La fiabesca anima d’Irlanda

Recensione di “Fiabe irlandesi” di James Stephens

James Stephens, Fiabe irlandesi, Bur

Lo spirito di una terra e della gente che la abita. E ancora l’eco delle tradizioni, la suggestione di riti antichissimi, l’eredità preziosa della cultura, il richiamo rapinoso del folclore. Tra le pagine delle Fiabe irlandesi di James Stephens, nel delicato svolgersi della narrazione, nelle infinite sfumature del linguaggio così come nel continuo, avventuroso avvicendarsi di storie che sono patrimonio comune e condiviso di una comunità, è l’anima di un popolo a scintillare. L’incanto del mito, il richiamo orgoglioso e romantico a una memoria lontana nel tempo ma non per questo meno viva e presente, il resoconto fedele di leggende tramandate per secoli e poi, durante il Medioevo, raccolte e conservate come testimonianza degli splendori di un mondo (quello pagano) che aveva ceduto il passo al cristianesimo trionfante, rappresentano per lo scrittore irlandese il senso stesso del suo lavoro. Continua a leggere La fiabesca anima d’Irlanda

“Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Recensione di “Resteranno i canti” di Franco Arminio

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani

Per Franco Arminio l’organo della vista sono le parole, molto prima degli occhi. Le parole sanno posarsi su dettagli che fino a un minuto prima erano invisibili, illuminandoli. Nascono nel silenzio, ma ridanno voce ai paesi spopolati. Sanno di essere fragili, ma non temono ‘il lupo nascosto dietro lo sterno’. In una perenne oscillazione tra uno scrivere che cerca la vertigine e uno scrivere che dà gloria all’ordinario, Arminio si muove senza tregua tra i due poli della sua poesia: l’amore e la Terra, il corpo e l’Italia, la morte e lo stupore. Si tratta di festeggiare quello che c’è e di cercare quello che non c’è. Fedeli ai paesaggi, seguendo la strada di una poesia semplice, diretta, non levigata, questi versi sono una serena obiezione al disincanto e alla noia. La politica, l’economia, le cosiddette scienze umane, sono gomme lisce nella neve. Solo la poesia ha le catene”. Con queste parole, nel risguardo di copertina, viene introdotta la splendida, intensissima raccolta di liriche di Franco Arminio intitolata Resteranno i canti, un viaggio del cuore, dell’anima e del suolo alle radici del mondo, un tremito dei sensi scossi dalla bellezza e dal timore, accarezzati dall’attesa e dal silenzio, vivificati dai versi, dalle voci, dai sussurri, dalla perfezione intatta delle sillabe, talmente preziose da dover essere raccolte sotto la bocca, “come una donna raccoglie il seme del suo amante”. La scrittura di Arminio è un’esplosione dolce, è la quiete della gravidanza e il luminoso trauma della nascita, è l’atto irrimediabile e colmo d’amore dell’esistere, è il lacerarsi liberatorio del sacco amniotico e il pianto sbigottito del neonato di fronte alla magnificenza delle cose; poi, come attimi, come squarci, come pause, come parentesi durante le quali il fiato si raccoglie per poter continuare a parlare, a raccontare, a mostrare, a indicare, perfino a segnare a dito nell’urgenza di partecipare, condividere, essere con qualcuno e di qualcuno, ecco giungere una pienezza diversa, la tranquilla brevità di alcune lettere (Lettera della fedeltà, Lettera dalla cenere), il concentrato ordine delle riflessioni (Elogio dell’inquietudine), il sereno abbandono della confessione (Istruzioni per l’uso, dove Arminio guarda alla poesia con commossa devozione e fedeltà, e a lei fratello e amante la conduce tra le genti: “Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna leggerla anche agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia, contagiosa e capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme. È bello leggere poesia in famiglia, farne un’abitudine prima del pranzo e della cena. Oggi si celebra tanto il cibo, ma è raro che lo si preceda con un piccolo antipasto per lo spirito. E non pensiamo alla poesia come una cosa per pochi. Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesia agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche agli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata”. Continua a leggere “Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Recensione di “Proust per bagnanti” di Emanuele Pettener

Emanuele Pettener, Proust per bagnanti, Meligrana

C’è solo un essere più onnipotente di Dio: la madre. Madre che ci genera, impone la vita. E poi determina anche cosa sarà di noi, cosa “saremo”noi. Perché il come saremo dipende sostanzialmente dalla misura dell’amore che lei riuscirà a darci. Sarà quell’amore primitivo e originario che stabilirà che tipo di persone emotive saremo. Sempre e solo quell’amore. E tutti gli altri rapporti affettivi che si svilupperanno nel corso dell’esistenza saranno improntati al suo abbraccio, alle sue carezze e ai suoi sorrisi. E più ne avremo, più l’amore inietterà radici profonde dentro di noi, che ci salveranno da tutto. Quell’amore cieco e gratuito ci farà da scudo contro gli assalti della vita: garantirà immunità dalle cadute, suturerà cicatrici, riempirà voragini, ci guarirà dai dolori e dagli abbandoni che seguiranno. Ma quando quell’abbraccio manca, la nostra natura di esseri sentimentali si aggroviglia attorno a un’idea di amore estraneo, lontano e malato. E quelle domande sulla natura del non “amore” rimarranno sospese sulla nostra anima per sempre, investendo tutto, perfino la capacità dell’annullamento sensuale nei confronti dei nostri stessi figli. Oppure l’essere sentimentale si lancerà alla ricerca disperata di quell’amore perduto. E quella ricerca diventerà il nodo – spesso scorsoio – della sua esistenza. È una “recherche” per l’appunto proustiana, Proust per bagnanti, delizioso, piccolo romanzo di Emanuele Pettener nel quale cercare “il tempo perduto” corrisponde a immergersi nel ricordo – sempre attuale e bruciante nella vita dei protagonisti – del generatore eterno del bene e del male: la madre. Continua a leggere Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Alla luce di un’ironica lanterna

Recensione di “Tom Jones” di Henry Fielding

Henry Fielding, Tom Jones, Feltrinelli

“Avevo già intenzione di scrivere sul Tom Jones, ma queste note recano il segno dell’impressione suscitata in me dai giudizi della moderna critica letteraria e dei miei stessi studenti di Sheffield; mi sono dovuto chiedere perché giudico il libro tanto migliore di quanto lo trovino l’una e gli altri […]. I critici moderni in genere partono dal presupposto a) che l’artista non deve propagandare teorie, e b) che in ogni caso la sola teoria elevata che valga la pena di propagandare è quella che predica disperazione e disprezzo del mondo; a mio parere, questa combinazione porta a un vicolo cieco critico”. Così William Epson, puntando l’indice sulla sostanziale miopia della critica, elogia e difende quello che è con probabilità il lavoro più noto e riuscito di Henry Fielding, il picaresco, irresistibile Tom Jones, che così gradito riesce anche al lettore moderno in forza dell’ironia, arguta e lieve a un tempo, che si ritrova quasi in ogni pagina, e che l’autore elegge a misura dell’uomo e di tutte le cose. Non c’è movente, non c’è azione, non c’è umana vicenda, sembra dirci Fielding narrandoci le peripezie del suo eroe – un trovatello allevato da un ricco gentiluomo di campagna cui occorrono, soprattutto a causa della malvagità e dello sfrenato egoismo di alcune persone a lui vicine, parecchi inciampi, rovesci di fortuna e finanche vere e proprie disgrazie (basti dire che il povero ragazzo finisce per ritrovarsi persino in gattabuia con un’accusa di omicidio sulle spalle) – che non possa essere illuminata da un pizzico di dolce sarcasmo, la cui architettura narrativa (e la conseguente profondità di significato) è ancora Epson a illuminare magistralmente: “l’ironia semplice presuppone un censore; l’ironico A si fa beffe del tiranno, rivolgendosi al giudizio dell’ascoltatore C. Con la duplice ironia, A finge di capire sia il punto di vista di B sia quello di C; B non può più impedire che A si esprima apertamente, ma può sempre essere scelto come rappresentante del credo più ufficiale o più gretto”. Continua a leggere Alla luce di un’ironica lanterna

Sein, Jahvè e la pazzia

Recensione di “Trilogia di Valis” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Trilogia di Valis, Fanucci

L’essere, l’essenza stessa dell’esistere, la purezza dell’heideggeriano Sein, e insieme l’assoluta potenza del puro atto creatore, dell’impulso primo che nel dare origine a ogni cosa è origine di sé, è autocoscienza divina, e l’in sé e per sé che Hegel ha portato alla perfezione idealistica recuperandolo da millenni di sapienza e misticismo, dalle opere dei filosofi, dalle sentenze dei Padri della Chiesa, dalle lettere di San Paolo e dal nome stesso di Dio, Jahvè, “Colui che è”. L’essere, la forma della realtà così come l’uomo la conosce attraverso l’esperienza e il ragionamento, e nello stesso tempo il suo completo sovvertimento, il suo capovolgimento, l’irruzione dell’impossibile, dell’assurdo, dell’incredibile, di ciò di fronte al quale non ci si può arrendere se non per un atto di fede, per una rinuncia che è abbandono di tutto ciò che posso conoscere e contemporanea fusione con tutto ciò che è per definizione non conoscibile, non raggiungibile, non razionale (il credo quia absurdum di Tertulliano); l’essere come teofania, come manifestazione del divino che è negazione psicotica di qualsiasi evidenza, di qualsiasi certezza. È attorno a questo essere multiforme che è tutto e nulla, che è qualsiasi cosa e nessuna cosa nota, che è religione e pensiero (e forse la più perfetta manifestazione della follia) che ruota l’intera Trilogia di Valis, l’ultima opera dello scrittore americano Philip K. Dick. Così la presenta, rifacendosi alle parole dello stesso Dick, Carlo Pagetti nell’introduzione all’opera edita da Fanucci nella traduzione di Delio Zinoni (che si è occupato del primo volume, Valis) e Vittorio Curtoni (che ha lavorato sui restanti due, Divina invasione e La trasmisgrazione di Timothy Archer): “«Mi sembra di vivere sempre più dentro i miei romanzi. Non riesco a immaginarmi perché. Sto perdendo il contatto con la realtà? O forse è la realtà a scivolare verso un certo tipo di atmosfera alla Philip Dick? E se è questo che succede, per amor di Dio, perché? Sono io il responsabile? Come faccio a essere io il responsabile?» Così si interroga, senza trovare ovviamente una risposta, Philip K. Dick in una delle annotazioni che formano il magnum opus incompiuto della Exegesis, iniziato dopo le apparizioni che trasformano la vita dello scrittore nel febbraio e nel marzo 1974 […]. Un raggio rosa che lo informa caricandolo di notizie preziose (anche sulle cattive condizioni di salute del figlioletto Christopher), la comparsa di una fanciulla che porta il segno cristiano del pesce, l’impressione di vivere parallelamente nella California del presente e nella Roma imperiale del I secolo dopo Cristo: questi eventi misteriosi proiettano Dick in una nuova dimensione dell’esistenza, che egli cercherà di elaborare ‘filosoficamente’ e soprattutto narrativamente nel resto della sua vita”. Continua a leggere Sein, Jahvè e la pazzia

Un precipitare d’anni e d’emozioni

Recensione di “In fuga” di Alice Munro

Alice Munro, In fuga, Einaudi

Una frattura, un baratro che si spalanca d’improvviso interrompendo traumaticamente la rassicurante monotonia dei giorni che seguono ai giorni. Uno spezzarsi della vita, un frantumarsi di abitudini, uno sfarinare di certezze, un chimico dissolversi, un precipitare di emotive sostanze che tornano mutate in altro, a volte addirittura nel proprio opposto, a volte invece semplicemente rafforzate in quelle che un tempo non erano che sfumature, sospetti, pallide sensazioni, dalla loro esplorazione del tempo, da quel malato contrarsi degli anni che è incancellabile testimonianza del dolore provato. L’abisso, la sua epifania, sconvolgente eppure in qualche misterioso modo attesa, quasi respirasse, al pari di una vita nel grembo materno, nella trama delle cose, in ciò che resiste al di sotto della mutevole superficie del mondo, e le conseguenze cui conduce, sono la chiave, contenutistica e narrativa della splendido e straziante volume di racconti di Alice Munro intitolato In fuga (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso). Nei suoi brevi, intensissimi quadri di vita (tre dei quali, i racconti intitolati Fatalità, Fra poco e Silenzio hanno identica protagonista e continuità tematica) la scrittrice canadese, premio Nobel per la Letteratura nel 2013, disegna ritratti di donne tormentate non tanto da ben identificate paure quanto dall’impossibilità di non cadere in qualche errore, di non inciampare in una distrazione, un infortunio, una leggerezza che potrebbe rivelarsi catastrofica. Continua a leggere Un precipitare d’anni e d’emozioni

I colpevoli e impossibili sogni di Emma

Recensione di “Madame Bovary” di Gustave Flaubert

Gustave Flaubert, Madame Bovary, Mondadori

La citazione che non t’aspetti di Madame Bovary la offre Tom Wolfe nel divertente, e per certi versi assai istruttivo romanzo Io sono Charlotte Simmons (recensito qui). Charlotte, brillante studentessa, sta seguendo all’università un corso avanzato di letteratura francese e l’argomento scelto dall’insegnante è il capolavoro di Gustave Flaubert. Scrive Wolfe: “Siamo in una scuola maschile… la prima frase dice […] ‘Stavamo facendo un compito quando entrò il preside, seguito da un ragazzo nuovo senza divisa e un bidello che trasportava un grande banco’ […]. E poi dice ‘Nell’angolo dietro la porta si intravedeva appena un ragazzo di campagna più alto di tutti noi’ […]. Ora, come vedete, Flaubert inizia il romanzo con ‘Stavamo facendo un compito’ e ‘più alto di tutti noi’, perché evidentemente si riferisce ai compagni di scuola di Charles Bovary, ma poi non usa più la prima persona plurale, e più avanti nella storia questi ragazzi non si vedranno più. Dunque, c’è qualcuno che mi spiega perché Flaubert procede in questo modo?”. Ed ecco la risposta di Charlotte Simmons: “Be’, penso che usi il plurale perché il primo capitolo illustra la vita di Charles Bovary fino al momento dell’incontro con Emma. Il resto del capitolo è scritto come una lunga biografia ma Flaubert non voleva cominciare il romanzo in questo modo […]. Lui era convinto che per farsi seguire dal lettore bastasse descrivere una scena reale con i dettagli più significativi. Con il primo capitolo vuole dimostrare che Charles è un uomo rozzo, di campagna, e lo resterà sempre, anche se poi diventa medico […]. Quindi, all’inizio del libro, Charles è descritto come noi, inteso come gli altri ragazzi, lo vediamo. E il modo in cui noi lo vediamo è così realistico che, per il resto del romanzo, non dimentichiamo più che Charles è solo un povero imbecille”. Continua a leggere I colpevoli e impossibili sogni di Emma

Au bout de l’homme

Recensione di “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio

È un viaggio nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, e nelle tragedie del suo tempo (la catastrofe immane della Grande Guerra, l’America post bellica, già sedotta e consumata dal cancro della massificazione produttiva e consumistica, i soprusi e gli orrori delle politiche coloniali e l’abiezione dei loro alfieri e fantocci, il degrado e la miseria morale dell’egoismo dei poveri, degli ultimi, che ciechi e sordi alla pietà guardano alla finzione del buon nome, al miraggio della rispettabilità sociale come al più prezioso dei tesori, sacrificando a questa chimera finanche la loro ultima scintilla di umanità) quello che Louis-Ferdinand Céline compie nel suo lavoro letterario più noto, quel Viaggio al termine della notte che lo impose all’attenzione del pubblico e della critica come lo scrittore più talentuoso e dirompente del Novecento. Creato da Dio per dare scandalo (così ebbe a definirlo Bernanos), Céline è più l’ecce homo che lo scandalo lo indica, lo addita, lo rivela; la sua voce unica, stridula e calda a un tempo, mescola l’enfasi eccitata dello strillone che invoca l’attenzione della strada alla lucida verità profetica di Cassandra, la cui forza travolgente non è tuttavia sufficiente ad abbattere il muro di insensibilità, ignoranza, paura e menzogna del prossimo; e ancora ha le deliranti tinte d’incubo dell’insulto, del ribaltamento grottesco di tutte le prospettive, del rovesciamento violento del buon senso, che è impietoso smascheramento del vero, di quell’indicibile che è la sostanza ultima del vivere; e di nuovo la voce si muta in altro, cresce di un’ottava nell’infinita scala musicale dell’espressività, nella conflagrazione del dire senza riserve, del confessare, del rivelare e si fa disperazione cinica, diviene quel particolarissimo, estenuato odio che è la devastazione dell’assenza d’amore, si scoglie in un pianto dirotto che è resa all’imbarbarimento del mondo, alla sua fine che si compie ogni giorno. Solitaria e irraggiungibile, la voce di Céline nel Voyage è quella del suo alter ego Bardamu, la cui odissea è la vita stessa del suo autore, spesa in una lotta impari, in una donchisciottesca tenzone che nulla ha della morbidezza del sogno e della purezza della poesia, con l’artificio retorico, forma perfetta della menzogna, dell’inganno perpetrato dall’uomo verso l’uomo. Continua a leggere Au bout de l’homme

Sindrome apallica

Recensione di “Figli dell’estate” di Monika Held

Monika Held, Figli dell’estate, Neri Pozza

Un prolungato stato di coma, o meglio una sua particolare evoluzione caratterizzata da assenza di movimento e mancata reazione agli stimoli sensoriali e percettivi; una sorta di sonno in qualche modo vigile, nel quale gli occhi aperti si affacciano su un mondo misterioso, che sembra non avere contatti con quello che si sperimenta tutti i giorni e che pure non è da esso del tutto avulso. Sindrome apallica; così si chiama quel che è accaduto a Malu, la sorellina del quindicenne Kolja, la sera in cui ha deciso di fare un ultimo tuffo in piscina e si è rifiutata di dare ascolto al fratello, che preferendo il mare l’ha lasciata sola. Per quanto tempo? Kolja non riesce a ricordarselo. Non può dare risposta a tutti coloro che glielo domandano, che gli chiedono cosa sia successo, come sia potuto accadere quel che è successo; tutto quello che sa è che lui era seduto su una panchina a guardare il mare, e nel mare, tra le onde, il corpo magro di Rania, di un anno più grande di lui, la ragazzina di cui è innamorato e che lei, senza che Kolja lo sospetti, ama già di un amore profondissimo. Per quanto tempo? Kolja non lo sa, e anche per questo non riesce a smettere di pensare a cosa avrebbe potuto fare, a cosa avrebbe dovuto fare per evitare che Malu venisse riportata a galla, e proprio da Rania, nuotatrice provetta, dal fondo della piscina dove si trovava, il corpo disteso, quasi rilassato, gli occhi aperti, come se avesse deciso di sistemarsi lì. Kolja, Malu, i loro genitori stravolti dal dolore, Max, il fraterno amico di Kolja conosciuto proprio in clinica, dove è ricoverato il cugino, anche lui “addormentato”, anche lui lontano, anche lui irraggiungibile, e Rania, la salvatrice che ha strappato una bambina alla morte per consegnarla a una vita che non somiglia a nessuna vita che si vorrebbe vivere, per destinarla all’immobilità, al silenzio, alla stanza di una clinica specializzata e a terapie che sembrano non avere alcun effetto, a tentativi di decifrare quell’indecifrabile enigma che ha nome cervello, quella macchina perfetta e fragilissima che una minima assenza d’ossigeno può mandare in pezzi, sono i protagonisti di un romanzo meraviglioso e straziante, Figli dell’estate di Monika Held. La scrittrice tedesca narra con una prosa che è tanto elegante e preziosa quanto intensa e profonda; dall’oscurità di un caso terribile guarda ai suoi personaggi, ne esplora la complessa interiorità e con coraggio la mette a nudo, si misura con la sofferenza e il suo potenziale distruttivo e riflette su quanto il senso di ciò che siamo e che facciamo viaggio lungo il sottilissimo filo del caso, un filo che può spezzarsi in qualsiasi momento. Continua a leggere Sindrome apallica

La più sincera dichiarazione d’amore

Recensione di “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti

La passione assoluta, accecante, che ti lega in modo indissolubile a una persona e, proprio in conseguenza di ciò, ti dona la libertà più inebriante, quella del palpitare frenetico del cuore, delle pazzie compiute tra scrosci di riso e brividi di desiderio, della frenesia di una fanciullesca gioia, che della vita assapora soltanto la maestà benevola dell’estate, il miracolo dello splendore naturale, la benedizione gloriosa del giorno e il quieto abbraccio delle notti stellate. La passione, e poi la morte che di netto la tronca, la spezza, riducendola a un sottile filo di memorie fradicio di lacrime. E ancora la vita, che, faticosa come un vecchio malfermo sulle gambe, torna a fare capolino, a sussurrare, a elargire i suoi doni piccoli e grandi, e infine, improvvisa, supera su stessa cancellando ogni confine tra possibile e impossibile, facendosi beffe della realtà, della logica, della scienza e del buon senso, sovvertendo qualsiasi regola in nome del proprio vulcanico esserci, di quell’esistere al di là di tutto e di tutti che è il passo decisivo che si compie nel momento in cui, cessata la stentata sopravvivenza assicurata dai pensieri e dalle preghiere di quelli che ci hanno conosciuti e amati, ci si slancia loro incontro in risposta a un desiderio struggente e irresistibile, alla volontà di non arrendersi all’odiosa dittatura della finitezza del corpo. Inno alla vita, dunque, alla vita e alla sua bellezza, che va colta attimo dopo attimo, che va incessantemente goduta, nello stesso modo in cui si gode un’amante, con identica sensualità; questo è lo splendido, sognante, spassoso, delicato e vivacissimo Dona Flor e i suoi due mariti, forse il romanzo più famoso del grande scrittore brasiliano Jorge Amado. Continua a leggere La più sincera dichiarazione d’amore