Una labirintica assenza di senso

Recensione di “Underworld” di Don DeLillo

Don DeLillo, Underworld, Einaudi
Don DeLillo, Underworld, Einaudi

1951, New York. Al Polo Grounds una folla oceanica di tifosi e appassionati sta seguendo la partita di baseball tra New York Giants e Brooklyn Dodgers. Nessuno immagina che questo incontro passerà alla storia, né che a renderlo indimenticabile sarà lo spettacolare fuoricampo del battitore dei Giants Bobby Thompson, grazie al quale la squadra conquisterà partita e campionato. Nessuno. Poi la mazza di Thompson colpisce, la palla schizza in alto, descrive una perfetta traiettoria ad arco, seguita da migliaia di occhi, pensieri, desideri e scongiuri, e d’improvviso scompare, come inghiottita dallo stadio, dalle sue gradinate, simili ai denti guasti di una bocca gigantesca. È un fuoricampo, un magnifico fuoricampo. Le voci alterate dall’eccitazione dei commentatori nella cabina radio scaricano elettricità nell’aria, mentre intorno al campo da gioco urla e applausi si mescolano in una cacofonia indistinta; è punto, è vittoria.

La palla, ormai quasi del tutto dimenticata, cade vicino a un ragazzino di colore, Cotter Martin, entrato senza biglietto, per pura fortuna. La sua prima volta. Questione di attimi: Cotter non è il solo ad aver visto la palla e a desiderarla, il suo rivale è un uomo, corpulento, deciso quanto lui a impossessarsi del trofeo. Ma lui è più giovane, più agile, più pronto; lo scontro non dura molto, solo qualche secondo, una lotta goffa sotto uno dei sedili dello stadio, poi ecco la palla, “calda e ronzante nella sua mano […] che trasuda il calore e il sudore della mano del rivale”. 

Fil rouge di Underworld, forse l’opera più celebre di Don DeLillo e indiscutibilmente il suo capolavoro, quella palla (con i suoi numerosi passaggi di proprietà) è il centro di gravità di un romanzo monumentale e bellissimo: un ritratto cinico e poetico, commovente e impietoso, magistralmente sospeso tra ricostruzione storica e invenzione letteraria, di oltre quattro decenni storia americana. Dall’ossessione dell’olocausto nucleare negli anni della Guerra Fredda fino al crollo dell’Unione Sovietica e all’amaro trionfo degli Stati Uniti, DeLillo, in un continuo intrecciarsi di salti temporali, racconta l’anima di un Paese alla ricerca della propria identità e del proprio posto nella storia.

La comicità corrosiva e disturbante di Lenny Bruce, i suoi paranoici richiami alla bomba e alla sentenza definitiva che scriverà esplodendo – “Moriremo tutti! Moriremo tutti!” – le trame segrete e i complotti dell’Fbi di J. Edgar Hoover, gli ideali politici incarnati da Kennedy, sono solo alcune delle voci di una nazione orgogliosa e impaurita, disposta a tutto pur di persuadere se stessa di essere l’unica artefice del proprio destino, e DeLillo le moltiplica come in un’eco infinita, affiancando ad esse quelle dei personaggi principali del suo romanzo: la scultrice Klara Sax, che trasforma in opere d’arte materiali di ogni sorta considerati ormai inservibili, Nick Shay, abile manager privo di scrupoli dell’industria del riciclaggio, Ismael Munoz, ragazzo del Bronx con una passione per i murales che si ribella alla violenza insensata del suo quartiere, o all’incomprensibile dolore del mondo, che lì, proprio accanto a dove vive, sembra aver trovato casa, disegnando un angelo su un muro ogni volta che muore un bambino, rosa o azzurro a seconda del sesso – “Angeli rosa o azzurri coprivano quasi la metà dell’alto muro. Sotto ogni angelo c’erano il nome e l’età del bambino, talvolta la causa della morte, o i commenti personali della famiglia, e man mano che il furgone avanzava Edgar poteva leggere, Tbc, Aids, percosse, sparatoria da una macchina in corsa, morbillo, asma, abbandono alla nascita, gettato in una discarica, dimenticato in macchina, in un sacco dell’immondizia in una notte di tempesta”.
 
Nel sovrapporsi continuo di storie, raccontate con una prosa eccezionalmente ricca, suggestiva, emozionante, impossibile da dimenticare, DeLillo, instancabile, osserva, riflette; forse alla ricerca di una ragione, di un perché, forse già consapevole dell’assoluta insensatezza dell’esistere. L’arte, la politica, il crimine (di qualsiasi specie), lo sport, la religione, la pietà, il suo opposto, la società dei consumi, il drammatico accumulo di rifiuti che giorno dopo giorno soffoca il pianeta, l’avvento rivoluzionario della tecnologia, dei computer, del cyberspazio, sconfinato e irresistibile come un canto di sirena: mattoni di un labirinto in cui ogni cosa, ogni persona è collegata alle altre ma dal quale non esistono vie d’uscita.
“E puoi guardare fuori dalla finestra per un attimo, distratto dal rumore dei bambini che giocano un gioco inventato nel cortile di un vicino, una specie di kickball forse, e parlano la tua lingua, o corrono a cavalluccio sul prato incolto, ed è la tua voce che senti, essenzialmente, sotto il cielo dallo splendore vitreo, e guardi gli oggetti nella stanza, fuori dallo schermo, fuori dalla rete, la grana del legno della scrivania viva nella luce, il tenore denso e vissuto delle cose, le cose che chiedono di essere viste e mangiate, il torsolo della mela che si scurisce a un color seppia sul vassoio del pranzo, e le dense misure dell’esperienza in una sola occhiata casuale, la candela riflessa nella curva del telefono, le ore segnate in numeri romani, e la patina della cera, e le volute del vimini intrecciato, e l’orlo sbeccato del boccale che contiene le tue matite gialle, tutte di traverso, e le vite stratificate della più semplice delle superfici, il burro spalmato che si scioglie sul pane sbriciolato, e il giallo del giallo delle matite, e tenti di immaginare la parola sullo schermo materializzarsi nel mondo, assumere tutti i suoi significati, il suo senso di serenità e contentezza fuori nelle strade, in qualche modo, il suo sussurro si riconciliazione, una parola che si protende all’infinito, il significato di accordo o trattato, il significato di riposo, il senso di silenzio calmante, il significato di salve o addio, una parola che porta con sé la luce ardente di un oggetto nel mezzogiorno assolato, il valore del tocco che unisce, ma è solo una sequenza di impulsi su uno schermo un po’ tetro, e la sola cosa che riesce a fare è renderti pensieroso – una parola che diffonde un desiderio attraverso la distesa viva della città e oltre i ruscelli sognanti e i frutteti, fino alle colline solitarie”.
 
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
 
Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza.
È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c’è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno.
Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.
Il cielo è basso e grigio, il grigio torbido della risacca.
È sul bordo del marciapiede insieme agli altri. A quattordici anni è il più giovane, e si capisce che è in bolletta sparata dall’ansiosa inclinazione del corpo, come se fosse sulle spine. Non l’ha mai fatta prima questa cosa, e non conosce nessuno degli altri, che a loro volta hanno l’aria di non conoscersi, ma questo non è il tipo di impresa in cui possono lanciarsi da soli o a due a due, così si sono trovati a furia di occhiate furtive per individuare il compagno spericolato, ed eccoli qui, ragazzi bianchi e ragazzi neri, sbucati dalla metropolitana o dalle vicine strade di Harlem, ombre smilze, bandidos, quindici in tutto, e secondo la leggenda corrente, per uno che verrà beccato forse quattro ce la faranno.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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