Se l’individualismo è una forma di umanesimo

 

Un romanzo di formazione, un protagonista affascinante, contraddittorio, che scatena emozioni, commuove, diverte e fa riflettere, un affollato palcoscenico di caratteri, ciascuno descritto con minuziosa precisione, una ricostruzione d’ambiente (in primis quello della Chicago del primo Novecento, ma anche la vasta desolazione del Messico, dove muoiono i sogni di libertà e d’amore del protagonista) di impressionante efficacia, e una scrittura intensa, vitale, scintillante, in perfetto equilibrio tra asciutta rievocazione di esperienze personali e sorprendente slancio inventivo. Le avventure di Augie March, con ogni probabilità l’opera più conosciuta (anche se, a mio avviso, non la più significativa) di Saul Bellow è uno splendido viaggio – lungo oltre 700 pagine, che si leggono d’un fiato – nel cuore e nell’anima di un uomo e insieme la rappresentazione, delicata e struggente, di un mondo infantile, immaturo nel bene come nel male, spietato e misericordioso insieme. Interamente narrato in prima persona, il libro di Bellow, pur senza spiccare per originalità – la storia che racconta non è certo nuova: Augie March, giovane di umili origini, cerca in tutti i modi di migliorarsi, di trasformare in vita i suoi quotidiani sforzi per sopravvivere – muta prospettiva di continuo e lascia il lettore privo di punti di riferimento; in questo modo instilla in lui il prepotente desiderio di sapere quel che accadrà, fin dove Augie riuscirà ad arrivare, cos’altro potrà mai capitare. Ed ecco che in quel che sembra soltanto un talentuoso gioco letterario (e invece è il più grande tesoro del romanzo: un’inesauribile ricchezza contenutistica ed espressiva), l’autore dimostra tutta la propria maestria e, grazie a un linguaggio meravigliosamente fluido, abbandona sullo sfondo i quadri d’insieme che dovrebbero ancorare alla “realtà” le vicende del suo eroe (la saga famigliare, la movimentata cerchia delle amicizie, gli esaltanti incontri amorosi) per dare risalto alla persona singola, filosoficamente considerata “misura di tutte le cose”, al suo universo etico, alle sue scelte e alle conseguenze che ne derivano.
“I miei genitori non ebbero molta importanza per me, anche se volevo bene a mia madre”, dichiara Augie (secondo di tre fratelli, uno dei quali ritardato) al principio del romanzo: ecco quel che è necessario sapere della famiglia del ragazzo March, ogni altra notizia, infatti, ogni ulteriore tassello, arriverà attraverso lui, mediatodal progressivo costruirsi della sua vita.
È dunque con gli occhi di Augie che il lettore conosce la sua famiglia, le persone con le quali stringe legami d’amicizia, i vari “capi” per i quali lavora e le donne che ama, su tutte la ricchissima e irresistibile Thea Fenchel – “Avevo conosciuto altre donne… be’, non davo la colpa a loro se le avevo amate meno di Thea […]. Thea aveva un vantaggio nelle proprie idee. Era una di quelle persone che sono così sicure delle proprie convinzioni da potersi battere per loro nel fisico […]. Thea era pronta a sottoporre le proprie idee alle prove estreme – che convince Augie a seguirla in Messico, dove ha intenzione di addestrare un’aquila per la caccia alle iguane; ma soprattutto è attraverso il suo spirito che impara a comprendere cosa significhi davvero la vita per Augie: resistere, in ogni modo possibile, alla pressione del mondo, ai tentativi compiuti da chi ti odia (e ancor più da coloro che ti amano) di renderti diverso da ciò che sei, di plasmarti, di fare in modo che tu capisca, che tu possa finalmente diventare “migliore”.
Il marcato individualismo di Saul Bellow è una sincera, appassionata lezione di umanesimo: al pari di tutti gli altri personaggi del romanzo, l’eroe de Le avventure di Augie March non è altro che un uomo; alla sua vita imperfetta – eco di quella dell’autore e in fondo di quella di ciascuno di noi – e all’ostinazione con cui la difende, Bellow offre sincera compassione e profondo rispetto. Alla continua ricerca di se stesso, Augie rischia in ogni istante il fallimento ma non per questo si tira indietro: scommette, pronto a prendersi le sue responsabilità, a vincere come a perdere.“Guardate me, che vado dappertutto! Insomma, sono una specie di Colombo di chi ci sta intorno e sono convinto che sia possibile raggiungerli in quest’immediata terra incognita che si stende per ogni dove. Posso anche fare fiasco in questo tentativo. Anche Colombo pensò d’aver fatto fiasco, probabilmente, quando lo mandarono indietro in catene”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Sono americano, nato a Chicago – Chicago, quella tetra città – affronto le cose come ho imparato a fare, senza peli sulla lingua, e racconterò la storia a modo mio: primo a bussare, primo a entrare; a volte un colpo innocente, a volte non tanto. Ma il destino di un uomo è il suo carattere, dice Eraclito, e tutto sommato non è possibile dissimulare la natura dei colpi foderando la porta di materiale isolante o rivestendo di guanti le nocche.
Tutti sanno che l’eliminazione dei fatti va a scapito della chiarezza e della precisione: se si nasconde una cosa, si nasconde anche quella che viene dopo.
I miei genitori non ebbero molta importanza per me, anche se volevo bene a mia madre. Era una donna semplice, e ciò che appresi da lei non fu quel che insegnava, ma qualcosa di simile alle esercitazioni pratiche che si fanno a scuola. Non aveva molto da insegnare, povera donna. I miei fratelli e io le volevamo bene. Parlo a nome di tutti e due: per il maggiore so di non sbagliarmi; per il più piccolo, George, devo rispondere io – era nato deficiente – ma non occorre che tiri a indovinare, perché aveva una canzoncina che cantava quando correva, strascicando i piedi nel suo rigido trotto da idiota, su e giù lungo la rete metallica del cortile:
George Maaci, Augie, Simey
Winnie Maaci, volion tutti bene a mamma.
Aveva ragione, fatta eccezione per Winnie, il barboncino di Nonna Lausch, una vecchia cagna cascante e impinzata. Mamma era la serva di Winnie, come Winnie lo era di Nonna Lausch.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

3 pensieri riguardo “Se l’individualismo è una forma di umanesimo”

  1. Hai ragione Emanuele, i traduttori, come peraltro hai saggiamente sottolineato in altra sede, svolgono un lavoro preziosissimo (quelli bravi, s'intende) ed è più che giusto riconoscere i loro meriti, non solo nel privato, godendo della lettura, ma anche pubblicamente quando se ha la possibilità. Davvero splendida, dunque, la traduzione di Vincenzo Mantovani. E grazie a te dell'intervento

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  2. Sarebbe importante – direi fondamentale – menzionare il traduttore: tanto piu' se si parla della bellezza del linguaggio. A meno che tu non ti riferisca all'originale, questa bellezza si deve in gran parte a chi ha fatto suo l'Inglese di Bellow e ce l'ha restituito nella nostra lingua. E' della bellezza dell'Italiano che stiamo parlando, e non sappiamo chi ne e' l'artefice (a meno che non mi sia sfuggito). Emanuele

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