Tre fotografie

Recensione di “L’orologiaio di Everton” di Georges Simenon

Georges Simenon, L'orologiaio di Everton, Adelphi
Georges Simenon, L’orologiaio di Everton, Adelphi

Può un destino comune spiegare l’improvviso deragliare di un’esistenza, l’accecante esplodere di una tragedia? O forse la verità che crediamo di intravedere affacciandoci fin sull’orlo dell’abisso non è che un’illusione, un fuoco fatuo, una caverna scavata dall’istinto di sopravvivenza in fondo alla quale seppellire tutto ciò che della vita non comprendiamo, il dolore che con generosità feroce dispensa, le speranze tramutate in delusioni, gli affetti mutati in fredda indifferenza? Ruota intorno a questi interrogativi, narrativamente calati nella drammatica odissea di un padre che scopre il proprio figlio nel momento in cui questo giovane così amato e così distante compie un gesto inatteso e terribile, distruggendo in un sol colpo la propria vita e quella del genitore, L’orologiaio di Everton, brevissimo e folgorante romanzo di Georges Simenon che, attraverso un magistrale utilizzo degli elementi minimi del romanzo (un protagonista e pochissimi personaggi di contorno; un’ambientazione poco più che accennata e che tuttavia risalta proprio in virtù della sua assenza, del silenzio che l’accompagna, dell’anonimato nel quale è sprofondata; caratterizzazioni psicologiche anch’esse quasi monche, parziali, insufficienti, a sottolineare la sostanziale incomprensibilità dell’animale uomo, il suo essere un enigma per il quale non c’è soluzione; e, non ultima, la sincerità piena dei dialoghi, la chiarezza assoluta dei discorsi diretti, che nella rinuncia a qualsiasi possibile equivoco, a ogni genere di inganno, svelano la loro sterilità, la loro insufficienza), riflette sulla solitudine cui ognuno di noi è condannato, vista a un tempo come condizione “metafisica”, connaturata al nostro essere vivi nello stesso modo in cui lo è il respiro, e come manifesta “realtà sociale”, inevitabile conseguenza di una rete di rapporti (in primo luogo familiari) così fragili da sfiorare l’inconsistenza.

Routine, abitudine, sinonimo (ingannevole, naturalmente) di sicurezza, di certezza; è su questa pietra angolare che Simenon costruisce il proprio splendido edificio letterario; egli descrive con precisione estrema, nel ritmo lento di una prosa attenta a ogni dettaglio, il quotidiano sempre uguale a se stesso di un uomo come tanti, l’orologiaio Dave Galloway, un uomo sul quale non sembrerebbe esserci nulla da raccontare (ma già qui, ecco emergere la prima sorpresa, perché la vita di Galloway non è affatto priva di interesse; egli, come tutti, nel corso degli anni ha lottato, sofferto, vinto, e soprattutto perso le sue battaglie, al punto che nei gesti costantemente ripetuti che scandiscono le sue giornate con la stessa precisione dei congegni meccanici di cui per lavoro si occupa è possibile intravedere, più che un innato desiderio di quiete, un rifugio da tempeste emotive che hanno lasciato tanti, troppi segni) e nel farlo prepara il momento successivo, quello nel quale, di nuovo, tutti gli sforzi dell’uomo per assicurare un riparo a sé (e attraverso sé al proprio figlio) si rivelano vani: “Fino alla mezzanotte, forse anche fino all’una, Dave Galloway seguì la solita routine di tutte le sere, o, più esattamente, della sera del sabato, che differiva un po’ da quella degli altri giorni. Forse l’avrebbe vissuta in modo diverso, forse avrebbe cercato di godersela più intensamente, se avesse saputo che era la sua ultima sera da uomo felice…”.

Tradito (ma si tratta davvero di un tradimento? O non è piuttosto la prova dell’esistenza di un legame, dell’unico legame possibile, tra le generazioni?) dal figlio, Galloway, in un istante che, come un incubo, si dilata a dismisura, precipita dal suo mondo in un universo sconosciuto; scopre che il suo ragazzo è scappato rubandogli il furgone, che assieme a lui si è allontanata la sua fidanzatina e che i due, durante la fuga, hanno ucciso un uomo per derubarlo e impossessarsi della sua auto.

Costretto a fare i conti con questa nuova, terribile situazione, Galloway si ritrova in un territorio completamente sconosciuto; l’irruzione violenta della realtà nella quale è sempre vissuto senza mai veramente viverci, l’invadenza dei giornalisti a caccia di scoop, i muti giudizi di vicini, conoscenti, gente comune, il metodico lavoro investigativo della polizia, e più di tutto il folle comportamento di quel figlio che credeva di conoscere così bene, che prima di allora non gli aveva mai dato alcun motivo di preoccupazione (ma che forse soltanto adesso, dopo il suo gesto così eclatante e spaventoso, si rivela all’uomo che lo ha messo al mondo per ciò che realmente è), lo conducono, poco alla volta, a una nuova consapevolezza; ed ecco che Galloway, trasformato da un susseguirsi di eventi che non avrebbe avuto né la forza né la volontà di scatenare ma che qualcuno (non a caso suo figlio) ha messo in moto (anche) per lui affinché finalmente capisse, si rendesse conto, si destasse dal torpore, arriva a pensare, poi addirittura a credere, che questa totale mancanza di senso sia in realtà la sola cosa realmente sensata successa nella sua vita; il concludersi di un percorso cominciato prima di lui, il percorso di una ribellione, di una goffa ma tenace affermazione di sé: “Una mattina […] tirò fuori da una busta tre fotografie […]. La prima era una fotografia di suo padre all’età di trentotto anni, esattamente come Dave lo ricordava […]. La seconda era una foto di lui, quando aveva ventidue anni ed era appena stato assunto nell’officina di Waterbury. La terza foto era di Ben […]. Erano tutti e tre della stessa razza”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Laura Frausin Guarino. Buona lettura.

Fino alla mezzanotte, forse anche fino all’una, Dave Galloway seguì la solita routine di tutte le sere, o, più esattamente, della sera del sabato, che differiva un po’ da quella degli altri giorni. Forse l’avrebbe vissuta in modo diverso, forse avrebbe cercato di godersela più intensamente, se avesse saputo che era la sua ultima sera da uomo felice… A quell’interrogativo e a molti altri – per esempio se fosse mai stato davvero felice – gli sarebbe toccato in seguito sforzarsi di dare una risposta.

Pubblicato da

ilconsigliereletterario

Non c'è molto da dire, in realtà, se non che sopra ogni altra cosa amo leggere e scrivere. Ben più di quel che potrei dire di me lo dicono (peraltro decisamente meglio) i libri che ho letto, e di cui parlo nel blog. E qualche altra cosa la aggiungono i libri che ho scritto, "Quella solitudine immensa d'amarti solo io", pubblicato da Priamo e Meligrana Editore nel gennaio del 2013 (nel caso vi interessasse, lo trovate in tutti gli store, da Feltrinelli.it a Sanpaolostore.it). Da ottobre 2013 il libro è stato pubblicato anche in versione cartacea e di recente ne è stata fatta la prima ristampa; lo trovate in libreria, oppure potete ordinarlo su Amazon, Ibs o sul sito dell'editore: www.meligranaeditore.com; e "La logica del mammifero (storia di una madre)", uscito il 2 dicembre 2016, pubblicato da Prospero Editore (www.prosperoeditore.com; se lo desiderate, potete anche ordinarlo sul sito). Oltre a questi romanzi ne ho scritti altri due, ancora in attesa di trovare una casa editrice disposta a scommetterci sopra, questi i titoli: "Ripaferdine (storie di cortile)", "Trenta denari (una storia d'amore)". Se per caso da queste parti dovesse capitare un editore interessato a dare un'opportunità agli esordienti (almeno per leggerli), lo invito di tutto cuore a farsi sentire. Credo di poter dire che non se ne pentirà.

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