Estinta innocenza

Recensione di “Zona” di Mathias Énard

Mathias Énard, Zona, Rizzoli
Mathias Énard, Zona, Rizzoli

La Zona è ovunque persone abbiano ucciso altre persone; ovunque massacri siano stati compiuti, ovunque sangue sia stato sparso, ovunque gli dei antropofagi dell’odio e del furore si siano saziati di carne umana, ovunque il sole nero ed eterno della morte, dello sterminio, dell’annientamento sia sorto, sventrando le viscere della terra, figlio degenere dell’universale, implacabile volontà d’uccidere, per non tramontare più. La Zona è una mappa e un calendario; è un luogo, o molti luoghi diversi; è un punto da indicare col dito, un’area su cui stendere la mano attraversata da confini, abitata, punteggiata da città e villaggi, disegnata da paesaggi volta a volta anonimi o splendidi, e nel medesimo tempo è ogni angolo di mondo, le sue estreme periferie e i suoi centri nevralgici, le città ultramoderne e i teatri di guerra che hanno fatto la storia; ed è un fitto elenco di date, un cavalcare di secoli e di millenni, un fluire, uno sgorgare di sangue e di battaglie, conflitti, guerre, sfide, e insieme un tempo unico, sempre uguale a se stesso, un’eternità atroce che senza sosta si insegue, un oscuro gioco di massacri per il quale non esiste termine.

Zona, la Zona, splendido e travolgente romanzo di Mathias Énard (In Italia pubblicato da Rizzoli nella magnifica traduzione di Yasmina Melaouah), è il ritratto di Dorian Gray del piagato e cupo spirito di Francis Servain Mirkovic, protagonista e voce narrante dell’opera, uomo tradito da se stesso, soldato nella ex Jugoslavia scarnificata dalla guerra civile, e poi spia, trafficante d’armi, confidente di assassini, torturatori e criminali di guerra, collezionista di confessioni e segreti innominabili, mercenario, doppiogiochista, pallido e pavido archivista di documenti scottanti pronti per essere venduti al miglior offerente, memoria oscena dell’abissale crudeltà umana.

A bordo di un treno partito da Milano e diretto a Roma, Mirkovic, come in un sogno allucinato, ricorda il proprio passato e quello di chi gli è stato accanto; l’odore di terra delle trincee di Croazia mescolato al fetore dei corpi falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle mine, ridotti a brandelli dai colpi di mortaio, dai cannoni dei carri armati, e il terrore primitivo delle vittime della guerra, identico a quello provato in ogni guerra; il pianto inutile, muto, delle donne, delle madri e delle mogli di chi va a combattere, le lacrime, lucenti come stelle, di Andromaca che accompagnano Ettore, domatore di cavalli, al suo ultimo scontro con il furente Achille piè veloce dinanzi alle mura della superba Ilio, risoluta a non cadere in mano agli Achei dalle scintillanti armature; le urla, soffocate dal gelo, dagli spari, dall’abbaiare degli ordini dei soldati tedeschi di Hitler, dalle risa stridule degli ufficiali, pronti a tutto pur di soddisfare il loro invincibile Führer, disposti a qualsiasi cosa pur di dare linfa al Reich millenario, delle ebree di ogni età, costrette a subire la peggiore delle violenze, il distacco forzato dai propri figli, prima di venire ammazzate sul posto, spazzate via come ostacoli disseminati su una strada che è necessario sgomberare al più presto; le sterili maledizioni pronunciate a mezza voce, nella povertà scandalosa di Gaza, tra le macerie di Beirut, dalle femmine di Palestina, donne guerriere la cui esistenza somiglia a quella di un acrobata che cammina avanti e indietro lungo un filo teso tra la morte e la vita: palestinesi che combattono con il ventre, sfornando figli che saranno milizia e martiri suicidi da lanciare contro lo Stato di Israele, contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei, e dopo aver partorito riprendono in mano il fucile e sparano, sparano all’impazzata, in attesa che altro seme le inondi, che altra vita riprenda a palpitare dentro di loro; i lamenti dimenticati dalla storia delle armene, sorelle, consorti e genitrici di un popolo cancellato dalla furia turca.

Mirkovic, studioso del passato, amante della storia, egli stesso tassello della storia degli uomini e dei popoli nel martoriato fazzoletto balcanico, ricorda e sogna, ripensa e immagina, cataloga e ricostruisce; e nelle sue coordinate di lucido delirio quel che emerge è l’assoluta assenza di innocenza: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno osa scagliarla, ma tutti, in ragione di un torto subito chissà quanto prima e chissà da chi, e per opera di chi, scagliano se stessi contro il proprio nemico; così, tutto quel che è accaduto, il mito studiato con tanto entusiasmo a scuola così come i fatti, i morti uccisi dall’ira degli dei o dalla spada santa degli eroi, come i soldati consumati dal freddo, dalla fame o da ordini insensati, si fanno tutt’uno, un unico fiume rosso di sangue in cui niente più si distingue a parte la morte, una sola corrente dove il sacrificio di vite umane compiute in nome di Zeus è lo specchio dell’attentato suicida perpetrato per conto di Allah, della pulizia etnica inflitta dagli ortodossi ai cattolici, dai cattolici ai musulmani e da questi ultimi a entrambi, in un folle, catastrofico girotondo, delle città di infedeli purificate a fil di spada nel nome benedetto della Croce.

Inspiegabilmente paragonato a Le benevole di Jonathan Littell (inconsistente e narcisistico esercizio di stile che poco ha a che fare con la scrittura e ancor meno con la letteratura), Zona, al contrario del pessimo e disonesto lavoro di Littell, è un romanzo di rara intensità e potenza. La scrittura di Énard, di ipnotica bellezza e sempre straordinariamente evocativa, ha la fluidità e il respiro dell’oceano; sussurra instancabile il suo sofferto canto di sirena mentre disegna il nostro tragico destino di angeli caduti.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Tutto è più difficile nell’età adulta, tutto suona più falso un po’ metallico come il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra ci rimandano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, viaggiamo con molte cose, un bambino che non abbiamo tenuto una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino alle nevi che guardiamo sciogliersi, dopo l’inversione della corrente del golfo preludio della glaciazione stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere a Milano ho perso l’aereo.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

3 pensieri su “Estinta innocenza”

  1. “contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei,”
    ciao Paolo bellissimo commento, mi ha colpito per molte frasi non solo in quella che ho riportato sopra.
    ciao complimenti (Y)

    Mi piace

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