L’armonico stridore delle metafore

Recensione di “La pianista” di Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek, La pianista, SE

“A una prima parte, incentrata sul rapporto di Erika Kohut con la madre, segue nel romanzo la tormentata storia d’amore della donna con il suo allievo Walter Klemmer. Mentre nella prima parte la sequenza cronologica è interrotta da frequenti incursioni nell’infanzia e giovinezza di Erika – in cui, significativamente, la protagonista non è mai chiamata con il suo nome e si fa soggetto metaindividuale, definito dal pronome LEI (evidenziato tipograficamente) – nella seconda parte l’intreccio segue in modo quasi classico la peripezia del personaggio e la sua catastrofe finale […]. Sembrerebbe […] a prima vista legittima una lettura del testo in chiave psicologica e psicoanalitica. La relazione tra madre e figlia appare difatti come un modello esemplare di […] patologica relazione simbiotica; per la madre Erika è una palese sostituzione del marito (non a caso le due donne dormono nello stesso letto) su cui proiettare aspettative e frustrazioni di vita; per la figlia l’anziana signora è un’istanza irrevocabile, a cui adeguare i propri desideri e comportamenti […]. È stato tuttavia fatto notare come una simile lettura non aggiunga sostanzialmente nulla di nuovo a quanto già contenuto nel romanzo […]. Si potrebbe anzi persino essere tentati dal considerare La pianista come una parodia degli studi psicoanalitici o della letteratura di consumo sul rapporto madre-figlia […]. Ma è davvero malata Erika Kohut? Rappresenta questa donna solo un caso disperato, da rubricare negli annali della psiche femminile? […]. In realtà il romanzo non rappresenta i sintomi di un caso psichiatrico, ma i fenomeni di una dinamica sociale, nella loro dimensione linguistica […]. La brutalità del mondo «sano» dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti”. Così Luigi Reitani, nel saggio che conclude lo splendido, spiazzante, labirintico romanzo di Elfriede Jelinek intitolato La pianista (in Italia pubblicato da SE nella traduzione di Rossana Sarchielli), analizza il lavoro dell’autrice austriaca (premio Nobel per la Letteratura nel 2004) confrontandolo con l’omonima riduzione cinematografica diretta da Michael Haneke e premiata a Cannes nel 2001. Cos’è, esattamente, La pianista, si chiede Reitani? E nel provare a rispondere al quesito avanza in primo luogo spiegazioni negative, individuando quel che il romanzo non è e sottolineando come il testo, fin dalle primissime righe, tenda a nascondersi, a celare se stesso. Amante delle sperimentazioni, Jelinek infatti costruisce una storia che nella sua semplicità quasi disarmante (una figlia non più giovane, divorata da una madre che non le ha mai concesso di realizzare se stessa come persona autonoma, si scinde per non soccombere; è una inflessibile e inavvicinabile docente di pianoforte e una figlia fedele e nello stesso tempo, o meglio nel poco, pochissimo tempo che riesce a sottrarre all’instancabile vigilanza della mamma, è un magmatico, elettrico scontrarsi di pulsioni che la portano ad amare e odiare il proprio corpo di donna, a bramare e rifiutare il proprio essere donna, a soddisfare gli appetiti della carne umiliando se stessa attraverso il più scadente voyeurismo; un giorno, questo essere incompleto, sofferente e teso verso una libertà che fatica persino a concepire e che desidera tanto quanto teme, deve affrontare il corteggiamento sempre più aperto e spavaldo di uno dei suoi migliori allievi, il giovane e avvenente Walter Klemmer) si avvita in un incessante gorgo di metafore, similitudini, giochi espressivi, citazioni mascherate, ghignante sarcasmo, e in questo modo muta forma quasi a ogni pagina, rendendo ardua la messa a fuoco della sua protagonista, dell’insegnante Erika perduta dentro se stessa.
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Il vasto territorio dell’antiromanzo

Recensione di “La donna del tenente francese” di John Fowles

John Fowles, La donna del tenente francese, Mondadori

Inghilterra, 1867, una storia d’amore. In estrema sintesi, La donna del tenente francese, uno dei più noti romanzi di John Fowles, pubblicato nel 1969, è tutto qui. Uno straripare di sentimenti, un acuto dramma passionale che si consuma in un’età che tutti crediamo di conoscere, quella vittoriana, nella quale a prevalere sui moti del cuore sono la rigorosa obbedienza al dovere e il supino, militaresco ossequio alle convenzioni sociali. Ma è davvero questo l’Ottocento inglese? Non è piuttosto qualcosa di assai diverso da ciò che siamo soliti figurarci, per esempio “un’epoca nella quale la donna era sacra [ma] si poteva comprare una ragazza di tredici anni per poche sterline, o pochi scellini se la si voleva soltanto per un’ora o due?”. Era davvero pudicizia estrema nelle forme, nei discorsi e nella condotta l’Ottocento di Sua Maestà Vittoria e non invece un’età “nella quale si costruirono più chiese che in tutta la precedente storia del paese [mentre] a Londra una casa su due era un bordello?”. Siamo certi fosse la stagione delle virtù vissute, incarnate, sposate e non una lunga, contraddittoria e scomposta parentesi nel corso della quale “la santità del matrimonio (e della castità prematrimoniale) era esaltata da ogni pulpito, in tutti gli editoriali e nei pubblici comizi [e nello stesso tempo quella in cui i] grandi personaggi pubblici – dal futuro re in giù – conducevano una vita assolutamente scandalosa?”. E ancora quella che vide “gradatamente umanizzato il sistema penale [ma dove tuttavia] la flagellazione era talmente diffusa che un francese cercò seriamente di dimostrare che il marchese De Sade dove essere d’origine inglese?”. E dove, se ancora non bastasse, “il corpo femminile era più che mai celato a occhi indiscreti, e i meriti degli scultori erano valutati in base alla loro capacità di scolpire donne nude?”. Nel chiedersi – e soprattutto nel chiedere retoricamente al lettore tutto questo, superata ormai la metà del romanzo e a vicenda quasi del tutto raccontata – John Fowles chiude il cerchio di un’opera non comune per fascino e originalità, nella quale il rispetto delle regole del romanzo (e all’interno di esso, quale specie di un genere, del prodotto letterario vittoriano inglese, di cui sono impeccabile espressione la puntualità della ricostruzione d’ambiente e la precisione del disegno dei personaggi, dai protagonisti fino alle comparse) si fonde con una studiata decostruzione dell’idea stessa di vicenda narrata.
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Un libro con Giancarlo

Recensione di “Un ragazzo normale” di Lorenzo Marone

Lorenzo Marone, Un ragazzo normale, Feltrinelli

Giancarlo Siani, giornalista pubblicista de ‘ll Mattino’, è stato ammazzato dalla camorra sotto la sua abitazione, nel quartiere residenziale del Vomero, il 23 settembre 1985. Per rendergli giustizia e capire il perché del suo assassinio ci sono voluti dodici anni e tre pentiti. Nel 1997 la Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i fratelli Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio e Ciro Cappucci e Armando Del Core come esecutori materiali. Nel suo articolo apparso sulle colonne de ‘ll Mattino’ il 10 giugno dell’ottantacinque, Giancarlo arrivò a ipotizzare che l’arresto del boss Valentino Gionta fosse stato possibile grazie a una soffiata della famiglia Nuvoletta, alleata dei Corleonesi di Totò Riina che erano interessati a spodestare il boss Gionta per porre fine alla guerra con il clan dei Bardellino. Siani si tirò contro le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra, passavano come ‘infami’, e ne fu sentenziata, perciò, la morte. L’organizzazione del delitto richiese circa tre mesi, durante i quali furono eseguiti appostamenti e perlustrazioni della zona da parte dei sicari […]. Questi sono i fatti. Il romanzo, però, non è e non vuol essere un resoconto degli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, né si propone il compito di rivelare verità o aneddoti privati. Non è un libro su Giancarlo insomma, ma un libro con Giancarlo”. Lorenzo Marone, autore del delicato e bellissimo Un ragazzo normale (Feltrinelli), spiega così il suo romanzo, un omaggio timido a un giovane giornalista che aveva scelto di non chiudere gli occhi narrato in toni innocenti, quasi fiabeschi, attraverso la mediazione di un’età unica, quella della preadolescenza. Protagonista del lavoro di Marone, infatti, è il dodicenne Mimì, figlio dei custodi di uno stabile al Vomero, costretto nei due locali della portineria oltre che con mamma e papà, con la sorella Beatrice, di sei anni più grandi, due nonni e un cane. Povero ma tutt’altro che infelice, appassionato di letteratura, scienza, di ogni cosa che abbia a che fare con il sapere e la cultura, attratto dall’eloquenza, dal buon parlare, da un ricco vocabolario da sfoggiare in famiglia e con gli amici, Mimì è una specie di curiosa eccezione nel suo quartiere. Un ragazzo normale, certo, un ragazzo come tanti, ma nello stesso tempo qualcosa di diverso, una persona cui il calcio interessa poco, che comprende a fatica il delirio di gioia che travolge la città (e i suoi cari) all’annuncio dell’acquisto di Maradona, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, da parte del Napoli; un ragazzo il cui migliore amico è il figlio di salumiere ma che ai giochi in strada ama alternare esperimenti (nonché esercitarsi nella trasmissione del pensiero). E infine un ragazzo che si innamora perdutamente di una giovane che a fatica si accorge di lui, una fanciulla bellissima e benestante, quasi inavvicinabile e che pure Mimì in qualche misura, a prezzo di enormi sforzi, riesce a raggiungere. Merito delle parole, delle parole contenute nelle pagine dei libri.
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La Repubblica (estiva) delle lettere

Agosto tra le pagine

Qualche titolo (pochi) che spero possa servirvi per scegliere le letture estive. Le ragioni della selezione stanno nelle recensioni, cui, libro per libro, vi rimando. Grazie a tutti e buona lettura!

  1. Cormac McCarthy, Suttree Einaudi (la recensione la trovate qui
  2. Angela Carter, Il vuoto attorno Corbaccio (la recensione la trovate qui)
  3. E.L. Doctorow, Homer & Langley Mondadori (la recensione la trovate qui)
  4. Vintila Horia, La settima lettera BUR (la recensione la trovate qui)
  5. Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino Guanda (la recensione la trovate qui)
  6. Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete Adelphi (la recensione la trovate qui)
  7. Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà Sellerio (la recensione la trovate qui)
  8. Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre Il Saggiatore (la recensione la trovate qui)
  9. Edward Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf? Einaudi (la recensione la trovate qui)
  10. Cami, Le avventure di Lufock Holmes Sellerio (la recensione la trovate qui)

Güero

Recensione di “Le strade di Laredo” di Larry McMurtry

Larry McMurtry, Le strade di Laredo, Einaudi

Joey Garza è un criminale. Un bandito inafferrabile che si muove lungo il confine tra Messico e Texas senza che nessuno quasi riesca a vederlo, rapina i passeggeri dei treni e uccide a sangue freddo chiunque gli capiti a tiro. Joey Garza è giovanissimo, è messicano ed è un güero, un uomo dalla pelle quasi bianca; è figlio di una donna bellissima, Maria, che ha avuto quattro mariti (uno dei quali hai venduto Joey agli Apache, facendo quasi impazzire di dolore la moglie) e, oltre a lui, altri due figli, Rafael, ritardato mentale, e Teresa, che dalla mamma ha ereditato la bellezza ma che è venuta al mondo cieca, Maria ama tutti i suoi figli allo stesso modo; cerca di proteggere Teresa e Rafael perché loro, a differenza di Joey, sono deboli e hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro, ma per tutti e tre prova il medesimo affetto. Joey però non ama sua madre, la odia, la vorrebbe vedere morta, anzi vorrebbe ucciderla lui stesso, così come vorrebbe uccidere i suoi fratelli, che per lui non sono niente; Joey odia sua madre perché la considera una puttana: l’ha vista giacere con i suoi mariti e ha trovato disgustose, indegne di una donna (di una qualsiasi donna non sia una puttana, che merita solo la peggiore delle morti per ciò che è, per quel che si è ridotta a essere) le cose che faceva. Così Joey Garza decide di abbandonare la sua famiglia e di uccidere; sa farlo, può farlo, è il migliore in quello che fa. Uccide, e nel farlo afferma se stesso, la sua superiorità, la sua infallibilità; uccide, e a ogni morte si avvicina a quella finale, quella che sogna da sempre, quella che infliggerà a Maria, Rafael e Teresa. È in questo cupo scenario di disperazione che Larry McMurtry ambienta il bellissimo e straziante Le strade di Laredo (in Italia pubblicato da Einaudi nella sontuosa traduzione di Margherita Emo e Cristiana Mennella), degno seguito del suo indimenticabile capolavoro, Lonesome Dove (la cui recensione trovate qui).
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Una qualsivoglia categoria letteraria

Recensione di “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi

Alzi la mano che è a conoscenza del fatto che ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in pronto soccorso, in seguito a castrazione autoinflitta, tra i dodici e in ventiquattro maschi adulti (dati dell’Accademia americana per la medicina d’emergenza). Ancora, si faccia avanti chi ritiene di dover annoverare come Grande (maiuscola d’obbligo) narcisista letterario, uno dei più grandi romanzieri contemporanei americani: Philip Roth. Proseguiamo: c’è qualcuno che pensi sia impossibile spiegare perché e in che modo Kafka sia comico? E che voglia dare ragione di questa impossibilità? Motivarla? O che abbia le spalle abbastanza larghe per gettarsi in una disputa lessicografica (sulla lingua inglese, ma per certi versi applicabile a ogni lingua), conscio del fatto che legati alla lessicografia ci sono questioni ideologiche e politiche di portata straordinaria? Oppure che se la senta di riflettere sulle implicazioni etiche (e non solo) di una dieta non vegetariana (magari partendo, perché siamo sempre negli Stati Uniti d’America, dal frequentatissimo Festival dell’aragosta del Maine)? In una parola, a chi potrebbe venire in mente di scrivere un saggio, o meglio una serie di saggi, o meglio ancora un insieme di appunti sui più diversi argomenti, sui più disparati temi, e poi organizzarli in tutto organico il cui denominatore comune non deve essere cercato nella molteplicità dei temi trattati, bensì nel modo di affrontarli, nella capacità di porsi le domande giuste (intese come le più interessanti, quelle davvero ineludibili, che vanno al cuore della questione) su ciascuno di essi al solo scopo di donare proprio le domande, i quesiti, i dubbi (e non, come ci si aspetterebbe, le possibili risposte) al lettore? A David Foster Wallace, uno dei più originali e intelligenti scrittori contemporanei, romanziere di assoluto talento che, a parere di chi scrive, riesce a dare il meglio di sé in qualcosa che romanzo non è. E infatti la raccolta di saggi (definizione non inesatta ma neppure del tutto soddisfacente) Considera l’aragosta, che oltre a quanto appena elencato si occupa della tragedia dell’11 settembre 2001, di John McCain e della sua campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca nel 2000, di Fedor Michailovic Dostoevskij, del fenomeno delle talk radio, della biografia dell’ex campionessa di tennis Tracy Austin (e delle biografie dei grandi atleti in genere), è tutto fuorché un romanzo senza essere un saggio, né uno zibaldone di pensieri sparsi, né una semplice raccolta di scritti, né qualcosa di inquadrabile in una qualsivoglia categoria letteraria.
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Il bianco e il nero

Recensione di “Terra di sangue” di Karin Brynard

Karin Brynard, Terra di sangue, E/O

Sudafrica. Huilwater è una delle tante fattorie ancora in mano alla popolazione bianca. L’apartheid, l’odiosa politica di segregazione razziale praticata ai danni della maggioranza nera del Paese è ormai una pagina di storia, ma le sue ferite, i suoi traumi, la scia di odio e la sete implacabile di vendetta che ha lasciato dietro di sé è ben più di una presenza, ben più di una minaccia, nelle città, nelle campagne, tra la gente. Così, sconvolge, agghiaccia, ma non sorprende (non del tutto, almeno) un duplice omicidio (l’ennesimo) compiuto in una fattoria non lontana dall’arido splendore del deserto: una donna bianca, un’artista, una pittrice di talento conosciuta e amata e la sua giovanissima figlia adottiva, assassinate in maniera brutale, terrificante, umiliate dalla mano che ha tolto loro la vita, oscenamente messe in posa come fossero elementi di una raccapricciante “messa in scena”. Si apre così, con la nudità feroce della morte, Terra di sangue, il serrato, travolgente thriller di Karin Brynard, in Italia pubblicato dall’editore E/O nella traduzione (dall’inglese, in origine il romanzo è stato scritto in afrikaans) di Silvia Montis. Protagonista indiscusso del romanzo è l’ispettore (bianco) Albertus Markus Beeslaar, la cui rappresentazione, pur non risparmiando ai lettori qualche cliché di troppo (come per esempio l’immancabile dolorosissimo passato, che causa al solerte e coraggioso poliziotto incubi e devastanti attacchi di panico), restituisce un personaggio credibile, complesso, le cui contraddizioni non hanno nulla di artificioso, senza dubbio intelligente ma per fortuna privo di quel genio infallibile e irritante (proprio per la sua intrinseca perfezione) che è caratteristica quasi universale degli investigatori letterari (specie se dilettanti). E forse proprio perché non si esercita a risolvere casi per fuggire la noia ma per la ben più prosaica ragione che viene pagato per farlo, Beeslaar al proprio arco non ha che le frecce che può vantare un qualsiasi coscienzioso lavoratore: serietà, tenacia, volontà, un rigoroso metodo di indagine e uno spiccato senso della giustizia.
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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una. 1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di origini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.
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L’intuizione del bene

Recensione di “Etica” di George Edward Moore

George Edward Moore, Etica, Franco Angeli

Se una cosa è intrinsecamente buona, la sua esistenza è sempre da considerarsi positiva, anche nel caso in cui la cosa intrinsecamente buona esistesse nel più completo isolamento. Ma cos’è l’intrinsecamente buono? Secondo quanto dichiara il filosofo George Edward Moore nel breve e denso saggio intitolato Etica (in Italia pubblicato da Franco Angeli nella Collana di Filosofia con traduzione e introduzione di Maria Vittoria Predaval Magrini) è un’esperienza che vale la pena di essere vissuta per se stessa. Ed è proprio sul concetto di intrinsecamente buono che si fonda questo lavoro, pubblicato nove dopo i Principia Ethica (1903), il cui oggetto d’indagine – che è anche, a giudizio di Moore, il fine di ogni dottrina morale – è la “ricerca generale su cosa sia bene”. Come deve essere, però, questa ricerca? O detto altrimenti, esiste, nel pensiero etico di Moore, una dimensione prescrittiva? La ricerca generale di cosa sia bene si conclude con l’indicazione di norme da seguire affinché il bene divenga qualcosa di concreto, si faccia condotta buona, o comunque le include, oppure viaggia su un binario completamente diverso? Nel citare il Moore dei Principia Ethica, Predaval Magrini risponde a queste domande dapprima affermando che “non è compito del filosofo il consiglio o l’esortazione morale” e poi distinguendo, proprio sulla base di quanto riportato tra etica scientifica ed etica pratica, “con l’attribuzione”, scrive, “di un’assoluta priorità alla prima”. Etica scientifica, dunque; morale come conoscenza; ma anche in questo caso qualche domanda è d’obbligo: qual è la conoscenza propria della sfera del bene? La conoscenza scientifica? Un altro genere di conoscenza? E quest’ultimo caso, quale? Di nuovo, le risposte si trovano nella ricca introduzione al volume; scrive infatti Maria Vittoria Predaval Magrini: “È […] motivo dominante di tutti i Principia Ethica che i metodi e i procedimenti della conoscenza scientifica, tradizionalmente intesa, non possano essere di nessuna utilità in campo etico e che anzi costituiscano un ostacolo alla conoscenza del bene […]. Quel tipo di conoscenza peculiare che è dunque la conoscenza etica si presenta in Moore come una conoscenza di carattere intuitivo relativamente alla conoscenza del bene in sé, che per essere una proprietà non naturale, che è ma non esiste nel tempo, e per la sua semplicità, per il fatto che non è divisibile in parti, non è definibile, può essere soltanto intuito […]. Le proposizioni che riguardano la conoscenza del bene in sé, i giudizi etici, sono sempre proposizioni sintetiche, nel senso kantiano che Moore assegna al termine, e devono essere universalmente vere, mentre i giudizi relativi alla condotta sono in genere giudizi causali, e non sono mai universalmente veri perché considerano gli effetti delle azioni in rapporto alle circostanze delle azioni stesse che sono soggette a mutare nel tempo. Ciò che è buono in sé, ciò che è dotato di valore intrinseco, è per Moore assolutamente incondizionato”.
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“Non c’è felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese”

Recensione di “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori

Se l’arte è vita, se fra loro c’è piena coincidenza, se letteratura e musica, disegno, scultura, studio persino (inteso come tensione verso ciò che non si conosce e si cerca di comprendere, dunque di possedere) sono vita, la vita e non una semplice parte di essa quale spazio abita l’atto creativo? Come lo si distingue da tutto il resto? Che significato hanno le cose che da quello slancio prendono vita? Qual è l’esperienza vera, autentica che permette di separare ciò che si incontra grazie alla mediazione del gesto artistico da quel che si prova davvero? E dove si colloca? In cosa sono differenti una scena d’amore e un atto d’amore? Per quale ragione dovrebbe avere più slancio una cosa detta di una cosa scritta o dipinta? Per Madeleine Hanna, laureanda in letteratura per la più semplice delle ragioni, “perché amava leggere”, protagonista del bel romanzo di Jeffrey Eugenides La trama del matrimonio, tutte queste domande, che avrebbero potuto far parte della sua tesi, essere discusse in una più ampia analisi sul romanzo vittoriano (la sua grande passione) si fanno travolgente (e sconvolgente) realtà nel momento in cui conosce Leonard Bankhead a un corso di semiotica, materia cui decide di avvicinarsi non perché attratta ma per il motivo esattamente opposto; per il fatto che sembra essere l’unica, nella sua università, a non subire il fascino di quella disciplina rivoluzionaria, il cui compito sembra essere svuotare di significato tutto ciò che per Madeleine ha un senso ben preciso: le storie che i romanzi raccontano. Leonard è un ragazzo esageratamente brillante; dalla sua ha un’intelligenza non comune, un eloquio raffinato e una notevole avvenenza; è uno scienziato (o vorrebbe esserlo), e come se non bastasse è perfettamente a suo agio con la semiotica, proprio come Madeleine lo è con le trame di Jane Austen. Inevitabile, dunque, che lei si senta attratta da quel giovane, fino a innamorarsene. Quel che Madeleine ignora, però, quel che la letteratura non le ha mai detto, è che Leonard è malato, soffre di acute crisi maniaco-depressive, ed è con queste esplosioni di follia (che comprendono, tra le molte manifestazioni, iperattivismo, apatia, drastico calo del desiderio sessuale, picchi di sfrenata attività sessuale, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, irrequietezza, mutismo, logorrea, trascuratezza nella cura di sé e naturalmente pensieri di morte, che possono da un momento all’altro tramutarsi in azioni concrete) che lei deve vedersela, dapprima in una relazione in apparenza uguale a milioni di altre e poi, al termine di un periodo terribile, dal quale Leonard riesce a uscire (seppur solo temporaneamente) grazie a un azzardo tanto geniale quanto pericoloso, quando decide di accettare la sua proposta di matrimonio.
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