L’imprescindibile banco di prova della scrittura

 

Grandi eventi storici raccontati come se avessero un denominatore comune o fossero parti di un piano; fenomeni di massa minuziosamente descritti nella loro allucinante realtà; singoli destini che incontrano il mondo, o si scontrano con esso, e in questa collisione cercano il senso del loro esistere. Mentre ogni cosa accade in un’atmosfera d’incubo allo stesso tempo immaginifica e concreta, in un presente attraversato da un terrore sottile e senza nome. È in questo febbricitante scenario, in un tempo che non fatichiamo a riconoscere come nostro e che pure non riusciamo a credere ci appartenga davvero, in un’attualità che viviamo e abitiamo quasi senza averne coscienza, come se ci limitassimo a sognarla, che Don DeLillo ambienta lo splendido e inquietante Mao II, viaggio senza ritorno nel cuore malato della modernità. Grottesca, maligna, a tratti persino folle; e ancora violentemente cinica, apocalittica, complottistica, disperata, la prosa dello scrittore americano, uno dei più grandi e importanti autori del panorama letterario novecentesco, sembra condividere la natura, l’essenza del proprio oggetto d’indagine: universale nella trattazione dei temi (la trama di Mao II, in realtà solo un pretesto narrativo, si può scomporre in una serie di riflessioni sulla cultura di massa e il suo inconsapevole consumo, sull’inarrestabile esplodere della violenza, di cui il terrorismo è la manifestazione più evidente e con ogni probabilità anche più semplice, sul nostro agire individuale e collettivo, sulla letteratura e il suo compito, la sua missione, il suo dovere in una società sempre più disumanizzata), si scopre cieca, impotente e sterile quando si tratta di affrontare i problemi e cercare delle soluzioni. DeLillo descrive il caos, il disordine e l’irrazionale con la penetrante lucidità dello studioso e la puntualità asciutta del cronista; il suo sguardo sa essere freddo, determinato, concentrato sul proprio obiettivo (offrire al lettore un ritratto del presente), ma i suoi resoconti – a partire dalla magistrale, indimenticabile, superba descrizione dei matrimoni di massa celebrati dal reverendo Moon con cui si apre il romanzo – non sono che il primo passo, l’antefatto del libro. Essi rappresentano infatti l’imprescindibile banco di prova per la scrittura e le sue ambizioni: gli avvenimenti, i fatti, una volta raccontati si cristallizzano nella loro verità apparente (figlia del tempo, delle circostanze, delle interpretazioni, delle convenienze) per rinascere in forma di simbolo; ed è in questa nuova veste, dunque come “messaggio cifrato” della sostanziale incomprensibilità del mondo, che il segno scritto deve decrittarli, scomporli, trovare per loro l’adatta forma espressiva, disinnescarne la potenza distruttiva. Ma qui la parola fallisce e l’entropia trionfa. Romanziere geniale e raffinatissimo, DeLillo contrappone l’arte preziosa e potenzialmente ingannevole dell’immagine – la principale protagonista di Mao II è la fotografa Brita Nilsson, specializzata nel ritrarre scrittori – alla fatica della letteratura e alla sua voce strozzata, entrambe incarnate dalla figura di Bill McGray, autore di lavori di fondamentale importanza che ormai da tempo non pubblica più, anche se pare che il suo nuovo libro sia di prossima uscita. Uomo solitario e misantropo, McGray, protetto dal suo agente letterario (incuriosito, o meglio affascinato da Andy Warhol e dalle sue immagini in serie: “Procedette e alla fine si fermò in una stanza piena delle immagini del presidente Mao. Mao in fotocopia, Mao in serigrafia, Mao su carta da parati, Mao in polimero sintetico. Una serie di serigrafie era installata sopra una superficie più vasta di serigrafie su carta da parati, con la faccia del presidente color violaciocca che galleggiava ormai priva di legami con la fonte fotografica”), conduce vita ritirata, rifiuta incontri, interviste, dibattiti; e il suo silenzio, allo stesso tempo ostinato e malato (McGray fatica a scrivere, dunque fatica a parlare, a raccontare le cose, a spiegarle, a prendere posizione, a decifrare il simbolo che in mille avvenimenti deflagra tutto intorno a lui), è il silenzio dell’intelletto, della coscienza, dell’uomo, un silenzio coperto dal fragore assordante delle bombe, dal crepitio delle armi, dai sussurri cospiratori di un gruppo di persone che a Beirut tiene prigioniero un uomo, dalle preghiere della folla adorante che accompagna l’ultimo viaggio di Khomeini, dalla promessa d’amore che le migliaia di coppie sposate da Moon si scambiano  nella cornice imponente e assurda dello Yankee Stadium di New York, da tutto quello che ancora deve succedere ma che già riesce a farsi udire, come un tuono lontano che annuncia il prossimo temporale…
Mao II è un romanzo bellissimo e importante, è un rapinoso capolavoro di stile e un grido d’allarme di drammatica urgenza. È un libro che ci racconta con crudo e preciso realismo, e che per questo non possiamo permetterci di ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Delfina Vezzoli). Buona lettura.
Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d’America. In fila per due. L’eterno duetto ragazzo-ragazza, sbucano dalla pista al di là della staccionata sul centrocampo sinistro. La musica li attira sull’erba a dozzine, a centinaia, già troppi per contarli. Si ammassano così vicini, attraversando il vasto arco del fuoricampo, che l’effetto è quello di una trasformazione. Da una serie di coppie allacciate diventano un’onda ininterrotta, sempre più grande, che copre gli spazi aperti di blu marino e di bianco.

Il papà di Karen, dalla tribuna d’onore, non può fare a meno di pensare che proprio questo è il punto. Ora sono un unico corpo, una massa indifferenziata e la cosa lo turba. Punta il suo binocolo su una giovane donna, poi su un’altra e un’altra ancora. Tante colonne piantate così vicine. Non ha mai visto niente di simile, e non avrebbe mai immaginato che potesse succedere. Non è venuto qui per lo spettacolo, ma la cosa sta incominciando a stupirlo. Sono a migliaia adesso, quasi il contingente di una divisione, e la vecchia musica decorosamente strappalacrime suona vagamente sardonica. Sua moglie Maureen gli siede accanto. Oggi ha un’aria spavalda e vivace, tutta vestita di color caramella per scacciare lo scoramento che si sente dentro. Rodge capisce perfettamente. Li hanno avvertiti all’ultimo momento. Il tempo di saltare su un aereo, trovare un albergo, prendere la metropolitana, passare il controllo di sicurezza ed eccoli qui, a cercare di capirci qualcosa. Rodge non è privo di mezzi per far fronte alle brusche svolte delle tensioni dell’esperienza: ha una laurea, un’attività, un commercialista, un cardiologo e un fior di assicurazione sulla vita. Ma valgono sempre le sicurezze? C’è qualcosa là sotto che non avrebbe mai pensato di vedere in uno stadio: qualcosa di molto strano. Questi prendono un evento venerando e lo ripetono, lo ripetono, lo ripetono fino a far entrare nel mondo qualcosa di nuovo.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

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