La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

Rinascere, forse

Recensione di “Un mese in campagna” di James Lloyd Carr

James Lloyd Carr, Un mese in campagna, Fazi Editore

La guerra e l’orrore da una parte; il suo ossessivo ricordo e il tentativo di sfuggirgli dall’altra. E nel mezzo, l’intervallo quasi miracoloso di un’estate, il placido splendore della campagna inglese, la maestà silenziosa di una chiesa, la scoperta delle vite degli altri, chiuse nel cerchio imperfetto e solidale di un minuscolo, sonnolento villaggio, il richiamo dei secoli trascorsi, che respira in un affresco del quattordicesimo secolo da riportare alla luce, e infine l’amore, che un incontro improvviso risveglia. Accomodato in una prosa lieve e splendida, non priva d’ironia e insieme venata di tristezza, di quell’acuta nostalgia che sempre si accompagna alla memoria di ciò che è stato e che mai più potrà essere di nuovo, questo semplice (e tuttavia ricchissimo) materiale narrativo germoglia in un romanzo di non comune fascino, poetico quanto può esserlo una fiaba, prezioso nel modo in cui lo sono le storie inventate per stupire, incantare, sedurre, acuto e profondo come una riflessione, autentico e sincero come una confessione. Continua a leggere Rinascere, forse

Il grande Bagonghi

Andrea Campanella, Sonia Aloi, Il Piccolo Re, Tunuè
Andrea Campanella, Sonia Aloi, Il Piccolo Re, Tunuè

Avete presente Little Nemo? Il proto-eroe del Fumetto, il bambino che ogni sera, agli inizi del Novecento, sulle meravigliose tavole liberty di Winsor McCay, si addormentava nel suo lettino per vivere meravigliose avventure nel mondo dei suoi sogni? Ecco, proprio lui. Anche Giuseppe Bignoli è piccolo, davvero piccolo, decisamente Little. Piccolo d’età – è l’ultimo di quattro fratellini – e piccolo di statura: Giusepìn, come lo chiamano tutti, è infatti un nano. Anche lui vive a inizio Novecento, ma ben lontano dagli States di Nemo: lui è di Galliate, nella campagna novarese, abita in una cascina con la sua famiglia, con i tempi scanditi dalla vita agreste. Tutti lo prendono in giro, povero Giusepìn: i compagni di scuola sono spietati con chi ha un difetto fisico evidente come il suo. Ma lui non si scompone più di tanto: lui è sempre contento, ama leggere, sogna grandi avventure, lontane dal paesello. E di notte sogna ancora meglio, il suo letto comincia a volare e raggiunge la luna, con cui Giusepìn ama chiacchierare. Poi si sveglia, cade dal letto, come Little Nemo, ma resta contento e i suoi fratelli lo adorano. Ma non è tutto qui: il piccolo Giuseppe è un incredibile acrobata, riesce a fare cose che nessun altro sa fare, pare addirittura volare. Il suo papà è terrorizzato da queste evoluzioni, ma Giusepìn non può farne a meno: così si sente davvero libero e felice. Quando poi a Galliate arriva un circo, il ragazzo ne resta estasiato: ecco qual è la sua strada, ecco chi è davvero come lui…

Da qui comincia la grande storia (vera) di Giuseppe Bignoli, meglio noto al mondo come il grande Bagonghi, uno dei più incredibili artisti dell’arte circense di tutti i tempi. Andrea Campanella e Sonia Aloi ne hanno fatto una graphic novel tenera e divertente (cambiando il finale: nella realtà Bignoli è morto tragicamente nel 1939, annegato a 47 anni d’età), dalle molteplici chiavi di lettura: i lettori più giovani – cui la serie Tunuè dei Tipitondi è dedicata – potranno leggerla come una fiaba, tra gli animali e gli artisti del circo; i più grandi potranno facilmente scorgere anche i tanti approfondimenti storici e morali. D’altra parte, «Il mondo del Circo è una sorta di “realtà parallela”», come scrive nell’introduzione al volume Livio Togni, erede di una grande dinastia di circensi. «Quando si entra sotto quel tendone tutto il resto lo si lascia alle spalle, è come una porta dimensionale che ti catapulta in un sogno a occhi aperti fatto di felicità. È per questo motivo che molti artisti, scrittori, registi, musicisti, si sono ispirati al nostro lavoro per le loro opere».

Non mancano – infine – varie citazioni: applausi vivissimi agli autori per l’apparizione sulle piste del circo di due “acrobati” ben noti ai lettori di fumetti, tali Matthew e Dick, alias… Devil e Robin! Ma anche di un terzo artista, un esperto di savate che ai marvelliani più agée ricorderà subito Batroc, storico nemico di Capitan America.

(Antonio Marangi)

I classici riscoperti

Luigi Ferrini, Martina Mealli, Il Piccolo Principe, Landscape Books
Luigi Ferrini, Martina Mealli, Il Piccolo Principe, Landscape Books

Cosa si intende per fumetto digitale (o webcomic, che dir si voglia)? È un dibattito aperto da anni, almeno da quando i tablet sono divenuti oggetti di uso comune, cui noi di Sbam non ci siamo certamente sottratti. Anzi, l’ultimo numero della nostra rivista digitale lo tratta proprio come tema di cover. Ma dopo tanto discettare, oggi il webcomic è poco più che un mezzo di diffusione alternativo del fumetto tradizionale, un qualcosa che ci permette di leggere le vicende dell’eroe di turno sul video come faremmo sulla carta. Si sono invece un po’ persi per strada quei progetti per rendere le Nuvole Parlanti sempre più interattive, di cui si favoleggiò parecchio all’epoca della nascita dell’iPad. Poi questioni economiche, tecnologiche, ma anche e soprattutto culturali, hanno rallentato drasticamente il fenomeno. Questo lungo preambolo per rendervi subito chiaro perché ha così attirato la nostra attenzione questa piccola realtà editoriale che si è da poco affacciata sugli orizzonti della Nona Arte. Landscape Books ha preso due classici della letteratura, Il Piccolo Principe e – addirittura – l’Odissea, li ha resi a fumetti e ne ha fatto due ebook interattivi rivolti al pubblico più giovane e realizzati secondo gli standard LIA (Libri Italiani Accessibili), tali dunque da essere fruibili anche da chi ha difficoltà sensoriali (dislessici e ipovedenti). Così, sfogliando l’epub, è possibile modificare il testo nei balloon, ingrandendolo, rimpicciolendolo, scegliendo la versione in tutto maiuscolo o in minuscolo, o anche eliminandolo per guardarsi le tavole “pulite”. Ma non solo. Il Piccolo Principe ha infatti anche la possibilità di essere ascoltato anziché letto: avviando la funzione audio, due voci narranti (di attori professionisti) ci leggeranno l’intera storia, dialogando tra loro e creando di fatto una via di mezzo tra un fumetto e un audiolibro. Esperimento molto interessante, pionieristico per certi aspetti, ma che apre nuovi orizzonti (Landscape, guarda caso…) al fumetto digitale e al suo utilizzo in ambiti pedagogici o comunque extra-ludici. La sceneggiatura di Luigi Ferrini segue alla lettera il romanzo originale, mentre i disegni di Martina Mealli sono realizzati in bello stile da “libro di favole”, con colori tenui e gabbia molto regolare, rispettando perfettamente la classica iconografia del personaggio di Antoine De Saint-Exupery. Tutto utile dunque per avvicinare chiunque a quest’opera-simbolo, leggendo un fumetto, ma lasciando egregiamente la sensazione di star leggendo “anche” il romanzo originale.

Alba Carella, Guido Del Duca, Giorgia Marchetti, Odissea, Landscape Books
Alba Carella, Guido Del Duca, Giorgia Marchetti, Odissea, Landscape Books

Niente voci narranti invece per l’Odissea, che pure non manca di una sua originalità: le tavole hanno infatti dei piccoli elementi di animazione, che – per quanto minimali – non potranno non colpire i piccoli lettori. Aspetti tecnici a parte, siamo davanti ad un’opera molto diversa dalla precedente. La trama del poema omerico fa da sfondo a una rivisitazione in chiave umoristica: anche qui leggiamo la “vera” Odissea, ma nella più tradizionale formula della riduzione a fumetti, orchestrata dai testi di Alba Carella e Guido Del Duca. Giorgia Marchetti firma invece i disegni, divertenti, pur se un po’ troppo elettronici e rigidi nelle ombre e nei colori.

I due ebook rappresentano dunque degli esperimenti interessanti e da seguire, da molti diversi punti di vista. Sono disponibili nelle maggiori librerie digitali a € 4,99, formato epub3 fixed layout, compatibili con la maggior parte dei device e leggibili con Adobe Digital Editions 4, Kobo per Android e iBooks.

(Antonio Marangi)

 

Nuvolette infernali

Marcello Toninelli, Dante La Divina Commedia a fumetti, Shockdom
Marcello Toninelli, Dante La Divina Commedia a fumetti, Shockdom

I cultori della letteratura classica valutano – giustamente – il Poema dantesco con i superlativi più assoluti. Ma nella maggior parte dei casi, al nome Divina Commedia cosa viene in mente? Incubi, interrogazioni, ore scolastiche formato incudine-su-zone-erogene, versi criptici da tenere a memoria… Qualcosa di positivo? Bisogna pensarci su. Certo, tutti d’accordo nel definirla uno dei massimi capolavori dell’umanità di tutti i tempi, ma subito dopo si aggiunge sempre un “però…”. Ecco la base di partenza del monumentale lavoro di Marcello Toninelli (o solo Marcello, come abitualmente si firma), giornalista, romanziere, scrittore, ma soprattutto fumettista, con un passato su Zagor, Dylan Dog, il Giornalino… «Non voglio mica farmi odiare per l’eternità dagli studenti di ogni scuola italiana!» dice il “suo” Dante quando gli viene chiesto se intende narrare la sua storia in poesia. Certo che no, anzi: «Lo farò a fumetti!». Ed è a fumetti che l’autore ripercorre tutta – proprio tutta! – la Divina Commedia, utilizzando l’antica, ma sempre meravigliosamente funzionale, formula della strip umoristica. Così, visto che i dannati dell’Inferno sono puniti secondo la severa legge del contrappasso, da autore ad autore, anche Marcello infligge la stessa pena all’Alighieri: hai approfondito i più reconditi anfratti dell’animo umano, hai trattato in perfetti endecasillabi in rima la più alta di tutte le scienze, quella teologica, hai rivisitato le vicende dei grandissimi della storia? E io riprendo il tutto con l’umorismo, con disegni spiritosi, con strisce a fumetti, proprio come quelle che per decenni sono state trattate come “roba da bambini”! Tiè! A pensarci bene, siamo certi che Dante stesso avrebbe apprezzato: in fondo, la sua non è una… Commedia? Divina finché vuoi (Boccaccio dixit), ma pur sempre Commedia! (Sì, sì, lo sappiamo: col termine “commedia” nel Medioevo non si intendeva un’opera umoristica, ma il gioco di parole era troppo appetitoso). Marcello fa tutto questo rispettando nei dettagli la trama e i personaggi del Poema, di cui anzi cita spesso e volentieri alcuni versi, senza scostamenti o licenze. Al massimo, inserisce qua e là riferimenti all’attualità di oggi, che rendono più gustosa la lettura. Inserimenti che talvolta riguardano personaggi dei fumetti o del cinema, originando così sequenze di metafumetto: Niccolò II degli Orsini riceve la visita di Yoghi e Bubu, l’omino Michelin si offre come… guida, in alternativa a Virgilio, il lupo di Gubbio ha le fattezze del disneyano Ezechiele (completo di porcellini), e poi ci sono Diabolik, i Ghostbusters, Robocop, Freddy Krueger, e perfino Sailor Moon e Gatto Silvestro! Il risultato è grandioso: centinaia di strisce umoristiche, dal disegno pulito ed essenziale, ma decisamente efficace, trovate riuscite (oddio, di quando in quando qualcuna è un po’ scontata, ma solo in modica quantità) e lettura scorrevole.

La parte più appetitosa è la prima, ovviamente: da sempre, per gli studenti, la parte “migliore” della Divina Commedia è l’Inferno, e la versione marcelliana non fa eccezione. Ed è ovvio che è l’inizio della lettura a colpire e sorprendere di più, tale è la leggerezza con cui Toninelli tratta le cupissime situazioni di Paolo e Francesca, di Ciacco Fiorentino, di Cavalcante Cavalcanti… Proseguendo nello scorrere le pagine, invece, l’effetto-sorpresa diminuisce un po’ e, forse, anche lo stesso autore si è “divertito” di meno trattando il Paradiso, pieno di temi e situazioni più difficili da rivedere umoristicamente. Eppure, state tranquilli: anche in cima all’Empireo troverete di che sorridere.

Durante gli anni, Toninelli ha lavorato e rivisto più volte il suo Dante: dopo la fugace apparizione sull’effimero Off-Side nel 1969, è stato ospite per anni sulle pagine del Giornalino, finché l’autore ha ben pensato di ripercorrere organicamente l’intero Poema (cosa non nuova per lui, che ha rivisitato con la stessa logica anche Odissea, Eneide, Gerusalemme liberata e Promessi Sposi!). L’opera che ne è risultata è stata pubblicata in varie forme editoriali da altri marchi fino a questo volume, con cui Shockdom la propone in un’unica soluzione e a colori. In appendice, c’è pure la biografia del Sommo Poeta, sempre in strip umoristiche. Se non l’avete mai letta, resterete sorpresi. Ma anche se la conoscete già, la Commedia di… Dante & Marcello è tale che sarete obbligati a rivedere i vostri ricordi scolastici. Perché come esorta Toninelli «Fatti non foste a legger comics bruti, ma per seguir storielle di valenza». Clap, clap, clap.

(Antonio Marangi)

Ikuogiona e la voce di Dio

Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti

Tokyo, 20 marzo 1995. Alcuni membri della setta religiosa Aum Shinrikyo, fondata otto anni prima da Shoko Asahara, disperdono nei sotterranei della rete metropolitana cittadina un gas nervino letale, il sarin. Il loro gesto ha tragiche conseguenze: dodici persone innocenti muoiono e altre seimila rimangono intossicate. Prende le mosse da questo sconvolgente caso di cronaca Il salto mortale di Oe Kenzaburo (il primo romanzo del grande autore giapponese successivo al conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1994), ma fin dal principio se ne allontana, relegando i fatti, la realtà, a indistinto sfondo di una vicenda costruita come un serrato confronto dialettico sul rapporto tra il divino e l’umano, sul senso e l’importanza della fede, sulla vita, la morte, l’amore, la libertà e il coraggio di sceglierla. L’ombra del fanatismo e del delirio di onnipotenza e distruzione (due facce di un’identica medaglia) che porta con sé, la costernazione e il dolore di un intero Paese, messo in ginocchio dalla follia di Asahara e dei suoi seguaci, attraversano la prosa quieta e lenta di Oe, satura di dettagli nelle descrizioni d’ambiente, attenta a ogni più piccola sfumatura nel disegno dei corpi, dei volti, e torrenziale e instancabile nei dialoghi diretti (vera e propria spina dorsale del romanzo), come una cicatrice, come un ricordo impossibile da eliminare, come un sordo rimorso di coscienza. Lo sguardo di Oe Kenzaburo, allo stesso tempo carico di ironia e disperazione, emerge nitido dalla sua scrittura orfana di consolazione e verità e si specchia nella contraddittorietà dei personaggi cui dà vita, tutti colti in un momento di transizione, congelati in una dimensione di incompletezza, di parzialità, di colpevole imperfezione che si fa simbolo della fragile condizione esistenziale del nostro tempo. L’intreccio stesso del romanzo è una congiunzione di opposti, un sovrapporsi di differenze, un delirante incrociarsi di distinzioni che altro non rappresentano se non la natura invincibile del caos all’interno del quale ci sforziamo di vivere: un movimento religioso (assai simile all’Aum Shinrikyo) che predica l’imminente fine del mondo e si pone come scopo la promozione del pentimento di massa, viene improvvisamente abbandonato dai due fondatori (conosciuti con gli appellativi-simbolo di Maestro e Guida), che un giorno decidono di rinnegare il loro operato definendolo nient’altro che un’impostura. Questo clamoroso gesto (il “salto mortale” del titolo), resosi necessario, secondo i due leader, per evitare che l’ala più radicale e intransigente della loro “chiesa” provasse ad accelerare l’ora della distruzione di ogni cosa compiendo una serie di gravissimi attentati terroristici (che comprendevano anche l’attacco ad alcune centrali nucleari), è il passo d’avvio di una tormentata ricerca della verità da parte di alcune persone – Kizu, un anziano pittore malato di cancro; Ikuo, un ragazzo di cui l’artista si innamora, ossessionato dalla “voce di Dio” udita in giovanissima età e mai più ritrovata; Ballerina, una fanciulla, che, conquistata dalla personalità e dagli insegnamenti di Maestro, rinuncia alla danza, la più grande passione della sua vita; Ogi, un altro ragazzo, talmente inesperto della vita da venir soprannominato Gioventù Innocente – attratte dalla setta e dalla figura del suo fondatore.

Oe, finissimo conoscitore della cultura occidentale, guida il lettore in questo viaggio nella spiritualità (o meglio, nell’ansia, nel bisogno di spiritualità, di trascendenza, che è in ognuno di noi) offrendo, come possibile antidoto ai suoi dubbi, al beffardo cinismo di cui veste la sua incredulità, al baratro spalancato dai suoi spietati giudizi sulla contemporaneità – “Dopo Chernobyl, il governo e le varie compagnie elettriche hanno dichiarato che qui da noi incidenti nucleari di simile portata non si potranno mai verificare […]. L’opinione pubblica ha reagito con grande sollievo […]. Del resto noi giapponesi ci fidiamo ciecamente dei mezzi di informazione e della tecnologia che il sistema controlla – Dante e la sua poetica odissea, le liriche di R.S. Thomas, poeta gallese ed ecclesiastico della Chiesa Anglicana, le riflessioni di Kierkegaard, filosofo e uomo di Dio, linfiammato fervore religioso di Dostoevskij (a più riprese è citato uno dei suoi massimi capolavori, I fratelli Karamazov), i Vangeli e la Bibbia, e in particolar modo il Libro di Giona, che per Ikuo (a un certo punto della narrazione soprannominato Ikuogiona) è la rappresentazione ideale del suo rapporto interrotto con il Signore e del suo intenso desiderio di riallacciarsi a lui, anche per ribellarsi alla sua volontà e ai suoi decreti, proprio come fece il Giona biblico. In questo labirinto di domande senza risposta, in questo palpitare di pensieri e nel loro definitivo spegnersi nel pallido sincretismo religioso dei sermoni di Maestro (che a dieci anni di distanza dal “salto mortale” intende fondare una nuova chiesa), il romanzo di Oe si fa denuncia della nostra sostanziale povertà ideale e della nostra umanità ridotta a brandelli, e insieme presagio di una stagione di sofferenza che se è farsa nella vuota predicazione millenaristica di improvvisati messia è invece ineludibile verità dell’oggi e ancor più del domani incombente, e chiama ciascuno di noi non all’egocentrica sterilità del pentimento ma alla matura assunzione di responsabilità della vigilanza.

Eccovi, invece dell’incipit (la traduzione del romanzo, per Garzanti, è di Gianluca Coci), un brano di Kierkegaard sulla natura della fede.

«Senza rischio non esiste la fede. La fede è precisamente la contraddizione tra l’infinita passione nell’intimo dell’individuo e l’incertezza oggettiva. Se fossi capace di comprendere Dio oggettivamente, non potrei credere, ma proprio perché non sono in grado di fare ciò allora devo credere. Se voglio preservare la mia fede, devo stare sempre attento a serbare inalterata l’incertezza oggettiva, come se mi trovassi sopra acque profonde oltre settantamila braccia e, malgrado ciò, riuscissi a non perdere la fede»

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Una successione di leggere variazioni

Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti

L’oggi è un tempo sospeso, un battito di ciglia in un rincorrersi continuo di slittamenti temporali, di ricordi che ne evocano altri, di particolari che si svelano d’improvviso e illuminano il presente di una luce nuova, di un significato prima di allora neppure immaginato. L’oggi è una variazione incessante, un ininterrotto vibrare, un mutare impercettibile; è il fluire dell’acqua, un’illusione d’identità sgretolata nel processo infinito del divenire. Per questo l’oggi ci sfugge, non si rivela se non parzialmente, non si conosce se non in modo imperfetto; per questo è indispensabile provare a leggerlo, a interpretarlo, ad abbracciarlo facendo ricorso a ogni risorsa del pensiero, esplorando il territorio di ogni sapere, sforzandosi di parlare tutte le lingue. E tutte le lingue, con sfumature ora tragiche, ora grottesche, ora sature di passione, ora pudicamente disilluse, ora travagliate dal dubbio e dell’incertezza, ora aperte alla speranza, schiuse all’idea di miracolo, parla lo scrittore giapponese Oe Kenzaburo, premio Nobel per la letteratura nel 1994, nel romanzo Il bambino scambiato, viaggio etico-politico-filosofico (autobiografico e nel medesimo tempo universale) nel mistero della morte e della vita. Oe attinge in gran copia alle proprie esperienze e sulla sua persona modella il carattere di uno dei protagonisti della vicenda, l’affermato scrittore Kogito (il cui nome è un dichiarato omaggio all’io pensante e per ciò stesso esistente elaborato da Cartesio e riassunto nella celeberrima sentenza latina cogito ergo sum); e di nuovo guarda a se stesso e alla sua vita nel tratteggiare l’altra figura centrale del romanzo, il cognato (nonché amico fraterno da lunga data) di Kogito, il regista Goro, morto suicida alle soglie della vecchiaia. È sugli interrogativi – strazianti in primo luogo perché destinati a restare senza risposta – suscitati dalla terribile decisione presa da Goro che ruota il romanzo, tuttavia, nelle densissime pagine dell’opera di Oe Kenzaburo il suicidio resta sempre sullo sfondo, quasi fosse una voce a malapena avvertita o, dal punto di vista squisitamente letterario, poco più che un espediente narrativo. La scrittura di Oe, ricca, dettagliata, di studiata semplicità nell’architettura dei periodi e insieme di lussureggiante inventiva nel disegno degli episodi, dei singoli quadri di vita rappresentati – basti pensare agli agguati subiti da Kogito, che in tre diverse occasioni viene sequestrato, con ogni probabilità da un gruppo di fanatici nazionalisti un tempo seguaci del padre dello scrittore, teorico della grandezza del Giappone imperiale umiliato dalla resa del Paese alle forze americane all’indomani dell’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e torturato con una piccola palla di cannone, che viene fatta cadere sull’alluce del suo piede sinistro causandone la perenne deformazione – trascina il lettore in un labirintico “giardino dei sentieri che si biforcano”, consegnandogli, mediati attraverso la teoria politica, la riflessione filosofica, la critica letteraria, l’esegesi cinematografica e la memoria degli anni di gioventù, i segreti di due esistenze insieme complementari e antitetiche.

Ma il segreto, nella dimensione artistica di Oe Kenzaburo (che, non dimentichiamolo, è specchio fedele della realtà), non è fatto per essere svelato, né l’enigma posto per essere risolto; ogni nodo da sciogliere basta a se stesso come simbolo di una complessità impossibile da ridurre a unità, proprio come ogni domanda è un passo compiuto lungo un cammino destinato a non avere fine; così, il dialogo tra Kogito e Goro, mai davvero interrotto durante la loro vita nonostante lunghe parentesi di silenzio e dolorosi allontanamenti, prosegue anche dopo la morte del regista grazie a una sua geniale trovata, una serie di cassette da lui registrate per l’amico, nella quali Goro riprende, tra ricordi e nuove suggestioni, molti dei temi affrontati dai due negli anni precedenti mentre altri li propone sotto un profilo inedito; ma c’è un prezzo da pagare per questo assaggio d’immortalità, ed è precisamente quello di non raggiungere mai alcuna meta, di non trovare requie: “In breve si era reso conto che il suo intento era raccontare, senza seguire un ordine cronologico preciso, la storia della loro amicizia da quando in gioventù si erano conosciuti a Matsuyama Macchama, così come Goro era solito pronunciare il nome della città dello Shikoku. Il modo di parlare di Goro in quelle cassette non era esattamente quello di un monologo, ma piuttosto sembrava si stesse dilungando in una sorta di conversazione telefonica. Per questo Kogito preferiva ascoltare quelle registrazioni a tarda sera prima di addormentarsi, disteso sulla brandina dello studio con le cuffie sulla testa, una miriade di pensieri e ricordi ad affiorargli alla mente”.

Sorprendente coincidenza d’opposti, Il bambino scambiato è un romanzo affascinante e insieme una lettura che mette a dura prova, che non offre punti di riferimento né definite prese di posizione; proprio come uno dei suoi personaggi, l’enigmatico Goro, Oe (e non importa che il suo alter ego sia Kogito, anzi questa è solo un’ulteriore dimostrazione di quanto lo scrittore giapponese sia inafferrabile) è attore di una conversazione, voce in attesa di un controcanto, di una replica.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Gianluca Coli. Buona lettura.

Kogito era disteso sulla brandina militare nel suo studio, le cuffie calcate sulle orecchie, concentrato nell’ascolto. «… Per adesso non c’è altro. Sto per trasferirmi in un altro mondo». Non appena la voce di Goro ebbe pronunciato quelle parole, si udì un tonfo pesante. Seguì un interminabile momento di silenzio, dopo di che la voce aggiunse: «Sta tranquillo, continuerò a tenermi in contatto con te. È per questo che mi sono preso la briga di approntare questo sistema che abbiamo battezzato Tagame. Ora credo che nel tuo mondo si sia fatto tardi. Ti saluto, buonanotte!».

L’uomo meccanico e il creatore di sogni

Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori
Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Mondadori

La fantasia, l’immaginazione; la precisione, l’esattezza; l’amore, la solitudine; il ricordo, il rimpianto. E l’universo delle parole e delle immagini che tutto contiene, il simile come l’opposto, e la suggestione del passato, della storia, di una stagione della vita colma di entusiasmo e gioia, che si intreccia con il sogno, il desiderio, la speranza. Sullo sfondo, una città addormentata e indifferente, assediata dall’inverno, ridotta al silenzio dalla gelida carezza della neve, che solo nel chiuso della stazione ferroviaria brulica di voci, di pensieri, di segreti. E nella stazione, tra cunicoli e stanze nascoste, un ragazzo orfano e un automa meccanico costruito soltanto in parte, un uomo fatto di ingranaggi, di ruote dentate e pulegge e perni e cremagliere che attende di essere rimesso in sesto, di tornare a funzionare, di raccontare la sua storia. E infine un vecchio, un vecchio amareggiato e stanco, proprietario di un chiosco di giocattoli, nascosto nel suo negozio come un animale nella tana. Il materiale narrativo de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick è tutto qui, in un pugno di personaggi ottimamente caratterizzati e in un’ambientazione affascinante e insolita, e in sé, occorre riconoscerlo, non ha nulla di notevole; eppure l’autore, quasi fosse un alchimista, o un mago (o più probabilmente un abilissimo illusionista) in grado di trasformare il più vile degli elementi nel più nobile dei metalli, prende le mosse da questa curiosita semplicità e finisce per dar vita a qualcosa di splendido e per molti versi indimenticabile: egli infatti ricostruisce, intrecciando mirabilmente verità e finzione, gli anni più fecondi e felici di Georges Méliès, uno dei padri del cinema, colui che primo portò sullo schermo il fantastico, l’impossibile, il meraviglioso. “Ho atteso a lungo”, scrive Selznick al termine del suo romanzo, nelle pagine dedicate ai ringraziamenti, “di scrivere una storia su Georges Méliès, ma questa storia ha iniziato a prendere davvero forma quando ho letto un libro intitolato Edison’s Eve: A Magical History of the Quest for Mechanical Life di Gaby Wood. Il libro parlava della collezione di automi di Méliès, che fu donata a un museo, dove venne dimenticata in una soffitta umida per essere infine buttata via. Ho immaginato un ragazzo che trovava le macchine nella spazzatura e in quel momento sono nati Hugo e questa storia”.

Selznick, scrittore e illustratore, guarda ai secoli passati, allo stupore e all’incredulità che suscitavano nel pubblico le creazioni degli scienziati settecenteschi (la papera di Jacques de Vaucanson, il bambino scrivano di Pierre Jaquet-Droz, di professione orologiaio), e sceglie, come simbolo tanto della libertà creatrice quanto delle potenzialità della conoscenza, del sapere, in special modo di quello matematico, un automa meccanico, un “miracolo scientifico” in grado di imitare alla perfezione il comportamento di un uomo in carne e ossa. E da tutto questo, dall’attrazione che sull’illusionista Méliès, sul cineasta Méliès, sull’uomo che inventava nuovi mondi e li regalava non a un pubblico di “banchieri, casalinghe e commessi” ma a “stregoni, sirene, viaggiatori, avventurieri, illusionisti” (quel che ciascuno di noi realmente è), esercitava la vita meccanica, lesistenza artificiale replicabile in laboratorio, egli racconta del giovanissimo Hugo, figlio di un orologiaio prematuramente scomparso, custode (come lo zio cui è andato in affidamento dopo la scomparsa dei genitori) degli orologi della stazione ferroviaria di Parigi, che nel chiuso della sua stanza-rifugio, nascosto agli occhi di tutti, si dedica a ricostruire un misterioso uomo meccanico cui fino all’ultimo giorno della sua vita aveva lavorato il padre. E quell’uomo artificiale, creatura fra le mille altre del genio instancabile di Méliès, ormai anziano, incattivito, sconfitto dalla realtà che nei suoi film aveva talmente abbellito da renderla irriconoscibile, condurrà, dopo mille peripezie, il giovane dall’anziano, come un figlio dal proprio genitore, e a entrambi, proprio come potrebbe fare un uomo dotato di sentimenti, volontà e raziocinio, un essere vivente, restituirà speranza e voglia di rimettersi in gioco, di ricominciare.

Selznick racconta con intensità e dolcezza, rendendo il giusto omaggio a entrambi i propri talenti e alternando a testi brevi e incisivi splendide immagini in bianco e nero che sono parte integrante della vicenda; non mancano neppure riproduzioni dei fondali dei film di Méliès, eco del commosso ricordo di ciò che era stato e che il cineasta aveva fatto ogni sforzo per dimenticare: “I miei genitori facevano scarpe […]. Volevano che lavorassi nella loro fabbrica, ma io detestavo le scarpe. L’unica cosa che mi piaceva di quella fabbrica erano le macchine. Ho imparato ad aggiustarle da solo, e intanto sognavo di andarmene e diventare un illusionista. Così, quando sono stato abbastanza grande, ho venduto la mia quota della fabbrica e ho comprato un teatro specializzato in spettacoli di magia. Mia moglie mi faceva da assistente. Eravamo felicissimi. Avevo un laboratorio speciale sul retro, dove costruii il mio automa, che al pubblico piacque moltissimo. Poi i fratelli Lumière inventarono il cinema. Mi innamorai a prima vista di quella invenzione e chiesi loro di vendermi una cinepresa. I Lumière rifiutarono e fui costretto a costruirmene una da solo, usando i pezzi avanzati dall’automa. Presto scoprii che non ero stato l’unico illusionista a passare al cinema. Molti di noi capirono che era stato inventato un nuovo tipo di magia e volevano tutti farne parte. La mia bellissima moglie divenne la mia musa. Girai centinaia di film e pensavamo che non sarebbe mai finita. Come sarebbe potuto accadere? Poi arrivò la guerra e quando terminò c’era troppa competizione e tutto andò perduto”.

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un romanzo prezioso, una lettura adatta a ogni età (come dimostra il bellissimo film che ne ha tratto, nel 2011, Martin Scorsese), un esperimento perfettamente riuscito.

Eccovi, invece dell’incipit, la breve prefazione a cura del professor H. Alcofrisbas (scoprirete chi è alla fine del romanzo, e sarà una bella sorpresa, non l’unica, peraltro, celata tra le pagine di questo libro). La traduzione, per Mondadori, è di Fabio Paracchini. Buona lettura.

La storia che sto per svelarvi ha inizio nel 1931, sotto i tetti di Parigi. Qui incontrerete un ragazzo di nome Hugo Cabret, che un giorno, tanto tempo fa, scoprì un misterioso disegno che cambiò la sua vita per sempre. Ma prima che voltiate pagina, voglio che immaginiate voi stessi, seduti nel buio, come all’inizio di un film. Sullo schermo sorgerà il sole fra pochi istanti e la macchina da presa inquadrerà una stazione nel cuore di una città. In un atrio pieno di gente vedrete finalmente un ragazzo che si muove rapidamente. Seguitelo, perché quello è Hugo Cabret. La sua mente è piena di segreti e sta aspettando che la sua storia abbia inizio.

Il talento e il genio

Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi
Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi

Gli insegnanti di musica, e poi il maestro Horowitz, incomparabilmente superiore a tutti loro, che ribalta ogni prospettiva, getta una luce completamente nuova sulla musica e riduce quel che c’è stato prima di lui al semplice e marginale ruolo di strumento di comprensione, di strada da percorrere per raggiungere una meta. Horowitz, la meta, e i professori che lo hanno preceduto null’altro che gradini da salire per arrivarci: “Eppure quegli atroci maestri ci erano stati utilissimi per capire Horowitz a fondo”. E come in uno specchio, gli studenti di musica, la loro abilità, la loro predisposizione, il loro talento, la loro arte, il saper essere così brillanti, così prossimi all’essenza stessa del comporre e del suonare, e il confronto improvviso, impietoso e distruttivo con il genio, con l’inspiegabile, irraggiungibile scintilla di pura bellezza che senza appello condanna all’insignificanza e all’oblio tutto il resto. Sono il confronto, e la sconfitta, i temi cardine de Il soccombente, intenso romanzo dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, la cui vicenda, narrata nello stile incisivo e febbrile della confessione, del diario personale, del disordinato flusso di coscienza, ruota attorno a tre protagonisti: due ottimi studenti di pianoforte e il canadese Glenn Gould, dotato di una sensibilità e di una grazia uniche. Destinato a essere il più grande. Speranza, sogno, sacrificio e tragedia si intrecciano nella densa prosa di Bernhard, che conduce il lettore in un violento viaggio verso l’assoluto e lo serra nelle spire di una radicale aspirazione al sublime. Nel delineare la psicologia dei suoi personaggi, nell’identificare i motivi del loro agire (e ancor più del loro rinunciare a farlo, del loro soccombere), nel descrivere il nascere e maturare di un’amicizia, e insieme a essa il germogliare della consapevolezza di una sostanziale inferiorità, l’autore esplora il nostro mondo interiore muovendosi lungo la più misteriosa delle sue linee di confine, quella che separa intelletto ed emozione. Gli amici di Gould, due pianisti di eccezionale valore, interpreti loro malgrado di una filosofia della rinuncia che faticano più ad accettare che a comprendere, rappresentano, nell’oggettività fredda e insieme travolgente di Thomas Bernhard, i volti opposti e complementari della sconfitta. Da una parte quella personale, la trafittura bruciante del fallimento, che altro non è se non una presa di coscienza dei propri limiti – “Probabilmente, se non avessi conosciuto Glenn Gould”, ammette uno dei protagonisti, voce narrante della storia, “non avrei abbandonato il pianoforte e sarei diventato un virtuoso del pianoforte, forse addirittura uno dei migliori virtuosi al mondo […]. Se incontriamo il primo di tutti, dobbiamo rinunciare, pensai” – dall’altra quella ben più terribile, cui nessuno può sfuggire, che consiste nell’abbracciare senza riserve quel che si è, nel vivere fino in fondo il proprio dono, consentendogli di trasformarsi nel suo opposto; una maledizione, una malattia mortale. “Glenn fu per me il più importante virtuoso del pianoforte di tutto il mondo, per quanti pianisti io abbia sentito da quel momento in poi, nessuno suonava come Glenn […]. Wertheimer ed io eravamo pari quanto a bravura, anche Wertheimer ha detto molte volte che Glenn era il migliore, lo ha detto perfino quando ancora non osavamo dichiarare che era il migliore del secolo […]. Glenn suonò al Festival di Salisburgo le Variazioni Goldberg su cui due anni prima si era esercitato giorno e notte con noi al Mozarteum studiandole e ristudiandole di continuo. Dopo il suo concerto, i giornali scrissero che fino ad allora nessun pianista aveva mai suonato le Variazioni Goldberg con tanta arte, dopo il suo concerto di Salisburgo essi scrissero dunque ciò che noi già sapevamo e avevamo detto due anni prima […]. Non appena ci rivedemmo, io dissi subito a Glenn che noi […]eravamo sempre stati convinti che […] si sarebbe ben presto rovinato a causa del suo invasamento per l’arte, a causa del suo radicalismo pianistico […]. Quando, dodici anni fa, noi andammo a trovarlo per l’ultima volta, già da dieci anni Glenn non si esibiva più in un pubblico concerto. Nel frattempo era diventato il più lucido di tutti i folli. Era giunto al vertice della sua arte e ormai era questione di tempo, di un tempo brevissimo, poi di sicuro sarebbe stato colto dall’ictus cerebrale.

Così, successo e fallimento, sconfitta e vittoria, precipitano assieme nell’abisso del vivere, che allo stesso modo inghiotte la perfezione e la sua mancanza; ed ecco che, proprio come accade negli incubi, che non sono altra cosa rispetto ai sogni ma soltanto una loro intrinseca corruzione, la prosa di Berhnard deflagra nello spazio finito di un vicolo cieco. Non c’è salvezza, egli ci dice, né per la grandezza, che come un dio prepotente esaurisce, in coloro che tocca, ogni energia fisica e mentale, né per i limiti dell’eccellenza, umani certo, ma forse troppo per essere sopportati senza danni. E dunque a circondare Gould, consumato dalla sua arte, può esserci soltanto silenzio: quello, ostinato, del narratore della storia, esiliatosi volontariamente dalla musica, e quello, terrificante, di Wertheimer, che sceglie il suicidio.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Renata Colorni. Buona lettura.

Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda. Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suol dire, di morte naturale. Quattro mesi e mezzo a New york suonando e risuonando le Variazioni Goldberg e l’Arte della fuga, quattro mesi e mezzo di Klavierexerzitien, come Glenn Gould ripeteva di continuo e solo in tedesco, pensai.

La voce del teatro e del tradimento

Recensione di “Un cadavere a Deptford” di Anthony Burgess

Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti
Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti

“C’era un filosofo che narrava di un gatto che miagolava perché lo lasciassero uscire e che poi miagolava di nuovo perché lo facessero rientrare. Ma, nell’interim tra un miagolio e l’altro, quel gatto esiste? In noi tutti alberga l’atteggiamento solipsistico, che non è che un simulacro della potenza dell’Onnipotente, il quale mantiene Tutto in essere, vale a dire che quanto si trova sotto i nostri occhi esiste, ma che è sufficiente che distogliamo lo sguardo, o che qualcuno ce lo distolga, perché venga disintegrato completamente, seppure temporaneamente”. È nei panni di un anonimo attore di teatro che lo scrittore britannico Anthony Burgess, in uno dei suoi ultimi lavori, intitolato Un cadavere a Deptford, ci racconta la vita avventurosa, scandalosa e geniale del drammaturgo e poeta Christopher Marlowe, dopo William Shakesperare la voce più luminosa e suggestiva del teatro elisabettiano.

E lo fa rivendicando all’immaginazione, considerata a un tempo come ancella del vero e come inestinguibile scintilla creatrice ex nihilo, il diritto e il dovere di farsi storia, racconto, indagine, mito, ricostruzione, leggenda, cronaca, invenzione – “quello che un uomo immagina”, egli scrive, “è spesso […] la sostanza reale e vera di quello che ha veduto”. Burgess, spericolato acrobata del linguaggio, stempera in uno stile multiforme, che sorprende il lettore a ogni pagina, la propria fedeltà alle regole del romanzo storico; l’Inghilterra del XVI secolo, dilaniata dalle dispute teologiche tra cattolici e protestanti, in aperto contrasto con la Spagna e alle prese con complotti interni tesi a restaurare il dominio della chiesa di Roma sull’isola, è disegnata con cura fin nei dettagli, ma ogni avvenimento, dal più grande e importante al più insignificante, vive di vita propria nella lanterna magica dell’ispirazione marlowiana, nella sensibilità acutissima e disperata di quest’uomo devoto soltanto ai versi, fedele amante dell’incanto del palcoscenico eppure condannato a tradire a più riprese la propria ispirazione (e dunque se stesso) per non essere costretto a rinunciarvi definitivamente.

Figura controversa, oscura, per molti versi enigmatica, in gran parte delineata dalle feroci accuse che gli sono state rivolte – ateo, bestemmiatore, omosessuale, agente al soldo della Regina responsabile dell’eliminazione di numerosi cattolici – Christopher Marlowe, che morì a soli 29 anni (il 30 maggio del 1593) spietatamente ucciso in un locanda di Deptford per mano uomini che fino a poco tempo prima gli erano stati, se non amici, compagni d’avventura, fu uomo di lettere nello stesso modo in cui fu semplicemente uomo: traendo ispirazione dal tumultuoso intreccio di arte e vita che segnò i suoi giorni.

Ipocrita e dissimulatore per necessità (lui, annoiato studente di teologia al collegio Corpus Christi – “Orbene, immaginiamolo a Cambridge”, scrive l’“attore” Burgess, “studente del collegio Corpus Christi, nelle sue brache grezze, nella sua giubba rappezzata, nelle sue calze ispessite dai rammendi, nel suo avvilente grembiule, costretto, per la natura della sua borsa universitaria, la Parker, al tedioso studio della teologia e a prendere, al compimento, gli ordini religiosi” – Marlowe impara l’arte pericolosa e sottile della menzogna e del doppio gioco nei ranghi delle spie al servizio del regno; lui, che fino a quel momento aveva concepito tutto ciò “che non è verità”, o meglio tutto quello che esiste nel regno infinito della possibilità, come innocenza e dolcezza, come un ininterrotto rimare di musica e bellezza, si trova alle prese con qualcosa di completamente nuovo e sconvolgente.

Inganni e mistificazioni, promesse non mantenute, giuramenti fatti e immediatamente dopo dimenticati, lealtà dichiarate e cancellate, tradimenti di ogni sorta messi in atto per il trionfo della “ragion di Stato” gli spalancano dinanzi al cuore e all’intelletto l’abisso senza fondo del potere, che sarà la più terribile e seducente delle sue muse. Così, l’orrore dell’uomo per le conseguenze sanguinose delle lotte di potere starà a fondamento dei magnifici edifici tragici dell’autore e renderà immortali gli eroi nati dalla sua penna: Tamerlano, Faustus, Edoardo II.

Scrittore di immenso talento, capace di abbigliare il proprio narrare tanto con le vesti sozze e scomposte del chiacchierar di strada di beoni e tagliagole (tra gli altri, un George Orwell realmente esistito) quanto con i ricchi e colti paludamenti delle dissertazioni filosofiche, delle ragionate professioni d’ateismo e dei confronti sulla scrittura per il teatro (compreso uno tra Marlowe e un William Shakespeare non ancora “grande bardo”), Burgess rende a Marlowe un omaggio appassionato e sincero. Non ne nasconde debolezze e meschinità come non ne esagera i meriti. Figlio di un tempo privo di requie e pietà, il grande commediografo va consapevolmente incontro alla propria fine; egli tuttavia resta miracolosamente ancorato alla sola eternità concessa ai mortali; quella dello spirito, delle lettere, delle scienze, della continua ricerca.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la bella nota conclusiva dell’autore. La traduzione, per Garzanti, è di Lydia Salerno. Buona lettura.

P.S. Questo mese Il Consigliere Letterario compie tre anni. Questo è il post numero 365. Volevo ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito fin qui. Mi auguro che continuerete a farlo e che a voi si aggiungeranno molti altri, perché io continuerò a scrivere di libri.

Nel 1940, alcuni mesi prima che avesse inizio la Battle of Britain, la Luftwaffe si abbatté su Moss Side, Manchester, su cui era di passaggio mentre andava a distruggere Trafford Park. In quel momento, in piena notte, a Moss Side, io, che avevo rimandato l’arruolamento nell’esercito britannico, me ne stavo seduto a battere a macchina la mia tesi di laurea su Christopher Marlowe. Le visioni dell’inferno del Dr Faustus non mi pareveno troppo lontane dalla realtà di quell’epoca. «Brucerò i miei libri – ah Mefistofele». La Luftwaffe avrebbe bruciato i miei libri, e anche la mia tesi. Mefistofele, come avrebbe mostrato Thomas Mann nel suo Doktor Faustus, non era un semplice spettro teatrale. Decisi allora che, prima o poi, su Marlowe avrei scritto un romanzo. Il 1964, quarto centenario dalla sua nascita, lo fu anche per il quadricentenario di William Shakespeare e ubi maior minor cessat. Quell’anno pubblicai il romanzo Non come il solo, una speculazione fantastica sulla vita amorosa di Shakespeare. Ora, con il quarto centenario del suo omicidio, vorrei rendere – per quanto mi è possibile, dato che ormai sono uno scrittore che invecchia – un qualche omaggio a Marlowe. Questo testo ha una certa pretesa di scientificità. Tutti i fatti storici possono essere verificati. Uno dei malfattori elisabettiani di cui conosciamo il nome si chiamava George Orwell, ed è quindi imbarazzante nominarlo, ma la verità non deve concedere troppo alla discrezione o alla delicatezza: dopo tutto, quel sicario da dimenticare aveva più diritto di accampare pretese su quel nome di quanto ne avesse Eric Blair. Un contributo importante mi è derivato dalle biografie di John Bakeless e F.S. Boas e dall’utilissima «vita informale» di H.R. Williamson. Lo studio più recente sul Marlowe-spia è The Reckoning di Charles Nicholl (di cui ho preso a prestito il nome per uno dei torturatori del mio libro). La ricerca scientifica continuerà, ma la verità verissima dei napoletani non si potrà mai sapere. La virtù di un romanzo storico è anche il suo vizio: la risoluta affermazione della possibilità come fatto. Ma l’uomo Marlowe, pur non essendo al di sopra del sapere scientifico, ci sorride un po’ ironico e continua a sconvolgerci e, talvolta, a esaltarci. Non a caso Ben Johnson definì mighty line, verso potente, il suo verso sciolto. Shakespeare forse oscurò il poeta Marlowe, ma non lo sovrastò né prese il suo posto. Quella voce inimitabile seguita a cantare.