Nel gradino più basso della vita, il più sicuro

Di nuovo, e con grande piacere, torno a ospitare Eleonora Molisani, che recensisce Storia della bambina che volle fermare il tempo di Jenny Erpenbeck (Zandonai Editore). Il forte legame d’amicizia con Eleonora è per me un prezioso tesoro, una ricchezza. Parte di questa ricchezza, grazie ai suoi interventi, sempre così lucidi, penetranti, intensi e profondi, posso condividerla con tutti voi attraverso il mio blog. Non è cosa da nulla. Eccovi dunque il “consiglio letterario” di Eleonora, e subito accanto il mio, stringatissimo e, mi auguro, efficace: seguitelo, non ve ne pentirete. Buona lettura.

Se c’è qualcosa che ci arriva gratis, nella vita, quello è il nome. Ma in questa originale favola per adulti di Jenny Erpenbeck, astro nascente della letteratura tedesca, la piccola protagonista erutta dalla penna dell’autrice già defraudata di quello che ci definisce come umani. Trovata dalla polizia di notte, con un secchio in mano è – e rimarrà – “la ragazzina” senza identità, dalla prima all’ultima riga di questo magma incandescente che si consuma fino al suo imprevedibile e sconcertante epilogo. La ragazzina dichiara di avere 14 anni, di non ricordare chi siano i genitori; è brutta, goffa e sgraziata, ma soprattutto ha un fisico enorme e abnorme per la sua età. Un corpaccione che tiene compresso e represso, per non dare nell’occhio. E che agli occhi degli altri diventa invisibile proprio in quanto ripugnante. Ma la prima a invocare l’invisibilità è proprio la ragazzina. Che vive, o meglio, si lascia vivere, nel proposito certosino di guadagnare l’ultimo posto nella gerarchia sociale, perché – si sa – il gradino più basso è il più sicuro di tutti: quello che ci garantisce che ne saremo sempre all’altezza. Quello che non occorre conquistarsi con sforzi smisurati, e che nessuno, mai, ci contenderà. Eppure non c’è niente come l’umiltà e la modestia a risucchiare e attrarre la malevolenza altrui, e così ecco che la ragazzina diventa il capro espiatorio di un’intera comunità di adolescenti, imbruttiti e incattiviti dalle avversità della vita, prigionieri di un orfanotrofio.
Il terreno del loro sadismo è fertilissimo, perché la sottomissione della ragazzina è perfetta, la sua obbedienza è addirittura anticipatrice, e questo piace ai ragazzini. Perché sono tiranni di natura, e quando trovano una facile preda ci vanno a nozze. Ed ecco allora che – dopo il periodo dell’oblio – si scoperchia il baratro dell’odio, delle torture fisiche e psicologiche a cui la ragazzina viene quotidianamente sottoposta.
Quelle mani che vanno sotto la gonna, a cercare qualcosa che li attrae perché osceno, gli sputi nel suo piatto di ingorda e la carità degli avanzi, gli spintoni per farla precipitare nelle fredde e lorde pozzanghere, le sue mutandine rubate per farle assaporare il senso del ridicolo, gli appuntamenti mancati, le attese estenuanti per qualcosa o qualcuno che non arriveranno mai… C’è tutta la gamma delle possibili prepotenze nella quotidianità impresentabile della ragazzina. È la sua punizione, perché non c’è niente di peggio – agli occhi del mondo – di un servo che si comporta da servo di sua volontà. La ragazzina sa che il solo fatto di essere lì, a pretendere di essere loro coetanea e compagna di giochi, è di per sé una colpa e, desiderosa di espiare questa colpa, obbedisce muta al suo destino.

Ci sono passaggi, in questa fiaba horror, di una durezza quasi intollerabile, come quando, legata al collo con una catena di bicicletta e lasciata come un cane nel bosco gelido, le cala addosso un pensiero di morte: “Il peso della mia vita aumenta. Il mio palazzo è di paglia. Si regge su una zampa di pollo, il pollo l’ho sgozzato io stessa. Quando c’è temporale, lo si sente ancora gridare. Io decoro il mio palazzo. Ne verrà fuori uno splendido inferno”. O come quando, per mettere per qualche attimo la vita tra parentesi, la ragazzina si annulla nel cibo, rosicchiando le ossa, leccando il sugo, pulendo con le dita gli stampi del budino, succhiando le ultime gocce dei vasetti vuoti, trattando il suo corpo come un deposito di materiali, un enorme cumulo cieco, capace solo di trascinarsi da una giornata vuota a quella successiva. In un vuoto senza eco, perché la ragazzina non ha un passato, si sente come qualcuno che si è rinsecchino nel corso del tempo a opera del fuoco e adesso è solo un ciocco spento. E non invidia il passato o il presente altrui, perché non avere una storia è l’unica garanzia per rimanere indisturbata in quell’orfanotrofio. Che a sua volta le garantisce di continuare a cullarsi nel limbo della sua condizione ottusa, senza un’età.

Ma cosa deve aver subito un essere umano per desiderare di essere dimenticato da tutti, perfino da chi gli ha dato la vita? E perché – se l’unico desiderio è l’oblio – la ragazzina continua a imbucare, tra le cassette marce, lettere indirizzate a sua madre? Forse un passato misterioso e inascoltato bussa alla porta della coscienza e, a un certo momento, sguscia indesiderato nella sua vita. Alla fine il destino si materializza, segno che la licenza di andare a spasso indisturbati nel giardino del tempo non può durare all’infinito. Qualcuno finirà vittima sull’altare di uno scherzo indecente e immondo? Non è detto, perché a volte l’infanzia continua a dondolarsi su un vasto, vastissimo mare di tempo. Per molti, addirittura, fino alla morte. E non è dato sapere se voler fermare l’attimo sia segno di follia. O il vero indice di sanità mentale.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

Un pensiero riguardo “Nel gradino più basso della vita, il più sicuro”

  1. Non scrive alla madre, ma a se stessa con firma la mamma. Libro inquietante|. Mi piacerebbe sapere in che periodo è ambientato : si parla di bombardamento e città distrutta, forse Dresda? Potrebbe essere indizio per capire lo stato della “ragazzina” disturbata. Altro indizio sono i bigliettini:”sii gentile se no ti ammazzano” “Tu per me sei morta”. Mi piacerebbe avere spiegazione

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