Quando la filosofia investiga

 

Margaret Doody, Aristotele e il giavellotto fatale, Sellerio Editore
Margaret Doody, Aristotele e il giavellotto fatale, Sellerio Editore

Un luogo chiuso (la palestra di un ginnasio), un tragico incidente (un giovane ucciso dal lancio di un giavellotto), l’indubbia identificazione del responsabile (colui che ha scagliato l’arma); tre elementi che, se non fossero costitutivi di un racconto giallo, basterebbero all’accertamento della verità. Invece rischiano di essere addirittura d’intralcio alla soluzione di quello che in realtà è un delitto, un diabolico assassinio. Questo lo scenario, impeccabile quanto a fedeltà alle regole auree del genere, di Aristotele e il giavellotto fatale, seconda avventura della saga letteraria nata dalla penna della canadese Margaret Doody (del suo primo libro, Aristotele detective, ho già scritto in questo blog) e che vede nei panni dell’investigatore protagonista nientemeno che il celebre filosofo fondatore della scuola peripatetica. Si tratta di uno scritto agilissimo (poco più di una sessantina di pagine, che comprendono anche un’introduzione di Beppe Benvenuto e una piacevole postfazione a cura di Luciano Canfora), che l’autrice costruisce con maestria puntuale e divertita, prestando la massima attenzione (come già accaduto nella prima opera, del resto) al rigore della costruzione storica e nel medesimo tempo affidando la soluzione di quello che ha tutta l’aria di essere un impossibile mistero alla disarmante consequenzialità della logica aristotelica (non a caso, il richiamo ante litteram a quello che sarà uno dei cardini del processo deduttivo di Sherlock Holmes – una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità – è trasparente). La prosa lieve della Doody conquista immediatamente il lettore, e lo stesso fa il ritratto del giovane Aristotele, risoluto nel seguire il proprio destino filosofico e insieme uomo tra gli uomini, affascinato, se non dalle frivolezze della vita, di certo dai suoi semplici piaceri, la buona tavola, la ricercatezza del vestire, il dono prezioso dell’amicizia. Il pensatore che la scrittrice canadese (di professione docente di letteratura comparata alla Notre Dame University) ci restituisce ha poco a che vedere con le riflessioni e gli studi che lo hanno reso immortale; egli infatti è quasi un simbolo, è la rappresentazione orgogliosa dell’intelletto che interviene a ristabilire ordine e logica (e dunque giustizia, intesa metafisicamente come equilibrio prima ancora che come opportuna misura sociale di equa distribuzione di ragioni, torti, colpe e responsabilità) in una trama lacerata da un evento improvviso e inaspettato. Con le sue investigazioni e la sua notevolissima capacità di analisi, Aristotele porta tra il popolo, rendendolo in tal modo autentico, quel che il mito e la religione hanno sempre indicato (e lodato) come caratteristica essenziale del divino: la forza di un intervento risolutore capace di spezzare il circolo vizioso del caos e della degenerazione morale.

Nei toni di un giallo raccontato con misura ed eleganza, Margaret Doody riflette con grande lucidità su temi squisitamente filosofici come la ricerca del vero, le sue conseguenze, l’esercizio del pensiero inteso quale unica strada verso un’esistenza davvero libera, incarnandoli in un modello di squisita perfezione. 
 
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, per Sellerio Editore, è di Rosalia Coci). Buona lettura.
«Certo», mi disse Aristotele, «il mio nuovo cappello mi ripara dalla pioggia, questo sì, ma a quanto pare l’acqua si accumula e poi cade dritta sul mulo, e a lui non fa certo piacere». Per chiarire il concetto, il filosofo mosse la testa; un ruscelletto d’acqua si riversò fuori dal petaso a tesa larga e piovve a cascata sul collo del mulo. L’animale si agitò con fare sdegnato e puntò le zampe sulla strada.
«Be», disse il suo padrone, guardando tristemente la cavalcatura, «potrei anche arrivarci a piedi al ginnasio di Arcandro. Potresti venire con me, magari solo per asciugarti». C’eravamo appena incontrati per strada. In quel rigido e umidissimo giorno d’inverno, Aristotele tornava dal Liceo in sella al suo mulo. Smontò, avvolse la briglia attorno a una pietra e s’incamminò a piedi lungo la stradina secondaria a nord dell’Acropoli.
 

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

8 pensieri su “Quando la filosofia investiga”

  1. è successo anche a me. Credo che il motivo sia che all’inizio ci si entusiasma perché siamo imbevuti di cultura classica e Aristotele è un mito. Ma la scrittrice non riesce a far innamorare del personaggio principale.

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