Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta

Recensione de “Le ragioni del sangue” di Alessandro Gennari

Alessandro Gennari, le ragioni del sangue, Garzanti

Un romanzo che del giallo ha le atmosfere, l’andamento, le sorprese, i colpi di scena, le false piste e il progressivo disvelamento dei fatti, e nel medesimo tempo una storia oscura che affonda le proprie radici nel nostro passato recente, nella tragedia del secondo conflitto mondiale e poi nell’abisso della guerra civile italiana, nell’incubo, eroico ma non certo privo di terribili efferatezze, della Resistenza, sanguinoso scontro fratricida tra partigiani e occupanti. Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari, insignito del premio Bagutta Opera Prima nel 1995, è un’opera cruda e violenta, un racconto potente, di vibrante sincerità, una testimonianza scomoda e ostinata, un urlo che lacera il silenzio. La scelta di raccontare eventi trascorsi (una parte della nostra comune memoria di popolo che ancora oggi suscita divisioni e riapre ferite mai del tutto guarite) nelle serrate cadenze di un thriller ha una duplice valenza, letteraria e simbolica.

Da una parte rende il racconto fluido e coinvolgente, regalando il giusto ritmo alla narrazione, mentre dall’altra spinge il lettore a confrontarsi con un’idea di verità spinta fino alle sue estreme conseguenze. Cos’è, infatti, il vero, chiede l’autore, se non radicale presa di coscienza, completa riappropriazione di qualcosa che ci appartiene? “Tradotta” nella soluzione di un caso, nella cattura del colpevole, nel ristabilimento di un rassicurante equilibrio sociale, la verità del giallo classico qui cambia radicalmente volto e diviene qualcosa di molto prossimo alla giustizia, alla riparazione dei torti.

Non a caso, il vero protagonista del romanzo di Gennari è un morto, Antonio Marga, padre del personaggio che è l’io narrante della vicenda: un uomo, un soldato, un eroe celebrato al suo funerale con queste parole: “Come tanti giovani della sua generazione, Antonio Marga dovette interrompere gli studi, fu costretto a mettere fine a una brillante carriera artistica perché ricevette una cartolina che lo chiamava a partire per la guerra. Una guerra che non sentiva, che certo non condivideva. Poteva quindi rifiutarsi di partire, nascondersi. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma in quegli anni, partire per la guerra era un dovere. Per quanto oggi suoni incomprensibile, di fronte alla chiamata della Patria non ci si tirava indietro, né si giudicava se fosse giusto o sbagliato… Per tre anni Antonio fece il suo dovere di soldato, in Albania e in Grecia, e quando si trattò di scegliere tra la collaborazione con i tedeschi e la prigionia, ancora una volta non esitò a compiere la scelta più difficile. Fu deportato nei campi di concentramento nazisti, dove patì la fame e il freddo nelle baracche, insieme ai compagni che vedeva spegnersi uno dopo l’altro. E arrivò infine a Dachau, dove apprese a che punto poteva arrivare la vergogna di appartenere alla specie umana. Qui contrasse un’infezione polmonare, una malattia talmente grave che i suoi stessi carnefici furono indotti a sbarazzarsi di lui. Considerato ormai inservibile, fu rispedito a casa e dovette affrontare con le poche forze superstiti il lungo viaggio di ritorno, sorretto unicamente dal desiderio di rivedere la sua terra, e i suoi cari…”.

Ma il ritratto a tutto tondo di un elogio funebre, il ricordo filtrato dalla pietà, o forse solo dalla consapevolezza dell’inutilità di una tardiva confessione, ha poco o nulla a che vedere con la realtà dei fatti; ed è con questa realtà, in un drammatico crescendo di rivelazioni, che si trova a fare i conti il figlio di Marga, gettato nei chiaroscuri di una vita che non gli appartiene e che pure è quanto di più caro egli possieda.

Le ragioni del sangue è un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, un’opera da riscoprire, eredità di un grande scrittore scomparso troppo presto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Mio padre morì una mattina di gennaio fredda e senza neve. Paola mi telefonò svegliandomi dopo una brutta notte in cui avevo sognato che il diluvio inghiottiva la città. Parlava sottovoce, sforzandosi di non piangere. Sentivo qualcuno singhiozzare accanto a lei, l’altra mia sorella, forse, o la cameriera. Ancora intontito, avevo la sensazione di ascoltare qualcosa che già sapevo, di vivere un episodio già successo. Riattaccai pensando alle fastidiose incombenze che mi aspettavano, al funerale in chiesa e agli appuntamenti da annullare. Mi resi conto che stavo reagendo come avrebbe fatto lui, ricordai la sua espressione infastidita alla notizia della morte di mio nonno e per un istante lo sentii vicino e complice, mi accorsi di volergli bene come da bambino, quando giocava con me.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

4 pensieri su “Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta”

    1. Di nulla! Se ti può interessare, Alessandro Gennari nel 1996 scrisse con Fabrizio De Andrè un giallo molto gustoso intitolato “Un destino ridicolo” e pubblicato, se non ricordo male, da Einaudi. Lo comprai e lo divorai, naturalmente; ero, e sono, un “deandreano” di ferro.

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      1. Ovviamente, mi sarei stupita del contrario 🙂 comunque i miei figli apprezzano il Cd di De Andrè con la PFM, il primo concerto ascoltato da mio marito quindicenne e per questo colonna sonora della sua (nostra) vita!

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