Essere estraneo al proprio tempo e patirne la prigionia. Sentirsi altro dalla propria famiglia e
soffrirne l’obbligo dell’appartenenza, sentita come una condanna, una condanna ingiusta, figlia di leggi, prima fra tutte quella del sangue, che ci si rifiuta di riconoscere come valide. Oscilla tra questi due estremi, tanto prossimi l’uno all’altro da arrivare a sfiorarsi, a essere in fondo, una cosa sola, un’unica sorgente di malessere, infelicità, rabbia, impetuoso desiderio di rivalsa, la brillante figura del giovane protagonista di Pietro il fortunato, romanzo del premio Nobel danese Henrik Pontoppidan (Fazi editore, traduzione di Alessandro Storti) centrato sulle avventure (e più ancora sulle disavventure) dell’ambizioso figlio di un pastore protestante (siamo in Danimarca, nella seconda meta del XIX secolo) dall’etica rigidissima che il ragazzo, fin dalla più tenera età, non sopporta e alla quale in ogni modo si ribella. A casa, per i suoi comportamenti motivo di scandalo, egli viene dapprima severamente punito, poi blandito, in seguito di nuovo punito, ma ogni tentativo di ricondurlo a un agire simile a quello dei suoi fratelli e in special modo della sorella (non a caso specchio della madre), forse la più pia e obbediente di tutti, non sortisce effetto, così al padre non resta altra scelta che abbandonare quel figlio, al quale ogni salvezza sembra preclusa, al suo destino, affidando al giudizio del Signore la sua condotta. Ma Pietro, fidando nelle sue capacità, nel suo sguardo capace di andare oltre l’insopportabile miopia dei suoi concittadini tutti (dai compagni di studi agli ingessati professori, tanto comodamente seduti sui propri privilegi da guardare con sospetto anche solo una minima possibilità di cambiamento dello stato delle cose), nella sua abilità di disegnare il futuro, di anticiparlo, di realizzare oggi ciò che domani sarà patrimonio comune, accoglie con la massima felicità quella libertà che nelle intenzioni dei suoi genitori voleva essere punizione. In solitudine, egli concepisce il progetto di una rivoluzionaria opera idraulica che, se realizzata, permetterebbe alla Danimarca di affermarsi come potenza commerciale, ma il suo slancio è destinato a incontrare più di uno ostacolo, il primo dei quali è rappresentato proprio dal carattere di Pietro, eccessivamente orgoglioso e alieno da qualunque compromesso comporti una rinuncia, sia pur minima, a qualsiasi cosa consideri irrinunciabile (e non c’è cosa, ai suoi occhi, tra quelle che lo riguardano direttamente, che non lo sia).
Ecco dunque che la vita di questo ragazzo si trasforma in una lotta estenuante contro circostanze che anche quando si presentano nel modo più favorevole possibile (e accade spesso, ecco il senso del titolo;Pietro è davvero un uomo fortunato, e lo è tanto per meriti propri quanto per il verificarsi di fortuite coincidenze che sembrano ben disporre la riuscita dei suoi piani, non importa quanto arditi) finiscono per tramutarsi in inciampi e infine a degenerare fino a divenire veri e propri fallimenti. Pietro è di volta in volta travolto dal proprio entusiasmo, dal rifiuto di mediare, di riconoscere, se non le ragioni degli altri, il loro diritto a pensare, a credere di avere ragioni da avanzare; sembra che l’inflessibile dirittura del padre, sempre aborrita e rifiutata, in quest’uomo si sia comunque radicata, e abbia assunto la forma di un assoluto, granitico egocentrismo. Più di tutto Pietro desidera l’affermazione personale, il successo, il riconoscimento dell’alta società danese, e arriva a un passo dall’ottenere ciò che si prefigge (aiutato anche dall’amore che una ragazza ebrea ricchissima prova per lui, con la quale egli si fidanza e che ha ogni intenzione di sposare), salvo poi perdere tutto per puntigli che hanno l’amaro sapore della beffa, e che egli naturalmente vive come ingiustizie. Pontoppidan narra mescolando con sapienza dramma e commedia, disegna figure complesse, mai banali, la cui ricchezza sentimentale e intellettuale emerge con forza nei dialoghi, a volte protratti per pagine e costruiti come scontri dialettici che rimandano alle suggestioni delle opere di Platone (con Pietro nei panni di un Socrate apprendista stregone e suo malgrado artefice della propria rovina) a volte ridotti a fulminei (e meravigliosamente incisivi) botta e risposta, dà vita, nel microcosmo danese (in una Copenhagen, minuscola, anonima, innocente e tuttavia corrotta dalla presenza umana, che l’innocenza ha irrimediabilmente perduto), a un mondo intero nel quale a dominare sono ingiustizia, assenza di equilibrio e un desiderio sempre frustrato, e tuttavia mai domo, di pace e armonia.
Pietro allora è in qualche misura specchio archetipo, modello di un soffio vitale che non può non obbedire all’impeto della propria piena realizzazione ma che, nel suo lasciarsi trascinare da forze impossibili da dominare, comprende, con sempre maggior lucidità, quanto la cifra dell’esserci abiti nell’impossibilità di diventare il proprio sogno.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
In una di quelle cittadine dello Jutlandorientale che si eclissano fra verdi pendii nel punto più interno di un fiordo rigoglioso, viveva, negli anni prima e dopo la nostra ultima guerra, un pastore di nome Johannes Sidenius.