era la sua ultima sera da uomo felice…”. Tradito (ma si tratta davvero di un tradimento? O non è piuttosto la prova dell’esistenza di un legame, dell’unico legame possibile, tra le generazioni?) dal figlio, Galloway, in un istante che, come un incubo, si dilata a dismisura, precipita dal suo mondo in un universo sconosciuto; scopre che il suo ragazzo è scappato rubandogli il furgone, che assieme a lui si è allontanata la sua fidanzatina e che i due, durante la fuga, hanno ucciso un uomo per derubarlo e impossessarsi della sua auto.

Costretto a fare i conti con questa nuova, terribile situazione, Galloway si ritrova in un territorio completamente sconosciuto; l’irruzione violenta della realtà nella quale è sempre vissuto senza mai veramente viverci, l’invadenza dei giornalisti a caccia di scoop, i muti giudizi di vicini, conoscenti, gente comune, il metodico lavoro investigativo della polizia, e più di tutto il folle comportamento di quel figlio che credeva di conoscere così bene, che prima di allora non gli aveva mai dato alcun motivo di preoccupazione (ma che forse soltanto adesso, dopo il suo gesto così eclatante e spaventoso, si rivela all’uomo che lo ha messo al mondo per ciò che realmente è), lo conducono, poco alla volta, a una nuova consapevolezza; ed ecco che Galloway, trasformato da un susseguirsi di eventi che non avrebbe avuto né la forza né la volontà di scatenare ma che qualcuno (non a caso suo figlio) ha messo in moto (anche) per lui affinché finalmente capisse, si rendesse conto, si destasse dal torpore, arriva a pensare, poi addirittura a credere, che questa totale mancanza di senso sia in realtà la sola cosa realmente sensata successa nella sua vita; il concludersi di un percorso cominciato prima di lui, il percorso di una ribellione, di una goffa ma tenace affermazione di sé: “Una mattina […] tirò fuori da una busta tre fotografie […]. La prima era una fotografia di suo padre all’età di trentotto anni, esattamente come Dave lo ricordava […]. La seconda era una foto di lui, quando aveva ventidue anni ed era appena stato assunto nell’officina di Waterbury. La terza foto era di Ben […]. Erano tutti e tre della stessa razza”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Laura Frausin Guarino. Buona lettura.

Fino alla mezzanotte, forse anche fino all’una, Dave Galloway seguì la solita routine di tutte le sere, o, più esattamente, della sera del sabato, che differiva un po’ da quella degli altri giorni. Forse l’avrebbe vissuta in modo diverso, forse avrebbe cercato di godersela più intensamente, se avesse saputo che era la sua ultima sera da uomo felice… A quell’interrogativo e a molti altri – per esempio se fosse mai stato davvero felice – gli sarebbe toccato in seguito sforzarsi di dare una risposta.

Fummo sconfitti e fummo vincitori

9 Nov
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi

Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi

“… Tutto quello che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono… Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo rugiada… Inseguo alcune prole… Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… […]. Tutto sta nella parola… tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì […]. Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori… Avanzavano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo… Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi… Dovunque passassero non restava pietra su pietra… Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti… Fummo sconfitti… E fummo vincitori… Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro… Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto… Ci lasciarono le parole”. La parola, la lingua, l’accendersi dei significati, la capacità di cogliere, nella declinazione di un suono, il mutare di un tempo, l’avverarsi di una speranza, l’urgenza di un bisogno; e la gratitudine, la riconoscenza, l’appassionata fedeltà che alla parola, strada maestra lungo la quale un luminoso destino poetico si è compiuto, l’uomo deve; l’amore dichiarato con eterna esuberanza di fanciullo; la sete prepotente, l’incalzante fame di lettere, parole, frasi, di significati e di senso, di quell’orizzonte letterario che è espressione della vita perché di essa è il primo, indispensabile nutrimento. È dunque prima di ogni altra cosa (e non potrebbe essere altrimenti) un omaggio alla lingua, la splendida, commovente autobiografia di Pablo Neruda intitolata Confesso che ho vissuto (in Italia pubblicata da Einaudi nella traduzione di Luca Lamberti e con una bella nota introduttiva di Jaime Riera Rehren); portatrice di luce, messaggera di bellezza e verità e allo stesso tempo strumento principe di lotta, la parola, nelle sue infinite sfaccettature, è essenzialmente speranza e dignità; è il desiderio di riscatto delle masse oppresse, quelle che Neruda conobbe dapprima nel suo Cile martoriato e poverissimo, e in seguito rivide in ogni angolo del mondo, che amò e di cui, attraverso la meraviglia dei suoi versi, divenne voce e coscienza, ed è resistenza contro ogni oppressione; è il grido di ribellione soffocato nel sangue ma non spento della Spagna libera e repubblicana che senza timore affronta le milizie franchiste, ed è la sua eco caparbia che varca confini viaggiando senza sosta, moltiplicandosi, attirando a sé moltitudini sempre più grandi, come una buona novella interamente umana. Così, tra le pagine di una prosa magnifica, lussureggiante, che ha i profumi e l’esuberanza della natura incontaminata del Sudamerica, che vive del respiro stessa della terra e del cielo, lungo un’incessante lirica d’amore che la prosa esalta invece di nascondere, Neruda racconta la poesia narrando se stesso; le sue peripezie d’uomo, che sempre sono conseguenza delle sue scelte di poeta, svelano l’ingenuità e l’innocenza di un cuore puro e nello stesso tempo la tenacia e il coraggio di chi ha deciso, una volta per sempre, di schierarsi, di vivere in nome di alcuni principi e in spregio di tutto il resto.

Poeta tra la gente e per la gente, Pablo Neruda offre di sé un ritratto diseguale, forse disarmonico, ma di assoluta onestà. Nella ragione come nel torto, egli difende le sue posizioni; comunista militante, soffre per le atrocità e le storture con le quali i suoi occhi, il suo cuore e la sua anima sono costretti a fare i conti ma non per questo si allontana dall’idea, dall’ideale, dal sogno, da quell’avvenire che continua a sentire così prossimo. Egli condanna ma subito dopo contrattacca, rifiutandosi di inciampare nelle contraddizioni che pure vede ovunque, persuaso che il domani socialista ormai alle porte sia quel paradiso che l’uomo da sempre brama, da sempre merita e ormai da troppo tempo attende, e che per esso non ci sia sacrificio che non si debba compiere.

L’amore per la parola, dunque, è in Neruda amore per l’uomo, e la poesia, che di parole vive, è ciò che allontana e spegne la sofferenza, il dolore, l’ingiustizia. La poesia cura, vestendo di meraviglia la più terribile povertà, elevando gli ultimi alle sublimi altezze delle loro anime, all’immortalità dei loro spiriti.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

… Sotto i vulcani, accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno… I piedi affondano nel fogliame morto, un ramo si spezza, i giganteschi raulí innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva glaciale sfreccia, batte le ali, si posa fra l’ombra dei rami.

 

Tra le fiamme di un secolo

5 Nov
Luther Blissett, Q, Einaudi

Luther Blissett, Q, Einaudi

Una tumultuosa avventura elegantemente abbigliata da romanzo storico; una vicenda ricchissima di avvenimenti e colpi di scena, un crocevia del passato che, nella creazione letteraria, fiorisce tanto nella precisa ricostruzione di ciò che è stato quanto nella libertà dell’invenzione; una teoria magnifica e terribile di dotte dispute e orrendi massacri, di incruenti ma letali duelli per il potere, di drammatici assedi, di insensati eccidi; e l’eco della parola di Dio che ovunque risuona per bocca dei suoi interpreti, dei suoi sacerdoti, dei folli custodi della sua volontà, e la sua ombra infinita, gettata sul mondo, striata dal sangue di migliaia di vittime innocenti. Romanzo rivelazione, salutato da un impressionante successo di pubblico, Q, firmato da un quattro scrittori (i cui nomi sono da gran tempo noti, non è dunque necessario riportarli nuovamente qui) sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, è senza alcun dubbio un lavoro in pari tempo ambizioso e riuscito. Lacerato da conflitti etico-teologici, devastato da ogni sorta di guerra, egemonizzato da gigantesche figure di eruditi e predicatori, guidato da burattinai occulti, attraversato dal soffio esaltante dell’utopia, teso verso la purezza della palingenesi e trascinato nell’abisso delle più oscure e deliranti profezie apocalittiche, il XVI secolo, scenario del romanzo e insieme suo fulcro narrativo, è restituito al lettore in tutta la sua contraddittoria complessità; tra le pagine di Q, nel disordine delle rivolte contadine brutalmente soffocate dagli eserciti al soldo di questo o quel principe elettore così come nelle opulenti stanze dove banchieri onnipotenti, simili a Parche grottesche e spietate, distruggono dinastie e costruiscono dal nulla nuovi imperi; nei pericolosissimi segreti di corrispondenze private cui gli uomini affidano, con le convinzioni più radicate, le loro stesse vite così come nelle condanne senza appello dei severi collegi ecclesiastici che destinano al rogo gli scritti giudicati eretici, le ardite riflessioni che rischiano di minare un impianto dottrinario e di fede sul quale si regge l’ordine del mondo tutto, quel che si coglie con assoluta chiarezza è il palpitare incessante di un tempo unico, il tempestare una stagione fatta a pezzi dallo scatenarsi di un numero impressionante di forze, ciascuna opposta a tutte le altre: “La Cattedrale spalanca le fauci. Quattro gradini larghi e sottili, di una spanna ciascuno, rialzano i due pilastri a sostegno dell’arco che precede e sovrasta il portale; appuntito al culmine, frastagliato sul bordo inferiore da tredici merletti di pietra come zanne acuminate. Due passi poi ancora quattro gradini, più stretti e ripidi, fino alle due porte […]. Quasi metà dell’attuale popolazione di Münster è riunita fin dai vespri di sabato tra queste tre imponenti navate. In ginocchio, le mani giunte, attendono cantando sommessamente ciò che il Profeta ha predetto per questo giorno. – Oggi farò sparire dalla terra ogni cosa, dice il Signore. Distruggerò uomini e bestie. Sterminerò gli uccelli del cielo e i pesci del mare, abbatterò gli empi. Sterminerò l’uomo dalla terra. Come un diluvio è il giorno finale. Questa nostra città è l’arca costruita sul legno della penitenza e della giustizia. Essa galleggerà sulle acque della vendetta finale”.

In questo immenso teatro dove i più turpi delitti si accompagnano alle più elevate meditazioni dell’intelletto e dello spirito, gli autori di Q narrano una storia nella storia, facendo coincidere microcosmo e macrocosmo; al servizio di un racconto a due voci, l’elaborata architettura del romanzo, all’interno del quale scenari e date cambiano in continuazione, illumina la sfida a distanza tra due uomini (la voce narrante dell’opera, un uomo del popolo conquistato dalla Riforma, e il suo avversario, il misterioso Q), entrambi chiamati a simboleggiare le differenti istanze che hanno infiammato il secolo. Così, il viaggio nel tempo e nella storia che gli autori di Q così meticolosamente costruiscono finisce per esplodere di vita e d’autenticità proprio nel rincorrersi delle passioni, dei desideri e dei sogni dei singoli; ed è in questa dimensione squisitamente umana, fallibile, imperfetta, caduca, che si rivelano e si svelano le illusioni delle moltitudini, le pazzie dei popoli, l’eterno naufragare di un’innocenza collettiva irrimediabilmente perduta e incessantemente rimpianta.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Sulla prima pagina è scritto: nell’affresco sono una delle figure di sfondo. La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi. Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi. La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l’eterna oscillazione delle fortune umane.

Tralfamadore. E poi Dresda

1 Nov
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli

Chiamata a esprimere l’inesprimibile, a dare voce (e dunque, almeno in qualche misura, anche un perché, una ragione) a orrori così spaventosi da non poter essere neppure immaginati, la parola si scopre capace di superare di se stessa; trova lo slancio necessario a ridisegnare la propria geografia semantica, arriva a nutrirsi di quella folle, generosa anarchia che sola le permette di reinventarsi nella forma, nello stile, nell’architettura narrativa, e in tal modo replica alla realtà d’incubo con la quale è chiamata a misurarsi con l’abbagliante esultanza di un miracolo creativo. Chiamato a raccontare uno dei più insensati massacri della storia – “È tutto accaduto, più o meno […]. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati […]. Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane” – l’atto dello scrivere, del descrivere, del replicare un fatto, volta le spalle alla propria tragica insufficienza per aprirsi a una dimensione nuova, a uno spettro vocale sconosciuto dove a dominare è ancora l’accadimento in sé, ma non più nella sua oscena nudità, bensì nel travestimento iperbolico e dolcemente fantastico della fiaba, del racconto stralunato, dell’invenzione innocente e purissima. Così, l’eccidio di Dresda, il terrificante bombardamento alleato che tra il 14 e il 15 febbraio del 1945 causò, con la distruzione pressoché totale della città, 135.000 vittime (per rendersi conto della gravità della strage basti pensare che la bomba atomica americana sganciata su Hiroshima provocò, al suo impatto, la morte di 71.379 persone) si fa tappa del peregrinare nello spazio e nel tempo dell’anonimo, tenero e grottesco Billy Pilgrim, protagonista dello splendido e intensissimo Mattatoio n. 5, uno dei romanzi più celebri (e più riusciti) di Kurt Vonnegut. Uomo qualunque rapito dagli alieni, condotto sul pianeta Tralfamadore e divenuto in forza di ciò (e suo malgrado) mite custode dei segreti del tempo, della vita e della morte, Pilgrim non è semplicemente l’alter ego dell’autore; plasmato dal delicato sussurro della comicità di Vonnegut, cresciuto nel trasparente liquido amniotico di una prosa che, come una pietosa mano, carezza la piagata superficie di ciò che è per conoscerla, impararla e restituirla intatta alla coscienza di ciascuno, Billy Pilgrim è l’antieroe senza peccato gettato nella spietata arena della ferocia umana. Ed è soltanto attraverso il suo sguardo limpido, attraverso la sua ingenuità di fanciullo, attraverso le sue esperienze uniche e incomunicabili (che tuttavia egli cerca di condividere con il maggior numero possibile di persone, incurante della sprezzante incredulità che le sue parole suscitano) che l’insensato massacro di Dresda (e con esso la sanguinosa metastasi della guerra) può trovare forma.

Abbigliata con gli sgargianti abiti clowneschi che Pilgrim, quasi senza rendersene conto, fa indossare a tutto ciò che vive, la guerra diventa d’improvviso materia narrativa; la beffarda metamorfosi letteraria cui, grazie all’immaginazione di Billy Pilgrim, la costringe Vonnegut, tramuta la sua cupa presenza d’ombra nell’evanescente e disarmata rappresentazione di una pellicola bellica, per di più trasmessa al contrario, dalla fine all’inizio anziché dal principio alla conclusione: “Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra […]. Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo nel film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre individui perfetti di nome Adamo ed Eva”. E in questa dissoluzione quasi magica della guerra, in questo tocco di gentile insensatezza che ha l’immenso potere di dare senso a qualcosa che non ha nessuna ragione, nessuna giustificazione, anche Dresda l’innominabile può dissolversi e trovare pace, può essere descritta, e ricordata, per ciò che è davvero stata nell’esatto momento in cui, talmente disseminata di crateri e macerie da ricordare la luna, la luna stessa romanticamente richiama nel fiorire di pensieri e ricordi di Billy Pilgrim, l’uomo che ha viaggiato nello spazio e nel tempo, che ha conosciuto la morte e la vita e che sa, perfettamente sa, che né per l’una né per l’altra mette conto piangere e disperarsi.

Indimenticabile romanzo-capolavoro, Mattatoio n. 5 è un’opera fondamentale, una lettura necessaria, carica di bellezza, pietà e dolore; è, insieme, testimonianza eterna e necessario insegnamento, entrambi narrati in una lingua che è tutte le lingue degli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Luigi Brioschi. Buona lettura.

È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

La contro-storia di ieri

25 Ott
Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Adelphi

Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Adelphi

Non il futuro alternativo che, nel rispondere alla domanda (così letterariamente feconda) cosa sarebbe successo se… svela la propria intrinseca fragilità, pagando all’ebbrezza di una libertà creativa pressoché sconfinata il tributo (forse troppo alto) di una plausibilità negata, e neppure il tempo essenzialmente fantastico e tuttavia ben più solido e coerente della distopia, quel domani d’ombra che come un male muto ma tragicamente vigile si annida nelle imperfezioni dell’oggi pronto, al concorrere di poche, terribili circostanze, a farsi verità, a divenire realtà (tanto impensabile quanto concreta). Quel che ci si trova di fronte leggendo Contro-passato prossimo di Guido Morselli, forse l’opera più ambiziosa e geniale dello scrittore bolognese, è un tempo radicalmente nuovo, una magnifica frattura della continuità, un delizioso scarto della ragione, una preziosa bizzarria capace di ridisegnare, con scientifica puntualità, e con una cura del dettaglio così sistematica da lasciare allo stesso tempo affascinati e stupefatti, la storia recente. Ai fatti così come sono accaduti Morselli non oppone eventi che non si sono verificati (né mai potranno più essere), né è suo interesse indagare le ragioni per le quali le cose sono andate in un determinato modo e non in un altro e dunque provare a immaginare quale altra piega la storia avrebbe potuto prendere; di queste evanescenti prospettive, di questi sogni a occhi aperti la storia della letteratura ha padri in abbondanza, uno in più non solo non porterebbe arricchimento, ma rischierebbe di avvicinare la saturazione. Così, Morselli volta le spalle a tutti i possibili se e alle loro implicazioni (splendide e sterili) per dare vita a una vera e propria contro-storia, a un “universo parallelo” di fatti in tutto e per tutto speculare a quel che noi conosciamo e studiamo. Ed è, quella di Guido Morselli, una contro-storia degna di essere letta e imparata, una finestra spalancata su un paesaggio la cui sostanzialità non può venir negata dalla metafisica evidenza del non essere. A un tempo romanzo storico e filosofico, Contro-passato prossimo muove l’assalto alla fortificata e in apparenza inespugnabile cittadella del “fatto”, di ciò che è innegabilmente successo, di quel che contribuisce a determinare il nostro essere e il nostro vivere, e al posto di queste cose, insostituibili, certo, ma ancora una volta solo in apparenza, egli presenta un altro passato, identico al primo quanto a verosimiglianza, con le medesime potenzialità di divenire storia, e lo racconta con la fluidità e l’esattezza di chi è chiamato a narrare nient’altro che quel che è successo. E allora ecco che la Grande Guerra così come crediamo di ricordarla, con i suoi vincitori, i suoi vinti e le sue battaglie, sbiadisce, appassisce, perde consistenza, si sfilaccia in una impalpabile ipotesi di fantasia mentre al suo posto prende forma un “contro-passato prossimo” che vede trionfare gli sconfitti e soccombere i trionfatori, che agli sfiancanti, atroci e inumani scontri di trincea e ai massacri perpetrati grazie all’uso dei gas sostituisce la fulminea perfezione della “Edelweiss Expedition”, capolavoro strategico-tattico che permette all’Austria, quasi senza colpo ferire, di occupare l’Italia settentrionale e imprimere una svolta decisiva al conflitto. Compiuto il primo passo, scritta un’altra storia che ha la stessa validità della storia che crediamo nostra (ma è davvero così?), Morselli procede con lucida coerenza: la geopolitica di Contro-passato prossimo, infatti, è un ordine del mondo che non lascia spazio all’invenzione fine a se stessa, che non concede nulla al paradosso che è parte integrante del racconto basato sulla retorica del come sarebbero andate le cose se…?

Dal punto di vista della razionalità dell’opera, dunque – una razionalità sposa dell’assurdo, se si vuole, ma proprio per questo ancor più meravigliosa e scintillante – Contro-passato prossimo non ha punti deboli né cedimenti di sorta; non a caso l’autore, che lascia che il suo fiammeggiante estro trovi sfogo in una ironia pacata ma sempre pungente e in una raffinatezza stilistica di raro splendore, può spingersi, senza mai arrivare a forzare l’equilibrio del romanzo, o a minarne la credibilità, fino alla congiunzione di due universi paralleli, ospitando nella sua contro-storia, e in ruoli di primissimo piano, i protagonisti della nostra storia: “Giolitti, successore designato al ministro uscente, vide il Re a Roma il pomeriggio successivo. Accettò ‘con riserva’, ebbe tre incontri (non di più) con altrettanti suoi amici, compreso un certo prelato che lo teneva in contatto col Vaticano. Non gli occorrevano maggiori consultazioni: la sera alle nove, tornato al Quirinale, scioglieva la riserva”.

Romanzo ricchissimo (di suggestioni, di riflessioni, di autentica, cristallina bellezza) Contro passato-prossimo è un lavoro che non si dimentica. Un’ipotesi retrospettiva; così ha scelto di sottotitolarlo il suo autore, un’ipotesi che merita il piacere della lettura, della conoscenza e finanche dello studio, perché raramente la storia della letteratura ce ne ha regalata una così carica di immaginazione e insieme così impregnata di realtà.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Sera del 15 aprile 1910 (lunedì di Pasqua). In un suo Cahier des choses à revoir, peraltro portante nel risguardo il timbro del K. K. Kriegsministerium, 8° Sektion, Historicher Dienst, annotava, grafia meticolosa a dispetto delle scosse del treno: «Visitato con meraviglia la chiesa di Röschenen (Tirolo). Intemperante decorazione. Da ricordare: l’altare di sinistra. Lo sovrasta un morbido lenzuolo, più che sudario, di marmo, sventolando i lembi traforati di trine».

Cinquemila anni più le spese

19 Ott
Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi

Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi

La bellezza silenziosa dei luoghi, lo scintillare del mare e il respiro quieto della terra; quella città unica che è Genova, stretta attorno al segreto brulicare di vita dei suoi vicoli, affacciata sull’acqua con lo stesso innocente trasporto con il quale il volto acceso di gioia di un fanciullo accoglie una promessa mantenuta, e la vergine meraviglia della Sardegna, il suo spirito selvaggio e senza tempo, la sua voce arcaica, primordiale. Qui, tra strade intricate come foreste e boschi fitti di alberi secolari che così tanto, e così sorprendentemente, richiamano l’occasionale dedalo dei quartieri poveri, dove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, un pugno di uomini e donne, cuori e anime gravati in egual modo dalla tragedia e dalla commedia, si affannano alla vita, artigliano i giorni con la stessa voracità con cui i neonati appena espulsi dal grembo materno bramano aria e luce. Non si tratta di eroi, né di gigli, nonostante ciò queste persone sono, forse più di tante altre, “figli di questo mondo” (e magari ne sono anche le prime vittime) ed esattamente così li disegna il suo autore, restituendoci, tra le pagine di un romanzo giallo carico d’ironia (e soprattutto d’umana pietà) caratteri protagonisti di indimenticabili canzoni. In Un destino ridicolo, opera prima (e purtroppo anche ultima) di Fabrizio De André, scritta a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicata da Einaudi, l’eco delle note e delle strofe, dei versi del grande cantautore ligure risuona limpida; impossibile non immaginarsi, nelle descrizioni cariche d’amore e d’angoscia di Genova, quella “città vecchia” i cui abitanti, se giudicati con il solido buon senso borghese, dovrebbero venir condannati a “cinquemila anni più le spese”, così come riesce semplice e immediato riscoprire nella Sardegna ritratta con passione d’amante la culla di tradizioni, suoni, miserie e splendori celebrata in brani quali Zirichiltaggia, Monti di Mola, Disamistade. E tuttavia il romanzo, che sembra insistere più del necessario sulla continuità con la musica (non a caso, nel novero dei personaggi ci sono anche un cantautore, Fabrizio, uno scrittore, Alessandro, e una ragazza che ispira a Fabrizio una indimenticabile canzone), non è soltanto lo specchio della luminosa carriera artistica di De André, né il raffinato divertimento di un intellettuale; Un destino ridicolo, infatti, è prima di tutto un ottimo romanzo, un lavoro che senza dubbio ha divertito i suoi demiurghi, ma nel quale, oltre alla spensieratezza, oltre al riso liberatorio e strafottente che finisce sempre per aver la meglio sulle lacrime, e al di là degli odiosi ostacoli della violenza e della morte, rughe e inciampi dell’ininterrotta, infinita linea della vita, si intravede uno sguardo sulle cose, un’idea del mondo, una visione dell’uomo. De André e Gennari raccontano con accenti picareschi le avventure (che hanno l’agrodolce sapere della sconfitta, di un fallimento che, certo, genera rabbia e frustrazione, ma a conti fatti quel che scatena davvero è uno sberleffo, un ghigno, un’alzata di spalle) di un pugno di emarginati, le cui esistenze, però, traboccano d’emozioni, di sincerità, e si consumano in una purezza d’intenti che nulla ha a che vedere con ciò che è lecito e ciò che non lo è, con i confini etici tracciati dalla legge (“Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va/perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”, ecco cos’altro sembra di sentire leggendo Un destino ridicolo), danno al romanzo una struttura ordinata e un ritmo ben scandito e nello stesso tempo frenetico, sparigliano le carte mettendo in scena cupi misteri e scambi di persona, e più di tutto vestono d’una prosa esuberante e deliziosamente vanesia il loro amore disinteressato per quegli ultimi che non saranno mai primi.

Così, Un destino ridicolo finisce per rivelarsi molto più di una gradevolissima lettura; pagina dopo pagina germoglia, cresce, porta con sé il lettore in un viaggio quasi di sogno sospeso tra paradiso e inferno; e ancora una volta, seminascosta tra prostitute, lenoni, mascalzoni da quattro soldi, sequestratori improvvisati e psichiatri prestati al crimine, a emergere è quella verità pallida e indistruttibile che non si stanca di ripeterci che dai diamanti non nasce niente mentre “dal letame nascono i fior”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Li aveva sognati tante volte, in quegli anni, senza capirne il motivo, con maschere azzurre come il cielo di luglio e mantelli di vento che gli vorticavano intorno e lo facevano ansimare nel sonno. Poi d’improvviso si faceva notte e un ragazzo più grande compariva nel cortile di un carcere ballando in controfuoco una danza scomposta; incoronato d’aglio si proclamava re dei braccianti e reggeva tra le mani una testa di cane tagliata a metà.

Occam e i gangster

17 Ott
Dashiell Hammett, La chiave di vetro, Longanesi

Dashiell Hammett, La chiave di vetro, Longanesi

La scrittura scarna, essenziale, che riduce la narrazione a una cronaca di fatti, che si concentra unicamente su quel che viene compiuto, su ciò che si decide e sulle conseguenze cui dà luogo e lascia tutto il resto sullo sfondo, come cosa priva d’importanza; la sincerità rude di una prosa che non si lascia distrarre, immune alle lusinghe della bellezza, dell’armonia, della musicalità, indifferente al colore, alla ricchezza di dettagli, alla ricercatezza, sospettosa persino nei riguardi dell’approfondimento psicologico, in una parola, diffidente. Nell’universo letterario di Dashiell Hammett, a trionfare sembra essere il silenzio, a imporsi è una predisposizione che a prima vista potrebbe venir scambiata per cautela (se non addirittura per una specie di timidezza prossima alla paura), ma che in realtà riflette una ben precisa visione dell’uomo e della società; lo scrittore americano, infatti, che nella vita lavorò anche come investigatore per la famosa agenzia Pinkerton (attività che più di qualsiasi altra ispirò le sue opere, cupe e torbide storie di gangster e corruzione), nel suo costante “creare per negazione”, nel suo risoluto togliere spazio (e dunque legittimità) a tutto ciò che in una storia si può considerare superfluo – dall’ambientazione, per definire la quale qualche accenno è più che sufficiente, fino alla dettagliata definizione dei caratteri, che nulla aggiunge ai personaggi e alla loro statura etica, nettamente definita dal comportamento – offre al lettore una realtà certamente semplificata ma senza alcun dubbio vera, autentica, solida, e quel che più conta sempre attuale. Scrittore che preferisce non fidarsi troppo delle parole, considerate sfuggenti, traditrici (così facili come sono a vestire nuovi significati, a lasciarsi interpretare, a servire ora un interesse e un istante dopo l’interesse opposto), per affidarsi alla trasparente univocità dei fatti, e alla ferrea coerenza che pretendono da chi si assume la responsabilità di farli propri, Hammett costruisce storie che hanno il sapore eroicamente doloroso dei duelli d’onore; i suoi romanzi sono racconti di gesta, sono epica della vita di strada, leggende di giustizia e malavita, e a incarnarle sono uomini la cui unica capacità è l’azione, uomini come Ned Beaumont, protagonista dell’incalzante giallo La chiave di vetro, incallito giocatore d’azzardo, detective dilettante ma non privo di fiuto, braccio destro e consigliere di Paul Madvig, uomo d’affari con pochissimi scrupoli (e le cui fortune sono legate a doppio filo ad alcune figure politiche e al loro successo elettorale); non esattamente un santo, dunque, né un paladino senza macchia, e tuttavia una persona con un saldo codice d’onore, che non verrebbe mai meno alla parola data, che conosce e rispetta il valore dell’amicizia, alla quale non c’è cosa che non sacrificherebbe, a partire da se stesso. “Ned Beaumont, con in testa un cappello che non gli calzava perfettamente, seguì il facchino che portava le sue valigie attraverso la Grand Central Station verso l’uscita sulla Quarantaduesima Strada e salì in un tassì. Diede all’autista l’indirizzo di un albergo oltre Broadway e si appoggiò allo schienale accendendo un sigaro. Quel sigaro lo masticò più che fumarlo mentre il tassì arrancava verso Broadway nel traffico denso. In Madison Avenue un tassì verde, svoltando col semaforo rosso, andò a sbattere dritto dritto contro il tassì marrone di Ned Beaumont spingendolo verso una macchina ferma oltre l’incrocio in una pioggia di vetri infranti. Ned Baumont uscì veloce tra la piccola che subito s’era ammassata, disse che non s’era fatto male, rispose alle domande del poliziotto. Trovò il cappello che non gli calzava perfettamente e se lo rimise in testa. Trasportò le sue valigie su un altro tassì, diede il nome dell’albergo al conducente e si accartocciò in un angolo, pallido e coi brividi, finché duro la corsa”.

Al centro di un intricato complotto, stretto tra omicidi, serie minacce alla sua incolumità e doppi giochi, arruolato suo malgrado e costretto a combattere la guerra senza quartiere che l’amico Madvig ha scatenato contro altri affaristi come lui, decisi a liberarsi una volta per tutte della sua ingombrante presenza, Beaumont non viene mai meno alla sua lealtà; il suo ritratto, che la penna di Hammett, così attenta all’indispensabile da parer guidata dal principio metodologico del “rasoio di Occam” (entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem; non si devono moltiplicare gli elementi se non c’è necessità di farlo), fa emergere esclusivamente dalle sue decisioni, dalle prese di posizione (e da esplosioni di discorso diretto, simili a sfoghi, che hanno lo scopo di dare ragione di certi suoi comportamenti, una volta che il dado è stato tratto e non è più possibile fare marcia indietro), è quello imperfetto e nonostante ciò in qualche modo ideale dell’uomo; il ritratto di chi, di fronte a una scelta che non concede né scorciatoie né facili vie d’uscita, ha il coraggio di non sottrarsi, di non fuggire, di non rinunciare a se stesso.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione per Longanesi è di Elisa Morpurgo. Buona lettura.

I dadi verdi ruzzolarono sul tavolo verde, batterono simultaneamente sull’orlo e rimbalzarono indietro. Il primo si fermò quasi subito rivelando sulla faccia rivolta in alto sei puntolini bianchi in due file parallele. L’altro rotolò fino al centro del tavolo e si immobilizzò con un solo puntolino sulla faccia. Ned Beaumont borbottò a mezza voce: «Eh!» e i vincitori spazzarono via il denaro dal tavolo.

Muninn

libri da ricordare

Ariadnes11's Blog

Just another WordPress.com weblog

Casanova 2010

Degna o indegna, la mia vita è la mia materia e la mia materia è la mia vita

A tre Cm dal Pulitzer

Meglio fare il giornalista che lavorare

secondavisione

cinema, sciocchezze e pretese culturali