La più sincera dichiarazione d’amore

Recensione di “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti

La passione assoluta, accecante, che ti lega in modo indissolubile a una persona e, proprio in conseguenza di ciò, ti dona la libertà più inebriante, quella del palpitare frenetico del cuore, delle pazzie compiute tra scrosci di riso e brividi di desiderio, della frenesia di una fanciullesca gioia, che della vita assapora soltanto la maestà benevola dell’estate, il miracolo dello splendore naturale, la benedizione gloriosa del giorno e il quieto abbraccio delle notti stellate. La passione, e poi la morte che di netto la tronca, la spezza, riducendola a un sottile filo di memorie fradicio di lacrime. E ancora la vita, che, faticosa come un vecchio malfermo sulle gambe, torna a fare capolino, a sussurrare, a elargire i suoi doni piccoli e grandi, e infine, improvvisa, supera su stessa cancellando ogni confine tra possibile e impossibile, facendosi beffe della realtà, della logica, della scienza e del buon senso, sovvertendo qualsiasi regola in nome del proprio vulcanico esserci, di quell’esistere al di là di tutto e di tutti che è il passo decisivo che si compie nel momento in cui, cessata la stentata sopravvivenza assicurata dai pensieri e dalle preghiere di quelli che ci hanno conosciuti e amati, ci si slancia loro incontro in risposta a un desiderio struggente e irresistibile, alla volontà di non arrendersi all’odiosa dittatura della finitezza del corpo. Inno alla vita, dunque, alla vita e alla sua bellezza, che va colta attimo dopo attimo, che va incessantemente goduta, nello stesso modo in cui si gode un’amante, con identica sensualità; questo è lo splendido, sognante, spassoso, delicato e vivacissimo Dona Flor e i suoi due mariti, forse il romanzo più famoso del grande scrittore brasiliano Jorge Amado. Continua a leggere La più sincera dichiarazione d’amore

La puntualità effimera del vero

Recensione di “L’altra Grace” di Margaret Atwood

23 luglio 1843, un atroce fatto di sangue sconvolge il Canada. Thomas Kinnear, un ricco possidente di origini scozzesi e la sua governante (e amante, all’epoca incinta), Nancy Montgomery, vengono brutalmente assassinati; l’autore, o gli autori di questo duplice assassinio sono lo stalliere James McDermott, irlandese ombroso e collerico e la giovanissima (appena sedicenne) cameriera Grace Marks, anch’essa irlandese, giunta in Canada assieme alla sua famiglia dopo un tragico viaggio in nave nel corso del quale ha perduto l’amata madre ritrovandosi sola con un padre violento e alcolizzato e diversi fratelli e sorelle cui badare. Compiuto il delitto e sottratti denaro, oggetti di valore e vestiti dalla casa, i due fuggono diretto verso gli Stati Uniti, ma il loro viaggio è di breve durata. Non appena giungono in America, infatti, vengono raggiunti e catturati; l’inchiesta stabilisce con relativa facilità la loro colpevolezza e il processo (che curiosamente prende in considerazione il solo delitto Kinnear) si conclude con una duplice condanna alla pena capitale. McDermott viene giustiziato il 21 novembre di quello stesso anno, mentre Grace, sulle cui effettive responsabilità fin dal principio non è stato possibile fare piena chiarezza, difesa con coraggio e perizia dall’avvocato Kenneth MacKenzie, vede la sua pena di morte commutata in ergastolo. Avrà salva la vita, ma non uscirà mai più di prigione. Conoscerà invece, oltre che il rigore del carcere, le sofferenze, le angherie e le umiliazioni del manicomio, nel quale viene rinchiusa per diverso tempo in seguito a una diagnosi, poi rivista e infine definitivamente rigettata, di pazzia. Ma chi è, davvero, Grace Marks? E qual è stato il suo ruolo nella strage? Quella ragazzina dal viso grazioso e innocente non è altro, come sostiene una parte della pubblica opinione morbosamente attratta dal fatto di cronaca e dai suoi protagonisti, che una vittima della ferocia di McDermott, una povera giovane terrorizzata, costretta dalle continue minacce del suo persecutore – che avrebbe potuto ucciderla con la stessa facilità con cui aveva eliminato i suoi odiati datori di lavoro – a obbedirgli, oppure, come ritiene gran parte della gente, nonché alcuni dei medici che hanno avuto “in cura” Grace, è una subdola, glaciale manipolatrice che, utilizzando la propria avvenenza e promettendo ricompense di natura sessuale al fin troppo semplice McDermott lo ha utilizzato come strumento per i suoi orrendi fini? Queste domande (rimaste fino a oggi senza risposta) fanno da sostanza narrativa allo splendido romanzo di Margaret Atwood intitolato L’altra Grace, che prendendo le mosse da una storia realmente accaduta e mescolando ai dati oggettivi reperiti la libertà della creazione letteraria, dà vita a un’altra vicenda (L’altra Grace è di fatto un’altra storia, un possibile diverso svolgimento di ciò che le cronaca ha consegnato alla memoria, o per dir meglio all’oblio collettivo), a un oscuro, inquietante e morboso viaggio nel sottosuolo dei sentimenti, delle passioni, degli amori e delle vendette personali. Continua a leggere La puntualità effimera del vero

Cronaca, romanzo, atto d’amore

Recensione di “Il Messico insorge” di John Reed

John Reed, Il Messico insorge, Einaudi

“Francisco I. Madero rovesciò la dittatura del generale Porfirio Díaz senza troppa fatica, dopo una tempestosa campagna elettorale e un breve movimento armato, tra il novembre 1910 e il maggio 1911 […]. Madero, figlio di ricchi proprietari terrieri, era un uomo buono e generoso, ma gli mancava la capacità di cogliere gli immensi problemi politici e sociali creati dalla lunga dittatura di Díaz. Giunto alla presidenza grazie a un voto popolare plebiscitario entusiasta, la sua prima mossa fu di abbandonare quelle stesse masse che gli avevano dato il potere […]. Il 27 novembre 1911 il leader contadino Emiliano Zapata insorse contro il governo Madero […]. Pochi mesi dopo, gli allevatori e i latifondisti reazionari dello stato settentrionale del Chihuahua finanziavano uno dei più prestigiosi ‘capi della rivoluzione’, Pascual Orozco. Questi raccolse un esercito e marciò verso sud, verso la capitale, con l’intenzione di restaurare al potere il governo reazionario; ma lungo la strada fu fermato e sconfitto da Victoriano Huerta, un ex generale porfirista […]. All’alba del 9 febbraio 1913 una comune ribellione militare […] si propagò a diverse guarnigioni […]. A schiacciare la rivolta il presidente Madero inviò il generale Huerta […]. Improvvisamente, il 19, Huerta prese aperta posizione contro il governo Madero, e in una drammatica scena al Palazzo Nazionale arrestò Madero e lo costrinse a dimettersi. Il 22 […] Huerta fece assassinare Madero […]. Un mese dopo l’assassinio del presidente Madero, comparvero, sulle strade di campagna, forti gruppi a cavallo di quegli stessi guerriglieri che avevano portato al potere Madero, e che egli aveva miopemente congedato e disciolto. Uno di essi , Francisco Villa – che rimarrà per sempre nella storia col nome di Pancho Villa – era stato smobilitato da Madero, e poi incarcerato per gli intrighi del generale Huerta […]. Con l’aiuto di Carlos Jaúregui, un giovane impiegato del tribunale militare, Villa evase dal carcere di Santiago Tlatelolco, e il 26 dicembre 1912 giunse negli Stati Uniti. Jaúregui, oggi settantenne colonnello in pensione ricorda: ‘Eravamo al El Paso, nel Texas, e ci preparavamo a tornare in Messico dopo aver saputo dell’assassinio di Madero. Era il 6 marzo 1913, poco dopo le dieci di una notte buia […]. Attraversammo il fiume a cavallo, e ben presto fummo accolti dalla prima salva di proiettili. Erravamo in otto, guidati da Villa’. Quegli otto uomini, capeggiati da Villa, furono la scintilla e l’origine della famosa Divisione del Nord […]. Pochi mesi dopo, nel gennaio 1914, Villa trasferì il suo quartier generale nella città di Chihuahua, capitale dello stato. Fu in quei giorni che vidi, nell’ufficio telegrafico dove lavoravo, un giovane giornalista yankee. Ci venne cinque o sei volte, a Ciudad Juárez o a Chihuahua. Era alto, magro, biondo, col naso all’insù”. Datate settembre 1968, queste brevi memorie di Renato Leduc fanno da introduzione a Il Messico insorge, cronaca della vittoriosa rivoluzione costituzionalista condotta da Villa scritta con intensa partecipazione, dichiarata partigianeria (verso i ribelli) e incontestabile rigore dal giornalista John Reed, che divenne celebre narrando gli eventi della Rivoluzione d’Ottobre nel volume Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Continua a leggere Cronaca, romanzo, atto d’amore

La verità, per come la si intende

Recensione di “La statua di sale” di Gore Vidal

Gore Vidal, La statua di sale, Fazi

“Si è detto molto – il santo stesso ne ha parlato – di come Agostino abbia rubato e mangiato delle pere da un frutteto milanese. Si presume che non si arrischiò più a trafficare (né tantomeno a mangiare) merce rubata e, una volta che si lasciò alle spalle questo crimine giovanile […] filò dritto verso la santità. Il fatto è che tutti noi abbiamo rubato delle pere; il mistero è perché così pochi di noi abbiano meritato aureole. Ho il sospetto che in certe vite conosciute ci sia a volte un momento improvviso in cui si deve scegliere. Mi sposo o ardo? Rubo o do agli altri? Chiudo la porta su una vita agognata per aprirne un’altra, deliberatamente, su dolore e sofferenza perché… Il ‘perché’ è la vera storia, che di rado viene raccontata […]. A diciannove anni, appena congedato dall’esercito, scrissi un romanzo, Williwaw (1946): fu ammirato, almeno in senso cronologico, come il primo dei romanzi di guerra. L’anno seguente scrissi il meno ammirato In a Yellow Wood (1947). Allo stesso tempo, mio nonno stava spianando il cammino alla mia carriera politica nel New Mexico […]. Sì, che ci crediate o no, nella più grande democrazia che il mondo abbia conosciuto […] le elezioni possono essere aggiustate senza clamore, come vi ha amabilmente spiegato Joe Kennedy […]. Stavo lavorando a La statua di sale. Se l’avessi pubblicato, avrei svoltato a destra e sarei finito, maledetto, a Tebe. Abbandonandolo, avrei girato a sinistra trovandomi nella santa Delfi. L’onore richiedeva che prendessi la strada per Tebe […]. Sapevo che la mia descrizione di una storia d’amore tra due ragazzi americani ‘normali’, come quelli con i quali avevo trascorso tre anni nell’esercito in tempo di guerra, avrebbe messo in discussione nel mio paese natio – che è sempre stato più simile alla Beozia, temo, che non ad Atene o alla spettrale Tebe – tutte le superstizioni sul sesso. Fino a quel momento, i romanzi americani sulle ‘inversioni sessuali avevano trattato di travestiti o di ragazzi solitari e cerebrali che avevano contratto matrimoni infelici e si struggevano per i marine. Io ruppi quello schema. I miei due amanti erano atleti e così attratti dal genere maschile che, nel caso di uno, Jim Willard, quello femminile era semplicemente irrilevante. La sua passione lo spingeva a riunirsi con la sua metà, Bob Ford: sfortunatamente per Jim, però, Bob aveva altri progetti sessuali, che comprendevano le donne e il matrimonio. Diedi il manoscritto ai miei editori di New York […]. Lo detestarono. Un vecchio editor disse: «Non ti perdoneranno mai per questo libro. Tra vent’anni ti attaccheranno ancora»”. Continua a leggere La verità, per come la si intende

Riflesso di un’incombente oscurità

Recensione di “La famiglia Moskat” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, La famiglia Moskat, Tea

Città prigione dove una dinastia nasce e si consuma, orizzonte angusto e chiuso al cui interno ricchezze crescono e si dissolvono, Varsavia, silenziosa e fredda, distante da coloro che la affollano, che cercano di viverla, che spendono i loro giorni affannati nella penombra delle case, nell’esibita povertà delle strade, nella bellezza pallida e sfiorita dei giardini, è la principale protagonista de La famiglia Moskat (in Italia pubblicato da Tea nella traduzione di Bruno Fonzi), riconosciuto capolavoro di Isaac Bashevis Singer. È qui, in questo intrico di vie e piazze, in questo labirinto che non sembra avere vie d’uscita e che stringe a sé, in un abbraccio che si fa di momento in momento sempre più soffocante, i suoi cittadini, e fra essi le numerosissime famiglie ebraiche e il loro tesoro di tradizioni, cultura, credo religioso, che Singer narra decenni di storia (dal principio del Novecento fino al tragico avvento della follia omicida nazista) filtrandole attraverso i complessi intrecci privati di un patriarca e dei suoi discendenti. Ma il cupo grembo di Varsavia, nel quale uomini e donne si muovono come vermi ciechi e dove ogni cosa ha sentore di morte, non è che il riflesso dell’oscurità incombente che sta per travolgere l’Europa; Singer disegna i suoi personaggi con verità, la sua prosa, ricchissima, vibrante, ha la nobile responsabilità del ricordo, della memoria, riporta all’esistenza un mondo antico, radicato, che la ferocia hitleriana è riuscita in brevissimo tempo a spazzare via, e in questo assoluto e purissimo miracolo letterario egli lascia che a splendere, a brillare siano le passioni umane, le migliori (l’amore, la pietà) come le peggiori (l’avidità, l’egoismo, la viltà); in una parola, Singer si sforza di sottolineare, di dare evidenza a tutto ciò che rende gli esseri umani ciò che sono, a quel che li caratterizza, operando dunque in senso esattamente opposto rispetto a quanto fatto dalla perfetta macchina di sterminio dell’esercito tedesco, che gli ebrei ha annientato proprio togliendo loro per prima cosa il diritto a dirsi persone, a essere considerate e trattate al pari di tutti gli altri. Continua a leggere Riflesso di un’incombente oscurità

Un inavvertito abisso di solitudine

Recensione di “Anime alla deriva” di Richard Mason

Richard Mason, Anime alla deriva, Einaudi

Come può la fredda confessione di un omicidio esprimere un amore così forte da sfiorare l’assoluto? Come è possibile che una vita intera trascorsa al fianco di una persona, con tutto quello che ha significato, in un solo istante svanisca riducendosi a finzione, a menzogna, a patetico inganno? Quale ragione può esserci perché qualcosa di molto simile a un sogno d’improvviso si muti in incubo, in tragedia, in disfatta? A queste domande, a questi ossessivi perché e ai decenni colmi di entusiasmo e dolore, passioni e inganni che nascondono, cerca di dare risposta, in un lungo, intensissimo monologo che è a un tempo prezioso scrigno di memorie individuali e irrimediabile naufragio esistenziale collettivo, James Farrell, tra i protagonisti di Anime alla deriva, scintillante opera prima dello scrittore inglese di origini sudafricane Richard Mason (di lui in questo blog ho già recensito Noi; se vi interessa potete leggerla qui). Nello splendore austero di Seton Castle, dimora di famiglia in Cornovaglia, circondato dalle ombre del giorno ormai declinante, di punto in bianco sfinito dai suoi settant’anni (per celebrare i quali la moglie assassinata stava organizzando una festa a sorpresa), quest’uomo trova il coraggio di riaprire antiche ferite, di tornare al tempo d’illusoria felicità della sua giovinezza non solo per provare a dare un senso al gesto terribile che ha compiuto, ma per comprendere, finalmente, per quale tortuoso cammino è giunto fin lì: “Se mi conosceste, non direste che sono il tipo dell’assassino. Non mi considero certo un uomo violento, e non penso che l’aver ucciso Sarah modificherà questa opinione. Dopo settant’anni su questa terra, conosco i miei difetti, e la violenza, perlomeno in senso fisico, non è tra questi. Ho ucciso mia moglie perché lo esigeva la giustizia; e uccidendola ho ristabilito almeno una specie di giustizia. O no? […] La mia ossessione per il peccato e la punizione, messa a tacere in modo molto imperfetto tanto tempo fa, torna a farsi sentire. Mi scopro a chiedermi quale diritto avessi di giudicare Sarah, e quanto più duramente sarò giudicato per aver giudicato lei; per averla giudicata e punita in un modo in cui io non sono mai stato giudicato e punito”. Continua a leggere Un inavvertito abisso di solitudine

Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Recensione di “Tropico del Cancro” di Henry Miller

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori

“Quando il romanzo di Henry Miller Tropico del Cancro apparve nel 1935, ebbe un’accoglienza solo cautamente laudativa, ovviamente condizionata in alcuni dal timore d’apparire amanti della pornografia. Tra coloro che lo lodarono, ci furono T.S. Eliot, Herbert Read, Aldous Huxley, John Dos Passos, Ezra Pound […]. Tropico del Cancro è un romanzo in prima persona, o, se preferite, un’autobiografia in forma di romanzo. Miller stesso sostiene che è una biografia vera e propria, ma il ritmo e la narrazione sono propri del romanzo. È la storia della Parigi americana, ma non secondo i comuni criteri, in quanto gli americani che vi compaiono risultano persone senza quattrini. Negli anni della prosperità, quando i dollari abbondavano e il cambio del franco era basso, Parigi fu invasa da un tale sciame di artisti, scrittori, studenti, dilettanti, turisti, debosciati e fannulloni di professione quale il mondo non ha probabilmente visto mai […]. È di questo mondo […] che Miller scrive, ma egli si limita alla sua parte più oscura, a quel margine sottoproletario che ha potuto sopravvivere alla crisi economica perché composto in parte di autentici artisti e in parte di autentici furfanti […]. Nessun materiale letterario poteva essere meno promettente. Quando Tropico del Cancro fu pubblicato gli italiani invadevano l’Abissinia, e i campi di concentramento di Hitler erano già rigurgitanti. I centri intellettuali del mondo erano Roma, Mosca e Berlino. Non sembrava il momento in cui un romanzo di pregio considerevole dovesse essere scritto su degli americani falliti in cerca di qualcuno che offrisse loro da bere al Quartiere Latino. Naturalmente un romanziere non è obbligato a scrivere direttamente di storia contemporanea, ma un romanziere che trascuri i più importanti avvenimenti mondiali del momento è di solito o un superficiale o un perfetto idiota […]. Ma di tanto in tanto compare un romanzo che si apre su tutto un nuovo mondo, rivelando non l’insolito e il bizzarro, ma semplicemente ciò che è familiare […]. Miller ha una sfumatura di questa particolarità […] leggetene cinque, dieci pagine e proverete quel particolare benessere che viene non tanto dall’intendere quanto dall’essere intesi. ‘Quest’uomo sa tutto di me’ voi pensate, ‘ha scritto tutto questo proprio per me’. È come udire una voce che vi parla, una cordiale voce americana, priva di qualsiasi gigioneria, scevra di finalità moralistiche, con solo l’implicito assunto che siamo tutti uguali. Per il momento vi siete liberato delle menzogne e delle semplificazioni, della stereotipata, burattinesca caratteristica della solita narrativa, anche se eccellente, e vi trovate di fronte alle identificabili esperienze degli esseri umani […]. Perché la verità è che molte persone comuni, forse una vera e propria maggioranza, parlano e si conducono esattamente come in questo romanzo”. Continua a leggere Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Di nuovo a Roma

Recensione di “Se ricordi il mio nome” di Carla Vistarini

Carla Vistarini, Se ricordi il mio nome, Corbaccio

Un paradiso tropicale e fondi praticamente illimitati cui attingere per i propri bisogni possono tenere a bada le preoccupazioni ma contro solitudine e nostalgia si rivelano armi spuntate, soprattutto se quel che manca, se ciò verso cui il pensiero incessantemente torna è il viso dolce di una bambina incontrata per caso, la cui vita, anche se per un brevissimo periodo di tempo, è diventata una cosa unica con la tua. Così non sorprende trovare nuovamente Smilzo, l’analista finanziario caduto in disgrazia e trasformatosi dapprima in un senzatetto qualunque e poi in eroe nel bel romanzo d’esordio di Carla Vistarini intitolato Se ho paura prendimi per mano (recensito qui), alle prese con sentimenti che non riesce in alcun modo a governare ma che, pur nella lancinante sofferenza che gli causano, hanno il merito di farlo sentire vivo e ancora importante (almeno per qualcuno, almeno per la “sua” adorata piccolina), nel nuovo lavoro della scrittrice, autrice e sceneggiatrice italiana: Se ricordi il mio nome. In quello che è, a tutti gli effetti, il seguito della storia narrata nel primo romanzo, Carla Vistarini riannoda tutti i fili mescolando sapientemente leggerezza, ironia e azione; rispetto a quanto già accaduto la situazione non pare granché mutata, eppure in qualche modo tutto è differente. In primo luogo perché l’autentica protagonista di entrambi i libri, la bambina (costantemente in pericolo di vita a causa dell’avidità degli adulti e della loro totale mancanza di scrupoli), è cresciuta (ha solo un anno in più, in realtà, ed è ancora decisa a non parlare a nessuno e a lasciare che a esprimere il suo diffidente disprezzo per il mondo, dal quale restano esclusi soltanto la mamma e Smilzo, “l’uomo buono”, sia il suo balbettante e quasi onomatopeico “andate a quel paese!”), ed è decisamente più combattiva di quanto chi intende farle del male sia disposto a credere, poi perché il complotto nel quale si trova invischiata è allo stesso tempo più semplice, più diretto e più letale di quello naufragato nel libro precedente, e infine e soprattutto perché Smilzo non è fisicamente accanto alla sua piccola meraviglia. Continua a leggere Di nuovo a Roma

Il tempo dell’amore e dell’egoismo

Recensione di “La prigioniera” di Marcel Proust

Marcel Proust, La prigioniera, Mondadori

Il tempo, o per dir con più esattezza la differente misura del suo scorrere, il suo liquido, lentissimo allungarsi nelle ore della giornata, l’attimo presente che di continuo si scompone cristallizzandosi, invece di dissolversi, nelle vertiginose architetture della memoria, nei labirinti colmi d’emozione, saturi di sofferenza, del ricordo rivisitato senza sosta, modellato come cera, distrutto, ricostruito e nuovamente abbattuto, il momento che ancora ha da venire immaginato con desiderio febbrile, vestito di speranza, agghindato dal sogno, deturpato dalla paura, dal sospetto, dalla malvagità; è il tempo, con i suoi moti di rotazione e rivoluzione, a dare sostanza narrativa a La prigioniera, quinto volume della monumentale opera proustiana Alla ricerca del tempo perduto (Mondadori editore, traduzione di Giovanni Raboni, per le recensioni ai precedenti volumi potete cliccare qui), cupo e claustrofobico dramma amoroso che vede, come unici protagonisti della storia, in una Parigi quasi immaginata (a descriverla sono solo episodi passati, passeggiate sempre interrotte, scorci di strade e d’umanità osservate, più spesso addirittura spiate, dalle finestre di una camera da letto), l’autore narratore e la fidanzata Albertine, “fanciulla in fiore” dai molti segreti, sospettata di avere inclinazioni omosessuali, che Marcel, tormentato dalla gelosia al punto da invitare la ragazza a vivere a casa sua così da poterla controllare da vicino, da esercitare su di lei un dominio quasi assoluto, e soprattutto da celarla al resto del mondo e alle sue innumerevoli tentazioni, vorrebbe e allo stesso tempo non vorrebbe sposare. Continua a leggere Il tempo dell’amore e dell’egoismo

Così scandalosamente deforme

Recensione di “La peste” di Albert Camus

Albert Camus, La peste, Bompiani

Orano è una città che sembra volontariamente rinunciare alla bellezza, alla grazia. Un luogo “senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si trovano né battiti d’ali né fruscii di foglie”, dove “il mutamento delle stagioni non vi si legge che nel cielo […], la primavera si annuncia soltanto con la qualità dell’aria o coi cesti di fiori che i ragazzi portano dai sobborghi”. In questa città, circondata dall’eterna meraviglia del mare e pigramente sazia del suo abbraccio, della sua presenza fedele, l’estate è un flagello di fuoco “che incendia le case troppo asciutte e copre i muri d’una cenere grigia” e l’inverno è la sola stagione capace di regalare giornate di tregua. Ed è qui, in questo strano microcosmo, in questo reticolo unico di strade che ospita uomini e donne capaci di vivere, lavorare e amare in un solo modo, con meccanica frenesia e con il preciso obiettivo di ottenere la massima soddisfazione personale, che in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi tutto precipita in un incubo. Simbolo, modello di ogni organizzato consesso sociale, esempio dunque dell’umanità tutta e della terra stessa, Orano si fa universale, crocevia di qualsiasi lingua, di quel che si conosce come di quel che si ignora, di ciò che è patrimonio del mondo e di ciò di cui il mondo è mancante, orfano, e soprattutto si trasforma nel centro perfetto da cui si irradiano tanto il bene quanto il male. Continua a leggere Così scandalosamente deforme