Prima del principio

Recensione di “Piramide” di Henning Mankell

Henning Mankell, Piramide, Feltrinelli

“Solo dopo aver scritto l’ottavo e ultimo romanzo della serie di Kurt Wallander ho capito quale sottotitolo avevo sempre cercato, senza mai trovarlo. Quando tutto era finito, o quasi, ho capito che il sottotitolo della serie doveva essere I romanzi dell’inquietudine svedese. Avrei dovuto trovarlo prima. Questi romanzi, in fondo, pur nella loro varietà, hanno sempre girato intorno a un unico tema: che cosa è successo negli anni novanta allo Stato di diritto? Come può sopravvivere la democrazia se il fondamento dello Stato di diritto non è più intatto? La democrazia ha un prezzo che un giorno sarà considerato troppo alto e che non vale più la pena di pagare? Gli stessi interrogativi ricorrono in gran parte delle lettere che ho ricevuto […]. Ho ricevuto anche altre lettere che sottolineavano le incongruenze che i lettori scoprono compiaciuti […]. Ma in particolare, molte lettere ponevano la stessa domanda: che cosa faceva Wallander prima dell’inizio della serie? Per stabilire un momento preciso: cosa faceva prima dell’8 gennaio 1990? Quella mattina d’inverno, Wallander fu svegliato nel suo letto da una telefonata: e così iniziò Assassino senza volto […]. I lettori si sono posti delle domande. E, naturalmente, l’ho fatto anch’io […]. Alcuni anni fa […] mi sono reso conto che avevo iniziato a scrivere mentalmente dei racconti che si svolgevano prima che la serie iniziasse […]. Ora ho raccolto questi racconti […]. Nessun racconto sarà mai completo. Per me, in ogni caso, questi episodi fanno parte della serie di Wallander. Il resto è e rimarrà silenzio”. Con queste parole Henning Mankell introduce il lettore alla scoperta delle storie narrate nella raccolta intitolata Piramide (in Italia pubblicata da Feltrinelli nella traduzione di Giorgio Puleo), cinque vicende che prendono il via nel 1969, quando un giovanissimo Kurt Wallander, poliziotto di pattuglia animato da un gran desiderio di entrare a far parte della sezione investigativa, si trova quasi per caso coinvolto in un caso piuttosto complicato (il suicidio del suo vicino di casa, un anziano marinaio dal passato oscuro) e comincia a collaborare con l’esperto collega Hemberg, che poco alla volta diventerà il suo maestro, l’uomo dal quale Wallander imparerà tutto (o quasi) quel che c’è da sapere sui delitti. Per quanto in evoluzione, il personaggio di Wallander così come il pubblico si è abituato a conoscerlo nella serie di romanzi che lo vedono protagonista è già tutto qui, con i suoi pregi e i suoi difetti; con il suo spiccato istinto per l’indagine, una buona capacità organizzativa, il dono naturale (perché di null’altro si tratta) di saper comprendere quasi immediatamente se chi gli sta di fronte sia sincero o stia mentendo e i suoi tormenti di uomo, marito (poi divorziato), padre e figlio (di un artista dal carattere difficile, poco incline a manifestare i propri sentimenti) e la pericolosa tendenza – che fin dal primo racconto rischia di costargli la vita – ad agire da solo, pur sapendo che in situazione di pericolo ogni poliziotto ha l’obbligo di avere accanto a sé almeno un compagno
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Tre fratelli allo specchio

Recensione di “Gli altri” di Margaret Peterson Haddix

Margaret Peterson Haddix, Gli altri, HarperCollins

Cosa ha a che fare il rapimento di tre bambini (il più grande ha solo dodici anni) in Arizona con la vita di una famiglia che abita in Ohio? Nulla, verrebbe da dire, se non fosse che le persone rapite, due maschi, Chess e Finn (il maggiore e il minore) e la loro sorella, Emma, si chiamano esattamente come i tre fratelli dell’Ohio. Né le somiglianze finiscono qui, perché chi è scomparso è anche nato esattamente lo stesso giorno in cui ha visto la luce il terzetto dell’Ohio. Tre nomi identici, tre età identiche, tre date di nascita identiche. Una coincidenza? Difficile crederlo. Una straordinaria serie di coincidenze? Una bizzarria del caso? Forse. Se non fosse che la mamma di Chess, Emma e Finn, i bambini che non sono stati portati via da dei criminali sconosciuti e condotti chissà dove, alla notizia del loro rapimento, reagisce come se a subire quella terribile sorte fossero stati i suoi figli e non quelli di una coppia sconosciuta, cui chissà perché è saltato in mente di chiamare i loro bambini proprio Finn, Chess ed Emma. E se non fosse che, sempre la mamma, d’improvviso annuncia che deve assentarsi per lavoro (lei, che non lo fa mai, o quasi) e che non sa per questo starà via (lei, che al massimo si allontana per un paio di giorni). Prende le mosse da qui, da un antefatto che si colloca già nel bel mezzo della narrazione, il romanzo per ragazzi Gli altri di Margaret Peterson Haddix (primo capitolo della serie dedicata alla famiglia Greystone (quelli che non sono scomparsi e naturalmente la loro mamma, il cui “viaggio di lavoro” si trasforma ben presto in un complicatissimo mistero), un’avventura trascinante e ricca di colpi di scena raccontata, capitolo dopo capitolo, secondo il punto di vista dei tre protagonisti, bambini come tanti, alle prese con l’angoscia, la paura e il senso di smarrimento da cui vengono colti, anzi travolti, non appena comprendono che quella in cui sono stati catapultati è tutt’altro che una situazione consueta e che, cosa peggiore di tutte, la loro mamma è scomparsa, ma anche capaci di far ricorso a tutte le loro riserve di coraggio, al loro entusiasmo, a un ostinato ottimismo e soprattutto all’amore infinito che ognuno di loro nutre per la mamma (il papà lo hanno perso quando il più grande dei tre, Chess, aveva solo quattro anni), per riuscire a risolvere quella incredibile vicenda. La prosa semplice e vivace della Haddix coinvolge il lettore, che immediatamente prende le parti dei giovanissimi protagonisti – e della loro alleata Natalie, la figlia preadolescente, e fintamente ribelle, della signora Morales, cui la mamma di Finn, Chess ed Emma, prima di partire in fretta e furia, ha affidato i suoi bambini – e assieme a loro prova a sciogliere i molti enigmi della storia. 
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Napoleone si ritira da Mosca

Recensione di “La mia Africa” di Karen Blixen

Karen Blixen, la mia Africa, Feltrinelli

“Quando ripenso ai miei ultimi mesi in Africa, mi sembra che le cose inanimate fossero consapevoli della mia partenza molto prima di me. Le colline, le foreste, le pianure e i fiumi. Tutto sapeva che ci dovevamo separare. Allorché cominciai a venire a patti col destino iniziando le trattative per la vendita della fattoria, l’atteggiamento del paesaggio verso di me cambiò. Fino a quel momento io ne avevo fatto parte, la siccità era stata come una febbre, per me, la pianura in fiore come un abito nuovo. Ora la terra si staccava da me, si allontanava un poco perché potessi vederla con chiarezza, tutta intera […]. Gli indigeni della fattoria, con l’inflessibile realismo del loro spirito, capivano fino in fondo la situazione e il mio stato d’animo più che se avessi fatto loro una conferenza o avessi scritto un libro di confessioni. Ma continuavano a chiedere aiuto e sostegno a me; nessuno cercò di provvedere da solo al proprio futuro. Facevano del loro meglio per farmi restare, inventavano piani da affidarmi […]. C’è un momento paradossale nel rapporto tra il capo e i seguaci: il momento in cui essi, scorgendo chiaramente la sua debolezza e il suo fallimento, sarebbero in grado di giudicarlo con chiarezza e imparzialità. Eppure continuano a rivolgersi a lui, quasi che nella vita non abbiano altra strada da seguire. Lo stesso sentimento prova forse il gregge verso il pastore; conosce infinitamente meglio della sua guida i luoghi e il clima, eppure continuerà a seguirlo, se necessario, fin nell’abisso. I kikuyu avevano accettato la situazione meglio di me, per la loro maggiore dimestichezza con Dio e con il Diavolo. Malgrado ciò sedevano intorno a casa mia, aspettando i miei ordini; probabilmente non parlavano d’altro, tutto il tempo, che della mia ignoranza e della mia incredibile incapacità. Si penserà che fosse duro averli sempre là dinanzi, sapendo di non poterli aiutare e sentendomi sulla coscienza il peso del loro destino. Ma non era così. Sia io che loro, al contrario, trovavamo uno strano conforto e sollievo nello star vicini. La comprensione che ci legava aveva radici più profonde di ogni ragionamento. Pensavo spesso, in quei mesi, alla ritirata di Napoleone da Mosca. Si crede in genere che egli abbia passato giorni di disperazione, vedendo i suoi soldati soffrire e morire intorno a lui; ma, forse, senza di loro non avrebbe potuto sopravvivere. La notte contavo le ore aspettando il momento in cui i kikuyu sarebbero tornati a sedere davanti alla mia casa”. Forse è solo prendendo le mosse dalle ultime pagine, quelle che documentano la sconfitta, la resa di Karen Blixen, obbligata a vendere la fattoria nella quale visse per oltre quindici anni (dal 1914 al 1931) e l’annessa piantagione di caffè, che si può comprendere davvero il suo splendido, ipnotico, commovente romanzo La mia Africa (in Italia pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Lucia Drudi Demby), partendo proprio dalla straordinaria intensità del titolo. 
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“Non tanto perché piove, ma perché piove tardi”

Recensione di “Caratteri” di Teofrasto

Teofrasto, Caratteri, Garzanti

“L’attività di Teofrasto fu volta essenzialmente al consolidamento del grandioso piano di sistemazione dello scibile, promosso da Aristotele. L’enorme catalogo delle sue opere conta ben 229 titoli, che comprendono studi di storia naturale, di politica, di etica, di psicologia, di teoria letteraria, di polemica contro le scuole rivali […]. Di esse, comunque, la gran maggioranza è costituita da pubblicazioni scientifiche, riguardanti soprattutto la botanica, la zoologia e la mineralogia. Questa produzione si è perduta quasi tutta; ci rimangono due studi di botanica […] e un’operetta gradevolissima, ma di ardua classificazione: i Caratteri […]. Essa consiste in una rassegna di tipi umani, ciascuno dei quali dominato da un particolare difetto di comportamento, non tanto grave da provocarne la messa al bando dalla società, ma sufficiente a renderne grottesca l’immagine. La lettura dell’operette provoca subito una sensazione di ambiguità. L’indice e le prime parole di ogni capitolo, infatti, si presentano con un aspetto razionale e rigoroso […]. Il numero tondo, 30, fa subito pensare a un’organicità di concezione; la struttura dei capitoli, sempre uguale a se stessa, possiede in apparenza il rigore del testo scientifico; così pure il ripetersi, quasi sistematico, di certe situazioni, che servono a illuminare di volta in volta i Caratteri. Tale sensazione di rigore, però, viene subito smentita a mano a mano che ci si addentra nella lettura: il tono, generalmente faceto, e spesso comico, richiama senza dubbio quello del teatro, e ciò che sembrava rigore di classificazione diventa ben presto nella mente del lettore una babele di atti sconvenienti, consumati da personaggi spesso simili fra di loro, in una scena urbana trasformata nel palcoscenico di un teatro delle maschere. In realtà, viene frustrato il desiderio di chi si lascia irretire dalle promesse di razionalità, che sembrano implicite nella struttura esteriore dell’operetta, e cerca di mettere a fuoco un ordine teorico che, a ben vedere, non esiste; nello stesso tempo, viene in parte frustrato il tentativo di leggere il testo come un’opera letteraria. Evidentemente, nessuna delle due letture è quella giusta”. Così, di fronte a un bivio che non ammette scelte di sorta, dal momento che si sa già che nessuna delle strade presentate è in grado di condurre a una meta, lascia il lettore dei Caratteri di Teofrasto, filosofo e botanico discepolo di Aristotele (e poi guida della sua scuola), Massimo Vilardo, il cui maggior merito nell’analisi di quest’opera, nel medesimo tempo affascinante e sfuggente, sta proprio nella sottolineatura della sua sostanziale inafferrabilità
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Talleyrand e la blasfema bugia socratica

Recensione di “La rovina di Kasch” di Roberto Calasso

Roberto Calasso, La rovina di Kasch, Bompiani

“Il Nap di Naphta era l’uomo più ricco della terra. Ma la sua vita era la più breve e la più triste fra quelle di tutti gli uomini. Perché ogni Nap di Naphta doveva governare la sua terra solo per un certo numero di anni. Durante il suo regno i sacerdoti osservavano gli astri ogni sera, offrivano sacrifici e accendevano i fuochi. Mai una sera dovevano sospendere le loro preghiere e i loro sacrifici, altrimenti perdevano di vista il cammino di un astro e allora non sapevano quando, secondo la loro regola, il re doveva essere ucciso. Così si andò avanti per lungo tempo. Un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, i sacerdoti osservavano gli astri e riconoscevano il giorno in cui il re doveva essere ucciso. E una volta venne di nuovo il giorno della morte di un re […]. Il passato pre-cristiano è tutto un lungo processo di eufemizzazione, edulcorazione del sacrificio. Con Cristo, il sacrificio ritrova improvvisamente la sua crudezza, torna a svelarsi linciaggio – e al tempo stesso il ciclo del sacrificio viene sigillato, perché nessun sacrificio potrà far seguito a quello di Cristo, se non una continua commemorazione del sacrificio: la Messa, che pretende di sfuggire all’effusione di sangue […]. Più che l’atto di assimilare un pezzo di pane e qualche sorso di vino al corpo e al sangue del dio-vittima, ciò che segna una cesura invalicabile rispetto al precedente è che d’ora in poi non si uccidono più animali sugli altari […]. Con l’era cristiana scompare dal rito l’effusione di sangue: premessa per il dissolversi del rito stesso. Il passo successivo esige una versione secolare del sacrificio, col regicidio: Carlo I, quindi Luigi XVI, doppio sigillo; e, anche qui, un singolo, irreversibile fatto, l’uccisione di quella vittima, vale a introdurre un’età in cui non solo non si dovranno sgozzare i capri sugli altari, ma neppure commemorare i re decapitati. Poi la parola ‘sacrificio’ torna a trionfare nell’agosto 1914. Non si tratta ora di un meschino essere singolo: una intera generazione di anonimi viene innalzata alla nobiltà della vittima e calata nelle fosse, che ora sono trincee”. È l’idea di sacrificio (e la sua traduzione pratica nei secoli) il cuore narrativo di La rovina di Kasch di Roberto Calasso, non un romanzo, né un saggio e neppure uno zibaldone di riflessioni sparse, piuttosto, come suggerisce il sottotitolo, un arcipelago di storie, un’opera complessa, labirintica, volutamente opaca che guarda all’infinità del tempo e delle generazioni e al moltiplicarsi (anch’esso potenzialmente sconfinato) dei punti di vista – storico, filosofico, antropologico, poetico, letterario, scientifico, mitico – adottati per raccontare. Ognuna di queste prospettive, ci dice Calasso, in qualche misura rimanda a tutte le altre, le richiama, direttamente o attraverso le suggestioni più sorprendenti, permettendo a chi si assume la responsabilità della parola di operare il miracolo che della parola è l’essenza stessa: dire tutto, esprimere ogni cosa
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Un cieco orizzonte

Recensione di “Copritele il volto” di P.D. James

P.D. James, Copritele il volto, Mondadori

Raccontare a distanza dai fatti. Ricostruire un tassello dopo l’altro. Farlo con metodo, ordine, osservando da ogni possibile punto di vista e convergendo, poco alla volta, verso un’unica prospettiva. In una parola, ripercorrere. Riguardare. Vedere di nuovo. Ricordando. E alla fine confessando. Lungo questo cammino, che procede dall’evento già accaduto (e che dunque nella lettura ci si attende) per giungere alla sua “spiegazione”, che coincide con la scoperta dell’autore, di colui che quell’azione – un delitto, in questo caso, l’uccisione di una giovane ragazza madre assunta come cameriera da un famiglia della nobiltà campagnola inglese ormai decaduta e alle prese con qualche difficoltà economica – ha materialmente commesso e delle ragioni che lo hanno spinto ad agire, avanza (a un ritmo particolarissimo, che sembra più simile alle onde di marea che di continuo si sovrappongono le une alle altre senza mai riuscire davvero a conquistare nuove porzioni di terra oltre quella che arrivano a bagnare nel momento in cui si rovesciano a riva invece che a un vero e proprio cammino, per quanto incerto e prudente) Copritele il volto, esordio della scrittrice inglese Phillys Dorothy James e del suo celebre personaggio, l’ispettore capo Adam Dalgliesh. Il puzzle che James mette in scena e che Dalgliesh è chiamato a comporre somiglia a una delle architetture narrative più classiche e amate del romanzo giallo, quello che va sotto il nome di enigma della stanza chiusa, e non solo perché Sally Jupp, la vittima, viene ritrovata morta nella sua camera da letto la cui porta risulta sbarrata dall’interno, ma soprattutto per il fatto la claustrofobia di quello spazio angusto e misterioso riverbera, grazie alla prosa dell’autrice, a un tempo asciutta e carica di angoscia, insinuante e minacciosa, quasi che il fatto di sangue su cui si investiga sia destinato a ripetersi, in tutti gli angoli di quella casa antica e fragile, dove ogni cosa, a partire da coloro che la abitano, pare sul punto di finire in pezzi. L’orizzonte cupo e chiuso di una dimora un tempo ricca torna a ogni pagina a stringere d’assedio il lettore, costretto ad accontentarsi dei frammenti di verità (e di menzogna) che emergono dai pazienti interrogatori di Dalgliesh; è come se nulla di quel che viene detto permetta di fare davvero luce sul mistero anche se dopo ogni colloquio qualche cosa viene alla luce.  
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Nessuno ci ha insegnato

Recensione di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque

Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Mondadori

“‘Mi parli degli elementi drammatici nel Guglielmo Tell!’ ricorda Kropp, e mugghia contento.
‘Quali scopi si prefissero i poeti di Gottinga?’ incalza Müller, a un tratto severo.
‘Quanti figli ebbe Carlo il Temerario?’ replico io freddamente.
‘Lei, Bäumer, non concluderà mai nulla nella vita’ guaisce Müller.
Kropp vuol sapere ‘la data della battaglia di Zama’ ma io ribatto: ‘A Lei manca ogni serietà morale signor Kropp. Sieda: le do un tre’.
‘Quali erano secondo Licurgo i principali doveri del cittadino?’ mormora Müller, aggiustandosi sul naso un paio di lenti immaginarie.
‘Quanti abitanti fa Melbourne?’ replico pronto io. ‘ Come si può vivere senza sapere di queste cose?’.
‘Che cosa si intende per coesione?’ ricomincia lui.
Di tutta codesta roba molto non ricordiamo. Vero è che non ci è servita a nulla. Nessuno invece ci ha insegnato a scuola come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche come convenga cacciare ad uno la baionetta nella pancia, perché se si pianta tra le costole, vi rimane conficcata”.
La risposta impossibile alla domanda che cosa è la guerra? riposa qui, in questo brevissimo, tragico dialogo che si svolge tra i giovani protagonisti di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. L’opera più nota dello scrittore tedesco di origine francese, apologo commovente e durissimo atto di accusa rivolto, prima ancora che al conflitto in sé, alla criminale retorica che da sempre lo alimenta, infiammando i cuori dei giovani (che spesso, senza che loro stessi ne siano consapevoli, palpitano di purezza e anelano a qualcosa in cui credere davvero, da amare appassionatamente, al quale votarsi) e precipitandoli nel più oscuro degli abissi, in un deserto etico assoluto dove la nobiltà dei sentimenti appassisce nella concretezza volgare e immediata del cameratismo e ogni conoscenza che non sia immediatamente traducibile in azione sul campo di battaglia non solo perde qualsiasi valore ma si svuota totalmente di senso. Il romanzo di Remarque è la cronaca di un disastro, della peggiore delle sconfitte, perché quel che narra è la perdita definitiva delle illusioni di una generazione, cinicamente condotta alla rovina dalla criminale retorica di cattivi maestri. La Grande Guerra, da cui la Germania uscì vinta sul campo e spezzata nello spirito, fa da sfondo al terribile destino cui va incontro un gruppo di studenti arruolatisi volontari, nella convinzione (indotta e menzognera) che il fronte, le trincee, le bombe, la fame, i pidocchi e il progressivo, fatale abbandono a uno stato di ferinità – cioè tutto ciò che, nei fatti, è la guerra, qualsiasi guerra – nulla avessero a che vedere con l’amor di patria e il dovere assoluto di manifestarlo.   

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Alle cose stesse

In ricordo di Massimo Bordin

Massimo Bordin, Una passione unica, Il Foglio

Si parla sempre di se stessi. Il più delle volte proprio quando si fa ogni sforzo per cercare di evitarlo. Io per esempio qui parlo di me tutte le volte in cui scrivo di un libro, e lo faccio non perché voglia o per chissà quale narcisismo patologico non ancora diagnosticato ma per il semplice fatto che provare a raccontare alcune pagine è dire anche perché mi sono piaciute così tanto e perché vorrei che altri le leggessero. Non dovrei dunque scusarmi del fatto che anche questa volta parlerò di me, eppure sento di doverlo farle, perché oggi dirò qualcosa di nuovo. Di nuovo e intimo. Oggi infatti voglio parlare di una radio cui devo per intero la mia coscienza civile (che valga qualcosa o nulla non è aspetto che conti perciò posso tralasciarlo senza particolari patemi); l’emittente in questione si chiama Radio Radicale e la ascolto tutti i giorni da circa trent’anni. La conobbi per puro caso, su segnalazione di un amico. Allora, io non lo sapevo perché per la politica non nutrivo alcun interesse (non mi interessavo di nulla, in realtà; amavo leggere, il resto era come se non esistesse), la radio aveva aperto i suoi microfoni al Paese; tutti potevano chiamare, dire quel che passava loro per la testa e le segreterie telefoniche, in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro, registravano ogni cosa per poi trasmetterla. Senza alcun intervento. Senza nessuna censura. Ascoltai per settimane un diluvio di sconcezze e le registrai su cassetta perché nulla poteva essere più spassoso per un ragazzo che sentire gente che senza sosta, da un capo all’altro d’Italia, ne insultava dell’altra e veniva a propria volta insultata in un folle gioco di rimandi dove a trionfare, ovviamente, erano espliciti richiami sessuali e scatologia. Una meraviglia. Qualcosa di ipnotico. Poi quell’esperienza, che passò in archivio con l’appellativo di “radio parolaccia” (mai titolo fu più azzeccato e puntuale), terminò e io cominciai a scoprire la radio. E la radio iniziò a spiegarmi il Paese in cui vivevo, a partire proprio dalla parentesi sociale di “radio parolaccia”; e assieme al Paese, a un’Italia di cui ero quasi del tutto inconsapevole ma che non avevo mai amato (e con la quale ancora oggi intrattengo pessimi rapporti), e che, complice gli interessati insegnamenti di mia madre, vedevo solo in frantumi di specchio nelle parole e nelle azioni dei suoi miti ed eroi – il teatro di Dario Fo, Franca Rame e Giorgio Gaber, le canzoni di Enzo Jannacci e Fabrizio De Andrè – me stesso. Lo fece soprattutto con gli interminabili soliloqui pannelliani, con i quali mi addormentavo la sera e mi risvegliavo al mattino e che scolpirono in me il senso di un agire autenticamente politico – bisogna avere il coraggio di essere impopolari per non essere antipopolari, un coraggio, lasciatemelo dire, che il nostro Paese non ha mai conosciuto, e che purtroppo i Radicali non hanno mai avuto il consenso elettorale necessario a trasformare in azione, pur facendo, con il loro pugno di voti, autentici miracoli – e poi, da un giorno con l’altro, con la rassegna stampa del mattino; “Stampa e regime” si chiamava (e ancora si chiama così), altro titolo perfetto per questo Paese così imperfetto e sbagliato, e a condurla era Massimo Bordin. Bordin i giornali non si limitava a leggerli, le notizie non era semplicemente lì a darle; Massimo Bordin le cose le spiegava, riusciva a vedere oltre le parole, che spesso erano muri, o cortine fumogene, o inciampi d’azzeccagarbugli impreziositi d’aggettivi o di qualche desueto termine d’effetto, e arrivare alle cose; fosse stato un filosofo (ed era anche quello, Bordin, è stato anche quello) sarebbe stato il padre della fenomenologia, Edmund Husserl
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L’irraggiungibile prossimo tuo

Recensione di “E non disse nemmeno una parola” di Heinrich Böll

Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola, Mondadori

Un uomo consumato dalla guerra. Una città devastata dalle bombe. Un donna, una madre, stravolta dalla fatica, dal dolore, dall’amore. E un labirinto di solitudini, di voci sussurrate, di pensieri che si rincorrono tra vicoli sudici, sfilacciano come fumo di sigaretta nell’uniforme grigiore del cielo, affogano nello stordimento a buon mercato assicurato dall’acquavite. Ovunque la tirannia disperata della povertà, l’esasperazione di chi, costretto all’umiliazione della mendicità, ricorre alla violenza verso coloro che maggiormente ama, la sola possibile, la sola praticabile all’indomani di un conflitto che ha svelato all’uomo la più crudele e intollerabile delle verità: che non c’è alcuna ragione per annientare coloro che ti è stato ordinato di odiare, uomini e donne in cui senza difficoltà potresti riconoscerti ma che qualcun altro ha eletto al rango di tuoi nemici. Nel romanzo E non disse nemmeno una parola (in Italia edito da Mondadori nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano), Heinrich Böll mette in scena lo smarrimento di una Germania violentata dalla barbarie nazista attraverso il naufragio di due coniugi, Fred e Käte, i quali, pur amandosi ancora, vivono divisi, lontani l’uno dall’altra, e si incontrano solo di tanto in tanto, quando le precarie condizioni economiche lo consentono, in squallide camere d’albergo per trascorrere assieme qualche ora. Il romanzo, i cui capitoli riflettono alternativamente i punti di vista della coppia protagonista, è un continuo interrogarsi senza risposta su un presente cresciuto dentro le persone come una cellula tumorale, un tempo amaro, dove a dominare sono le macerie materiali degli edifici e delle strade e quelle spirituali di un’infelicità diffusa, di una resa che riecheggia nelle vuote formule di messe e preghiere ripetute nella penombra di chiese semideserte, nel conversare stentato degli avventori di un bar, nel chiasso forzato di una fiera, nell’ordinato avanzare di una processione religiosa che in marcia verso la misericordia di un Dio invisibile e irraggiungibile ricorda la squadrata, illusoria bellezza di battaglioni lanciati alla conquista di una vittoria intangibile forse più della divinità. “[…] Poi vennero i singoli parroci della città, fiancheggiati da grandi lampade portatili barocche, e mi accorsi di quanto fosse difficile avere un bell’aspetto nella veste secentesca del clero secolare. La maggioranza dei parroci non aveva la fortuna di possedere un volto ascetico, molti erano grassi e sembravano scoppiare di salute. Quasi tutti quelli che stavano sui marciapiedi, invece, erano malridotti, con un’aria esausta e un tantino smarrita […]. Fui attirato nel vortice della massa, che ora si stava accodando affannosamente per assistere alla funzione conclusiva in duomo. Tentai invano, per qualche tempo, di sgattaiolare a destra o a sinistra. Ma ero troppo stanco per farmi largo […]. Tutta quella gente mi faceva schifo e cominciai a odiarla. Fin dove arrivano i miei ricordi, so che ho sempre avuto una […] repulsione per i castighi corporali […]. Anche con i prigionieri di guerra. Ma da qualche mese […] provo spesso il desiderio di percuotere qualcuno in pieno viso, e talvolta ho picchiato i miei bambini, perché il loro chiasso mi irritava quando tornavo stanco dal lavoro. Li picchiavo forte, molto forte, ben sapendo che non era giusto ciò che stavo loro facendo, e mi spaventavo vedendo che perdevo il controllo di me stesso”. 
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Le pulci dei ratti

Recensione di “Annus Mirabilis” di Geraldine Brooks

Geraldine Brooks, Annus Mirabilis, Neri Pozza

Questo libro è un’opera di fantasia, ispirata dalla vera storia degli abitanti del villaggio di Eyam, nel Derbyshire. La prima volta che andai a Eyam fu del tutto per caso, nell’estate del 1990. Allora vivevo a Londra e lavoravo come corrispondente per il Medio Oriente del The Wall Street Journal. Tra un reportage e l’altro in posti bollenti e travagliati come Gaza e Baghdad, cercavo di rilassarmi un po’ nella campagna inglese. Fu durante uno di questi vagabondaggi o peregrinazioni […] che mi colpì un interessante segnale stradale, che indicava la via per il villaggio della peste. Fu lì che trovai la storia del travaglio dei suoi abitanti e della loro straordinaria decisione, raccontata in una teca posta all’esterno della chiesa di Saint Lawrence. La narrazione era così toccante e terribile, che mise radici nella mia immaginazione. Negli anni successivi, riportando le notizie di moderne tragedie da posti come la Bosnia e la Somalia, spesso il mio pensiero tornava a Eyam e cominciai a rendermi conto che questa era la storia che volevo raccontare più di tutte le altre. Questa sensazione si fece ancora più forte quando andai ad abitare in un villaggio rurale della Virginia, circa delle dimensioni di Eyam. Fu lì che la storia e i costi della quarantena divennero ancora più vividi. Mi chiesi cosa si sarebbe provato a fare una scelta del genere e scoprire poi che i due terzi dei tuoi vicini sarebbero morti entro un anno. Come ne sarebbero uscite la fede, le relazioni e l’ordine sociale? […] Come i suoi contemporanei del diciassettesimo secolo, Anna non sapeva cosa fosse la peste o come si diffondesse. La Yersinia pestis – peste bubbonica, morte nera, pestilenza – è un’infezione devastante di batteri che producono potenti tossine. Le enfiagioni della peste – i bubboni – sono linfonodi che si sono trasformati in tessuto necrotizzato ed emorragico. Entro uno o due giorni, un vasto numero di batteri invade il sangue, provocando una febbre che può superare i 42°, emorragia e trombosi. Fin dall’antichità si era osservata una moria di ratti che accompagnava la peste, ma solo nel 1898 uno scienziato, P.L. Simond, pubblicò sugli Annali dell’Istituto Pasteur una scoperta, da lui fatta, secondo la quale le responsabili della trasmissione della malattia agli esseri umani erano nel novanta per cento dei casi le pulci dei ratti infetti […]. Nel 1666 in Inghilterra la popolazione, colpita dal male, sbagliò bersaglio e credette che a diffondere la malattia fossero i gatti e i cani. Il conseguente massacro di questi animali eliminò i predatori dei ratti e dunque fece dilagare ancora di più la malattia. La peste esiste ancora. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ne registra tra i mille e i tremila casi l’anno. Ma grazie agli antibiotici non si rischia più uno sterminio di massa”. Affascinata dalla tragica storia del villaggio inglese di Eyam, flagellato da un’epidemia di peste nel 1666, Geraldine Brooks, nel suo bel romanzo intitolato Annus Mirabilis la riprende e la racconta, modificandola nei personaggi e inventandone la voce narrante, Anna Frith, donna giovane e coraggiosa, madre di due splendidi figli, vedova di un minatore morto tragicamente a causa del suo difficile e pericolosissimo lavoro e domestica del rettore del villaggio, Michael Mompellion, rispettato e amato pastore del pugno di anime di quel villaggio che, di fronte alla peste, vincola tutti gli abitanti a un giuramento di sacrificio: una quarantena volontaria che impedisca al morbo di colpire e devastare gli abitati vicini
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