La fatica d’Ercole, il divertito dispetto di Puck

Recensione di “Mason & Dixon” di Thomas Pynchon


Thomas Pynchon, Mason & Dixon, Bur

Romanzo storico per ambientazione e sorprendente “saggio” filologico per scelta linguistica, Mason & Dixon di Thomas Pynchon è forse il più sperimentale tra i suoi lavori; si tratta, infatti, di un torrenziale, meraviglioso esercizio di stile dove ogni cosa sembra intrecciarsi al suo opposto, dove il passato abbraccia l’invenzione, la razionalità si ubriaca di follia e la realtà sfuma nell’universo sconfinato dell’immaginazione creatrice. Pynchon, come d’abitudine, gioca con i lettori fin dal titolo, che in questo caso non potrebbe essere più chiaro: Mason e Dixon sono gli inglesi Charles Mason, di professione astronomo, e Jeremiah Dixon, topografo, uomini di scienza vissuti nel XVIII secolo e passati alla storia per aver creato la “linea Mason-Dixon”, e cioè il tracciato che ha segnato il confine tra Pennsylvania e Maryland.

Il romanzo è la narrazione di questa impresa, ma la sua linearità, il suo rigore espositivo, così nettamente dichiarati, sono in realtà un’illusione, un trucco geniale. In primo luogo perché Pynchon trasforma la propria prosa in una sorta di originalissimo “mimetismo espressivo” e sceglie di raccontare proprio come si faceva nella seconda metà del Settecento; egli rispetta con l’acribia dello studioso ortografia e stile della lingua (arrivando al punto di scrivere i sostantivi con la maiuscola), senza però rinunciare alla straripante vena comica che lo ha sempre caratterizzato, al suo gusto per il paradosso, al ricorso all’ironia raffinata e pungente e soprattutto alla sua inimitabile capacità di sbalordire.
E così la rievocazione storica, pur precisa e puntuale fin nel dettaglio per quel che riguarda gli aspetti formali, si abbandona alla seduzione della fantasia, aprendosi al fantastico e perfino all’impossibile, che l’autore disegna come irrinunciabile categoria dello spirito. Protagonisti di un assurdo, grottesco girotondo di avventure – dal viaggio a Città del Capo, su incarico della Royal Society, per fare osservazioni sul transito di Venere dinanzi al sole, fino all’incontro con George Washington e Benjamin Franklin – Mason e Dixon sono, nello stesso tempo, protagonisti e figure di contorno del romanzo; è attorno a loro che ruota per intero il mondo costruito da Pynchon, ma nonostante ciò essi non cessano mai di essere personaggi, parti di un tutto più grande; in una parola, attori di una commedia che qualcun altro ha scritto per loro.
Plausibilità, esattezza, verità, tutto ciò che dovrebbe dare valore a un’opera a carattere storico, qui sembrano messe in secondo piano, quasi che il grande autore americano si fosse deciso a scegliere questo particolare tipo di storia solo per lanciare l’ennesima provocazione (e questa volta centrare due bersagli con un solo colpo, il mondo accademico e quello letterario, entrambi abbondantemente sclerotizzati), tuttavia Pynchon, che pure ama dilettarsi con la lingua, esplorarne le possibilità, indagarne i significati profondi, saggiarne la resistenza logica e grammaticale e forzarla fino a raggiungere e, come accade in questo caso, superare il punto di rottura, non si sottrae al suo dovere e alla sua responsabilità di narratore.
Egli cammina sulle nuvole, imbastisce favole, ma senza mai dimenticare di misurarsi con il reale; con le contraddizioni dell’animo umano, innanzitutto, dipinte con magistrale eleganza e impressionante acutezza psicologica nei caratteri (opposti eppure in qualche modo complementari) di Mason e Dixon, malinconico il primo, vulcanico ed esuberante il secondo; poi con quelle della società, rappresentate dalle comunità che la “linea Mason-Dixon” deve dividere: da una parte quelle “illuminate” del nord industriale, dall’altra quelle chiuse del sud schiavista; infine con quelle che drammaticamente segnano il rapporto tra l’uomo e ciò che lo circonda, e qui il simbolo è la stessa linea di confine, un’astrazione pensata da uomini di scienza, un’operazione di chirurgia che non tiene conto (perché non può farlo, perché non riesce a farlo, ma anche perché non vuole farlo) delle caratteristiche dei territori che tocca, delle loro peculiarità, e che in tal mondo si fa specchio della tirannia esercitata dall’umanità sulla natura.
Non diversamente dagli altri romanzi di Thomas Pynchon, Mason & Dixon è un labirinto, un ispirato delirio, una fatica d’Ercole rappresentata come fosse il divertito dispetto di un Puck letterario; è un romanzo arduo, che sfida il lettore su più di un terreno, a partire da quello, fondamentale, della comprensibilità. Coerente nella vita come nell’arte, Pynchon rifugge ogni contatto; è il pubblico che deve cercarlo, inseguirlo e raggiungerlo attraverso i suoi libri. Se non vi sentite pronti a uno sforzo di questo genere, lasciate Mason & Dixon sugli scaffali delle librerie, ma se avete voglia di mettervi alla prova, non esitate, perché questo romanzo è, senza esagerazione, un capolavoro.
Eccovi l’incipit (nella traduzione, davvero bellissima, di Massimo Bocchiola). Buona lettura.

Palle-di-Neve han disegnato i loro Archi Volanti, costellando i Fianchi dei Capanni non meno che quelli dei Cugini, involando Copricapi nel Vento frizzante soffiante dal Delaware: le Slitte son sospinte al coperto e i loro Pattini asciugati e ingrassati con cura, le scarpe deposte nel Vestibolo sul retro, una Calata con le calze ai piedi sulla grande Cucina, in finalizzato Fermento fin dal Mattino, interpunto dai tinnenti Coperchi di vari Bricchi e Pentole fragranti di Spezie per Pasticci, Frutta sbucciate, Grasso di Rognoni, Zucchero caramellato… e i Fanciulli, sempre quasi di Volo, tra gli Schiaffi ritmati di Cucchiaio con Pastella, avendo ghermito per blandizie o rapina quanto loro possibile, proseguono, come ogni pomeriggio di questo nevoso Avvento, verso una Stanza accogliente sul dietro della Casa, arresa da anni ormai ai loro spensierati Assalti. Ivi è approdato un lungo tavolo a cavalletto con due panche spaiate, dal ramo famigliare della Contea di Lancaster… un Chippendale stile Seconda-Strada non scevro di un’interpretazione del rinomato Sofà Cinese, con alto baldacchino di iarde di Tessuto violetto che potrebbe distendersi tutto intorno per dare vita a un intimo, oscuro tendaggio… talune Sedie dispari spedite d’Inghilterra avanti il Conflitto… in Pino e Ciliegio per lo più, né molto in Mogano, eccezion fatta per un sinistro e mirabolante Tavolo da Giuoco vantante in men dispendioso dei Grani a Onda, noto in Commercio come Cuore Vagabondo, datore di un’illusione di Profondità in cui da anni scrutano i fanciulli come dentro alle Pagine Illustrate dei Libri… insieme a una tal dovizia di cardini, innesti scorrevoli, ganci occulti e comparti segreti che né i Gemelli né la loro Sorella posson dire d’esservi giunti a fine.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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