Le pulci dei ratti

Recensione di “Annus Mirabilis” di Geraldine Brooks

Geraldine Brooks, Annus Mirabilis, Neri Pozza

Questo libro è un’opera di fantasia, ispirata dalla vera storia degli abitanti del villaggio di Eyam, nel Derbyshire. La prima volta che andai a Eyam fu del tutto per caso, nell’estate del 1990. Allora vivevo a Londra e lavoravo come corrispondente per il Medio Oriente del The Wall Street Journal. Tra un reportage e l’altro in posti bollenti e travagliati come Gaza e Baghdad, cercavo di rilassarmi un po’ nella campagna inglese. Fu durante uno di questi vagabondaggi o peregrinazioni […] che mi colpì un interessante segnale stradale, che indicava la via per il villaggio della peste. Fu lì che trovai la storia del travaglio dei suoi abitanti e della loro straordinaria decisione, raccontata in una teca posta all’esterno della chiesa di Saint Lawrence. La narrazione era così toccante e terribile, che mise radici nella mia immaginazione. Negli anni successivi, riportando le notizie di moderne tragedie da posti come la Bosnia e la Somalia, spesso il mio pensiero tornava a Eyam e cominciai a rendermi conto che questa era la storia che volevo raccontare più di tutte le altre. Questa sensazione si fece ancora più forte quando andai ad abitare in un villaggio rurale della Virginia, circa delle dimensioni di Eyam. Fu lì che la storia e i costi della quarantena divennero ancora più vividi. Mi chiesi cosa si sarebbe provato a fare una scelta del genere e scoprire poi che i due terzi dei tuoi vicini sarebbero morti entro un anno. Come ne sarebbero uscite la fede, le relazioni e l’ordine sociale? […] Come i suoi contemporanei del diciassettesimo secolo, Anna non sapeva cosa fosse la peste o come si diffondesse. La Yersinia pestis – peste bubbonica, morte nera, pestilenza – è un’infezione devastante di batteri che producono potenti tossine. Le enfiagioni della peste – i bubboni – sono linfonodi che si sono trasformati in tessuto necrotizzato ed emorragico. Entro uno o due giorni, un vasto numero di batteri invade il sangue, provocando una febbre che può superare i 42°, emorragia e trombosi. Fin dall’antichità si era osservata una moria di ratti che accompagnava la peste, ma solo nel 1898 uno scienziato, P.L. Simond, pubblicò sugli Annali dell’Istituto Pasteur una scoperta, da lui fatta, secondo la quale le responsabili della trasmissione della malattia agli esseri umani erano nel novanta per cento dei casi le pulci dei ratti infetti […]. Nel 1666 in Inghilterra la popolazione, colpita dal male, sbagliò bersaglio e credette che a diffondere la malattia fossero i gatti e i cani. Il conseguente massacro di questi animali eliminò i predatori dei ratti e dunque fece dilagare ancora di più la malattia. La peste esiste ancora. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ne registra tra i mille e i tremila casi l’anno. Ma grazie agli antibiotici non si rischia più uno sterminio di massa”. Affascinata dalla tragica storia del villaggio inglese di Eyam, flagellato da un’epidemia di peste nel 1666, Geraldine Brooks, nel suo bel romanzo intitolato Annus Mirabilis la riprende e la racconta, modificandola nei personaggi e inventandone la voce narrante, Anna Frith, donna giovane e coraggiosa, madre di due splendidi figli, vedova di un minatore morto tragicamente a causa del suo difficile e pericolosissimo lavoro e domestica del rettore del villaggio, Michael Mompellion, rispettato e amato pastore del pugno di anime di quel villaggio che, di fronte alla peste, vincola tutti gli abitanti a un giuramento di sacrificio: una quarantena volontaria che impedisca al morbo di colpire e devastare gli abitati vicini
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La clemenza, le condanne

Recensione di “I giorni del terrore” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, I giorni del terrore, Fazi Editore

“Lucile Desmoulins e il generale Dillon furono processati per cospirazione e giustiziati il 24 germinale. Maximilien Robespierre fu giustiziato senza processo il 10 termidoro, il 28 luglio secondo il vecchio calendario. Lo stesso accadde al fratello Augustin, a Saint-Just e a Couthon. Philippe Le Bas si sparò”. Così, nella postilla a I giorni del terrore, romanzo che completa la trilogia che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione Francese (il primo volume, La storia segreta della rivoluzione, lo trovate recensito qui, il secondo, Un posto più sicuro, qui), la scia di morte che ha caratterizzato gli anni successivi all’esecuzione del re si chiude in uno scarno elenco di contabilità, quasi a sottolineare come le continue condanne e le esecuzioni, divenute ormai sommarie e accolte dal popolo con una sorta di stolida indifferenza, altro non fossero se non la misura tragica di un fallimento collettivo. È dunque la cronaca di una deriva, di una sconfitta, quella che l’autrice britannica narra in questo lavoro sontuoso e terribile, nel quale ogni pagina avvicina il lettore all’ineluttabilità di un naufragio che non ammette superstiti. Ancora una volta l’eccezionale talento della Mantel riluce nelle descrizioni d’ambiente, nei numerosi duelli verbali, dai quali le personalità coinvolte emergono con sempre maggiore nettezza mettendo a nudo contraddizioni, viltà, atti di eroismo, peccati di ogni genere, nel consumarsi progressivo degli “eroi del 1789” (che sono anche i protagonisti indiscussi della trilogia, gli amici-avversari Danton e Robespierre, e tra loro il giornalista Camille Desmoulins, la penna più acuta e temuta di Francia), che da burattinai onnipotenti cui l’intera nazione per lungo tempo ha guardato con ammirazione speranza si trasformano in cospiratori, in nemici della patria, in traditori che operano per il ritorno della monarchia, il cui scopo ultimo è favorire un’invasione di truppe straniere, barattare, in cambio di chissà quale ricompensa (nessuna accusa è in grado di dimostrarlo, di portare concrete prove a supporto), la Repubblica e il suo futuro, con il più odioso e umiliante dei regimi. Nelle magnifiche, travolgenti pagine di Hilary Mantel lo strumento, l’arma che inesorabile sfugge ai suoi demiurghi, ai suoi creatori, è di volta in volta il sospetto, la calunnia (o la verità abilmente mescolata alla menzogna), la costruzione, tassello dopo tassello, di tutto quel che serve per inchiodare gli oppositori politici al giudizio del Tribunale rivoluzionario prima e poi, con il drammatico precipitare degli eventi, al Comitato di Salute Pubblica
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Si poteva anche chiamare così

Recensione di “Chiamalo sonno” di Henry Roth

Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti

“I termini del caso ‘Henry Roth’ – uno dei casi letterari più sconcertanti del Novecento americano – sono presto detti, Nel 1934, quando fu pubblicato Call It Sleep, il nome di Roth era ignoto a tutti se non al gruppo di artisti e intellettuali del Village, amici di Eda Lou Walton, insegnante e scrittrice di fama, con la quale Roth conviveva. Subito, il romanzo di questo giovane sconosciuto si trovò al centro di un acceso dibattito: da una parte la critica legata all’estetica del realismo socialista, che rimproverava a Roth di avere ‘sprecato’ la sua esperienza nei ghetti ebraici di New York in un’opera ‘borghese’ nei suoi intendimenti intimistici, in assoluta indifferenza verso le istanze della rivoluzione proletaria; dall’altra, la critica non marxista, la quale inneggiava al romanzo per la sua poesia, per l’approfondimento psicologico, per la complessità della tessitura simbolica. Una casa editrice delle più importanti, la Scribrner’s, si affrettò ad anticipare mille dollari per assicurarsi il suo secondo romanzo. Da quel momento ebbe inizio il ‘caso’: dopo aver scritto un centinaio di pagine, Roth si bloccò. Definitivamente […]. Che cosa rappresenta Call It Sleep nella narrativa del Novecento? […]. Oggi Call It Sleep è universalmente riconosciuto come un capolavoro, e non soltanto in contesto americano. Romano Bilenchi lo definisce uno dei culmini, perché la confluenza, di tutto il Novecento. Vi si immettono, funzionalizzandosi a un sistema semantico del tutto originale, Joyce ed Elliot, la tradizione talmudica e lo humour yiddish, Freud e il mito greco, la lezione sulla prospettiva di James e la lezione sul tempo di Bergson; senza peraltro, va subito detto, che tali e tante presenze costituiscano citazione colta fine a se stessa […]. Si può leggere Call It Sleep come sensibilissimo, commosso Bildungsroman; come realistica tranche de vie della New York più umile a inizio secolo; come grande metafora del processo di trasformazione dell’europeo in americano; come studio, di rara profondità e percezione, di rapporti familiari vissuti da un’attenta coscienza infantile. Lo si può leggere come romanzo ‘ebraico’ o come romanzo ‘americano’, come arena del più delicato lirismo, o del più audace, del più sgargiante sperimentalismo linguistico”. Così Mario Materassi illustra Chiamalo sonno di Henry Roth (del quale, per Garzanti, è anche traduttore), opera per molti versi universale, crogiolo razziale e linguistico che nelle pagine del romanzo riverbera nella spontaneità dei dialetti più diversi (tedesco, italiano, yiddish e altri ancora), forse la testimonianza più forte della massiccia immigrazione straniera in America di inizio Novecento, per poi rapprendersi nella lingua particolarissima, inesplicabile e unica delle emozioni di un bambino, il protagonista indiscusso della storia, David Schearl, giunto dall’Austria con la madre negli sconosciuti Stati Uniti, la “terra dell’abbondanza e delle opportunità” per ricongiungersi al padre e qui gettato nel grembo sconosciuto e terrorizzante della vita
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Indiretto libero

Recensione di “L’assomoir” di Émile Zola

Émile Zola, L’assomoir, Mondadori

“Non c’era mai stato niente di paragonabile [in letteratura] al giorno delle nozze della coppia Coupeau, al loro fantastico pellegrinaggio in processione per le strade di Parigi sotto la pioggia, alla loro visita inzaccherata alle sale del Louvre, dove si perdono come nel labirinto di Creta, e al loro arrivo infine, affamati ed esasperati, alla guinguette dove cenano a un tanto a testa, pagando ognuno per sé, e dove noi ci sediamo accanto a loro, in mezzo all’unto e al sudore, e finiamo per abbandonarci, un po’ commossi e un po’ disgustati, alle loro spiritosaggini, alle loro miserabili, grottesche cattiverie. Ho parlato molto del meccanicismo di [Émile] Zola; ma qui c’è davvero, quasi insopportabile, il senso della vita”. Così Henry James, nell’analizzare uno dei momenti al tempo stesso più lirici e tragicomici di L’assomoir – “primo romanzo sul popolo, che non menta e che abbia l’odore del popolo” secondo il giudizio espresso dall’autore – riassume ed esalta la straordinaria potenza narrativa di quest’opera e la sua tensione verso un’autenticità che sfiori l’assoluto, capace di restituire la realtà per ciò che è, con precisione piena, con impressionante brutalità. Non c’è spazio, in questo lavoro di Zola (settimo romanzo della serie dei Rougon-Macquart), per la pietà, né lo scrittore intende indulgere ad analisi sociologiche o a riflessioni economico-politiche che possano in qualche modo rendere ragione dello stato miserando del sottoproletariato urbano parigino che egli, con accenti così vivi, descrive. Émile Zola, nelle oltre 500 pagine de L’assomoir, che disegnano la terribile, oscena discesa agli inferi di una famiglia per concludersi con il suo annientamento (la protagonista principale è una donna, Gervaise, ma accanto a lei uguale importanza ha il marito, il lattoniere Coupeau, vittima, al pari dei suoi amici operai, del demone dell’alcol), indossa gli abiti da lavoro dei suoi personaggi, si appropria della libertà sguaiata del loro dialetto (l’argot delle periferie, il parlato spiccio delle bettole, dei capannelli che si formano nella penombra dei portoni, l’eruttare violento, acido dei litigi che squassano la miseria delle case colme solo di rabbia e disperazione, il bisbigliare invidioso e la pornografica curiosità del pettegolezzo, che quasi per riflesso condizionato inventa quel che non sa, precipitando lo squallore della verità in un abisso ancor più nero e fetido), li segue nei loro giorni perduti, nelle loro esistenze consumate prima ancora di essere vissute, e infine li osserva deragliare, perdersi e morire con la distaccata diligenza di uno studioso, limitando la sua scrittura, la prosa, a quel che è, a quel che accade. Egli dunque dà vita a un “romanzo non-romanzo”, a una cronaca, a un’inchiesta; testimonia senza prendere posizione. Molte delle sue pagine sono di una durezza che lascia senza fiato; L’assomoir non si sporge verso il lettore, non ammicca, non seduce; squaderna piuttosto, con freddezza implacabile; indica, mostra.
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Una donna

Recensione di “Teresa Batista stanca di guerra” di Jorge Amado

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra, Einaudi

Chi è Teresa Batista? Una sgualdrina, una prostituta. Nient’altro? Un guerriero, un angelo, una santa protettrice. Ed è tutto qui o c’è ancora qualcosa? È una ballerina, la migliore ballerina del Brasile, è la regina del samba. Ed è la migliore e la più fedele delle amanti. Teresa Batista sa cosa significhi amare, amare davvero. Non c’è donna che lo sappia meglio di lei. Chi è, dunque, Teresa Batista? Qualcuno che fu derubato della sua giovinezza, qualcuno cui non fu permesso essere bambina, qualcuno che, nella più delicata, preziosa e fragile delle età della vita, patì sofferenze che “ben pochi patiscono all’inferno”; e tuttavia, malgrado tutto questo, o forse (e misteriosamente) proprio in forza di ciò, anche una persona capace, da sola, di superare “il peggio del peggio” e di approdare alla riva della salvezza e del riscatto “col sorriso sulle labbra”. Indimenticabile eroina partorita dal genio creativo dello scrittore brasiliano Jorge Amado, la bellissima e terribile Teresa Batista, protagonista del quasi omonimo romanzo Teresa Batista stanca di guerra sorge, nella sua complessità che pare inafferrabile pur nella sua sostanziale chiarezza, nella sua piena trasparenza, nel militaresco ordine del suo universo morale, da un insieme di storie che di continuo mescolano dramma e commedia, che offrono degli uomini, del loro essere e del loro agire, abissi e vette, miserie, abiezioni e splendori. Attraverso un dialogo immaginario con un interlocutore interessato a conoscere ogni particolare dell’incredibile vita di Teresa Batista, Amado introduce il racconto dei suoi momenti più significativi; gli anni durissimi dell’infanzia e della prima giovinezza, segnati dalla mancanza dei genitori e soprattutto dall’arrivo del crudele pedofilo Justiniano Duarte da Rosa, che convince gli zii a vendere la piccola e ne fa, per anni, la sua schiava sessuale infliggendole ogni sorta di torture e vessazioni nel tentativo di domarne il carattere fiero e ribelle. Poi, a libertà e dignità finalmente riconquistate, ecco che la prosa quasi magica di Amado trascolora in toni che, abbandonate cupezza e disperazione, si accendono dei colori vivi della battaglia; Teresa ora è una combattente, una donna senza paura che insegna a tutti con il suo esempio che “le differenze [tra le persone] si rivelano in tutto il loro peso e nel loro esatto valore soltanto quando si tratta di battersi con la morte, quando si combatte in campo aperto; e allora l’unica norma è l’integrità della persona. Tutto il resto sono soltanto sciocchezze, ragioni di denaro e di falsa sapienza”. Teresa è colei che, assieme alle prostitute di Buquím, affronta, e sconfigge, il terrificante flagello del vaiolo nero.
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Il sommesso, tenace canto di quel che è giusto

Recensione di “Memed il falco” di Yashar Kemal

Yashar Kemal, Memed il falco, Giovanni Tranchida Editore

Una storia d’amore. Un racconto d’avventura. Un romanzo di formazione. Un rincorrersi d’emozioni in paesaggi da sogno e luoghi d’incubo. Una vicenda d’eroismo, giustizia, coraggio giocata sul filo sottilissimo della lealtà, della purezza dei sentimenti, di un’onestà profonda, solida come la terra. Tutto questo è Memed il falco, uno dei lavori più noti dello scrittore turco di origini curde Yashar Kemal, in Italia pubblicato da Giovanni Tranchida Editore nella traduzione di Antonella Passaro. Quel che immediatamente colpisce, nella scrittura di Kemal, è la sua semplicità quasi disarmante; la costruzione dell’intreccio non prevede sorprese, l’autore dapprima descrive il contesto ambientale, conduce chi legge ad ammirare lo splendore dei luoghi che saranno teatro delle vicende narrate e con esso anche la durezza che caratterizza quegli ambienti, il sacrificio quotidiano che pretende dall’uomo che vuole abitarla e sfruttarne le ricchezze. Compiuto questo primo passo, è la volta dei personaggi, introdotti dalle loro azioni e dalle loro parole; si potrebbe pensare, a una prima, superficiale occhiata, che si tratti di caratteri monodimensionali, privi di sfumature, dotati di un profilo monocorde; malvagi fin nella più intima fibra i cattivi, buoni in ogni circostanza i virtuosi; tutto ciò però, malgrado sia innegabile, non riflette per nulla una visione fin troppo schematica (nonché ottusamente manichea) del mondo, bensì è specchio di un’acuta visione etica dell’autore. Quel che Yashar Kemal mette in scena, infatti, non è che l’eterno conflitto, la battaglia inestinguibile tra la virtù e il vizio, o per dirla con altre parole, lo scontrarsi continuo dell’uomo con se stesso, il dinamico intrecciarsi della sua natura multiforme; gli eroi di Kemal, i luminosi come gli oscuri, non sono che momenti della mutevole anima dell’uomo, custode del più alto sentire come dei più perversi appetiti. Nell’architettura romanzesca dello scrittore turco questo scontro, piegandosi alle esigenze della narrazione, si incarna nel protagonista (il giovanissimo Memed che dà il titolo al romanzo, povero, come tutti gli altri abitanti del villaggio in cui vive, Degirmenolu, circondato da una distesa di cardi, piante maligne, cui “non piace la terra buona” e che attecchiscono solo dove il suolo è “ingrato, arido e secco”) e nel suo oppositore, il capo di quel misero insieme di capanne (nonché di altri quattro), Abdi Aga, vile e corrotto, capace di ogni arroganza con coloro che non hanno alcun mezzo di difendersi ma fondamentalmente codardo, pronto a fuggire a gambe levate persino dinanzi alla propria ombra non appena le cose minacciano di deviare dalla rotta pianificata.
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Da un’amica scrittrice

Recensione di “Trenta denari (una storia d’amore)” di Paolo Vitaliano Pizzato

Paolo Vitaliano Pizzato, Trenta denari (una storia d’amore), Prospero Editore

Trenta denari (una storia d’amore) edito da Prospero nel 2019, quarta fatica di Paolo Vitaliano Pizzato dopo Ripaferdine (Giraldi, 2017), inizia con un tenue fascio di luce che forse rappresenta l’offerta di un altrettanto tenue appiglio, dentro la stanza e dentro il protagonista, per la salvezza da un pervasivo sentimento di vergogna. E l’intero romanzo, difatti, si potrebbe intendere come un far luce su tale sentimento, attraverso la penetrazione della propria ombra da parte di Alberto De Monti. Un uomo in conflitto che avverte di essere al tempo stesso artefice e vittima della sua nuova condizione sentimentale, quella di promesso traditore (vissuta però come la vive chi è tormentato al solo pensiero di tradire e che considera a pieno titolo un tradimento il contorno di messaggi di apprezzamento e d’intesa, di brama, di complicità che conduce all’instaurazione di una relazione extraconiugale, prima ancora che eventuali rapporti fisici abbiano luogo). Condizione che da un lato gli provoca ansia e disagio ma dall’altro è ingresso imprevisto per un mondo sconosciuto, eccitante. In fondo non è mai troppo chiaro se il disagio provato dal personaggio principale si nutra più del timore di potersi ingannare (“si chiese se il suo corpo sarebbe stato capace di mentire”) o se invece del senso di colpa.
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Le 20 regole del delitto imperfetto

Recensione di “La canarina assassinata” di S.S. Van Dine

S.S. Van Dine, La canarina assassinata, Barbera Editore

“I romanzi polizieschi di Willard Huntington Wright (in arte S.S. Van Dine) […] appartengono a pieno titolo alla ‘Golden Age’ della detective story […] e in particolar modo al cosiddetto whodunnit (‘giallo deduttivo’) […]: un investigatore (professionista o dilettante) conduce indagini su un delitto avvenuto in circostanze misteriose e inspiegabili (un’inquietudine soprannaturale sembra anzi percorrere le oscure vicende narrate), generalmente in un ambiente chiuso, e lo scrittore, che racconta la vicenda dal punto di vista dei testimoni del tutto incapaci di sbrogliare l’intricato filo della matassa, affida al suo ‘eroe’ il compito di ricostruire, attraverso percorsi logici e deduttivi alquanto rigorosi, l’esatto e imprevisto svolgimento dei fatti. La sfida al lettore, tanto spesso spinto verso conclusioni errate, sembra essere il Leitmotiv dell’intero genere […] e in particolar modo proprio nel caso del nostro S.S. Van Dine, che tra tutti si distingue non solo come primo grande autore di successo, ma anche, e soprattutto, per aver stilato 20 regole che il giallista che si rispetti («e che rispetti se stesso»), sempre, più o meno consapevolmente, segue come una sorte di Credo […]. Sollecitare l’intelligenza del lettore, sfidarlo a rivaleggiare con l’abilità logico-deduttiva del protagonista, si rivela […] la prima preoccupazione di Van Dine, tanto che i suoi romanzi appaiono, ad ogni rilettura, un vero e proprio ludos filosofico, se non meglio un invito a prender parte all’agone dove Philo Vance ci attende per mettere alla prova la nostra abilità. «Il lettore – leggiamo al primo punto delle 20 regole – deve avere le stesse possibilità dell’investigatore di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti» […]. Dal momento che i due termini su cui si gioca il romanzo hanno pari opportunità, l’investigatore e gli ufficiali che prendono parte all’indagine non devono mai risultare colpevoli: «non sarebbe un trucco onesto: sarebbe come cambiare un penny con cinque dollari d’oro. Come una falsa testimonianza» (regola 4). Ecco perché il colpevole deve essere scoperto «attraverso deduzioni logiche: non per caso, o per coincidenza, o per una sua immotivata confessione. Risolvere in questo modo un problema criminale sarebbe come costringere il lettore a fare uno sforzo vano, e dirgli, dopo che ha fallito, che avete avuto per tutto un asso nella manica. Uno scrittore che si comporta così non è meglio di un baro professionista» (regola 5) […]. Negli anni in cui il fordismo isteriliva le intelligenze nella catena di montaggio dei Tempi moderni, l’aristocratico Vance ricordava ai suoi simili che il lume dell’intelletto, se esercitato secondo la sua più nobile natura, è superiore, nella ricerca del ‘vero’, ad ogni analisi scientifica delle prove, giacché il criminale che si rispetti, astuto orchestratore, è a sua volta sufficientemente scaltro da non lasciare impronte digitali”. Nel presentare La canarina assassinata (In Italia pubblicato da Barbera Editore nella traduzione di Caterina Ciccotti), unanimemente considerato uno dei lavori migliori (se non il migliore) di S.S. Van Dine, e con esso il suo raffinatissimo protagonista, quel Philo Vance per il quale nulla vale più di un intelletto capace di pensare, Edoardo Ripari sottolinea come l’impianto del giallo classico, nell’elaborazione dello scrittore americano, lungi dall’essere “soltanto” materia letteraria, conclusione di una riflessione di carattere estetico, racchiuda in sé tanto una limpida componente filosofica quanto una chiara finalità etica.
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A Galaad

Recensione di “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Tea

Si racconta di un metodo sottile e brutale di tortura inflitto ai prigionieri di guerra: la distruzione dei documenti d’identità. Nulla, a prima vista, che abbia a che fare con il concetto a tutti noto di violenza, di brutalità, la cui connotazione è squisitamente fisica, legata a filo doppio a forme di dolore percepibili dai sensi, eppure, malgrado ciò, un’azione dalle conseguenze terribili; un gesto semplice, quello di strappare un foglio di carta, un documento, che ha il potere di distruggere una persona, di degradarla a uno stato che non ha più nulla di umano, di derubarla, una volta per sempre, di ciò che la caratterizza, la distingue da tutti gli altri. Ed è esattamente in questo stato di sudditanza, di più, di annullamento, che si presenta a noi Difred, protagonista e voce narrante del celebre romanzo distopico di Margaret Atwood intitolato Il racconto dell’ancella. Difred, letteralmente colei che appartiene a un uomo chiamato Fred, è una donna, o meglio un’ancella, o più precisamente ancora un corpo, una porzione di corpo a disposizione dei rappresentanti delle più alte sfere della gerarchia al potere (siamo in America, in un futuro non meglio precisato, all’indomani di guerre devastanti che hanno rivoluzionato la geopolitica del Paese, in uno stato ferocemente teocratico chiamato Repubblica di Galaad retto dai militari e sottoposto agli ossessivi controlli della polizia segreta, custode di una rigidissima moralità sessuale) affinché venga utilizzata, nel corso di cerimonie definite in ogni dettaglio, per donare figli a famiglie colpite da una sterilità diffusa. Sottratta a se stessa, Difred lotta e resiste per non perdersi, per non soccombere, fingendo ossequio al nuovo ordine, annullandosi come prevede ciò che le è stato insegnato (attraverso il lavaggio del cervello, la propaganda, l’ossessiva ripetizione di slogan e parole d’ordine, la costrizione fisica), immergendosi fino in fondo nel ruolo di ancella e nello stesso tempo ribellandosi a tutto questo attraverso la forza del ricordo, trattenendo frammenti della sua vita passata, della sua vita di prima, quando lei, donna tra altre donne, aveva un marito, una figlia, un’esistenza da rivendicare. Di questi suoi anni, intervallati dalla ricostruzione di come tutto sia finito, di come l’incubo abbia dapprima preso piede e infine trionfato, trasformando l’oggi in un eterno presente fatto di nulla (alle ancelle è proibita qualsiasi attività a esclusione della spesa settimanale, compito da svolgere obbligatoriamente in compagnia di un’altra ancella, con la quale non è possibile conversare in libertà) e infine persino di come esista e combatta un movimento clandestino di ribellione a Galaad, Difred racconta con accenti di commossa lucidità.
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L’armonico stridore delle metafore

Recensione di “La pianista” di Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek, La pianista, SE

“A una prima parte, incentrata sul rapporto di Erika Kohut con la madre, segue nel romanzo la tormentata storia d’amore della donna con il suo allievo Walter Klemmer. Mentre nella prima parte la sequenza cronologica è interrotta da frequenti incursioni nell’infanzia e giovinezza di Erika – in cui, significativamente, la protagonista non è mai chiamata con il suo nome e si fa soggetto metaindividuale, definito dal pronome LEI (evidenziato tipograficamente) – nella seconda parte l’intreccio segue in modo quasi classico la peripezia del personaggio e la sua catastrofe finale […]. Sembrerebbe […] a prima vista legittima una lettura del testo in chiave psicologica e psicoanalitica. La relazione tra madre e figlia appare difatti come un modello esemplare di […] patologica relazione simbiotica; per la madre Erika è una palese sostituzione del marito (non a caso le due donne dormono nello stesso letto) su cui proiettare aspettative e frustrazioni di vita; per la figlia l’anziana signora è un’istanza irrevocabile, a cui adeguare i propri desideri e comportamenti […]. È stato tuttavia fatto notare come una simile lettura non aggiunga sostanzialmente nulla di nuovo a quanto già contenuto nel romanzo […]. Si potrebbe anzi persino essere tentati dal considerare La pianista come una parodia degli studi psicoanalitici o della letteratura di consumo sul rapporto madre-figlia […]. Ma è davvero malata Erika Kohut? Rappresenta questa donna solo un caso disperato, da rubricare negli annali della psiche femminile? […]. In realtà il romanzo non rappresenta i sintomi di un caso psichiatrico, ma i fenomeni di una dinamica sociale, nella loro dimensione linguistica […]. La brutalità del mondo «sano» dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti”. Così Luigi Reitani, nel saggio che conclude lo splendido, spiazzante, labirintico romanzo di Elfriede Jelinek intitolato La pianista (in Italia pubblicato da SE nella traduzione di Rossana Sarchielli), analizza il lavoro dell’autrice austriaca (premio Nobel per la Letteratura nel 2004) confrontandolo con l’omonima riduzione cinematografica diretta da Michael Haneke e premiata a Cannes nel 2001. Cos’è, esattamente, La pianista, si chiede Reitani? E nel provare a rispondere al quesito avanza in primo luogo spiegazioni negative, individuando quel che il romanzo non è e sottolineando come il testo, fin dalle primissime righe, tenda a nascondersi, a celare se stesso. Amante delle sperimentazioni, Jelinek infatti costruisce una storia che nella sua semplicità quasi disarmante (una figlia non più giovane, divorata da una madre che non le ha mai concesso di realizzare se stessa come persona autonoma, si scinde per non soccombere; è una inflessibile e inavvicinabile docente di pianoforte e una figlia fedele e nello stesso tempo, o meglio nel poco, pochissimo tempo che riesce a sottrarre all’instancabile vigilanza della mamma, è un magmatico, elettrico scontrarsi di pulsioni che la portano ad amare e odiare il proprio corpo di donna, a bramare e rifiutare il proprio essere donna, a soddisfare gli appetiti della carne umiliando se stessa attraverso il più scadente voyeurismo; un giorno, questo essere incompleto, sofferente e teso verso una libertà che fatica persino a concepire e che desidera tanto quanto teme, deve affrontare il corteggiamento sempre più aperto e spavaldo di uno dei suoi migliori allievi, il giovane e avvenente Walter Klemmer) si avvita in un incessante gorgo di metafore, similitudini, giochi espressivi, citazioni mascherate, ghignante sarcasmo, e in questo modo muta forma quasi a ogni pagina, rendendo ardua la messa a fuoco della sua protagonista, dell’insegnante Erika perduta dentro se stessa.
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