Il reale vestito di fiaba: la letteratura etica di Dickens

 

Charles Dickens, Racconti di Natale, Mondadori
Charles Dickens, Racconti di Natale, Mondadori

Nelle commosse scene di serenità familiare, nelle descrizioni d’ambiente, nelle caratterizzazioni spesso indimenticabili dei personaggi, il Natale dickensiano ha la perfezione dell’opera d’arte. Il grande autore inglese ha saputo renderlo unico; lo ha impreziosito con la grazia dello stile e lo ha raccontato (con il medesimo trasporto con cui si narrano storie di eterno fascino, che non ci si stanca mai d’ascoltare) a lettori di ogni età, mescolando l’ingenuità, il candore e l’apertura verso il fantastico e il soprannaturale proprie della fiaba al dettaglio duro, scomodo, diretto che caratterizza il realismo letterario e in modo particolare gli scritti di denuncia sociale. Ma il merito maggiore di Charles Dickens sta nell’essere riuscito a cogliere (e difendere e preservare) lo spirito di questa festa adattandolo alle urgenze e ai bisogni dei suoi tempi, alle drammatiche disuguaglianze da cui erano segnati. L’insistere garbatamente tenace su azioni e comportamenti di chiaro valore morale (l’altruismo, la solidarietà, la bontà, la capacità di accettare la povertà e in tal modo trasformarla nella più autentica delle ricchezze), cui fanno da vivace contraltare le meschinità e le cattiverie incarnate da alcuni protagonisti dei suoi intrecci – il più noto dei quali è senza dubbio alcuno l’arcigno e avido Scrooge, “eroe” della meravigliosa Ballata di Natale, che dopo aver ricevuto la visita di tre Spiriti, quello del Natale Passato, del Natale Presente e del Natale Futuro, comprende i propri errori, si ravvede e riesce a salvar se stesso – evidenzia senza possibilità d’equivoco il fondamento etico delle “novelle natalizie”. Raccolte nel volume Racconti di Natale, queste storie (ottimamente tradotte da Emanuele Grazzi nella collana Oscar Classici di Mondadori), oltre a essere ineguagliabili capolavori di scrittura, sono una testimonianza, un manifesto politico, un sogno: riflettono Dickens, le sue convinzioni, i suoi sentimenti, le sue speranze. L’eccezionale ricchezza della prosa, l’intensità dei sentimenti che suscita, l’irrefrenabile forza comica di alcuni momenti, la tragica desolazione di altri (quelli in cui l’autore si sofferma sulle gravi condizioni di indigenza in cui versa la gran parte della popolazione e sull’intollerabile sfruttamento della mano d’opera, soprattutto di quella infantile, fondamento dei metodi di produzione della nuova età industriale, quasi un’eco letteraria delle spietate cronache engelsiane contenute ne La situazione della classe operaia in Inghilterra) sono altrettante dichiarazioni d’intenti: Dickens “sfrutta” la semplicità del Natale per schierarsi dalla parte degli umili, applaudire il loro coraggio e additarlo ad esempio, e per chiedere a gran voce più giustizia e una società nuova che abbandoni una volta per tutte ogni perversa, disumana logica d’oppressione.

A torto considerato scrittore “per ragazzi”, Charles Dickens sa bene quanto di utopico c’è nelle sue teorizzazioni sull’eguaglianza; egli è perfettamente consapevole di quali siano i motori che muovono il mondo, conosce le leggi non scritte cui obbediscono i consessi sociali (qualsiasi consesso sociale), ma non per questo si arrende: nei suoi Racconti di Natale, la chiara distinzione tra bene e male, il lieto concludersi delle vicende narrate, il ritratto dei protagonisti, “eccessivo” tanto nella virtù quanto nel vizio (i buoni lo sono completamente, e i malvagi altrettanto, eppure riescono a trovare in sé la scintilla di misericordia necessaria a soffocare i propri egoismi), il ricorso al miracoloso (l’attivismo di spettri e fantasmi nella già citata Ballata di Natale e nella novella intitolata Il patto con il fantasma, il ruolo rivelatore dell’incubo di Trotty in Le campane), in una parola tutto quel che potrebbe indurre un lettore disattento a considerare queste storie innocui passatempi, è la trasparente cifra della sua “coscienza sociale”. L’irrealizzabilità dei sogni dello scrittore si veste di fiaba non perché incapace di affrontare la durezza della realtà, ma per la ragione opposta: poter essere raccontata, portata in mezzo alla gente. È infatti a ciascun uomo preso nella sua singolarità che Dickens vuole parlare, è alla cellula della società che egli si rivolge, nella tenace convinzione che il solo cambiamento concretamente possibile sia quello che nasce nel cuore dell’uomo. Il Natale, con la sua atmosfera unica, non è che un meraviglioso pretesto.
A partire dalla Ballata di Natale, i Racconti di Natale (peraltro non tutti a tema natalizio) sono una splendida lettura. Non sottovalutatela.
Eccovi l’inizio della Ballata di Natale. Buona lettura.
Marley era morto. Tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal suo sacerdote, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, e alla Borsa il nome di Scrooge era buono per qualsiasi cosa che egli decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.
Badate bene che con questo io intendo di dire che so di mia propria scienza che cosa ci sia di particolarmente morto in un chiodo confitto in una porta; personalmente, anzi, propenderei piuttosto a considerare un chiodo confitto in una bara come il pezzo di ferraglia più morto che si possa trovare in commercio. Ma in quella similitudine c’è la saggezza dei nostri antenati, che le mie mani inesperte non possono permettersi di disturbare, altrimenti il paese andrà in rovina. Vogliate pertanto permettermi di ripetere con la massima enfasi che Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.
Scrooge sapeva che era morto? Senza dubbio: come avrebbe potuto essere altrimenti? Scrooge e lui erano stati soci per non so quanti anni; Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, il suo unico amministratore, il suo unico erede, il suo unico amico e l’unico che ne portasse il lutto; e neanche Scrooge era così terribilmente sconvolto da quel doloroso avvenimento da non rimanere un eccellente uomo d’affari anche nel giorno stesso del funerale e da non averlo solennizzato con un affare inatteso e particolarmente buono.  

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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