Il dovere di non restare in silenzio

Recensione di “Blonde” di Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani
Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani

La ricerca ossessiva della perfezione come talismano contro il terrore della morte, come formula magica (la sola possibile) in grado di arginare il dolore, di offrire momenti di tregua alla spaventosa fatica di vivere, di proteggere dalla rabbia del mondo, dalla sua invidia cieca, dalla sua insaziabile sete di annientamento. La ricerca ossessiva della perfezione come testarda espressione di sé, come difesa, strenua e disperata, della propria dignità di essere umano e insieme come rivendicazione orgogliosa di una non comune personalità artistica. La ricerca ossessiva, maniacale della perfezione – che si fa strategia di sopravvivenza, darwiniana tensione verso l’evoluzione e la salvezza – come filo rosso e chiave interpretativa (e persino stilistica) di una biografia talmente intensa, suggestiva e commovente da avere il sapore di un testamento spirituale, talmente ancorata alla verità (a quella del cuore, dell’emozione, del sentimento, che si lega inestricabilmente a quella fredda, cronachistica e inerte dei fatti, delle registrazioni documentali, delle testimonianze consegnate agli archivi, e le offre respiro, dignità e bellezza senza mai chiedere nulla in cambio, senza pretendere, dal lettore, gratuiti atti di fiducia né sostituirsi a ciò che è stato ufficialmente rubricato come attendibile, confermato come accaduto) da travolgere di slancio, sottolineandone la sostanziale, profonda, scandalosa inadeguatezza, la pur corretta definizione di romanzo (e non, si badi, di romanzo qualsiasi, bensì di romanzo monumentale, meraviglioso, magistrale, impareggiabile) ispirato alla vita di una celebrità, per imporsi innanzitutto come “storia”, come racconto, come sincero omaggio della memoria al verificarsi di una tragedia che come un’epidemia possiede il maligno, misterioso potere di contagiare tutti. Con lo splendore sublime di una scrittura senza uguali per ricchezza descrittiva, profondità d’analisi e potenza espressiva a rendere magnifico, regale, l’abito dimesso del dovere. Il dovere di non restare in silenzio, che è forse il solo compito cui allo scrittore che abbia qualcosa da dire e il talento necessario a dirla, non è lecito sottrarsi.

Tutto questo è Blonde di Joyce Carol Oates, implacabile e struggente ritratto dell’attrice-modella-cantante, o meglio della diva per eccellenza Marilyn Monroe, all’anagrafe Norma Jeane Baker, nata a Los Angeles l’1 giugno 1926, morta a Brentwood, in circostanze mai del tutto chiarite e al termine di un’esistenza tanto breve quanto tormentata, il 5 agosto 1962, uccisa dalla sua arte, dai suoi amanti, dai mariti, dai figli tanto desiderati e mai partoriti, stremata da crudeli sogni di felicità rimasti sempre inappagati, sfiancata dalle sue doti eccezionali, che come parassiti si nutrivano del suo corpo e delle sue energie nervose fino a lasciarla in balia di ogni genere di psicofarmaci, corrotta e sfruttata dai mercenari imperativi categorici hollywoodiani, ridotta alla consunzione dall’amore negatole dalla madre Gladys, affetta da schizofrenia paranoide e rinchiusa, per quasi tutta la vita di Marilyn, in un casa di cura per malati mentali (pubblica, negli anni in cui la figlia, bambina, trascorreva i momenti cruciali della propria esistenza in svariate case-famiglia, privata dal primo momento in cui “miss Monroe” fu in condizioni di accollarsi il costo della retta di mantenimento) e dall’assenza del padre, che la diva non conobbe mai.

L’americana Joyce Carol Oates, una delle autrici più significative e importanti nel panorama letterario novecentesco, ci regala il ritratto allo stesso tempo sfumato e preciso di una donna che per tutta la vita non ha fatto altro che inseguire se stessa; dipingendola senza partigianeria ma stillando dalla sua prosa corposa e vibrante una simpatia, o meglio un’empatia, una umanissima pietas che al lettore giunge come uno strozzato ma tenace urlo di protesta contro un destino terribile e ingiusto che si sarebbe potuto evitare (Marilyn avrebbe potuto salvarsi, o essere salvata, ci dice a più riprese, tra le righe a tuttavia con inequivoca chiarezza la Oates) ma che nessuno ha fatto nulla per scongiurare, questa brillantissima scrittrice svela Marylin Monroe più di quanto abbia fatto la sterminata letteratura che al suo mito, e ai misteri che l’hanno circondato e ancora lo circondano, è stata dedicata.

La Marilyn di Joyce Carol Oates è autenticamente Marilyn (lo è nella brutale descrizione della finzione del personaggio idolatrato da milioni di persone nel mondo, nella narrazione estenuata e rabbiosa delle interminabili sedute di trucco, nell’evocazione dello “spettro” Marilyn, che immancabilmente emerge per stregare tutti alla morte di Norma Jeane) ed è autenticamente Norma Jeane, una bella ragazza tra tante cui non è mai stato concesso (cui forse lei per prima non ha mai avuto coraggio bastante per concedere) il privilegio, prezioso e sottovalutato, di essere una qualunque.

Eccovi l’incipit. La più che encomiabile traduzione, per Bompiani, è di Sergio Claudio Perroni. Buona lettura e buon 2015 a tutti.

E giunse la Morte a perdifiato lungo il Boulevard nell’esangue luce color seppia. E giunse la Morte volando come in un cartone animato in sella a una massiccia e austera bici da postino. E giunse la Morte infallibile. La Morte inesorabile. La Morte che pedalava furiosamente. La Morte con dentro al solido cesto di vimini ancorato al sellino un pacco con la scritta CORRIERE ESPRESSO MANEGGIARE CON CURA. E giunse la Morte manovrando sapientemente la bici sgraziata in mezzo al traffico all’incrocio tra Wilshire e La Brea dove, per via dei lavori in corso, due corsie della Wilshire in direzione Ovest confluivano in una. Una Morte agilissima! Una Morte che faceva marameo agli attempati pestatori di clacson.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto. Il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io (Priamo/Meligrana 2013) è andato di recente in ristampa; il secondo, La logica del mammifero (storia di una madre) (Prospero Editore), è uscito il 2 dicembre 2016. Il terzo romanzo, intitolato Ripaferdine (storie di cortile), è uscito a ottobre 2017 per i tipi di Giraldi Editore. Il quarto è stato pubblicato, ancora con Prospero Editore, il 14 marzo 2019; si intitola Trenta denari (una storia d'amore). E oltre a questi lavori ci sono i racconti: William Shakespeare, il texano, pubblicato nella collana Coup de foudre di Aulino Editore, e il volume antologico On the Radio (Morellini Editore), cui partecipo con una storia intitolata La radio all’improvviso. Nel caso da queste parti passasse qualche addetto ai lavori in cerca di buone storie da pubblicare, o meglio ancora di un appassionato cultore di libri con il quale lavorare, lo invito a farsi avanti; mi sento di assicurargli che non se ne pentirà.

3 pensieri su “Il dovere di non restare in silenzio”

  1. ciao Paolo, Buon Anno, difficile scrivere ancora di Marilyn, ma a quanto dici in questo commento, ancora si può e questo vale anche per te che hai affrontato questo trito e interessante argomento in modo brillante, OK vai così e …. alla prossima

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