Ogni omissione è un mancato atto d’amore

Recensione di “Il tempo dell’attesa” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell'attesa, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell’attesa, Fazi Editore

Settembre 1939. Leggerezza, spensieratezza e perfino felicità sbiadiscono nel ricordo, impallidiscono nella memoria per far ritorno, come spettri, furie, erinni, nella rabbia e nello sdegno per l’illusoria “pace con onore” orgogliosamente rivendicata dal Primo Ministro Chamberlain. L’esercito tedesco, agli ordini di Adolf Hitler, ha invaso la Polonia; un nuovo conflitto mondiale è appena scoppiato. Comincia così, con lo sguardo puntato dinanzi all’abisso della storia, Il tempo dell’attesa di Elizabeth Jane Howard, secondo, meraviglioso capitolo della “saga dei Cazalet” (del primo volume, Gli anni della leggerezza, ho già scritto qui), e fin da subito dalla sua prosa, come da un corpo colpito da un’infermità, a germogliare è il dolore, a divampare è la sofferenza, a sussurrare, insistente, è l’eco gelida, paralizzante, della paura, dell’ansia.

L’impeccabile eleganza dello stile, la perfezione dei ritratti psicologici (i protagonisti, così superbamente disegnati ne Gli anni della leggerezza, tornano al lettore come amici ritrovati dopo un lungo intervallo di tempo e insieme come persone nuove, oppresse tanto dal trascorrere degli anni, che per alcuni coincide con il tumultuoso sbocciare della giovinezza mentre per altri si traduce nell’inevitabile approssimarsi di decadenza e morte, quanto dal drammatico procedere degli eventi), le tenere e infiammate descrizioni degli stati d’animo dei singoli, la commovente autenticità dei dialoghi, che svelano e nascondono a un tempo (proprio come accade nella realtà) gli splendori e le miserie più intime, pur nella loro scintillante malìa combattono, senza vincerla, una dura battaglia contro la tragedia del presente, la cui oscurità sembra incombere ovunque.

Ed è proprio in questa instabilità, in questa precarietà, nella ricerca continua di un equilibrio, di un punto di contatto non traumatico tra il destino di ciascuno e quello del mondo intero, che riposa il valore letterario del romanzo della Howard; chiamati a fronteggiare una guerra, i suoi personaggi, incarnazione di tre generazioni, espressione di un conservatorismo borghese fiero di sé eppure già prossimo a sfaldarsi, a cedere all’arrembante caos etico della modernità, si sforzano in ogni modo di restare fedeli a se stessi ma è come se inesorabilmente si consumassero, sconfitti dall’inclemenza degli anni, dallabominio del sangue sparso, dall’erosione del dolore, della colpa, del rimorso.

La splendida complessità dell’affresco familiare di Elizabeth Jane Howard riverbera di passioni forti e contrastanti e di emozioni intense e tormentate nei frammenti di specchio delle esistenze di ciascuno; scintilla di nobiltà nei silenzi carichi di amarezza di Hugh e Sybil, a tal punto innamorati l’uno dell’altra da scegliere di nascondersi le rispettive condizioni (la grave malattia di lei, colpita da un cancro, e l’eccesso di responsabilità che pesa su di lui, costretto a occuparsi da solo dell’azienda di famiglia in una Londra flagellata dai continui bombardamenti dell’aviazione tedesca) nell’ingenua convinzione di poter essere, in questo modo, di maggior sostegno reciproco; sopravvive malgrado tutto e tutti nell’insopprimibile bisogno di libertà e gioia di Edward, genitore-bambino che testardo continua a nutrire la propria immaturità fatta di reiterati adultèri e di lascive attenzioni nei confronti della figlia maggiore; si radica nella bontà e nell’altruismo di Rachel, che con ancor più disciplina e forza di volontà mette da parte se stessa (e il suo casto amore omosessuale per Sid, segreto che non può condividere con nessuno) per aiutare il resto della famiglia; viene inghiottita nel baratro del conflitto con Rupert, disperso dopo una battaglia nella Francia invasa dai nazisti.

Né il veleno della guerra risparmia i più giovani tra i Cazalet; non la bellissima Angela, che, lontana dai genitori, si innamora di un collega più maturo (e già sposato), rimane incinta, viene convinta ad abortire e si ritrova, sola e umiliata, a cercare di ignorare la propria condizione tuffandosi nel suo lavoro di annunciatrice per la BBC; non Louise, il cui sogno di diventare attrice si scontra con le sempre più dure condizioni economico-sociali imposte dal conflitto; non Christopher, che finisce per pagare a carissimo prezzo il proprio intransigente pacifismo.

Nell’inquieto alternarsi di speranza e disillusione, il tempo dell’attesa, come legno avvolto dalle fiamme, svanisce nell’impotenza dei discorsi, nell’inconcludenza delle risoluzioni, nell’insoddisfazione dei desideri; nella scrittura delicata, intelligente, preziosa e autentica di Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell’attesa si traduce in un romanzo magnifico che ha il respiro e il palpito di un’indagine di rara profondità su un mondo chiuso solo in apparenza, di un viaggio nel cuore di un incancellabile passato di cui loggi non è che la polverosa eredità.

Invece dell’incipit del romanzo (tradotto, per Fazi Editore, da Manuela Francescon), questa volta vi propongo un passaggio della postfazione al volume, scritta da un’altra grande autrice, Hilary Mantel (e tradotta da Madeira Giacci). Buona lettura.

I romanzi di Jane Howard trovano probabilmente resistenza in chi vede solo la superficie e la giudica borghese. I suoi romanzi potrebbero trovare resistenza in chi non ama il cibo, i gatti, i bambini, i fantasmi o il piacere dell’impeccabile accuratezza con cui la scrittrice osserva il mondo naturale e artificiale: in coloro, in sostanza, che snobbano il passato recente. Sono apprezzati, invece, da chi sa cedere al loro fascino, alla loro intelligenza, al loro humour, da chi sa ascoltare i messaggi provenienti da un mondo diverso dal proprio. Il vero motivo per cui i suoi libri sono sottovalutati, per dirla senza peli sulla lingua, è che sono scritti da una donna […]. Esiste una gerarchia di tematiche. Bisogna concedere più spazio alla guerra che al mettere al mondo un bambino, sebbene siano entrambi due atti sanguinosi. Bruciare corpi occupa un posto più in alto in classifica che bruciare torte […]. A causa del suo successo postumo, e forse proprio per questo, l’opera di Jane Howard è stata mal interpretata. Le sue virtù sono la costruzione impeccabile, l’osservazione acuta, la tecnica persuasiva ma inesorabile. I suoi romanzi probabilmente non scuotono il mondo ma ogni scrittore potrebbe imparare da lei. Insegnando io stessa scrittura, non esiste autore che non abbia consigliato più spesso, o almeno che non abbia consigliato proprio per disorientare i miei studenti. Leggila, era il mio consiglio, e leggi i libri che leggeva lei. Scomponi quei piccoli miracoli che sono Il lungo sguardo e After Julius. Falli a pezzi e cerca di capire come sono costruiti.

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ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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