Sulla scivolosa scacchiera del caso

24 Ago
Henning Mankell, L'uomo che sorrideva, Marsilio

Henning Mankell, L’uomo che sorrideva, Marsilio

Il tormento e l’angoscia da una parte, la pressoché totale assenza di emozioni dall’altra. L’istinto da un lato, il freddo calcolo dall’altro. L’intuizione in un angolo e a quello opposto una meticolosa pianificazione. Una sorta di genialità incostante e un’intelligenza acuta e ordinata a sfidarsi lungo il piano inclinato della vita, sulla scivolosa scacchiera del caso. L’uomo che sorrideva di Henning Mankell, quarta avventura della serie che ha per protagonista il commissario della polizia di Ystad Kurt Wallander, ha nel “fattore umano”, nel finissimo disegno psicologico dei caratteri, tanto la propria chiave di lettura quanto il proprio fondamento. Nel prendere le mosse da quanto narrato nel precedente romanzo (La leonessa bianca, di cui ho già scritto in questo blog), o per dir meglio dalle conseguenze scaturite da ciò che è stato raccontato, Mankell fissa fin da subito l’attenzione sulle persone, sui protagonisti del suo dramma, e lascia che l’azione si sviluppi in sottofondo, in una sorta di chiaroscuro, e di volta in volta emerga, o si faccia più indistinta, a seconda di quel che gli attori in quel momento al centro della scena decidano di fare. Così, anche se la vicenda si apre con un omicidio, un agguato brutale consumato lungo una strada in una notte di nebbia, anche se a colpire l’immaginazione del lettore è l’agghiacciante atmosfera di terrore che lo scrittore svedese magistralmente riesce a costruire in poche righe – […] la nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente […]. Presto fu costretto ad azionare il tergicristallo per eliminare la patina di umidità dal parabrezza. Odiava guidare quando era buio. Il riflesso dei fari sull’asfalto non gli permetteva di distinguere le lepri che continuavano a tagliargli la strada. Gli era capitato di investire una lepre una sola volta […]. Ricordava ancora il movimento istintivo e inutile del suo piede sul pedale del freno e subito dopo il colpo sordo contro la lamiera […]. La lepre era stesa sull’asfalto con le zampe posteriori che si muovevano spasmodicamente. Il torso era paralizzato e la lepre continuava a tenere gli occhi fissi su di lui […]. Non aveva mai dimenticato gli occhi della lepre e il movimento delle zampe […]. Si accorse che istintivamente alzava lo sguardo sempre più spesso verso lo specchietto retrovisore […]. Lo specchietto retrovisore continuava a rimanere buio […]. La nebbia era sempre più fitta” – quel che succede non è che qualcosa di estrinseco, una necessaria causa scatenante in forza della quale gli opposti rappresentati da Kurt Wallander e dal suo antagonista, un uomo di cui nessuno sa nulla se non il nome, Alfred Harderberg, ricchissimo ed enigmatico, un uomo d’affari di successo che abita un meraviglioso castello e le cui attività, all’apparenza più che oneste, sono invece crimini inauditi, possano affrontarsi. Superate le primissime pagine, dunque, L’uomo che sorrideva da giallo classico (di cui comunque conserva, fino al tesissimo finale, l’architettura) diviene dramma psicologico; Wallander, in piena crisi esistenziale e intenzionato a lasciare per sempre la polizia e l’imperscrutabile burattinaio Harderberg, chiuso nel proprio favoloso castello e deciso a portare a compimento a ogni costo i propri affari illeciti, ciascuno senza conoscere nulla dell’altro sembrano muovere gli eventi affinché una loro collisione finisca per essere inevitabile.

Wallander, sconvolto dall’uccisione di un suo caro amico (un avvocato, che lo aveva contattato per chiedergli, senza successo, di indagare sulla morte della padre, una tragedia rubricata forse con troppa fretta come incidente), che decide di rinunciare alle dimissioni e torna al proprio lavoro ma non per questo cessa di essere un uomo prossimo alla deriva, assediato da rabbia e sensi di colpa e ossessionato dal ricordo lieve e insieme doloroso di una donna (Baiba Liepa, personaggio che nella saga di Mankell compare per la prima nel secondo romanzo della serie, I cani di Riga, anch’esso recensito qui), si getta anima e corpo nell’indagine sul delitto e poco alla volta capisce che, per smascherare il colpevole, dovrà accettare di confrontarsi con un uomo che ha fatto della più severa riservatezza una delle sue armi migliori, una persona capace di commettere le peggiori nefandezze senza mai sporcarsi le mani. E quando, finalmente, i due si incontrano, non sorprende che l’uno si confessi all’altro, che il glaciale Alfred Harderberg, noto al mondo come imprenditore e filantropo si dichiari, dinanzi a Wallader, colpevole delle accuse che gli vengono mosse, che il mistero si sveli senza difficoltà, perché quel che i complotti e gli omicidi narrati nel corso di tutto il romanzo hanno rappresentato non è stato altro che lo scontrarsi di due nature, di due archetipi incarnati, nel brevissimo volgere di una vita, in altrettanti uomini, un poliziotto fragile e tenace e un delinquente del tutto privo di scrupoli. “Non credevo che esistessero persone come lei […]. Adesso lei sta mentendo commissario […]. Lei lo sapeva e lo sa perfettamente”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

La nebbia. La nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente, pensò. Non riuscirò mai ad abituarmi. E questo anche se ho vissuto tutta la mia vita nella Scania dove la nebbia circonda costantemente le persone e le rende invisibili.

L’amore e il dio immanente

18 Ago
Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Donare parole a ciò che è per sua natura inesprimibile, dare voce al maestoso silenzio della natura e ai suoi ritmi eterni, ai colori dell’alba e alla luce obliqua del tramonto, al confuso odorare della terra, al sordo tambureggiare del tuono, al grigiore indistinto ma vivo e terribile del cielo che annuncia lo scatenarsi della tempesta, al tenace fragore del fiume, significa fronteggiare l’assoluto e adottarne il codice espressivo, significa vestirsi d’immortalità, significa far coincidere in un unico gesto la nuda contemplazione del mondo e la sua descrizione, come fossero l’una la naturale emanazione dell’altra, come se a legare questi due momenti fosse una spirituale concatenazione di causa ed effetto. “Una notte eravamo sul Platte River, vicino a Ogalalla, e io mi ero messo a dormire sotto la mia coperta, un po’ fuori dal bivacco. Era una notte illuminata dalla luna, più o meno come stasera. Faceva freddo. Era primavera. Mi svegliai di colpo, probabilmente le avevo sentite nel sonno, e dappertutto c’era questo immenso fruscio, e non erano altro che oche selvatiche, a migliaia, che risalivano il fiume in volo. Continuarono a passare e passare per quasi un’ora. Oscuravano la luna. Pensai che il bestiame si sarebbe agitato, invece non fu così. Mi alzai e feci qualche passo sempre tenendo gli occhi al cielo, e alcuni degli altri giovani cowboy si erano alzati anche loro, svestiti com’erano, e così ce ne restammo lì, naso all’aria con i nostri mutandoni di lana addosso. E sentivamo solo questo fruscio. Gli uccelli volavano molto alti, il rumore che facevano non era forte, per niente, e io non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse svegliarci e tenerci lì inchiodati a quel modo. Fra i cavalli ce n’era uno di nome Boozer, abituato a lavorare di notte, e il vecchio Boozer mi venne vicino. Penso che anche lui s’immaginasse che il bestiame si sarebbe svegliato, invece niente. E il bello è che erano bestie piuttosto nervose”. Miracolosa come una creazione dal nulla, partecipe, nella sua essenza, della perfetta circolarità della natura, dell’infinito alternarsi di nascita e morte, di crepuscolo e aurora, la scrittura di Cormac McCarthy si fa, in Città della pianura, magnifico capitolo conclusivo della sua Trilogia della pianura (degli altri due romanzi che compongono questo indimenticabile affresco, Cavalli selvaggi e Oltre il confine, ho già scritto in questa sede), lirica della vita, grammatica dell’esistenza. Il grande autore americano spinge la sua prosa densa e ricchissima in uno spazio nel medesimo tempo concreto e metafisico, in un luogo che appartiene in egual misura alla carne e all’anima. In questo luogo dai contorni geografici netti eppure sfuggenti (siamo, ancora una volta, al confine fra Texas e Messico) si muovono John Grady Cole e Billy Parnham, protagonisti dei due primi romanzi della trilogia; cowboy entrambi, lavorano in un ranch, adattandosi, quasi senza accorgersene, al procedere sempre uguale della natura, al suo respiro, alla sua muta sorveglianza delle umane cose. Tutto, in loro e attorno a loro, sembra partecipare di una misteriosa armonia, tutto convive in un’unità di opposti che non assicura né giustizia né felicità, che è bellezza e orrore, splendore e miseria e che soprattutto è equilibrio, tanto più puro e intoccabile e degno di rispetto quanto più distante dalle precarie leggi istituite dall’uomo.

Di questo tutto, che niente tollera al di la di sé, è parte anche l’amore che consuma, fino a bruciarli, il cuore e i sensi di John Grady, stregato da una ragazza di sedici anni bella come può esserlo un cielo trapunto di stelle, o l’ombra dolce di una collina stagliata contro il cielo all’imbrunire, o la semplice, irraggiungibile immensità di una piana alluvionale che si offre nuda allo sguardo di coloro che l’attraversano. Sottoposto, come lo sono il cielo e gli alberi, ai decreti immutabili di quella divinità immanente che è la rete di tutte le cose, la circonferenza infinita della natura, l’amore, così come l’uomo lo sperimenta nei propri pallidi affari di ogni giorno, non è che ombra e illusione; John Grady Cole, parte di un organismo più grande e multiforme che ha per identica voce il sospiro dell’uomo e il soffio del vento, il nitrito del cavallo e lo schioccare del ceppo di legna morso dal fuoco di un bivacco, costretto ad arrendersi a un ordine che nel comprenderlo e nell’accettarlo lo sovrasta, dovrà soccombere al proprio destino, arrendersi all’impossibilità di un futuro che non è stato scritto per lui. 

Sublime e tragico dramma d’amore di morte, Città della pianura è un romanzo di travolgente bellezza, una riflessione potente e commossa sull’enigmatico rapporto che lega l’uomo al mondo e ai suoi simili, sul quel ponte d’arcobaleno fascinoso e quasi privo di consistenza come lo sono il mito e la leggenda, gettato tra l’esistere del singolo e l’incessante formicolare di vita che da ogni parte lo compenetra.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Raul Montanari. Buona lettura.

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

Notoriamente israelita

11 Ago
Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi

Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. YakovBok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.

Vernichtungslager

5 Ago
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

Al fiume basta la continuità

1 Ago
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

Cinematografo 1759

24 Lug
Voltaire, Candido, BUR

Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

Il solo, autentico tratto comune

17 Lug
Dr. Seuss, Gli Snicci e altre storie, Giunti

Dr. Seuss, Gli Snicci e altre storie, Giunti

Che cos’è la diversità? Un titolo di merito, qualcosa da esibire orgogliosamente, una patente di unicità da sfoggiare, oppure un fardello, una croce, una vergogna che si vorrebbe in ogni modo nascondere? Quando si può legittimamente gioire per la propria particolare condizione e quando, invece, proprio a causa della situazione in cui ci si trova, tutto ciò che si prova non è che cupa disperazione? A queste domande, non certi semplici, offre una risposta (colma di delicata intelligenza), declinata in forma di invito alla riflessione, Dr. Seuss, uno dei più amati autori per ragazzi, nella sua favola intitolata Gli Snicci e altre storie (in Italia pubblicata da Giunti nella bella traduzione di Anna Sarfatti). La collaudata formula delle opere del grande autore americano – storielle preziose e divertenti narrate in rima baciata – anche in questo caso centra il bersaglio, e Dr. Seuss, attraverso i suoi protagonisti, gli Snicci, curiosi animali identici gli uni agli altri tranne per un piccolo ma tutt’altro che insignificante dettaglio, una stella disegnata sul pancino che fa sì che alcuni (gli Snicci Stellati) vadano fin troppo fieri di questa caratteristica, mentre gli altri (i Comuni, che al posto delle stelle “hanno solo la pelle”) si ritrovino discriminati, squaderna dinanzi ai lettori il concetto stesso di diversità, la sua dimensione filosofica. E quel che emerge dal suo apologo bizzarro e commovente (l’esclusione degli Snicci Comuni dai riti quotidiani della socialità organizzata dai loro fratelli Stellati, l’infelicità dei primi, la sprezzante superiorità esibita dei secondi e questo squilibrato equilibrio spezzato dall’arrivo improvviso di un altro animale, un furbo gorilla inventore di una macchina capace di “risolvere ogni problema”) è che la diversità è forse il nostro solo, autentico, tratto comune. Nel dolce incedere di una prosa leggera ma di grande profondità, Dr. Seuss dapprima descrive le discriminazioni patite dagli uni per opera degli altri (“Gli Snicci Stellati giravano in spiaggia a becchi levati, fiutando e sbuffando: ‘noi siamo GLI SNICCI, quegli altri, i Comuni, sono solo posticci!’”), frutto di un’interpretazione strumentale di ciò che distingue animali appartenenti a una stessa specie (un po’ come la pigmentazione della pelle distingue bianchi, neri e asiatici, tutti membri del medesimo consesso umano), poi, introducendo nella storia un nuovo personaggio, una scimmia astuta, spiega quanto sia facile, per chiunque abbia sufficiente spregiudicatezza, sfruttare a proprio esclusivo vantaggio ogni idea, ogni opinione, ogni convincimento che non sia nato da una puntuale applicazione del pensiero critico ma dipenda esclusivamente da pregiudizi. Silvestro de Favis scimmione, infatti, non capita tra gli Snicci per caso; egli sa della loro divisione, e per risolvere la questione ha portato con sé una macchina di sua invenzione, un apparecchio in grado di disegnare sul pancino degli Snicci Comuni la tanto agognata stella. A questa notizia, ecco gli Snicci Comuni, colmi di nuova speranza, mettersi in fila per il trattamento; non si tratta di un procedimento né doloroso né lungo, basta pagare e in pochi minuti il gioco è fatto. Ma a questo punto sono gli Snicci Stellati a ribellarsi; loro rivendicano una primogenitura che non può passare sotto silenzio; non tutti gli Stellati sono uguali, e questo si deve sapere! Come fare, però, a distinguere gli uni dagli altri, ora che tutti hanno stelle sulle pance? L’idea è ancora una volta della scimmia: dal momento che la sua macchina non solo è in grado di mettere le stelle, ma può anche toglierle, perché gli Snicci Stellati non rinunciano alle loro? Così torneranno a essere diversi dai loro fratelli e tutto sarà di nuovo come sempre. Così, alla prima infornata di Snicci, ecco seguirne una seconda, e poi una terza, che vede i nuovi Stellati chiedere di tornare Comuni, e poi ancora un’altra, con i nuovi Comuni intenzionati a riprendere la stella, e di nuovo un’altra, in un inseguimento senza sosta e senza senso. Finché, rimasti senza più soldi, senza più forze e senza più speranze, gli Snicci rinunciano, e de Favis, ricco e felice, li saluta, ridendo della loro stupidità e pensando che mai quei poveri animali riusciranno a liberarsene, a spezzare le pesanti catene dell’ignoranza. Ma per fortuna degli Snicci, scrive Dr. Seuss, la scimmia si sbagliava; la lezione, seppur a caro prezzo, è stata imparata, “e con gioia vi aggiorno che gli Snicci capirono finalmente un bel giorno, giorno in cui fu deciso che gli Snicci son Snicci, e nessuno è migliore, non han senso i bisticci. Da quel giorno di stelle più nessuno ha parlato e ogni Sniccio è felice che sia o meno stellato”.

Rivolta a lettori di tutte le età, la saggezza lieve e stralunata di Dr. Seuss è un piccolo miracolo, un balsamo per il cuore e la mente, l’ennesimo esempio di quanto la letteratura, in tutte le sue forme, rifletta la nostra vita.

Eccovi l’inizio del libro, che oltre alla storia degli Snicci contiene altri due racconti: nel primo, intitolato Troppi Cicci, si racconta l’esilarante disavventura di una mamma alle prese con un gran numero di figli cui ha avuto la pessima idea di dare lo stesso nome, nel secondo, intitolato Che paura!, si narra di uno stranissimo incontro… Buona lettura a tutti.

Gli Snicci Stellati sulle pance hanno stelle. Gli Snicci Comuni hanno solo la pelle. Non son stelle grandi, ma piccine abbastanza da farti pensare che non hanno importanza. Ma, per queste stelle, gli Snicci Stellati giravano in spiaggia a becchi levati, fiutando e sbuffando: “noi siamo GLI SNICCI, quegli altri, i Comuni, sono solo posticci!”. E se li incontravano, nella passeggiata, andavano oltre senza neanche un’occhiata.

Estinta innocenza

14 Lug
Mathias Énard, Zona, Rizzoli

Mathias Énard, Zona, Rizzoli

La Zona è ovunque persone abbiano ucciso altre persone; ovunque massacri siano stati compiuti, ovunque sangue sia stato sparso, ovunque gli dei antropofagi dell’odio e del furore si siano saziati di carne umana, ovunque il sole nero ed eterno della morte, dello sterminio, dell’annientamento sia sorto, sventrando le viscere della terra, figlio degenere dell’universale, implacabile volontà d’uccidere, per non tramontare più. La Zona è una mappa e un calendario; è un luogo, o molti luoghi diversi; è un punto da indicare col dito, un’area su cui stendere la mano attraversata da confini, abitata, punteggiata da città e villaggi, disegnata da paesaggi volta a volta anonimi o splendidi, e nel medesimo tempo è ogni angolo di mondo, le sue estreme periferie e i suoi centri nevralgici, le città ultramoderne e i teatri di guerra che hanno fatto la storia; ed è un fitto elenco di date, un cavalcare di secoli e di millenni, un fluire, uno sgorgare di sangue e di battaglie, conflitti, guerre, sfide, e insieme un tempo unico, sempre uguale a se stesso, un’eternità atroce che senza sosta si insegue, un oscuro gioco di massacri per il quale non esiste termine. Zona, la Zona, splendido e travolgente romanzo di Mathias Énard (In Italia pubblicato da Rizzoli nella magnifica traduzione di Yasmina Melaouah), è il ritratto di Dorian Gray del piagato e cupo spirito di Francis Servain Mirkovic, protagonista e voce narrate dell’opera, uomo tradito da se stesso, soldato nella ex Jugoslavia scarnificata dalla guerra civile, e poi spia, trafficante d’armi, confidente di assassini, torturatori e criminali di guerra, collezionista di confessioni e segreti innominabili, mercenario, doppiogiochista, pallido e pavido archivista di documenti scottanti pronti per essere venduti al miglior offerente, memoria oscena dell’abissale crudeltà umana. A bordo di un treno partito da Milano e diretto a Roma, Mirkovic, come in un sogno allucinato, ricorda il proprio passato e quello di chi gli è stato accanto; l’odore di terra delle trincee di Croazia mescolato al fetore dei corpi falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle mine, ridotti a brandelli dai colpi di mortaio, dai cannoni dei carri armati, e il terrore primitivo delle vittime della guerra, identico a quello provato in ogni guerra; il pianto inutile, muto, delle donne, delle madri e delle mogli di chi va a combattere, le lacrime, lucenti come stelle, di Andromaca che accompagnano Ettore, domatore di cavalli, al suo ultimo scontro con il furente Achille piè veloce dinanzi alle mura della superba Ilio, risoluta a non cadere in mano agli Achei dalle scintillanti armature; le urla, soffocate dal gelo, dagli spari, dall’abbaiare degli ordini dei soldati tedeschi di Hitler, dalle risa stridule degli ufficiali, pronti a tutto pur di soddisfare il loro invincibile Führer, disposti a qualsiasi cosa pur di dare linfa al Reich millenario, delle ebree di ogni età, costrette a subire la peggiore delle violenze, il distacco forzato dai propri figli, prima di venire ammazzate sul posto, spazzate via come ostacoli disseminati su una strada che è necessario sgomberare al più presto; le sterili maledizioni pronunciate a mezza voce, nella povertà scandalosa di Gaza, tra le macerie di Beirut, dalle femmine di Palestina, donne guerriere la cui esistenza somiglia a quella di un acrobata che cammina avanti e indietro lungo un filo teso tra la morte e la vita: palestinesi che combattono con il ventre, sfornando figli che saranno milizia e martiri suicidi da lanciare contro lo Stato di Israele, contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei, e dopo aver partorito riprendono in mano il fucile e sparano, sparano all’impazzata, in attesa che altro seme le inondi, che altra vita riprenda a palpitare dentro di loro; i lamenti dimenticati dalla storia delle armene, sorelle, consorti e genitrici di un popolo cancellato dalla furia turca. Mirkovic, studioso del passato, amante della storia, egli stesso tassello della storia degli uomini e dei popoli nel martoriato fazzoletto balcanico, ricorda e sogna, ripensa e immagina, cataloga e ricostruisce; e nelle sue coordinate di lucido delirio quel che emerge è l’assoluta assenza di innocenza: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno osa scagliarla, ma tutti, in ragione di un torto subito chissà quanto prima e chissà da chi, e per opera di chi, scagliano se stessi contro il proprio nemico; così, tutto quel che è accaduto, il mito studiato con tanto entusiasmo a scuola così come i fatti, i morti uccisi dall’ira degli dei o dalla spada santa degli eroi, come i soldati consumati dal freddo, dalla fame o da ordini insensati, si fanno tutt’uno, un unico fiume rosso di sangue in cui niente più si distingue a parte la morte, una sola corrente dove il sacrificio di vite umane compiute in nome di Zeus è lo specchio dell’attentato suicida perpetrato per conto di Allah, della pulizia etnica inflitta dagli ortodossi ai cattolici, dai cattolici ai musulmani e da questi ultimi a entrambi, in un folle, catastrofico girotondo, delle città di infedeli purificate a fil di spada nel nome benedetto della Croce.

Inspiegabilmente paragonato a Le benevole di Jonathan Littell (inconsistente e narcisistico esercizio di stile che poco ha a che fare con la scrittura e ancor meno con la letteratura), Zona, al contrario del pessimo e disonesto lavoro di Littell, è un romanzo di rara intensità e potenza. La scrittura di Enard, di ipnotica bellezza e sempre straordinariamente evocativa, ha la fluidità e il respiro dell’oceano; sussurra instancabile il suo sofferto canto di sirena mentre disegna il nostro tragico destino di angeli caduti.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Tutto è più difficile nell’età adulta, tutto suona più falso un po’ metallico come il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra ci rimandano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, viaggiamo con molte cose, un bambino che non abbiamo tenuto una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino alle nevi che guardiamo sciogliersi, dopo l’inversione della corrente del golfo preludio della glaciazione stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere a Milano ho perso l’aereo.

Il nuovo, oscuro mondo

10 Lug
Jean-Yves Mitton, L'Impero Azteco - I presagi di Montezuma, Mondadori

Jean-Yves Mitton, L’Impero Azteco – I presagi di Montezuma, Mondadori

Gennaio 1525, Villa Rica de la Vera Cruz, porto della Nuova Spagna sulla costa orientale del Messico. Nel pieno della conquista del Nuovo Mondo da parte dell’esercito di Carlo V di Spagna, un anziano frate è inviato dalla Santa Inquisizione per esaminare il caso della misteriosa Marianna di Oaxaca, Doña d’España dell’Ordine della Santa Croce, Mayor de la Primiera Armada del capitan Cortés: il buon padre Enrico Segura deve confessarla, in preparazione al processo inquisitorio. Tocca a lui dunque ascoltare il terribile racconto della sventurata Maiana Xochitla, nata contadina nel Messico meridionale, catturata come schiava dall’imperatore Montezuma II e sottoposta a ogni genere di torture e tragedie, per poi divenire con la sua astuzia l’amante dell’imperatore stesso e, in seguito, la favorita di Cortés, comandante dei conquistadores, venire ribattezzata con un nome cristiano e ora accusata di stregoneria e di altre nefandezze. Per scoprire che non tutto è come sembra… Jean-Yves Mitton scrive e disegna un impressionante affresco, ambientato durante la fase terminale dell’Impero Azteco: il lettore può seguire con padre Segura una doppia vicenda, quella in flashback, raccontata dalla fanciulla in catene, e quella in diretta, con gli intrighi del bieco Don Francisco de Las Felibres, vescovo di Vera Cruz. Agli orrori vissuti dalla giovane india per mano dell’imperatore pazzo Montezuma II – vittima delle sue angoscianti superstizioni e di una religione sanguinaria, con terrificanti sacrifici umani di massa – fanno da contraltare altri orrori, quelli dei conquistadores spagnoli, accecati dal miraggio dell’Eldorado e da una applicazione cinicamente strumentale della propria fede.

Attorno a questo doppio binario, l’autore riesce anche a dipingere molte figure secondarie, che aiutano ad entrare nell’atmosfera dell’epoca: dal giovane indio Tochtli, fidanzato di Maiana, al laido Culhu, giullare di corte di Montezuma e sua anima nera; dal maldestro frate Tancredi al pavido padre priore. Tutto questo è magistralmente illustrato dall’elegante tratto di Mitton (un passato anche tra i super-eroi, ma soprattutto una lunga carriera sul Fumetto di genere storico), di stile certamente molto classico, che non si fa intimidire dalle immagini panoramiche sulle architetture azteche, dalle tavole con le moltitudini di combattenti, né dalle scene più turpi, di sesso, sangue e violenza, mai gratuite o eccessive, sempre funzionali alla vicenda. Per farla breve, siamo davanti ad un volume che si legge d’un fiato (purtroppo non autoconclusivo, toccherà dunque attendere la prossima uscita), che siamo ben lieti di fregiare della nostra Sbam-coccarda SSGF (Signore e Signori, questo è Grande Fumetto). Nota tecnica: l’opera originale risale al 1997-2000, edita oltralpe da Glenat col titolo di Quetzalcoatl. 

(Antonio Marangi)

Homo homini lupus

4 Lug
Henning Mankell, Il cinese, Marsilio

Henning Mankell, Il cinese, Marsilio

Svezia, un piccolo, anonimo villaggio. Il nome del luogo è Hesjövallen, è il 13 di gennaio del 2006. Il freddo, intensissimo, sembra essere ovunque, come il silenzio, un silenzio innaturale, minaccioso. Spinto dalla fame, guidato dall’istinto, un lupo raggiunge l’abitato; a muovere i suoi passi non è la prudenza ma la disperazione. L’animale sa che tutt’intorno a sé ci sono uomini e che dovrebbe tenersi a distanza di sicurezza da loro, tuttavia qualcosa lo costringe ad avanzare, qualcosa che non è semplicemente bisogno di cibo. C’è odore di sangue in quel villaggio, e il lupo l’ha sentito; “l’odore del sangue è vicino, il lupo ne è certo. Si accuccia al margine della foresta cercando di capire da dove venga. Poi comincia ad avanzare lentamente nella neve. L’odore proviene da una delle case alla fine del piccolo villaggio. Il lupo si muove cautamente […]. Si ferma di nuovo. L’odore proviene dal retro di una casa. Rimane in attesa. Riprende a muoversi. Quando raggiunge la casa vede un cadavere. Afferra la preda pesante e la trascina verso la foresta. Non lo ha visto nessuno, nessun cane ha abbaiato. Il silenzio nella mattina gelida è assoluto. Arrivato nella foresta il lupo comincia a mangiare. La carne non è congelata. Non fa fatica. Ha molta fame. Dopo avere staccato a morsi uno scarpone, attacca la caviglia”. Comincia così, nell’assoluta, terrificante assenza dell’elemento umano (che dopo poche pagine, inevitabilmente, riprenderà il sopravvento, portando con sé il lettore in un viaggio d’incubo segnato da atroci sofferenze e implacabili vendette), Il cinese di Henning Mankell, giallo complesso, intricatissimo e ambizioso che guarda alla ricchezza del romanzo storico e la intreccia a una rigorosa analisi politico-sociale del presente. Quasi sentisse la necessità di mettersi una volta di più alla prova come autore (non solo come giallista ma come narratore tout court), lo scrittore svedese, noto in tutto il mondo per aver dato vita al commissario di polizia Kurt Wallander, sostituisce il suo celebre personaggio con un mosaico di fatti e persone; egli dunque in qualche misura rinuncia a un protagonista, a una figura centrale, per mettere la storia al centro della narrazione, una storia che ha inizio con il ritrovamento di diciannove cadaveri. Lo sgomento e l’orrore causati dalla scoperta lasciano ben presto il posto alla necessità di agire; è necessario trovare il responsabile del massacro, ed è necessario farlo al più presto, ma è proprio qui che le cose si complicano, perché la pista più accreditata, secondo la quale un eccidio di queste proporzioni non può che essere opera di un pazzo, si rivela inconsistente. Chi è stato, allora? Chi può aver fatto una cosa del genere? E perché?

Nella ricostruzione del movente, le cui radici si perdono nel tempo ma non nella memoria, e i cui segreti, seppur taciuti, o rivelati a pochi, tormentano come rimorsi, emerge la figura del giudice Birgitta Rosling; a lei, ma soltanto in parte, tocca il ruolo che in una lunga serie di romanzi è stato di Wallander, perché Rosling si ritrova sì a investigare sul tremendo fatto di sangue avvenuto a Hesjövallen, ma come parte in causa, non nelle neutri vesti di inquirente. I genitori adottivi di sua madre, infatti, risultano tra le persone uccise, e questo convince il giudice (il cui giuramento, tratto dall’Ordinamento giudiziario svedese, Mankell pone al principio del romanzo, per sottolineare con forza l’incolmabile distanza esistente tra la lettera della legge e la sua applicazione, sempre viziata dal fattore umano, poco importa che a muovere le persone siano le migliori intenzioni, il personale “senso” di ciò che è giusto e di ciò che non lo è: “Io […] giuro sul mio onore […] di non distorcere mai la legge o favorire ingiustamente qualcuno per via di parentela, amicizia, invidia, malevolenza o interesse […]. Tutto questo io voglio e manterrò fedelmente, come giudice onesto e leale”) a cercare la verità. E la verità, che erroneamente si crede celata dal trascorrere degli anni, è invece scritta a lettere di fuoco nelle conseguenze delle scelte degli uomini, nei loro peccati, che come eco maligna del peccato originale si trasmettono di padre in figlio, diventano eredità di generazioni, e ogni generazione contaminano e avvelenano finché il canto di sirena della vendetta, della rivalsa, della resa dei conti non riesce a far tacere ogni altra voce, finché su ogni altra ragione non prevale quella del sangue.

Tumultuoso nel suo procedere, ricco di colpi di scena come d’umanità e di pietà, lucido nella rappresentazione dell’oggi tanto quanto è puntuale nella descrizione del passato, Il cinese è molto più di un solido romanzo giallo. Leggetelo, non lo dimenticherete.

Eccovi L’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

Skare, freddo intenso, solstizio d’inverno. Nei primi giorni di gennaio 2006 un lupo solitario entra in Svezia dalla Norvegia attraversando il confine a Vauldalen. Un uomo che guidava un gatto delle nevi sostiene di averlo intravisto poco lontano da Fjällnäs, ma il lupo scompare nella foresta, verso est, prima che qualcuno riesca a vedere dove sta andando.

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