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A Palermo, in una “notte buia e tempestosa”…

Recensione di “La doppia vita di M. Laurent” di Santo Piazzese

 

 
Santo Piazzese, La doppia vita di M. Laurent, Sellerio
Santo Piazzese, La doppia vita di M. Laurent, Sellerio

Nate per caso e dal caso, le indagini di Lorenzo La Marca, di professione biologo, procedono senza alcuna apparente razionalità, nutrite di intuizioni improvvise, attraversate da correnti elettriche di emozioni, cameratismi e antipatie, scandite dai tempi rallentati di una città particolarissima (Palermo), dalle sue atmosfere uniche e dagli intoccabili rituali dei suoi abitanti. Nascosta nella penombra di stradine tortuose, distorta dai discorsi obliqui e allusivi di chi ha imparato a minacciare sorridendo e a condannare a morte con un abbraccio, la verità è materia sfuggente, pericolosa, qualcosa di quasi indecifrabile alla luce del solo intelletto.


E lo sa bene proprio La Marca, protagonista (e trasparente alter ego dell’autore) de La doppia vita di M. Laurent, secondo romanzo giallo del siciliano Santo Piazzese (dell’ottimo esordio, I delitti di via Medina-Sidonia, ho già scritto in questo blog), che affronta questa nuova inchiesta, nella quale naturalmente si trova coinvolto suo malgrado – pur senza fare nulla per tirarsene fuori – con la stessa flemma, la stessa distaccata, intelligente ironia che adopera nella vita. Non basta, infatti, un uomo ucciso a colpi di pistola in un vicolo deserto (l’assassinio con cui si apre il romanzo) a togliere sonno, appetito e buonumore a La Marca, e non perché l’uomo sia morbosamente attratto dalla cronaca nera – “i morti”, confessa, “mi fanno sempre impressione, e tendo a schivarli, soprattutto quando c’è la fondata possibilità che siano sfigurati, smembrati, o malridotti in genere. Per non parlare degli impiccati con la lingua di fuori” – ma perché la ragione che lo spinge a seguire (anzi ad accompagnare) l’amico poliziotto fin sulla scena del delitto, “in mezzo agli sbirri, ai fotografi, e agli infiltrati affetti da necrofilia da week-end”, è “il lampo all’henné di una chioma familiare”, quello di Michelle, il medico legale, cui l’uomo è legato da una relazione tanto intrigante quanto instabile. “Tutto sommato”, chiosa sornione il biologo-investigatore, “ci avevo sperato di incontrare Michelle quando mi ero offerto di accompagnare Vittorio. Era una questione di probabilità. Non è che ce ne siano tanti, di medici legali, nella capitale del crimine. Le feci un cenno da lontano per farle capire che avrei aspettato la fine della recita, e continuai ad osservare la scena”. Giallista di gran talento, Piazzese dà vita ad intrecci nel medesimo tempo avvincenti e piacevoli, dove dramma e commedia convivono in perfetto equilibrio, il disegno dei caratteri è preciso, puntuale e ricco di preziose sfumature, e le descrizioni della sua terra appassionate, gravide d’amore sincero e di quel genuino stupore che soltanto la bellezza autentica è in grado di suscitare. Tra le sue pagine dense eppure lievi, la vicenda, con il suo pesante carico di sangue e di mistero, si snoda quasi da sé, impreziosita da un linguaggio raffinato e soprattutto dal continuo gioco di rimandi che l’autore costruisce tra sé il suo eroe, prestando a La Marca, oltre al proprio lavoro, gusti letterari, preferenze musicali e un’edonistica inclinazione al godimento dei piaceri della vita, a partire da quelli della buona cucina. Leggendo delle avventure di La Marca, della sua “normalità” sconvolta (ma non più di tanto a ben guardare; siamo in Sicilia, ricorda a più riprese Piazzese, terra di mafia) dalla violenza e dagli omicidi, seguendo passo dopo passo le sue investigazioni – coronate da successo ma pur sempre dilettantesche – che punteggiano un’esistenza altrimenti normalissima, regolata dai doveri professionali e dal richiamo irresistibile dell’ozio (contemplativo, s’intende), ci si ritrova nel bel mezzo di una terra splendida e feroce, dove a regnare quasi incontrastata è una malata “cultura” della sopraffazione tramandata di generazione in generazione e insegnata fin dalla più tenera età, ma anche (ed è qui che si rivela non solo il valore dello scrittore Piazzese ma anche la profondità del suo registro narrativo) in un luogo magico e vitale, al centro di una teoria di meraviglie che richiama quel che c’è di più nobile nell’uomo e che è naturale antidoto alla morte e alla sua terrificante logica d’annientamento.

Profuma intensamente di realtà la Sicilia di Santo Piazzese; conosce bene la mafia e i suoi sistemi, così come sa che esiste la corruzione, e che la politica, a tutti i livelli, è uno dei gangli vitali del malaffare; ma proprio perché forte di questa consapevolezza non invoca eroi ma guarda a se stessa, al proprio inesauribile tesoro spirituale, che riverbera nei colori pieni della terra, nell’abbondanza dei suoi frutti, e nutre uomini straordinariamente comuni come Lorenzo La Marca, persone che amano in egual misura un buon libro e un buon vino, che pur senza inseguire a tutti i costi il pericolo non lo fuggono, e che non rinunciano ad amare, sorridere, vivere, perché hanno compreso che è proprio nel momento in cui si smette di vivere che si comincia a morire.

La doppia vita di M. Laurent è un giallo di ottima fattura, che avvince il lettore fin dalla primissima pagina e lo trascina in un delizioso girotondo di garbata ironia, sorprese architettate a regola d’arte, immancabili colpi di scena e studiate rivelazioni autobiografiche. Al termine del romanzo amerete allo stesso modo il viziato La Marca e il suo gemello-creatore. E vorrete approfondire la conoscenza di entrambi.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

 
– Ti ci porto io – avevo detto a Spotorno – mi viene di passaggio.
E non mi veniva affatto di passaggio.
Sono le frasi dall’apparenza più innocua quelle che celano dentro di sé i più subdoli inneschi a orologeria.
Ma forse è meglio se prima di continuare con la storia del morto ammazzato, della ungro-finna, della vedovallegra, e tutto il resto, io racconti com’è che mi trovassi a casa del signor commissario. Perché la Verità è sempre rivoluzionaria, dicono. Anche quella meteorologica.
Il punto è che c’erano i lampi, c’erano i tuoni, c’era la pioggia e la grandine a tempesta contro i vetri, e puntuale come una nemesi temporalesca, c’era pure il solito buio targato Enel, che a Palermo si sa quando comincia…
Dunque, era una notte buia e tempestosa, che ci posso fare? Buia nera. E tempestosa senza rimedio. Ed io ero confuso.
Era una confusione esistenziale, da autunno vero, non uno di quei metaforici autunni della vita che ci affliggono per tutto l’anno dalle strofe dei più pervertiti autori cantautori post-marxisti-neoprévertiani. Si era in ottobre, e dall’avvento della Seconda repubblica l’autunno mi riserva un ottobre confuso. Giorni in cui ti sembra di avere un Bronx dentro la testa, pensieri da trattare con cautela, attento a ogni svolta e agli angoli bui, prima di approdare al conforto di un daiquiri ghiacciato al punto giusto.

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