All’ombra maestosa del peccato

Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, Bur
Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, Bur

Elementi distintivi del romanzo gotico, l’angoscia, la paura (che spesso degenera in vero e proprio terrore), il mistero (risultato di un abile intreccio tra l’irrompere improvviso di fatti a prima vista inspiegabili e il lento ma inesorabile procedere di diaboliche macchinazioni), i sacrifici e le sofferenze patite dai personaggi, trovano un equilibrio, etico prima ancora che letterario, nel felice scioglimento della vicenda raccontata, nel premio ricevuto dalla virtù e nel parallelo castigo del vizio. Tanto più terribili sono le esperienze vissute dai protagonisti della vicenda raccontata, tanto più cupe e disperate le prove che sono chiamati ad affrontare, tanto più luminosa è la gioia che li attende al termine della loro odissea. Il risultato di questo semplice, ingenuo (ma non scontato) schema narrativo è un’opera tumultuosa nella trama e dichiaratamente pedagogica nelle finalità che, in un folle susseguirsi di colpi di scena, in uno sfiancante alternarsi di speranza e disperazione, si assume il non facile compito di dare consolazione al lettore afflitto mostrandogli quanto sia “transitorio il potere dei malvagi sui buoni” e come l’innocenza, benché oppressa, riesca sempre, in ultimo, a trionfare sull’ingiustizia, “purché sostenuta dalla pazienza”. Proprio innocenza e colpa, bontà e cattiveria, generosità ed egoismo, estremi inconciliabili in serrata lotta tra loro, sono le categorie morali e (incarnate in altrettanti caratteri) i personaggi che animano I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, il lavoro più noto e di maggior successo della scrittrice inglese, pubblicato nel 1794. Ambientato nel XVI secolo tra Francia e Italia, il romanzo racconta le peripezie della giovane Emily St. Aubert, ragazza di specchiata virtù amatissima dai genitori (in special modo dal padre, uomo in tutto e per tutto “rousseauano”, le cui convinzioni, così come il modo di vita, sono in larga parte sovrapponibili alle tesi esposte dal pensatore francese nell’Emilio). Prematuramente strappata alla quiete della sua vita in campagna dalla morte prima della madre e poco tempo dopo del padre, Emily viene affidata alle cure della zia, che vive a Tolosa e ha nell’accumulo indiscriminato di ricchezze e nella ricerca di frivoli piaceri mondani i suoi unici interessi. Nel lusso inutilmente esibito della splendida dimora cittadina della zia, Emily – che nelle ultime settimane di vita del padre aveva accompagnato il genitore in un viaggio nel corso del quale aveva conosciuto il cavaliere Valencourt, di cui si era innamorata (e che a sua volta era rimasto conquistato da lei) – già straziata dal ricordo della recente perdita, sperimenta la durezza di carattere della sua tutrice, che non perde occasione per rimproverare quella che considera debolezza (e che in realtà è solo sensibilità e bontà d’animo) e, incurante della fragilità della ragazza, la costringe a partecipare agli incontri e alle feste organizzate dalla buona società cittadina, in massima parte frequentate da approfittatori senza scrupoli. Lusingata da uno di loro, l’italiano Montoni, la zia di Emily cede al corteggiamento accettando di sposarlo.

È da questa affrettata, incauta decisione che I misteri di Udolpho – che fino a quel momento aveva alternato scene di familiare dolcezza e naturale splendore (sono molte, e di grande intensità, le pagine dedicate dalla Radcliffe alla meraviglia degli scenari naturali, privilegiato oggetto di contemplazione e studio del padre di Emily) all’annuncio dei mali futuri, minacciati, come lo è un temporale dall’accumularsi di nubi all’orizzonte, dal progredire della malattia dell’uomo – scivola nell’ombra; Montoni, infatti, che si è sposato solo per poter spogliare delle sue ricchezze la zia di Emily, dopo una breve parentesi a Venezia conduce le due donne nel proprio tetro castello di Udolpho, roccaforte situata negli Appennini toscani. Qui, tra immense, desolate e buie gallerie dove ogni rumore fa temere un agguato, e nell’abbandono di stanze un tempo grandiose, dove sopravvivono solo memorie di dolori trascorsi e di innominabili peccati, la zia di Emily pagherà a carissimo prezzo la propria stoltezza ed Emily dovrà fare appello a tutto il proprio coraggio per resistere alla brutale tirannia di Montoni, convinto di poter disporre di lei come meglio crede. La prosa della Radcliffe, ricca, ridondante e nello stesso tempo trattenuta, in qualche misura addirittura esitante perché spettatrice dell’indicibile, corre nervosa nel chiaroscuro dei sensi continuamente eccitati di Emily, riflette la tensione colma di pena e d’orrore della sua insonnia, si specchia in ogni suo timore e dilata, rendendolo quasi insostenibile, un tangibile senso d’oppressione che solo lo scioglimento finale del racconto riuscirà a dissipare.

Impetuoso romanzo d’atmosfera, colmo allo stesso modo d’orrore e di romanticismo, di sogno e d’incubo, I misteri di Udolpho è una lettura affascinante ma impegnativa, in special modo per lo stile, farraginoso in più di un passaggio e spesso gravato da ripetizioni non necessarie. Ma l’autrice sa evocare con maestria paure profonde; sa guardare con acutezza nell’animo umano e disegnarne, pietosamente, colpe e meriti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Rizzoli, è di Vittoria Sanna. Buona lettura.

Nel 1584, sulle ridenti sponde della Garonna, nella provincia della Guascogna, sorgeva il castello di Monsieur St. Aubert. Dalle finestre si scorgeva il paesaggio pastorale della Guienna e della Guascogna che si allargava lungo il fiume, allietato da boschi lussureggianti e da piantagioni di olivi. Verso sud la vista era limitata dai maestosi Pirenei, le cui cime, avvolte nelle nubi, rivelando a tratti le loro forme imponenti intraviste per un momento e nuovamente nascoste dalle masse di vapori, si mostravano a volte brulle e scintillanti nel delicato azzurro dell’aria, a volte minacciose con le loro foreste di oscuri pini che giungevano sino al fondo della valle.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

4 pensieri su “All’ombra maestosa del peccato”

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