La tragica resa all’incomprensibile

Recensione di “Pastorale americana” di Philip Roth

Philipm Roth, Pastorale americana, Einaudi
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Il legame tra generazioni, le eredità spirituali trasmesse, le aspettative dei padri, la riconoscenza dei figli, l’amore e il dolore. Il finito universo della famiglia e le sue leggi. E la loro comprensione. E la loro accettazione. E il loro disintegrarsi. Improvviso e incomprensibile. E lo sconvolgente irrompere della sofferenza, intollerabile perché inspiegabile, perché insensata, perché irragionevole. E la ricerca di una risposta, disperata e inutile. Per quale ragione le cose accadono? Per quale ragione alcune cose e non altre accadono? Se non esiste una colpa, una responsabilità, una causa scatenante, come è possibile che qualcosa, una qualsiasi cosa, succeda? A queste domande, alla loro urgenza, alle tragiche conseguenze che derivano dal semplice fatto di porle, tenta di dare risposta Philip Roth nel suo romanzo Pastorale americana, vincitore, nel 1997, del premio Pulitzer.

Inquieto dramma familiare e nello stesso tempo inestricabile dilemma filosofico ed etico, Pastorale americana racconta il Paradiso conquistato e perduto di Seymour Levov; giovane di successo – splendido d’aspetto al punto da meritarsi (lui, ebreo ) il soprannome di Svedese, versato in tutti gli sport (football, basket, baseball: la santissima trinità adorata dal popolo degli Stati Uniti d’America), cortese nei modi, gentile di carattere, leale con tutti, rispettoso nei confronti dei genitori e di ogni altro tipo di autorità – poi industriale vincente, sposato a una donna bellissima, ex miss New Jersey ed ex finalista al concorso di Miss America, infine padre dell’amatissima Merry, la figlia sempre desiderata, la realizzazione del suo sogno più grande, il culmine della sua felicità.

Dagli anni del secondo conflitto mondiale, bui, difficili, eppure, almeno per quanto riguardava lo Svedese Levov e tutti coloro che come lui a quel tempo non erano che ragazzi, pervasi d’innocenza, d’entusiasmo, di una cristallina ansia di riscatto e gioia, fino a quelli del presidente Lyndon Johnson, segnati dagli orrori della “sporca guerra” del Vietnam, la conquista del Paradiso di Seymour Levov, magistralmente narrata da Roth (che qui indossa i panni del suo alter ego Nathan Zuckerman) nei toni di un’epica ingenua ed esaltata – “Sì, ovunque apparisse, la gente era innamorata di lui. I proprietari dei negozi di dolciumi assediati da noi ragazzi ci apostrofavano dicendo: – Ehi, tu! No! – oppure: – Giù le mani! – Lui lo chiamavano, rispettosamente, “Svedese”. I genitori sorridevano e lo chiamavano bonariamente “Seymour”. Le ragazze chiacchierine che incontrava per la strada fingevano di svenire e la più audace gli gridava: – Torna indietro, torna indietro, Levov della mia vita!” – procede senza intoppi, semplice e miracolosa come una marcia trionfale, finché qualcosa, in quel perfetto meccanismo, si spezza, distruggendo tutto il resto.

È Merry, l’adorata Merry, a fare a pezzi l’incantesimo che fino a quel momento aveva protetto la vita di Seymour e dei suoi cari, è lei, radicale oppositrice della guerra in Vietnam, militante comunista pronta a qualsiasi gesto, anche al più estremo, pur di denunciare gli orrori compiuti dai soldati americani dall’altra parte del mondo, a strappare dagli occhi e dal cuore del padre e della madre la quieta felicità, il dolce appagamento che pensavano di possedere, di aver meritato. È Merry, bambina affetta da balbuzie ma straordinariamente intelligente, bella quanto lo sono i suoi genitori, Merry innamorata della natura, degli animali, del papà, Merry che cresce proprio come crescono gli altri bambini, Merry circondata d’attenzioni, d’amore, Merry figlia di una famiglia ricca, cui non manca nulla, Merry che come tutti si fa adolescente, scopre il suo corpo e lo rifiuta, si carica sulle spalle i suoi anni acerbi e, di nuovo, come chiunque altro sia stato ragazzo, si ribella alle regole, ai familiari, alla scuola. Ed è tutto normale, tutto sotto controllo, fino a quando Merry sceglie di dare alla sua ribellione un nuovo sbocco, il Vietnam, e trasforma ogni sua pulsione, ogni suo pensiero, in odio. E di quell’odio si nutre, fino a farlo letteralmente esplodere. Una bomba. Per contrastare le bombe americane in Vietnam. Una bomba che fa saltare l’ufficio postale del paese in cui vive, in cui vivono lo Svedese e sua moglie. Una bomba che uccide un uomo. Un uomo innocente.

E la bomba è l’inizio e la fine. L’inizio, per lo Svedese, di un incubo, e la fine della sua famiglia così come l’aveva sognata e, fino a quel tragico momento, vissuta; l’inizio di una straziante via della croce le cui stazioni, replicate ogni giorno, riecheggiano senza sosta le medesime domande: perché è successo? Perché mia figlia, mia figlia, è diventata una terrorista? Un’assassina? Dove ho sbagliato? Quando? In che cosa? La parallela fine di ogni speranza, di ogni fiducia nel futuro, di ogni rassicurante pensiero, primo tra tutti quello che ci suggerisce che il mondo, e la vita che custodisce al proprio interno, abbiano un senso.

Roth, cronista dellindicibile, si spinge oltre se stesso e racconta con accenti indimenticabili il naufragio di una coscienza alla ricerca tanto di una condanna quanto di un’assoluzione e scandalosamente orfana di entrambe; lodissea di un uomo brutalmente spogliato tutto di ciò che lo rende uomo, privato di ogni sostegno, consumato, ridotto a null’altro che a un rantolo di dolore destinato a restare inascoltato. E nel farlo dà vita a un romanzo che ha la grandezza unica e la nobiltà commovente del sacrificio. Con limpido coraggio egli si sporge dinanzi all’abisso, accettando di venirne inghiottito.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, una delle pagine a mio parere più belle e strazianti, quella in cui lo Svedese si aggrappa al ricordo della figlia, a quel che è stata, cercando nel suo corpo di bimba e poi di fanciulla qualche traccia di quel che sarebbe diventata: la propria negazione crudele e grottesca. La traduzione, per Einaudi, è di Vincenzo Mantovani. Buona lettura.

Il suo corpo nella culla. Il suo corpo nel lettino con le sponde. Il suo corpo quando comincia a reggersi in piedi sulla pancia di suo padre. Il pancino che si vede tra i calzoni e la camicia quando lui torna dal lavoro e la tiene per le gambe a testa in giù. Il suo corpo quando salta e gli balza tra le braccia. L’abbandono del suo corpo che gli vola tra le braccia, accordandogli il permesso di toccarlo. L’assoluta adorazione che c’è in quel corpo che balza, un corpo che sembra completamente rifinito, una perfetta creazione in miniatura, con tutto il fascino delle miniature. Un corpo che sembra indossato in fretta e furia dopo essere stato appena stirato: non una piega, da nessuna parte. L’ingenua libertà con cui lo svela. La tenerezza che questo evoca. I piedi nudi con i cuscinetti come quelli di una bestiolina. Nuove e mai usate, le sue zampe incorrotte. Le dita prensili. Le gambe lunghe. Gambe funzionali. Salde. La sua parte più muscolosa. Le sue mutandine color gelato alla frutta. Lungo lo spartiacque continentale, il sederino infantile, il culetto che sfidava la forza di gravità e che apparteneva, inverosimilmente, alla metà superiore di Merry, e non ancora a quella inferiore. Niente grasso. Non un grammo, in nessun posto. La fessurina, come fatta con la lesina: quella commettitura finemente smussata che stenderà i suoi petali all’infuori trasformandosi, a suo tempo, nell’origami piegato della fica di una donna. L’incredibile ombelico. Il tronco geometrico. L’anatomica precisione della cassa toracica. L’elasticità della spina dorsale. Le creste ossee della schiena simili ai tasti di un piccolo xilofono. L’incantevole letargo del seno invisibile prima che cominci a sbocciare. Tutta la turbolenza del voler essere ancora beatamente addormentata. Eppure nel collo, in qualche modo, c’è la donna che Merry sarà, lì in quel blocco da costruzione di un collo vellutato. Il viso. Quello è il vanto. Il viso che conserverà e che, tuttavia, sarà presente cinquant’anni dopo. Quanto poco della sua storia si rivela nella faccia di sua figlia.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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