Tom (Wolfe) wants you

È senz’altro azzardato annoverare Tom Wolfe tra i grandi nomi del romanzo americano. Le sue opere risultano datate, prive del respiro universale che caratterizza i capolavori, le analisi sociologiche superficiali (più occhiate distratte alla realtà che studi rigorosi, “matti e disperatissimi”), i temi scelti semplici, immediati, a prima vista quasi scontati. Eppure… eppure, tra coloro che praticano il mestiere della scrittura, Wolfe merita un posto d’onore. Il motivo? Più d’uno. La divertita leggerezza delle sue pagine, in grado di avvincere, di non stancare mai; la capacità di orchestrare, intrecciandole magistralmente, le vicende (quasi sempre tragicomiche) dei numerosi protagonisti che animano i suoi libri, e più di tutto il rassicurante senso di giustizia distributiva che permea ogni storia. Non la scontata, meccanica (e moralista) assegnazione di fortune e disgrazie in premio alla virtù e a castigo dei vizi esibiti dai personaggi nel corso delle vicende narrate, ma una sorta di “vigile” casualità che soddisfa il nostro appetito di giustizia (spesso sommaria) senza minare la credibilità dell’insieme. Bravo Wolfe, dunque, bravo davvero.
 
A chi non l’ha mai avvicinato, suggerisco di cominciare con quello che è il suo romanzo più famoso, Il falò delle vanità (evitate, vi prego, il film che ne ha tratto Brian De Palma nel 1990), un tuffo nostalgico negli Anni 80 dell’alta finanza e delle speculazioni borsistiche (con una spolverata di questione razziale e, come suggesrisce il titolo, generose dosi di grottesco amor di sé sparse a piene mani). Se, come penso, la lettura de Il falò delle vanità segnerà l’inizio di una grande amicizia con Wolfe, proseguite con Un uomo vero o meglio ancora con Io sono Charlotte Simmons, ritratto agrodolce del sistema universitario a stelle e strisce, una macchina perfetta pensata per produrre l’eccellenza con qualche lieve difetto di funzionamento. Anche in questo caso, godetevi un paio di anticipazioni.
 
Quarantacinque secondi prima della scadenza dell’asta all’una del pomeriggio, George Connor, da un telefono nel centro della sala delle contrattazioni, impartì le disposizioni sulle offerte finali graduate a un funzionario della Pierce & Pierce, al telefono dentro il palazzo federale, che era il luogo fisico dell’asta. In media le offerte erano di 99,62643 dollari per il controvalore di cento dollari di obbligazioni. Pochi secondi dopo l’una, la Pierce & Pierce possedeva, come progettato, sei miliardi di obbligazioni ventennali. IL settore obbligazionario aveva quattro ore per creare un mercato favorevole. Vic Scaasi guidava la carica dal banco dei trader, rivendendo le obbligazioni soprattutto alle agenzie di brokeraggio… per telefono. Sherman e Rawlie guidavano i venditori, rivendendo le obbligazioni soprattutto a compagnie assicuratrici e banche fiduciarie… per telefono. Alle due il ruggito nella sala, alimentato più dalla paura che dalla grinta e dall’avidità di guadagno, era inumano. Urlavano tutti, sudavano e bestemmiavano e divoravano le loro ciambelle elettriche.
(Il falò delle vanità)
 
«I corsi all’università, Coach».
La voce di Coach si indurì all’istante. «Cosa intendi, Jojo? Che corsi? Ragazzi, ve l’ho detto mille volte di non permettere che le cose degenerino. Appena notate che emerge una questione, venite subito da uno di noi. Non devi lasciar correre su queste cose, cazzo» […].
«Be’… non c’è solo questo, Coach. L’altro giorno parlavo con una ragazza che mi raccontava di Socrate. Niente di… complicato o roba del genere. Non si dava arie, dava solo per scontato che chiunque sapesse quelle cose di Socrate. Cioè, io il nome l’avevo sentito, Coach, ma niente di più, e Socrate è il padre della filosofia».
«Il padre della filosofia, eh? Chi te l’ha detto Jojo?».
«Quella ragazza».
«Quella ragazza» ripeté Coach. «Be’, ti dico una cosa io di Socrate, Jojo. Si è suicidato. Ha bevuto la cicuta. Sai cos’è la cicuta?».
«Un albero?».
«Perfetto» disse l’allenatore, anche se Jojo non capì se lo stava prendendo in giro o meno. «Lui estrasse il veleno dalle foglie» disse Coach. «Socrate era un uomo di grandi principi, Jojo. Si suicidò piuttosto che… Be’, comunque, fu solo una questione di principio. E vuoi sapere una cosa, Jojo? Ti basta sapere questo su Socrate per il resto della tua vita. Nessuno ha bisogno di saperne di più. Sei troppo giovane per capirlo, ma te la caverai egregiamente avendo solo una vaga idea di chi fossero quegli individui se vengono citati da qualcuno […].
«Capito?», riprese Coach. «I greci credevano in qualcosa che noi abbiamo perso di vista. Una mente agile non vale molto se non è una cosa sola con…» sollevò le mani e le intrecciò tra loro «un corpo agile.
Mens sana in corpore sano. In greco significa: “Se vuoi avere una buona università, ti conviene avere anche un programma atletico coi fiocchi”». (Io sono Charlotte Simmons)

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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