Scrivere per la verità, senza la quale non c’è nulla

 

William M. Thackeray, Pendennis, Frassinelli
William M. Thackeray, Pendennis, Frassinelli

A metà tra racconto autobiografico, gustoso affresco di vita londinese, impareggiabile studio di caratteri e divertita “fenomenologia” della società vittoriana, Pendennis di William Makepeace Thackeray è un piccolo gioiello letterario. Salutato al suo apparire da un grande successo di pubblico e poi dimenticato con l’andare del tempo (oggi al nome di Thackeray i più associano La fiera delle vanità e Le memorie di Barry Lyndon), questo romanzo velato di malinconia offre al lettore una trama semplice, dove i ricordi personali, le memorie felici e le ferite che il tempo ha a malapena ricucito si intrecciano armoniose con l’arbitrio creativo dell’autore, e dove la minuziosa precisione delle descrizioni d’ambiente è specchio del ricchissimo disegno dei caratteri, che Thackeray si guarda bene dal definire, preferendo concentrarsi sulle sfumature, sulle ambiguità, sui chiaroscuri, sull’essenza multiforme dell’animo umano. Le esperienze personali, la fine ironia con cui tratta ogni argomento (e che con tutta probabilità è il maggior pregio della sua prosa), le sue eleganti riflessioni sulle debolezze di cui tutti siamo in qualche modo vittime, i modelli di virtù che presenta, autentici nella loro sostanziale imperfezione, nelle intenzioni di Thacheray rappresentano, pur in gradi differenti, la verità, che egli considera il fine ultimo della letteratura e della vita. Non a caso scrive nella prefazione al romanzo: “Nella sua costante comunicazione con il lettore, chi scrive è costretto a esprimersi con franchezza e a manifestare le proprie idee e i propri sentimenti così come gli sgorgano dalla mente e dal cuore […]. E come dopo aver frequentato a lungo una persona ne giudichiamo il carattere non da un singolo discorso, umore o opinione, e neppure da quel che ci dice un certo giorno, ma dal tenore generale del suo comportamento e della sua conversazione, così di uno scrittore che ci si apre per forza di cose senza riserve ci domandiamo: È sincero? Racconta la verità? Sembra motivato dal desiderio di scoprirla e venircela a dire? È un ciarlatano, che simula il sentimento o declama per sortire maggiore effetto? Cerca la popolarità attraverso gli sproloqui o altri artifici? Non sono capace di ignorare la fortuna più delle altre buone occasioni che mi sono capitate. Ho trovato qualche migliaio di lettori in più di quanti non me ne sia cercati. Non ho nessun diritto di dire loro: non troverete difetti nella mia arte e non vi addormenterete sulle mie pagine. Ma vi prego di voler credere che chi scrive si sta sforzando di dire la verità, senza la quale non c’è nulla”.

Condotta con rigore e con magistrale talento narrativo, questa ricerca della verità si rivolve in un comune imbattersi in essa, in una cronaca di eventi vissuti, appresi, in qualche caso inventati, ma sempre prendendo le mosse da situazioni conosciute; così, l’affetto non privo di caricaturale sarcasmo con cui William Thackeray presenta l’anziano maggiore Arthur Pendennis, eroe del romanzo, è lo stesso con cui egli guarda alla stanca nobiltà del suo tempo, mentre il ritratto (in più di un’occasione a tinte fosche) che dà di Arthur Pendennis junior, nipote del maggiore e giovanotto dedito ai piaceri, a una vita talmente disordinata da rasentar la dissolutezza, ma nonostante ciò ben conscio del proprio carattere, intelligente e fondamentalmente “buono”, se da un lato va considerato come comprensibile “debolezza” autoassolutoria del romanziere (Arthur junior è il suo alter ego), dall’altro si può ben interpretare come incoraggiante sprone a un’intera generazione, soffocata da codici morali e regole comportamentali eccessivamente rigide e severe; e ancora l’improvviso e malvagio moto di ribellione di Morgan, cameriere personale del maggiore Pendennis, che in un impeto d’ira dichiara apertamente di volere la rovina completa del suo padrone, colpevole, in anni e anni di fedele servizio, di averlo vessato in ogni modo possibile, più che uno spunto critico sulla situazione sociale (tema che Thackeray evita di affrontare direttamente, limitandosi a disegnare scene private, intime, e lasciando al lettore l’onere della generalizzazione) ha il sapore nostalgico e aristocratico di un richiamo a una trascorsa “età dell’oro”, quando le cose offrivano almeno un’illusione d’immutabilità.
Romanzo in pari tempo romantico e disincantato, lieve e arguto, Pendennis è prima di ogni altra cosa un autentico piacere estetico. Thackeray, del resto, sa bene come sedurre, strappare sorrisi, tener desto l’interesse, sciogliere nel modo più indolore anche il più intricato dei dilemmi. Per chi a un libro chiede solo un po’ di buona compagnia non c’è niente di meglio.
Eccovi l’incipit (la traduzione, nell’edizione Frassinelli, collana I Classici Classici, diretta da Albo Busi, è di Olivia Crosio). Buona lettura.

Una bella mattina, nel pieno della stagione londinese, il maggiore Arthur Pendennis arrivò da casa, com’era sua abitudine, per fare colazione in un certo club di Pall Mall, del quale era uno dei principali fiori all’occhiello. Il maggiore faceva invariabilmente la sua comparsa alle dieci meno un quarto, con degli stivali lucidati di nero come non se ne trovavano in tutta Londra, una cravatta da mattina a scacchi che restava senza grinze fino all’ora di cena, un panciotto di pelle di bufalo con la corona della sovrana sui bottoni, e biancheria così immacolata che lo stesso signor Brummell gli aveva chiesto il nome della sua lavandaia, e probabilmente se ne sarebbe servito se una serie d’infortuni non lo avesse costretto a lasciare in tutta fretta il paese. La giacca di Pendennis, i guanti bianchi, le fedine e lo stesso bastone erano, nel loro genere, esemplari perfetti del costume di un militare en retraite. Da lontano, o a vederlo solo di spalle, non gli avreste dato più di trent’anni: la natura artificiosa dei capelli di un bel castano scuro vi saltava all’occhio solo dopo un’ispezione più da vicino, come pure le zampe di gallina intorno agli occhi alquanto sbiaditi nel bel viso tempestato di efelidi.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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