Per non dimenticare l’uomo

 

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi
José Saramago, L’anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi

La consapevolezza del mondo, delle tenebre in cui sta per precipitare, l’impotente coscienza di ciò che è prossimo ad accadere. È il 1935 e l’Europa si prepara ad affrontare le derive dittatoriali spagnole, portoghesi, tedesche e italiane e a sprofondare nell’incubo del secondo conflitto mondiale. Spettatore di questo naufragio è il medico e poeta Ricardo Reis, eteronimo di Fernando Pessoa che nel romanzo di José Saramago L’anno della morte di Ricardo Reisdiventa un personaggio in carne e ossa. La sua vita, che il grande romanziere portoghese, Nobel per la letteratura nel 1998, ricostruisce nei dettagli, è una lunga strada verso la consapevolezza, è un progressivo risveglio, una suggestiva, potentissima, metafora politica. Saramago, comunista militante, disegna un preciso orizzonte etico (quello che ha sempre caratterizzato il suo impegno di uomo e di scrittore) e mette Reis di fronte alla sua progressiva disgregazione, costringendolo a riconsiderare le proprie certezze, a mettere in dubbio quel che sa o crede di sapere.

La violenza, l’intolleranza, l’esasperata militarizzazione, l’elogio appassionato delle virtù guerriere, unico possibile contraltare alle “perniciose debolezze” del pensiero, della comprensione e della fratellanza; il nazionalismo feroce, l’implacabile persecuzione degli oppositori, la menzognera retorica dell’informazione, satura di stucchevole trionfalismo; come in un folle sogno, l’avanzare inarrestabile della tirannide nel cuore del vecchio continente travolge Reis, che, giorno dopo giorno, attraverso nuove conoscenze (su tutte, Lídia, cameriera nell’albergo in cui lui alloggia) e nuove esperienze (i colloqui con il fantasma di Pessoa) finisce per comprendere come solo un radicale umanesimo possa salvare le persone, i carnefici come le vittime.
Quell’umanesimo che è principio ispiratore del comunismo abbracciato e rivendicato da Saramago, e che si risolve nella tenacia silenziosa della pietà, della condivisione, della solidarietà, dell’empatia, del dolore, accettato come destino comune e per questo combattuto come tragedia di ogni singolo uomo.
Scrittore coltissimo e dotato di profonda sensibilità, Saramago costruisce un romanzo ricco di sfumature, intenso, narrativamente splendido e di commovente attualità. Se non l’avete ancora fatto, leggetelo.
Ora eccovi l’incipit. L’arrivo di Ricardo Reis a Lisbona a bordo di un piroscafo partito da Rio de Janeiro.
Qui il mare finisce e la terra comincia. Piove sulla città pallida, le acque del fiume scorrono limacciose di fango, la piena raggiunge gli argini. Una nave scura risale il flusso tetro, è la Highland Brigade che va ad attraccare al molo di Alcantara. Il vapore è inglese, delle Regie Linee, lo usano per attraversare l’Atlantico, fra Londra e Buenos Aires, come una spola sulle vie di mare, di qua, di là, facendo scalo sempre negli stessi porti, La Plata, Montevideo, Santos, Rio de Janeiro, Pernambuco, Las Palmas, in quest’ordine o nell’inverso, e se non naufragherà nel viaggio, ancora toccherà Vigo e Boulogne-su-Mer, infine entrerà nel Tamigi come ora sta entrando nel Tago, e non ci si chieda quale dei due fiumi sia il maggiore, quale il villaggio […]. Scendono i primi passeggeri. Spalle curve sotto la pioggia monotona, portano borse e valigette, e hanno l’aria sperduta di chi ha vissuto il viaggio come un sogno di immagini fluide, tra mare e cielo, la prua come un metronomo che sale e scende, l’altalena dell’onda, l’orizzonte ipnotico. Qualcuno porta in braccio un bambino che, dal silenzio, dev’essere portoghese, non gli è venuto in mente di chiedere dov’è, oppure glielo hanno detto prima, quando, perché si addormentasse in fretta nella cuccetta soffocante, gli hanno promesso una città bella e un vivere felice, un’altra favola, che a questi non sono andate bene le fatiche dell’emigrazione. E una donna anziana, che si impunta nell’aprire un ombrello, fa cadere la scatola di cartone verde che porta sottobraccio, a forma di baule, e contro le pietre del molo il cofanetto si è rotto, aperto il coperchio, saltato via il fondo, non conteneva nulla di valore, solo cose care, nastrini di stoffa colorata, lettere, fotografie che son volate via, perline che erano di vetro e si son spaccate, gomitoli bianchi ora macchiati, uno è sparito fra il molo e la fiancata della nave, è una passeggera di terza classe.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

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