I foruncoli e le mammelle del merito

Recensione di “Una bellezza russa” di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov, Una bellezza russa, Adelphi

È la desolazione dell’uomo solo, privato della patria, derubato dell’odore della terra che lo ha visto nascere, dell’infinità del cielo sul quale ha spalancato gli occhi, della povertà delle case che lo hanno protetto, degli inconfondibili suoni da cui è stato cullato e che poco alla volta, giorno dopo giorno, sono divenuti la voce che egli ha donato al mondo, con la quale ha cercato di conoscerlo, provato a comprenderlo. È la tragedia di una solitudine per la quale non esiste rimedio; è lo scandalo di un abbandono assoluto, che puzza di morte, il cui vuoto incolmabile è quello di immensi campi bruciati, resi sterili dalla violenza feroce del fuoco; è il pianto liberato dinanzi a una bara aperta, quel colmare gli occhi di lacrime che non conosce comunanza e si chiude a ogni possibile comprensione; è il fallimento dell’amore come rimedio al dolore, il suo naufragio, specchio di quello esistenziale di chi sa che non potrà più rivedere il proprio Paese. Tutto questo è il filo rosso che unisce tra loro i racconti di Vladimir Nabokov pubblicati nella raccolta intitolata Una bellezza russa (in Italia edita da Adelphi nelle traduzioni di Dmitri Nabokov, Franca Pece, Anna Raffetto e Ugo Tessitore), un insieme di storie che del grande romanziere russo naturalizzato statunitense offre un profilo inedito. Quel che di questo magnifico scrittore ci hanno detto i romanzi, infatti – la sua ineguagliabile raffinatezza narrativa, la radicalità dei temi toccati, sfumata dalla perfezione della prosa ma in nulla depotenziata nella sua essenza, la filosofica circolarità dell’umorismo, tanto venato d’amarezza quanto vestito dei colori sgargianti della deformazione grottesca, via maestra per indicare il vero – qui è in buona misura messo da parte; in queste pagine a prevalere è un tono quasi dimesso, un grigiore uniforme, che è tanto nelle cose quanto nei personaggi, tanto nelle ambientazioni quanto negli interiori paesaggi dei protagonisti. Continua a leggere I foruncoli e le mammelle del merito

Le pieghe del reale e la verità perduta

Recensione di “Memorie del presbiterio” di Emilio Praga e Roberto Sacchetti

Emilio Praga, Roberto Sacchetti, Memorie del presbiterio, Mursia

Richiami manzoniani nella scelta dei luoghi e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, una struttura narrativa volutamente articolata che tuttavia rispetta con una diligenza perfino eccessiva stile e tecnica prima del romanzo d’appendice e poi del mystery, uno svolgimento sapiente della storia, che riserva non pochi colpi di scena, pagina dopo pagina cresce in tensione ma anche quando è prossima allo scioglimento finale continua a sfuggire al lettore, quasi fosse materia di un sogno, o forse di un incubo. Memorie del presbiterio, degli scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti (il primo lasciò il lavoro incompleto a causa della morte prematura, l’amico lo concluse ma non fece in tempo a vederne l’uscita in volume – il romanzo, nel frattempo, era stato pubblicato a puntate sulla rivista Il Pungolo – perché anch’egli si spense in giovanissima età, a soli trentaquattro anni), nel panorama letterario italiano occupa un posto a sé. Sembra un innocuo esercizio di scuola, elegante nella scrittura nella misura in cui lo sono gli autori ma nulla più; piacevole, coinvolgente perfino (come devono esserlo i “gialli” degni di questo nome), ma sempre a un livello poco più che superficiale, adatto – o meglio adattato – a gusti tutto sommato semplici, elementari. E indubbiamente è tutto questo, ma non è qui che il romanzo si esaurisce, è vero invece il contrario: Memorie del presbiterio si offre a una lettura immediata, a un consumo ingenuo, ma nel modo in cui racconta, nel dipanarsi progressivo della trama – che procede in parallelo con la reale scoperta dei personaggi, in principio presentati in un determinato modo e poco alla volta svelati, smascherati – affronta un tema centrale, quello della verità, della possibilità di conoscerla e di esprimerla. Continua a leggere Le pieghe del reale e la verità perduta

Sul gradino più basso

Recensione di “Storia della bambina che volle fermare il tempo” di Jenny Erpenbeck

Jenny Erpenbeck, Storia della bambina che volle fermare il tempo, Zandonai Editore

Se c’è qualcosa che ci arriva gratis, nella vita, quello è il nome. Ma in questa originale favola per adulti di Jenny Erpenbeck, intitolata Storia della bambina che volle fermare il tempo, la piccola protagonista erutta dalla penna dell’autrice già defraudata di quello che ci definisce come umani. Trovata dalla polizia di notte, con un secchio in mano è – e rimarrà – “la ragazzina” senza identità, dalla prima all’ultima riga di questo magma incandescente che si consuma fino al suo imprevedibile e sconcertante epilogo. La ragazzina dichiara di avere 14 anni, di non ricordare chi siano i genitori; è brutta, goffa e sgraziata, ma soprattutto ha un fisico enorme e abnorme per la sua età. Un corpaccione che tiene compresso e represso, per non dare nell’occhio. E che agli occhi degli altri diventa invisibile proprio in quanto ripugnante. Ma la prima a invocare l’invisibilità è proprio la ragazzina. Che vive, o meglio, si lascia vivere, nel proposito certosino di guadagnare l’ultimo posto nella gerarchia sociale, perché – si sa – il gradino più basso è il più sicuro di tutti: quello che ci garantisce che ne saremo sempre all’altezza. Quello che non occorre conquistarsi con sforzi smisurati e che nessuno, mai, ci contenderà. Eppure non c’è niente come l’umiltà e la modestia a risucchiare e attrarre la malevolenza altrui, e così ecco che la ragazzina diventa il capro espiatorio di un’intera comunità di adolescenti, imbruttiti e incattiviti dalle avversità della vita, prigionieri di un orfanotrofio. Continua a leggere Sul gradino più basso

Il buco del culo del diavolo

Recensione di “I turbamenti del giovane Törless” di Robert Musil

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, Einaudi

Romanzo di chiara impronta autobiografica, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil è un vertiginoso viaggio nell’oscurità dell’uomo, uno sguardo gettato nel caotico baratro delle sue pulsioni, dei suoi istinti, delle sue brame, della sua primordiale violenza. In quest’opera, scritta all’età di 25 anni, il futuro autore di uno dei più grandi capolavori letterari del Novecento, L’uomo senza qualità, rievoca, con impressionante lucidità, l’esperienza più drammatica della sua vita, gli anni di gioventù trascorsi, per volontà del padre, all’Accademia Militare di Mährish-Weisskirchen, da lui spregiativamente qualificata come “il buco del culo del diavolo”, ma dalla quale malgrado tutto riuscì a uscire cadetto. Irrinunciabile pilastro del sistema educativo (e della conseguente organizzazione sociale) dell’impero austro-ungarico, collegi e accademie militari erano i luoghi d’elezione nei quali venivano forgiate, secondo un rigido schema che subordinava l’insegnamento vero e proprio all’applicazione ferrea della disciplina e all’educazione alla supina obbedienza verso l’autorità, le nuove classi dirigenti della monarchia e nello stesso tempo ne rappresentavano l’eccellenza, ne riflettevano la grandezza. Continua a leggere Il buco del culo del diavolo

La cena dei cani randagi

Recensione di “La rivoluzione dei tarli” di Lucia Grassiccia

Lucia Grassiccia, La rivoluzione dei tarli, Prospero Editore

Un paese come tanti, che soffoca nella calura e guarda il mare. Un paese che è una cosa sola con coloro che ci vivono e che tuttavia resta distante, in qualche caso addirittura misterioso, le cui strade strette nessuno sa esattamente dove conducano, neppure chi abita lì da una vita intera, e ai cui angoli è facile imbattersi in un cane randagio. Un paese in cui il sonno, e tutto ciò che lo popola, è più importante della veglia, e dove le parole, quelle scambiate con apparente noncuranza al tavolo di un bar, contano più delle azioni. È in questo paese, un paese del Mezzogiorno d’Italia che ha nome Scanto, che Lucia Grassiccia ambienta La rivoluzione dei tarli, romanzo che segue il suo più che riuscito lavoro d’esordio, Elevator. In questa sua nuova fatica letteraria, dedicata alla coppia di registi e sceneggiatori Daniele Ciprì e Franco Maresco, la giovane autrice siciliana prova a misurarsi con una storia priva di confini ben definiti, dove a mescolarsi sono i sentimenti (l’amore soprattutto) e la semplicità del vivere quotidiano, ciò che è ordinario, quasi meschino, e che non offre spunti di sorta all’artistica fatica del narrare, e l’interiore tumultuare dei cuori e delle anime, che non conosce requie e non trova approdi. Protagonista dell’opera di Lucia Grassiccia è una famiglia di Scanto, un nucleo tanto numeroso quanto poco coeso, la cui natura liquida riverbera nelle esistenze dei singoli, ciascuno perduto, o forse imprigionato, in un proprio mondo costruito su misura. Continua a leggere La cena dei cani randagi

Una letteraria partita a scacchi

Recensione di “Le relazioni pericolose” di P.A.F. Choderlos de Laclos

Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, BUR

Il romanzo più crudele della storia della letteraturaQuesta l’impressione, fortissima, che lascia nel lettore Le relazioni pericolose, indimenticabile lavoro di P.A.F. (Pierre-Ambroise-François) Choderlos de Laclos, non uno scrittore di professione ma ben più modestamente – solo dal punto di vista letterario, s’intende – un militare, un ufficiale per essere più precisi. Spinto dall’imperante razionalismo illuminista, Chodelos de Laclos si avventura in un esperimento ardito: l’analisi scientifica di moventi e sentimenti umani. Alla stregua di un chirurgo in sala operatoria (o meglio, di un patologo al lavoro su un tavolo d’obitorio), l’autore squaderna davanti a sé, sezionandoli con impressionante freddezza, ansie, desideri di vendetta, cinici calcoli d’interesse e appassionati slanci amorosi. Quel che resta, al termine dell’operazione, non è che l’uomo nella sua squalida nudità, “animale” tra gli altri, materia ruvida, grezza, che, priva del belletto di studiati comportamenti e convenzioni imparate ad arte, ossatura del vivere sociale, sfarina tra le dita come sabbia. I tratti essenziali dell’uomo di Choderlos de Laclos non sono lo specchio deformato di quel che ognuno di noi è, sono esattamente quel che siamo, tanto nel mascheramento del vivere quotidiano quanto nei momenti in cui, da soli, guardiamo a noi stessi. Continua a leggere Una letteraria partita a scacchi

La fiabesca anima d’Irlanda

Recensione di “Fiabe irlandesi” di James Stephens

James Stephens, Fiabe irlandesi, Bur

Lo spirito di una terra e della gente che la abita. E ancora l’eco delle tradizioni, la suggestione di riti antichissimi, l’eredità preziosa della cultura, il richiamo rapinoso del folclore. Tra le pagine delle Fiabe irlandesi di James Stephens, nel delicato svolgersi della narrazione, nelle infinite sfumature del linguaggio così come nel continuo, avventuroso avvicendarsi di storie che sono patrimonio comune e condiviso di una comunità, è l’anima di un popolo a scintillare. L’incanto del mito, il richiamo orgoglioso e romantico a una memoria lontana nel tempo ma non per questo meno viva e presente, il resoconto fedele di leggende tramandate per secoli e poi, durante il Medioevo, raccolte e conservate come testimonianza degli splendori di un mondo (quello pagano) che aveva ceduto il passo al cristianesimo trionfante, rappresentano per lo scrittore irlandese il senso stesso del suo lavoro. Continua a leggere La fiabesca anima d’Irlanda

“Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Recensione di “Resteranno i canti” di Franco Arminio

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani

Per Franco Arminio l’organo della vista sono le parole, molto prima degli occhi. Le parole sanno posarsi su dettagli che fino a un minuto prima erano invisibili, illuminandoli. Nascono nel silenzio, ma ridanno voce ai paesi spopolati. Sanno di essere fragili, ma non temono ‘il lupo nascosto dietro lo sterno’. In una perenne oscillazione tra uno scrivere che cerca la vertigine e uno scrivere che dà gloria all’ordinario, Arminio si muove senza tregua tra i due poli della sua poesia: l’amore e la Terra, il corpo e l’Italia, la morte e lo stupore. Si tratta di festeggiare quello che c’è e di cercare quello che non c’è. Fedeli ai paesaggi, seguendo la strada di una poesia semplice, diretta, non levigata, questi versi sono una serena obiezione al disincanto e alla noia. La politica, l’economia, le cosiddette scienze umane, sono gomme lisce nella neve. Solo la poesia ha le catene”. Con queste parole, nel risguardo di copertina, viene introdotta la splendida, intensissima raccolta di liriche di Franco Arminio intitolata Resteranno i canti, un viaggio del cuore, dell’anima e del suolo alle radici del mondo, un tremito dei sensi scossi dalla bellezza e dal timore, accarezzati dall’attesa e dal silenzio, vivificati dai versi, dalle voci, dai sussurri, dalla perfezione intatta delle sillabe, talmente preziose da dover essere raccolte sotto la bocca, “come una donna raccoglie il seme del suo amante”. La scrittura di Arminio è un’esplosione dolce, è la quiete della gravidanza e il luminoso trauma della nascita, è l’atto irrimediabile e colmo d’amore dell’esistere, è il lacerarsi liberatorio del sacco amniotico e il pianto sbigottito del neonato di fronte alla magnificenza delle cose; poi, come attimi, come squarci, come pause, come parentesi durante le quali il fiato si raccoglie per poter continuare a parlare, a raccontare, a mostrare, a indicare, perfino a segnare a dito nell’urgenza di partecipare, condividere, essere con qualcuno e di qualcuno, ecco giungere una pienezza diversa, la tranquilla brevità di alcune lettere (Lettera della fedeltà, Lettera dalla cenere), il concentrato ordine delle riflessioni (Elogio dell’inquietudine), il sereno abbandono della confessione (Istruzioni per l’uso, dove Arminio guarda alla poesia con commossa devozione e fedeltà, e a lei fratello e amante la conduce tra le genti: “Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna leggerla anche agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia, contagiosa e capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme. È bello leggere poesia in famiglia, farne un’abitudine prima del pranzo e della cena. Oggi si celebra tanto il cibo, ma è raro che lo si preceda con un piccolo antipasto per lo spirito. E non pensiamo alla poesia come una cosa per pochi. Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesia agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche agli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata”. Continua a leggere “Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

E nessuno ne restò

Recensione di “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, Mondadori

Se siete attratti da racconti e romanzi gialli e volete innamorarvene una volta per tutte, l’autrice da leggere è senza dubbio Agatha Christie. Su di lei è stato detto talmente tanto che non provo nemmeno a scrivere qualcosa di originale. Mi limito a elencare i pregi della sua scrittura: intrecci perfetti, ottime ambientazioni, caratterizzazioni indovinatissime (e non mi riferisco ai suoi personaggi di maggior successo, come Poirot e Miss Marple, ma a tutti gli altri), humour raffinato e pungente, insuperabile tecnica narrativa. Non a caso, come ben scrive John G. Cawelti, “Agatha Christie si è meritatamente guadagnata l’appellativo di “regina del giallo” […] grazie soprattutto alla notevole ingegnosità delle sue strutture di “indagine e inganno”. Ecco un esempio: un uomo ricco e potente, commettendo un delitto nel passato, ha reso solida la sua posizione sociale. Con l’aiuto di una complice è riuscito a impedire che il delitto fosse scoperto ed è divenuto un uomo con grandi responsabilità e dalla forte influenza. La sua complice gli è rimasta fedele e insieme sono stati in grado di nascondere il loro passato e la loro relazione a tutti i loro conoscenti attuali. L’intreccio giallo ha inizio quando una persona, che conosceva il colpevole o la sua complice in un periodo precedente, entra in scena e sconvolge la situazione minacciando di svelare come stanno le cose. Il testimone del passato, senza volerlo o di proposito, mette al corrente dei fatti un ricattatore senza scrupoli il quale minaccia il colpevole e la sua complice. Essi decidono di uccidere il testimone e il ricattatore, mettendo a punto un piano ben costruito che sfrutta a pieno la capacità di travestirsi della complice. Per assicurarsi di non venire scoperti, il colpevole e la complice non solo trovano abilmente un innocente capro espiatorio, ma fanno in modo che uno di loro risulti fra le vittime designate dell’assassino […]. L’ingegnosità di questa struttura è evidente, infatti fornisce non soltanto l’espediente adatto al compimento del delitto (il travestimento) e un notevole spazio per dei diversivi, ma, cosa ancor più importante, rende anche possibile il tipico rovesciamento dei presupposti, fondamentale per uno schema basato sull’inganno che sia davvero efficace”. Prendendo le mosse da qui, non resta che un ultimo passo da fare per innamorarsi perdutamente del genere (e della Christie, naturalmente); lasciarsi conquistare dalla lettura di quel piccolo gioiello di perfezione letteraria che è Dieci piccoli indiani (in Italia pubblicato da Mondadori nella traduzione di Beata Della Frattina). Continua a leggere E nessuno ne restò

Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Recensione di “Proust per bagnanti” di Emanuele Pettener

Emanuele Pettener, Proust per bagnanti, Meligrana

C’è solo un essere più onnipotente di Dio: la madre. Madre che ci genera, impone la vita. E poi determina anche cosa sarà di noi, cosa “saremo”noi. Perché il come saremo dipende sostanzialmente dalla misura dell’amore che lei riuscirà a darci. Sarà quell’amore primitivo e originario che stabilirà che tipo di persone emotive saremo. Sempre e solo quell’amore. E tutti gli altri rapporti affettivi che si svilupperanno nel corso dell’esistenza saranno improntati al suo abbraccio, alle sue carezze e ai suoi sorrisi. E più ne avremo, più l’amore inietterà radici profonde dentro di noi, che ci salveranno da tutto. Quell’amore cieco e gratuito ci farà da scudo contro gli assalti della vita: garantirà immunità dalle cadute, suturerà cicatrici, riempirà voragini, ci guarirà dai dolori e dagli abbandoni che seguiranno. Ma quando quell’abbraccio manca, la nostra natura di esseri sentimentali si aggroviglia attorno a un’idea di amore estraneo, lontano e malato. E quelle domande sulla natura del non “amore” rimarranno sospese sulla nostra anima per sempre, investendo tutto, perfino la capacità dell’annullamento sensuale nei confronti dei nostri stessi figli. Oppure l’essere sentimentale si lancerà alla ricerca disperata di quell’amore perduto. E quella ricerca diventerà il nodo – spesso scorsoio – della sua esistenza. È una “recherche” per l’appunto proustiana, Proust per bagnanti, delizioso, piccolo romanzo di Emanuele Pettener nel quale cercare “il tempo perduto” corrisponde a immergersi nel ricordo – sempre attuale e bruciante nella vita dei protagonisti – del generatore eterno del bene e del male: la madre. Continua a leggere Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore