Senza colpa né morale

Ford Madox Ford, Il buon soldato, Feltrinelli
Ford Madox Ford, Il buon soldato, Feltrinelli

“Non c’è in questa storia l’elevazione spirituale che accompagna la tragedia; non c’è nemesi, non c’è fato. C’erano soltanto due nobili nature […] c’erano dunque due nature nobili che la corrente della vita trascinava come brulotti su una laguna causando miserie, dolori, tormenti, e morte. E loro stessi si deterioravano sempre di più. E perché? A quale scopo? Per insegnare quale lezione? E’ tutta tenebra”. Si riassumono in questo sfogo amaro, in questo impotente urlo di dolore, la trama, il senso e la ragione (che con ogni probabilità non è che testimonianza) de Il buon soldato, il più noto dei lavori dello scrittore inglese Ford Madox Ford (pseudonimo di Ford Hermann Hueffer), desolato e grigio racconto di una sconfitta, caotico intreccio di destini che si sviluppa come un atroce gioco al massacro, oscura storia d’inganni e tradimenti che nasce e muore quasi per caso, per forza d’inerzia, al di là della volontà e delle decisioni degli attori principali. Narrato in prima persona da uno dei protagonisti della vicenda, Il buon soldato è il resoconto, a prima vista ingenuo, pulito, perfino edificante, di un’amicizia, del sincero legame d’affetto che lega due famiglie (quella composta dall’americano John Dowell, voce del romanzo, e dalla moglie Florence, e quella formata dai coniugi inglesi Ashburnham, una coppia apparentemente perfetta, unita, felice, benestante, giovane); ma quel che nelle intenzioni vorrebbe essere il resoconto di un idillio, si rivela, fin dalla prima riga – “Questa è la storia più triste che abbia mai sentito” è l’indimenticabile incipit del romanzo – il suo opposto e assume i contorni angoscianti di una confessione, di una presa d’atto tanto inaspettata quanto violenta. Messo al corrente di verità da lui ignorate per ben nove anni (l’arco di tempo durante il quale i Dowell e gli Ashburnham si sono frequentati), John Dowell riporta i fatti cercando di costringersi a una fredda oggettività, ma la sua prosa, ordinata eppure spinta con decisione oltre se stessa e le sue possibilità espressive, come fosse un cavallo costretto a un forsennato galoppo, tradisce l’angoscia e il dolore dell’uomo, si fa messaggio della sua inconsolabile malinconia, della sua resa all’incomprensibile arbitrarietà del vivere. Nei panni di John Dowell, marito tradito e uomo perduto per il semplice fatto di essere un uomo (proprio come esseri perduti sono gli altri personaggi del romanzo, afflitti da malanni fisici che altro non sono se non lo specchio del loro inguaribile disordine morale, di una distorsione etica che non è colpa ma retaggio, eredità, allo stesso modo in cui lo sono gli occhi azzurri, le mani grandi o le gambe storte), Ford Madox Ford affida al linguaggio il compito di portare alla luce sentimenti e moti dell’animo, di dare forma al palpitante silenzio delle emozioni restituendole nella loro nudità, non importa se aggraziata o mostruosa. Una storia è triste, ripete a più riprese lo scrittore inglese, non se racconta di torti, tragedie e vittime, ma se non lascia nulla dietro di sé, se si rivela inconsistente, se non ha un perché, se accade nello stesso modo in cui accade che un giorno piova e quello successivo no. Ed è esattamente questo quel che si verifica ne Il buon soldato, che qualcuno si decida a raccontare qualcosa da cui non è possibile ricavare alcunché se non la consapevolezza che la natura umana è abituale frequentatrice dei peggiori abissi e che non c’è ragione di crocifiggere chi sceglie di non tradire la propria natura, quale che sia. Perché la fedeltà a se stessi, in fondo, è il nostro primo dovere. E probabilmente anche l’unico.

Romanzo “amorale” (cioè privo di morale per il fatto di essere privo di colpevoli, ancorché affollato di vittime), romanzo privato (l’intera narrazione si esaurisce in un girotondo di tradimenti, menzogne e patetiche seduzioni), romanzo storico e fuori dal tempo, romanzo psicologico e perfino romanzo sperimentale, Il buon soldato vive per intero in tutte queste sue differenti incarnazioni, e come ben scrive Mario Materassi (traduttore del romanzo), brilla per indefinibilità, la veste più elegante dell’universalità. “Ma come è vero di tanti grandi opere, questo romanzo non si lascia definire: lo etichetti secondo le coordinate storiche del suo contesto originario, e ti sfugge di mano rivelandosi altrettanto fuori di quel tempo di quanto vi sia dentro; lo collochi nella sua ideale corretta posizione nell’arco diacronico del romanzo moderno, e ti sguscia via inavvertito appena volti l’occhio, sovvertendo ordini e gerarchie di uno establishment che esso stesso ha contribuito, autoritariamente, a creare. Con tono magari un po’ apologetico lo dichiari chiuso, insensibili ai vasti sommovimenti del suo tempo (la belle époque sta finendo, la Grande Guerra è alle porte, e nulla di tutto ciò traspare dalla pagina), e sei poi costretto a rimangiarti le parole, e meritatamente, ché ti è difficile pensare a un’altra opera che, come Il buon soldato, dica lo sfacelo di quel periodo, il suo ignaro vuoto esistenziale. Provi allora a farne il monumento dell’epoca, l’emblema squillante di un mondo che canta, senza rendersene conto, il suo canto del cigno – e di nuovo sei costretto a riconoscere che il testo ti osserva, un po’ ironico, e ti lascia dire: perché certo nessuna pretesa monumentale esso avanza, tutto chiuso com’è nella compita sillabazione del suo piccolo universo senza echi”.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Questa è la storia più triste che abbia mai sentito. Per nove stagioni, a Nauheim, la nostra conoscenza degli Ashburnham era stata estremamente intima – o meglio, era stata una conoscenza tranquilla e rilassata, eppure stretta quanto lo è quella tra la mano e un buon guanto. Mia moglie e io conoscevamo il capitano e la signora Ashburnham fin quanto si può conoscere qualcuno; eppure, in un certo senso, non sapevamo assolutamente nulla di loro. Credo che questo stato di cose sia possibile solo con gli inglesi di cui fino ad oggi, quando mi son messo qui alla scrivania a tentare di chiarirmi quel che so di questa triste vicenda, non sapevo nulla di nulla. Fino a sei mesi fa non ero mai stato in Inghilterra, e certo non avevo mai sondato le profondità di un cuore inglese. Avevo conosciuto soltanto la superficie.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è concluso ed è in lettura… e il quinto sta muovendo i primi passi. E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

3 pensieri su “Senza colpa né morale”

    1. Che dirti, Nino? Il romanzo è complesso, l’autore lavora molto sul linguaggio. E’ un libro che va meditato, che di certo non scorre con facilità, ma è molto intenso. Mi sento di dire che per affrontarlo occorre una certa preparazione alla lettura, o almeno un sana abitudine a leggere.

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