Le spietate intemperie del linguaggio

20 Set
Don DeLillo, Great Jones Street, Einaudi

Don DeLillo, Great Jones Street, Einaudi

Un luogo e un non-luogo, una realtà e il suo contrario, ma anche una iperrealtà, uno spazio non identificabile eppure concreto dove si incontrano, compenetrandosi, le prospettive impossibili di incubi generati da un’immaginazione vertiginosa e insaziabile e i quotidiani orrori figli della peste oscura e onnipresente della modernità, le logiche predatorie di un presente che odora di fogna e Medioevo e le fughe impazzite, incoerenti, sature di ogni possibile follia, di chi non riesce a pensare ad altro che a sopravvivere. Questo spazio, questo esserci allo stesso tempo corporeo e metafisico, questo ente che sembra pensabile solo secondo categorie filosofiche e nonostante ciò risulta abitabile, capace di ospitare la vita (e finanche di proteggerla) nella sua scandalosa nudità, nel gelido disordine del nulla che custodisce senza neppure averne coscienza, ritagliato lungo gli imperfetti contorni di un trascurato monolocale newyorkese, è il centro di gravità di Great Jones Street, labirintico e scintillante romanzo di Don DeLillo denso di violentissima ironia, travolgente come la furia cieca delle Erinni e sterile e impotente come le cristalline verità di Cassandra, destinate ad appassire, ignorate dal mondo, sulle sue labbra maledette dal Dio. DeLillo narra freneticamente, vorticosamente, costringendo la sua scrittura, il suo stile magnifico e lussureggiante, a rincorrere il precipitare del tempo verso l’annientamento – “Il male è un movimento in direzione del nulla” – a descrivere ciò che non ha descrizione, a indicare un domani di tenebra che senza sosta cresce all’ombra delle masse tumorali del nostro tempo, un domani che non ha senso né attendere né temere, perché, anche senza essersi ancora verificato, è in buona misura già accaduto. Attraverso il suo protagonista, la giovane e famosissima rockstar Bucky Wunderlick, che nel pieno di una tournée con la sua band decide di abbandonare tutto e tutti e di esiliarsi in un minuscolo appartamento di Great Jones Street, New York, gelido (siamo in inverno) e privo di tutto, lo scrittore americano passa in rassegna le menzogne e le illusioni da cui siamo circondati e il loro denominatore comune, il linguaggio e le sue declinazioni. Se Wunderlick, e tutti coloro (manager, giornalisti, colleghi, scrittori alla disperata ricerca della fama, della gloria, dell’immortalità) che si affannano a stanarlo dal suo precario rifugio, simboleggiano l’idea del successo e le spaventose distorsioni che la sua realizzazione (non importa quanto parziale) porta con sé, quel che accade al giovane senza che egli ne sia in alcun modo responsabile è specchio di una deriva ben peggiore, di un crollo cui nulla può resistere e per il quale non esistono difesa o salvezza di sorta. Ecco dunque che in una New York popolata quasi soltanto da relitti umani, violentata da escrescenze di intollerabile povertà che in ogni dove moltiplicano se stesse, che infettano come peste il tessuto della città, la lingua si prostituisce nei dialetti fitti d’interesse di loschi comitati d’affari che eleggono Wunderlick, reo di non dare importanza a nulla che lo riguardi, a elemento cardine dei loro business. È a casa del cantante, infatti, che viene recapitato un pacco, un pacco di grande importanza, contenente una droga nuovissima, qualcosa di mai sperimentato prima, una sostanza i cui effetti sono assolutamente dirompenti, così micidiali da interessare anche il governo degli Stati Uniti (che forse ha contribuito a produrla) e che, nell’imminenza della distribuzione sul mercato, si contendono diversi gruppi criminali.

In mezzo a una tempesta di offerte, minacce, richieste e preghiere, Wunderlick cerca senza successo di difendere la propria neutralità, preso d’assalto dai rumori del mondo, dalla finzione della parola scritta (impersonata dallo scrittore Fenig, impegnato a sperimentare nuovi “generi” letterari, dalla pornografia per bambini ai “racconti finanziari”), che al di là di sé e di ogni intrinseco significato brama esclusivamente l’inconsapevolezza dei lettori, il meccanico andirivieni di occhi privi di luce, a quella del ritorno al palcoscenico (sull’onda di testi del tutto privi di coerenza), fino alle lusinghe chimiche della droga che tutti vogliono, un preparato che colpisce proprio l’area del cervello deputata allo sviluppo della parola, rendendo il malcapitato consumatore incapace di produrre altro che inarticolati gorgoglii (e finendo per restituire alla lingua corrotta e morente, in un cortocircuito di sorprendente misericordia, una preverbale innocenza, forse l’unica possibile redenzione).

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Pensante.

La celebrità esige ogni eccesso, intendo la celebrità vera, che è una fluorescenza divoratrice e non la sobria rinomanza degli statisti sul viale del tramonto o dei sovrani dal mento sfuggente.

Prolèt libero, Popòl prende tutto

15 Set
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità. Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista. Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore. C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino! – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime. Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifich

Una magistra vitae più efficace della storia

11 Set
Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio

Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio

“Innegabilmente, ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussel; e se si declinano dal punto di vista del sospetto, la vicenda assume un che di misterioso, da detective story […]. Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell’immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da ‘atti relativi’ diventano, per così dire, ‘atti assoluti’”. Opera allo stesso tempo filosofica e metaletteraria, gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel di Leonardo Sciascia è tanto un unicum nella ricca e preziosissima produzione dello scrittore siciliano quanto il naturale sbocco del suo percorso narrativo. Autore di splendidi romanzi la cui impeccabile cornice noir introduce (rivelando in tal modo la sua fondamentale ma in ultima analisi strumentale funzione di codice di decodificazione) temi di straordinaria rilevanza, quali per esempio quello relativo al rapporto tra legge e giustizia, o al necessario bilanciamento che uno Stato degno di questo nome deve garantire tra certezza della pena e certezza del diritto (o meglio del suo rispetto in ogni circostanza), istanza, quest’ultima, che solo a occhi e menti superficiali può apparire come dicotomia tra inconciliabili opposti, in questo suo lavoro Sciascia affronta ancora una volta la realtà, quella realtà che egli sa così magnificamente vestire di attualità, donandole nel medesimo tempo, proprio in forza della sua non comune profondità di riflessione, quell’atemporalità, quella “sospensione che sfiora l’eterno” che rende la letteratura una magistra vitae ben più efficace della storia, ma lo fa da un punto differente rispetto al passato. Gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, infatti, pur prendendo le mosse da un semplice (ma è davvero così semplice?) caso di cronaca – il ritrovamento, il 14 luglio del 1933, nella camera numero 224 del Grand Hotel et des Palmes di Palermo, del cadavere del “suddito francese” Raymond Roussel – non si allontanano dalla vicenda raccontata per concentrarsi (in una continuità narrativa che, pur senza esaurirsi in uno sterile esercizio di stile, conserva chiari i tratti dell’artificio, per quanto magnifico) sui temi che le sono connessi, bensì fanno dell’accadimento stesso il proprio oggetto di studio, cercando di capire quale distanza divida il vero, ciò che è, dalla sua riproducibilità letteraria. Quanto, ci si chiede tra le righe di questi ordinati atti, di quel che è realmente successo, di tutti gli intrecci (casuali oppure frutto di deliberate decisioni) che hanno condotto le cose fino al punto in cui sono state “scoperte”, sono divenute qualcosa di pubblico dominio, qualcosa che è stato necessario, indispensabile razionalizzare, spiegare, è possibile restituire intatto in un resoconto? In che misura, dunque il pensiero, e la parola che ne è espressione, sono rappresentazione esaustiva del suo oggetto d’indagine?

Il senso di tutti questi quesiti, Leonardo Sciascia lo riassume citando Graham Greene, o meglio un suo personaggio, un poliziotto, che dichiara: “Possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare”, con ciò intendendo dire che la ricchezza della realtà, di tutto quel che succede, non potrà mai essere colmata dalla sua spiegazione, per quanto precisa e dettagliata essa possa essere. Gli atti relativi, pertanto, sono esattamente quel che la parola indica, la relativizzazione di quell’assoluto che è il vivere; ma la relativizzazione, rappresentata dall’atto dello scrivere, deve per forza di cose rivelarsi strutturalmente insufficiente, essere condannata al fallimento? Non è piuttosto, come gli atti stessi (in più di un punto impreziositi dagli interventi dell’autore tesi a seminare dubbi e perplessità sulla conduzione dell’indagine da parte delle autorità) lasciano intendere a chiunque voglia leggerli con la necessaria attenzione, che la complessità di ciò che è stato non è stata compresa proprio da coloro che avrebbero dovuto illuminarla a dovere? Se così stanno le cose, quel che finisce per emergere dalla presentazione degli Atti della morte di Raymond Roussel (presentazione, è bene ripeterlo, non così nuda come appare a prima vista), è ancora una volta un vizio di forma fin troppo umano, una stortura, un difetto che la parola ha il duplice compito di denunciare e correggere.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

“Commissariato di P.S. – Sez. Politeama – Palermo. 14 luglio 1933 A.XI E.F. Telegramma interno. Illmo Signor Primo Pretore. Illmo Signor Questore. Palermo. Verso le dieci circa di stamani il facchino Antonio Kreuz dell’Hotel des Palmes, recatosi nella camera N. 224 occupata dal suddito francese Raymond Roussel, nato a Parigi il 21-1-1877, constatava che il predetto giaceva cadavere supino coricato su un materasso collocato a terra. Il Roussel, a quanto si è appreso, era ammalato al cervello e pigliava dei medicinali per stordirsi.

La libbra ingannatrice

5 Set
William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti

William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Garzanti

“Un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non va soggetto alle stesse malattie, non si guarisce cogli stessi mezzi? Non ha il freddo dello stesso inverno e il caldo della stessa estate d’un cristiano? Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci offendete, non dobbiamo vendicarci? Se siamo uguali a voi in tutto, anche in questo dobbiamo somigliarvi. Se un ebreo offende un cristiano, dove arriva la tolleranza del cristiano? Alla vendetta. Se un cristiano offende un ebreo, dove dovrebbe giungere la sopportazione dell’ebreo, secondo l’esempio cristiano? Alla vendetta. Mi insegnate a essere malvagio: obbedisco, ma mi sarà difficile non superare i maestri”. Riposa quasi interamente in questo sfogo colmo d’ira e disperazione, in questo lancinante urlo di dolore di un uomo che non chiede altro che di essere riconosciuto come tale, e come tale rispettato, in questa invettiva che, spogliata di tutto il suo livore, si rivela una supplica, una preghiera, una richiesta di grazia, la grandiosità tragica de Il mercante di Venezia, capolavoro teatrale di William Shakespeare scritto negli ultimi anni del Cinquecento. Costruita intorno alla figura dell’ebreo Shylock, che, al principio del terzo atto, appare in tutta la sua forza (e insieme nella sua essenziale debolezza, nella sua spaventosa fragilità) nel fiammeggiante monologo appena citato, Il mercante di Venezia è un cupo dramma travestito da bizzarra storia d’amore. Tutti i protagonisti della vicenda, infatti, così come le relazioni che li legano gli uni agli altri, le passioni che sbocciano e i giocosi (e ingegnosi) piani messi a punto affinché ognuno realizzi il proprio desiderio, non sono che una cornice (raffinatissima, splendida, inebriante) della narrazione più autentica, centrata sul destino di un uomo vinto. Shylock, costretto all’odio dall’impossibilità di amare, costretto a farsi demonio dal disprezzo degli uomini, che rifiutano di considerarlo un loro pari (o per dir con più esattezza, un loro simile), è il simbolo di un completo naufragio esistenziale, di un devastante fallimento. Privato dei suoi affetti, tradito dalla figlia (che lo abbandona, non prima di averlo derubato, per sposare un cristiano), considerato solo per quel che egli, in quanto giudeo, in quanto appartenente per nascita alla razza israelita, è nell’immaginario collettivo, un volgare usuraio privo di scrupoli, Shylock veste gli unici panni che il mondo gli mette a disposizione e, nel magistrale gioco metateatrale orchestrato da Shakespeare egli è, nello stesso tempo, il personaggio chiave della storia raccontata e l’ebreo che i pregiudizi del volgo vogliono che sia.

Di fronte a un pubblico, a un mondo intero che lo dileggia, Shylock accetta di essere quel che gli altri desiderano, di render concreto il fumo d’ignoranza e persecuzione partorito dalla loro fantasia malsana, armandosi di cattiveria, di perfidia; egli lascia che la voglia di vendetta dapprima lo accechi (con il prestito che accorda a Bassanio pretendendo dal garante Antonio una libbra della sua carne in caso di mancata restituzione della somma), poi lo beffi con l’inganno del sangue, quel sangue così decisivo nell’attribuzione della razza, quel sangue che fa uno cristiano e un altro ebreo, quel sangue unico per tutti che così crudelmente divide, separa: “E questa carne devi tagliarla dal suo petto. La legge te lo consente e il Tribunale te lo attribuisce […]. Il contratto non ti concede neppure una goccia di sangue; le parole precise sono «una libbra di carne»: bada dunque al tuo contratto e abbiti la tua libbra di carne; ma se, tagliandola, versi una sola goccia di sangue cristiano, le terre e i tuoi beni ti saranno, per la legge di Venezia, confiscati a favore dello Stato”. Carnefice fallito e vittima designata, Shylock a ragione figura, nella sterminata galleria di personaggi shakespeariani, tra gli immortali; egli, nella sua terribile parabola, nega a se stesso ogni possibile salvezza in nome di una coerenza che riposa unicamente nel dolore; fedele soltanto alla propria infelicità, l’ebreo dannato abbraccia quel che ha sempre saputo essere il suo fato; nato esule, egli finisce per accettare l’esilio, un esilio dello spirito, dell’anima, del cuore, la peggiore delle condanne possibili: “E prendetemi anche la vita. Non fatemene grazia. Voi vi prendete la mia casa, prendendovi il puntello che la tien su. E vi prendete la mia vita togliendomi i mezzi di vivere”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Alessandro Serpieri. Buona lettura.

A Venezia, in strada. Entrano Antonio, Salarino e Salanio.

Antonio: Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi dite d’esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l’ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dov’è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscer me stesso.

Chi ha fame ha diritto; chi vota regna

1 Set
Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton

Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton

“[…] il 3 aprile 1862 Les Misérables fa la sua comparsa nelle librerie parigine, al prezzo di dodici franchi, preceduto da un eccezionale battage pubblicitario. Nel pomeriggio dello stesso giorno ne sono stati venduti – letteralmente contesi dai lettori – quasi quattromila esemplari. Si ricorre a riffe e a collette pur di procurarsi una copia; si organizzano giochi a premi, estrazioni a sorte, rappresentazioni di marionette e ombre cinesi, tableaux vivants, pantomime. Jean Valjean, Fantine, Cosette, Marius, Javert, Gavroche, i Thénardier, monsignor Bievenue sembrano uscire di prepotenza dalle pagine del libro facendosi di carne e di sangue. Un tale successo […] per un romanzo giudicato «rivoluzionario», che Lamartine definisce «pericolosissimo», sembra vanificare perfino i disegni della «liberticida» […] legge Riancey […], che imponendo una tassa di cinque centesimi su ogni copia di giornale contenente l’appendice l’aveva resa, in pratica, economicamente insostenibile. Anche per questo, molto probabilmente, Les Misérables conosce subito una dignità editoriale «da libreria», cosa che, tra l’altro, gli gioverà non poco nella considerazione della haute letteraria. Baudelaire, ammirato e commosso, lo saluta come «un libro di carità»; George Sand […] lo definisce, per poi contraddirsi, «immondo»; Flaubert lo trova «volgare»: i lettori ne decretano il trionfo”. Opera monumentale, romanzo splendido e terribile, architettura retorica magnifica e sublime capace di sacrificare all’appassionato elogio del vero, del buono, del giusto e del bello ogni verosimiglianza, I miserabili, il cui straordinario successo editoriale Riccardo Reim ben riassume nell’introduzione al volume pubblicato da Newton Compton (nella traduzione di E. De Mattia) è allo stesso tempo un labirinto intricatissimo e oscuro e un orizzonte vibrante di luce affacciato sull’infinito. Lo sguardo del suo autore, che di tutto ciò che narra è allo stesso tempo cronista e testimone, storico e filosofo, sembra voler spaziare ovunque, indagare, con l’attenzione esasperata e minuziosa dell’investigatore unita alla capacità d’astrazione dello scienziato, del teorico, il destino degli ultimi e le sorti del mondo, la miseria del singolo e il trionfante procedere della storia verso l’avvenire, la giustizia sociale e la libertà, gli inciampi degli uomini e i tranelli in cui cadono le nazioni, gli aspri rivolgimenti delle anime e delle coscienze e le rivoluzioni dei popoli. Voce del dolore, della sofferenza, del sacrificio, del riscatto, della sorte cieca e matrigna come dell’imperscrutabile e tuttavia perfetta e infallibile provvidenza divina, Victor Hugo intreccia, nel suo travolgente affresco letterario, il minuscolo e l’immenso, l’ingiustizia atroce (e nonostante ciò il più delle volte ignorata) causata dalla vile oppressione del più forte ai danni del più debole, e il sorgere e il tramontare di imperi, il crollare nella polvere e nell’ignominia di secolari dinastie di principi e re, la notte di Napoleone a Waterloo e la discesa agli inferi del potatore Jean Valjean, divenuto ladro per necessità e tramutato in galeotto, in abietto rifiuto della società da una giustizia miope e sorda, del tutto incapace di comprensione e pietà. Timoniere coraggioso, a tratti perfino spavaldo, di una retorica nobile e fiammeggiante, Victor Hugo elegge l’assoluto a propria stella polare letteraria e in tal modo si fa scultore della forma, riformatore dello stile, artista bizzarramente geniale dell’architettura narrativa; il suo narrare, stupefacente lavoro d’alchimista, trasforma il romanzo in una torrenziale congestione di fatti, in un crocevia di eventi drammatici che sembrano avere in sé, o meglio negli intangibili decreti di Dio, la propria ragione. In questa fittissima trama, i personaggi, ridotti a meri simboli di virtù e vizio e proprio per questo, agli occhi del lettore, trasfigurati in caratteri indimenticabili, eroici, sovrumani (nell’abiezione come nell’estasi del sacrificio), sono strumenti di una volontà trascendente, tasselli della “pietosa intelligenza del caso” grazie ai quali, seppure attraverso spaventose “vie della croce”, il bene finisce per trionfare.

Non c’è dunque contraddizione alcuna tra l’estrema semplicità dell’intreccio (riassumibile negli sforzi del protagonista Jean Valjean, forzato senza colpa, per redimersi) e la complessità del contesto storico, politico e sociale nel quale Victor Hugo fa respirare il romanzo; al contrario, l’una si completa naturalmente nell’altra. Il particolare trova la propria ragione e la propria verità nel generale, la sete di giustizia dell’uomo si riversa, allo stesso modo in cui un fiume giunge al mare, in quella del popolo e lì si fa rivoluzione, l’affrancamento dalla povertà e dall’ignoranza di uno non è che il riflesso del progresso di tutti, l’eco gioiosa dei passi del mondo, inarrestabile nella sua marcia verso il domani.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Nel 1815, monsignor Charles-François-Bienvenu Myriel era vescovo di Digne. Era un vecchio di circa settantacinque anni; occupava la sede di Digne dal 1806.

Sulla scivolosa scacchiera del caso

24 Ago
Henning Mankell, L'uomo che sorrideva, Marsilio

Henning Mankell, L’uomo che sorrideva, Marsilio

Il tormento e l’angoscia da una parte, la pressoché totale assenza di emozioni dall’altra. L’istinto da un lato, il freddo calcolo dall’altro. L’intuizione in un angolo e a quello opposto una meticolosa pianificazione. Una sorta di genialità incostante e un’intelligenza acuta e ordinata a sfidarsi lungo il piano inclinato della vita, sulla scivolosa scacchiera del caso. L’uomo che sorrideva di Henning Mankell, quarta avventura della serie che ha per protagonista il commissario della polizia di Ystad Kurt Wallander, ha nel “fattore umano”, nel finissimo disegno psicologico dei caratteri, tanto la propria chiave di lettura quanto il proprio fondamento. Nel prendere le mosse da quanto narrato nel precedente romanzo (La leonessa bianca, di cui ho già scritto in questo blog), o per dir meglio dalle conseguenze scaturite da ciò che è stato raccontato, Mankell fissa fin da subito l’attenzione sulle persone, sui protagonisti del suo dramma, e lascia che l’azione si sviluppi in sottofondo, in una sorta di chiaroscuro, e di volta in volta emerga, o si faccia più indistinta, a seconda di quel che gli attori in quel momento al centro della scena decidano di fare. Così, anche se la vicenda si apre con un omicidio, un agguato brutale consumato lungo una strada in una notte di nebbia, anche se a colpire l’immaginazione del lettore è l’agghiacciante atmosfera di terrore che lo scrittore svedese magistralmente riesce a costruire in poche righe – […] la nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente […]. Presto fu costretto ad azionare il tergicristallo per eliminare la patina di umidità dal parabrezza. Odiava guidare quando era buio. Il riflesso dei fari sull’asfalto non gli permetteva di distinguere le lepri che continuavano a tagliargli la strada. Gli era capitato di investire una lepre una sola volta […]. Ricordava ancora il movimento istintivo e inutile del suo piede sul pedale del freno e subito dopo il colpo sordo contro la lamiera […]. La lepre era stesa sull’asfalto con le zampe posteriori che si muovevano spasmodicamente. Il torso era paralizzato e la lepre continuava a tenere gli occhi fissi su di lui […]. Non aveva mai dimenticato gli occhi della lepre e il movimento delle zampe […]. Si accorse che istintivamente alzava lo sguardo sempre più spesso verso lo specchietto retrovisore […]. Lo specchietto retrovisore continuava a rimanere buio […]. La nebbia era sempre più fitta” – quel che succede non è che qualcosa di estrinseco, una necessaria causa scatenante in forza della quale gli opposti rappresentati da Kurt Wallander e dal suo antagonista, un uomo di cui nessuno sa nulla se non il nome, Alfred Harderberg, ricchissimo ed enigmatico, un uomo d’affari di successo che abita un meraviglioso castello e le cui attività, all’apparenza più che oneste, sono invece crimini inauditi, possano affrontarsi. Superate le primissime pagine, dunque, L’uomo che sorrideva da giallo classico (di cui comunque conserva, fino al tesissimo finale, l’architettura) diviene dramma psicologico; Wallander, in piena crisi esistenziale e intenzionato a lasciare per sempre la polizia e l’imperscrutabile burattinaio Harderberg, chiuso nel proprio favoloso castello e deciso a portare a compimento a ogni costo i propri affari illeciti, ciascuno senza conoscere nulla dell’altro sembrano muovere gli eventi affinché una loro collisione finisca per essere inevitabile.

Wallander, sconvolto dall’uccisione di un suo caro amico (un avvocato, che lo aveva contattato per chiedergli, senza successo, di indagare sulla morte della padre, una tragedia rubricata forse con troppa fretta come incidente), che decide di rinunciare alle dimissioni e torna al proprio lavoro ma non per questo cessa di essere un uomo prossimo alla deriva, assediato da rabbia e sensi di colpa e ossessionato dal ricordo lieve e insieme doloroso di una donna (Baiba Liepa, personaggio che nella saga di Mankell compare per la prima nel secondo romanzo della serie, I cani di Riga, anch’esso recensito qui), si getta anima e corpo nell’indagine sul delitto e poco alla volta capisce che, per smascherare il colpevole, dovrà accettare di confrontarsi con un uomo che ha fatto della più severa riservatezza una delle sue armi migliori, una persona capace di commettere le peggiori nefandezze senza mai sporcarsi le mani. E quando, finalmente, i due si incontrano, non sorprende che l’uno si confessi all’altro, che il glaciale Alfred Harderberg, noto al mondo come imprenditore e filantropo si dichiari, dinanzi a Wallader, colpevole delle accuse che gli vengono mosse, che il mistero si sveli senza difficoltà, perché quel che i complotti e gli omicidi narrati nel corso di tutto il romanzo hanno rappresentato non è stato altro che lo scontrarsi di due nature, di due archetipi incarnati, nel brevissimo volgere di una vita, in altrettanti uomini, un poliziotto fragile e tenace e un delinquente del tutto privo di scrupoli. “Non credevo che esistessero persone come lei […]. Adesso lei sta mentendo commissario […]. Lei lo sapeva e lo sa perfettamente”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

La nebbia. La nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente, pensò. Non riuscirò mai ad abituarmi. E questo anche se ho vissuto tutta la mia vita nella Scania dove la nebbia circonda costantemente le persone e le rende invisibili.

L’amore e il dio immanente

18 Ago
Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Donare parole a ciò che è per sua natura inesprimibile, dare voce al maestoso silenzio della natura e ai suoi ritmi eterni, ai colori dell’alba e alla luce obliqua del tramonto, al confuso odorare della terra, al sordo tambureggiare del tuono, al grigiore indistinto ma vivo e terribile del cielo che annuncia lo scatenarsi della tempesta, al tenace fragore del fiume, significa fronteggiare l’assoluto e adottarne il codice espressivo, significa vestirsi d’immortalità, significa far coincidere in un unico gesto la nuda contemplazione del mondo e la sua descrizione, come fossero l’una la naturale emanazione dell’altra, come se a legare questi due momenti fosse una spirituale concatenazione di causa ed effetto. “Una notte eravamo sul Platte River, vicino a Ogalalla, e io mi ero messo a dormire sotto la mia coperta, un po’ fuori dal bivacco. Era una notte illuminata dalla luna, più o meno come stasera. Faceva freddo. Era primavera. Mi svegliai di colpo, probabilmente le avevo sentite nel sonno, e dappertutto c’era questo immenso fruscio, e non erano altro che oche selvatiche, a migliaia, che risalivano il fiume in volo. Continuarono a passare e passare per quasi un’ora. Oscuravano la luna. Pensai che il bestiame si sarebbe agitato, invece non fu così. Mi alzai e feci qualche passo sempre tenendo gli occhi al cielo, e alcuni degli altri giovani cowboy si erano alzati anche loro, svestiti com’erano, e così ce ne restammo lì, naso all’aria con i nostri mutandoni di lana addosso. E sentivamo solo questo fruscio. Gli uccelli volavano molto alti, il rumore che facevano non era forte, per niente, e io non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse svegliarci e tenerci lì inchiodati a quel modo. Fra i cavalli ce n’era uno di nome Boozer, abituato a lavorare di notte, e il vecchio Boozer mi venne vicino. Penso che anche lui s’immaginasse che il bestiame si sarebbe svegliato, invece niente. E il bello è che erano bestie piuttosto nervose”. Miracolosa come una creazione dal nulla, partecipe, nella sua essenza, della perfetta circolarità della natura, dell’infinito alternarsi di nascita e morte, di crepuscolo e aurora, la scrittura di Cormac McCarthy si fa, in Città della pianura, magnifico capitolo conclusivo della sua Trilogia della pianura (degli altri due romanzi che compongono questo indimenticabile affresco, Cavalli selvaggi e Oltre il confine, ho già scritto in questa sede), lirica della vita, grammatica dell’esistenza. Il grande autore americano spinge la sua prosa densa e ricchissima in uno spazio nel medesimo tempo concreto e metafisico, in un luogo che appartiene in egual misura alla carne e all’anima. In questo luogo dai contorni geografici netti eppure sfuggenti (siamo, ancora una volta, al confine fra Texas e Messico) si muovono John Grady Cole e Billy Parnham, protagonisti dei due primi romanzi della trilogia; cowboy entrambi, lavorano in un ranch, adattandosi, quasi senza accorgersene, al procedere sempre uguale della natura, al suo respiro, alla sua muta sorveglianza delle umane cose. Tutto, in loro e attorno a loro, sembra partecipare di una misteriosa armonia, tutto convive in un’unità di opposti che non assicura né giustizia né felicità, che è bellezza e orrore, splendore e miseria e che soprattutto è equilibrio, tanto più puro e intoccabile e degno di rispetto quanto più distante dalle precarie leggi istituite dall’uomo.

Di questo tutto, che niente tollera al di la di sé, è parte anche l’amore che consuma, fino a bruciarli, il cuore e i sensi di John Grady, stregato da una ragazza di sedici anni bella come può esserlo un cielo trapunto di stelle, o l’ombra dolce di una collina stagliata contro il cielo all’imbrunire, o la semplice, irraggiungibile immensità di una piana alluvionale che si offre nuda allo sguardo di coloro che l’attraversano. Sottoposto, come lo sono il cielo e gli alberi, ai decreti immutabili di quella divinità immanente che è la rete di tutte le cose, la circonferenza infinita della natura, l’amore, così come l’uomo lo sperimenta nei propri pallidi affari di ogni giorno, non è che ombra e illusione; John Grady Cole, parte di un organismo più grande e multiforme che ha per identica voce il sospiro dell’uomo e il soffio del vento, il nitrito del cavallo e lo schioccare del ceppo di legna morso dal fuoco di un bivacco, costretto ad arrendersi a un ordine che nel comprenderlo e nell’accettarlo lo sovrasta, dovrà soccombere al proprio destino, arrendersi all’impossibilità di un futuro che non è stato scritto per lui. 

Sublime e tragico dramma d’amore di morte, Città della pianura è un romanzo di travolgente bellezza, una riflessione potente e commossa sull’enigmatico rapporto che lega l’uomo al mondo e ai suoi simili, sul quel ponte d’arcobaleno fascinoso e quasi privo di consistenza come lo sono il mito e la leggenda, gettato tra l’esistere del singolo e l’incessante formicolare di vita che da ogni parte lo compenetra.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Raul Montanari. Buona lettura.

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

Notoriamente israelita

11 Ago
Bernard Malamud, L'uomo di Kiev, Einaudi

Bernard Malamud, L’uomo di Kiev, Einaudi

Davvero sono il grottesco e l’assurdo le fondamenta di ciò che è reale? E davvero è solo nella terra bagnata dalla menzogna che può crescere la verità? E davvero non sono che la malafede e la promozione a qualsiasi costo dell’interesse di parte i soli principi dell’agire umano che valgano il sacrificio e lo sforzo della lealtà? In un mondo alla rovescia che, fiero di sé tanto quanto è cieco nei riguardi della propria condizione, e convinto di procedere spedito sulle proprie gambe lungo il luminoso cammino dell’avvenire e del progresso materiale e sociale, non fa che incedere zoppicando sulla propria testa sempre più martoriata c’è ancora spazio per un ordine etico? Ha ancora senso provare a distinguere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, e battersi in favore dell’uno e contro l’altro? Ha senso lottare se non esiste un ideale da abbracciare? In forma di interrogativi continui e laceranti e di considerazioni filosofiche, in forma d’incubi, come insinuanti respiri di speranza e un attimo dopo come nere cadute di disperazione, mascherati da artifici retorici, da incessanti chiacchiere con il nulla messe insieme per contrastare il silenzio, lo sgocciolare lentissimo del tempo, per scalfire con la volontà la pietra dura e gelida di una prigione, coperti, come fantasmi, da bianche lenzuola di dubbio e di terrore, questi quesiti, questi perché condannati a rincorrersi in un folle girotondo, a mordersi una coda che non possono raggiungere, affollano, insieme ad amari rimpianti, a ricordi che bruciano sulla pelle e feriscono gli occhi fino a riempirli di lacrime, a esclamazioni di sincero pentimento mischiati ad ancor più puri e sinceri accessi di rabbia, i giorni sempre uguali a se stessi del prigioniero Yakov Bok. Un uomo innocente condannato, nella Russia zarista dei primi anni del XX secolo, per il solo fatto di essere ebreo, colpevole di essere “notoriamente isrealita”. YakovBok, infelice tuttofare bersagliato dalla malasorte, privato dell’infanzia dalla prematura morte dei genitori, della gioia di una discendenza dalla probabile sterilità della moglie (che, ferita dal suo rancore, decide di abbandonarlo per fuggire con un non ebreo, un goy, per poi tornare madre di un maschietto) e della luce di Dio dalle sue stesse miserande condizioni, dalla sua insopportabile povertà (per la quale soprattutto egli incolpa l’Eterno, a suo dire troppo distante dalle umane cose perché si perda tempo ad adorarlo, pregarlo, implorarlo), è il protagonista dell’intenso, splendido romanzo L’uomo di Kiev di Bernard Malamud, pubblicato nel 1966 e vincitore, con pieno merito a mio avviso, del National Book Award per la Narrativa e del Premio Pulitzer per la Narrativa. Ebreo in conflitto con se stesso, Bok è suo malgrado un simbolo di una condizione esistenziale allo stesso tempo particolare e universale. In quanto ebreo, egli sopporta la più atroce delle ingiustizie: accusato di aver crudelmente ucciso un bambino russo a scopi rituali (era credenza comune, soprattutto tra gli strati meno istruiti della popolazione, che gli ebrei impastassero i dolci della Pasqua con il sangue dei cristiani; invenzione che, assieme a tante altre consimili, le organizzazioni di potere antisemite cercavano in ogni modo di irrobustire, fomentando un odio cieco verso gli ebrei e facendo sì che si moltiplicassero pogrom e massacri contro di loro) finisce in prigione, dove le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno mentre le autorità chiamate a istruire il processo, incapaci di trovare la benché minima prova a sostegno delle loro accuse, decidono per una tattica di logoramento che prevede di procrastinare a tempo indeterminato la formalizzazione dell’atto d’accusa, che darebbe avvio al dibattimento in tribunale. E in quanto uomo tra gli uomini, in quanto essere vivente spogliato di ogni appartenenza religiosa o di razza, egli è costretto a misurarsi con le leggi non scritte che regolano quasi ogni rapporto: quelle della prepotenza e dell’invidia, della corruzione e della viltà, dell’ingiustizia che si fa sistema perché tutela solo e soltanto chi quel sistema guida, e con loro tutti quelli che ne accettano le storture purché dalla loro sottomissione derivino benefici, o soltanto una salubre mancanza di guai.

La prosa di Malamud, semplice e ricchissima, capace di offrir gemme di straordinario valore quasi a ogni pagina, di esaltare la nobiltà dimenticata ma non perduta che abita le anime e che scintilla testarda anche nelle notti più buie, accompagna Yakov Bok lungo la sua via della croce (in cella, le condizioni disumane cui l’uomo è costretto muovono a pietà le guardie che hanno il compito di sorvegliarlo; da loro, tra le altre cose, egli riceve il Nuovo Testamento da leggere, e così incontra Gesù, e impara a conoscere ciò che ha sofferto in nome di una redenzione che sembra impossibile) scoprendo assieme al suo protagonista le risorse quasi infinite della sua anima, e la sete inesauribile di vita e di giustizia della sua dignità calpestata, la dignità di un uomo e di un ebreo, la dignità di una persona che non può rinunciare a essere né uomo né ebreo senza rinunciare, definitivamente, a se stesso.

Splendida, indimenticabile parabola umana, politica e sociale (non mancano, nel romanzo, accenni allo stato in cui versava il Paese negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione d’Ottobre), L’uomo di Kiev non è soltanto un magnifico romanzo che si legge d’un fiato, un’opera finissima impreziosita da una scrittura che ha in una schiettezza, in una linearità e in una saggezza quasi contadina, impastata di vita vissuta e di proverbi che odorano di terra e di sudore, uno dei suoi pregi maggiori, è una lezione, un richiamo, un grido d’allarme, un monito.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Ida Omboni. Buona lettura a tutti, ci rivediamo dopo Ferragosto.

Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Yakov Bok, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò, a disagio, è successo qualcosa di brutto.

Vernichtungslager

5 Ago
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

Al fiume basta la continuità

1 Ago
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

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