Wednesday e gli Dei dimenticati

Recensione di “American Gods” di Neil Gaiman

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori
Neil Gaiman, American Gods, Mondadori

Nel sogno, forma perfetta della realtà secondo Jorge Luis Borges, la memoria vive oltre se stessa e abbraccia tanto il finito orizzonte di ciò che è stato quanto l’incommensurabile regione del possibile. Qui, dove ogni cosa ha diritto d’esistere, dove il solo tempo percepito è un’indistinzione di passato e futuro, esistere è insieme nascere e rinascere, venir gettati nel mondo e tornarci, imporsi all’attenzione e manifestarsi al ricordo. Così, è esclusivamente nel sogno che gli Dei – creature incorrotte e fragili forgiate nella fede e nel mito, simboli gloriosi e patetici di secoli lontani – possono interrompere l’esilio cui li ha condannati il semplice invecchiare del mondo. E ricomparire. E rivendicare, orgogliosi, la loro perduta sovranità. Gli Dei tornano in un sogno terribile e magnifico narrato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto intitolato Ragnarök (lo trovate, se siete interessati, nel volume Lartefice, edito da Rizzoli); tornano a stupire gli studenti di una facoltà di Lettere e Filosofia, ma non sono come ci si aspetta.

Non hanno più nulla della loro passata fierezza, né ombra alcuna di nobiltà, non sono che bestie randagie. “Tutto cominciò”, scrive Borges “col sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma d’un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci”.

È suggestivo pensare che a Borges, ai sogni e all’illusorio rinnovarsi degli immortali abitanti dell’Olimpo abbia guardato (traendone felice ispirazione) Neil Gaiman, autore dell’amaro e avvincente American Gods, vincitore nel 2001 del premio Bram Stoker e l’anno successivo dei premi Nebula e Hugo. Protagonisti del suo romanzo – il cui registro fantasy si fonde con il dramma, l’avventura e perfino con il mystery, trascinando il lettore in un labirinto di verità e finzioni, colpi di scena e sorprese talmente intricato da lasciare senza fiato – sono infatti gli Dei, non quelli del Pantheon greco, com’era nel racconto di Borges, bensì quelli della mitologia scandinava, Odino e Loki, accanto ai quali appaiono creature fantastiche appartenenti al folklore e alla cultura popolare irlandese come i leprecauni, e addirittura una divinità africana: Anansi.

E proprio come i greci, anche questi Dei sono dei vinti, degli sconfitti; dimenticati, dunque in qualche misura morti, non sono ancora ridotti allo stato ferino, ma sono comunque degli emarginati. Invece del sogno di qualcuno abitano l’America di oggi, ma da sottoproletari, da ultimi; idoli ormai inutili sostituiti da altri idoli – rappresentati dal denaro, dal successo, dall’invadenza della televisione, dal selvaggio irrompere della tecnologia, che ogni giorno di più si fa prepotente tecnocrazia – subiscono impotenti e rassegnati il loro destino.

Ma a questa sorte, a questa immortalità un tempo invidiata e che oggi pesa loro addosso come una condanna, ed è così scomoda da esser divenuta motivo d’imbarazzo e di vergogna, qualcuno si ribella: un misterioso, enigmatico signor Wednesday (nome della settimana che richiama alla mente un’altra possibile, affascinante fonte di ispirazione per Gaiman, lo splendido The Man Who Was Thursday, L’uomo che fu Giovedì di Gilbert Keith Chesterton), che altri non è che Odino, vuole dare battaglia ai nuovi Dei e riaffermare su loro, sugli uomini e sul mondo, il dominio perduto. Ad aiutarlo (suo malgrado) in questo compito è l’ex galeotto Shadow, appena uscito di prigione dopo aver scontato tre anni e completamente solo al mondo in seguito alla perdita della moglie e del migliore amico in un incidente stradale.

Inizialmente incredulo, poi soltanto scettico, infine costretto ad accettare la realtà dei fatti, per quanto assurda, Shadow si mette all’opera. L’autore ne racconta le peripezie con limpida maestria narrativa, mutando spesso registro espressivo, toccando le note acute del grottesco, immediatamente dopo sprofondando nel tono cupo della tragedia imminente per poi tornare alla scanzonata luminosità della commedia. L’incessante mutare della forma è mutare della sostanza stessa del romanzo, che non offre punti di riferimento al lettore, semina allo stesso modo indizi e false prove e dà la medesima plausibilità a quel che al buon senso sembra probabile e a quello che pare contrario a ogni logica, fino al climax, il momento dello scioglimento finale, quello in cui Shadow, e il lettore con lui, scoprirà che non vi è poi molta differenza tra la divina bestialità dipinta da Borges e la sovrumana indigenza dei personaggi di Gaiman.

Romanzo godibilissimo, divertente, stuzzicante, American Gods si fa apprezzare per l’originalità, per l’innegabile qualità di scrittura, per i suoi “possibili” debiti letterari e per le dirette citazioni: tra le altre, L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, le Storie di Erodoto e, vero colpo da maestro, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

9 pensieri riguardo “Wednesday e gli Dei dimenticati”

  1. Non ho letto Sandman, ma tutti ne dicono un gran bene. Quanto al resto, hai ragione, bisogna essere severi in letteratura, ma con moderazione. Usiamo pure la sferza (con parsimonia, mi raccomando), se può servire a far lavorare al meglio i “nostri” autori. Certo che passerò dalle tue parti, molto volentieri!

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  2. Io invece non l’ho trovato all’altezza. Si intravede il tentativo di Gaiman di creare una specie di Romanzo Americano con i frammenti di tutte le deità portate in America dai vari coloni, di qualsiasi tipo essi siano. Ogni idea divina è perfetta e geniale, nel suo doppio passato e presente, e i vari inserti raggiungono i picchi stilistici più elevati, la rivolta ad Haiti o l’episodio del Jiinn per esempio o il racconto del villaggio incantato dal sacrificio dei bambini. Ma restano inserti. Ogni intuizione avrebbe meritato un libro a parte. Nel complesso mi è sembrato molto debole, e dalla struttura molto semplice. Non sono il tipo da lamentarsi della commercialità di un libro, ma credo che Gaiman avrebbe potuto rendere questo libro e le idee che ha avuto qualcosa di molto più grande e di complesso che una serie di episodi.

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    1. Ciao e grazie del tuo commento. Giudizio severo il tuo, che non mi sento di condividere. Gaiman non è, a mio avviso, un “grande” autore, ha qualità, mestiere, e a patto di non pretendere troppo da lui confeziona storie più che godibili. A me American Gods è parso divertente, piacevole e nel complesso ben scritto. Non mi aspettavo di più. Spero di leggere altri tuoi commenti, non solo a questo post.

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      1. Si, non volevo essere severo 🙂 è che sono convinto Gaiman possa dare di più. Il suo collega e amico Terry Pratchett per esempio, pur con la stessa spigliatezza e capacità di intrattenere, arriva più in profondità. Mi piacerebbe leggere qualcosa del Gaiman per ragazzi, come Coraline (il film mi era piaciuto tantissimo) o la serie di fumetti Sandman, per vedere se riesce a recuperare. Bisogna sempre aspettarsi molto, anche dalle letture più leggere ;).

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