Emozioni a fumetti

Recensione di “Opono”, “Un’estate in montagna” e “Rapa & Nui” di Ilaria “Zim” Facchi, Vince Ricotta, Augusto Rasori, Giorgio Sommacal e Laura Stroppi

Ilaria “Zim” Facchi, Opono, Sbam Libri

Una ragazzina perseguitata dalla propria ombra, che escogita modi sempre nuovi per ucciderla; una coppia di giovani che scopre se stessa l’11 luglio del 1982, il giorno in cui la Nazionale italiana di calcio, a Madrid, si laurea per la terza volta campione del mondo di calcio battendo per 3-1 la Germania sotto lo sguardo esultante del Presidente della Repubblica Sandro Pertini; infine due moai dell’Isola di Pasqua, due enigmatici, imperscrutabili volti scavati nel tufo vulcanico che in realtà di imperscrutabile non hanno proprio nulla e che passano i giorni commentando quel che succede tanto nel loro piccolo fazzoletto di terra sperduto nel Pacifico (poco, ma non così poco come potrebbe apparire a prima vista) quanto nel resto del mondo. Debutta con queste prime tre storie, scritte rispettivamente da Ilaria “Zim” Facchi, Vince Ricotta e dal terzetto composto da Augusto Rasori, Giorgio Sommacal e Laura Stroppi, la nuova collana Sbam! Libri, agili volumi a fumetti frutto della felice intuizione di Antonio Marangi, tra i massimi esperti italiani della Nona Arte nonché ideatore e creatore della rivista digitale a fumetti e sui fumetti Sbam! Comics (che trovate qui). Continua a leggere Emozioni a fumetti

Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg

Un’angoscia reale

Recensione di “La regola dei pesci” di Giorgio Scianna

Giorgio Scianna, La regola dei pesci, Einaudi

Non un giallo e neppure un mystery. Un romanzo d’avventura, forse, e di formazione, ma non soltanto questo. Qualcosa che può apparire come una sorta di confessione ma che in realtà non è che un urlo lanciato verso il nulla, una resa, un abbandono, la consapevolezza di una frattura non colmabile, di una distanza che niente può più ridurre. Nulla, neppure l’amore. La scomparsa di quattro ragazzi, quattro studenti liceali appena diventati maggiorenni, con la quale si apre l’intenso romanzo di Giorgio Scianna, La regola dei pesci, è un tuffo vertiginoso in un mondo che, pur essendo in qualche misura anche il nostro mondo, ci è quasi completamente sconosciuto. La scrittura semplice e diretta dell’autore, che immediatamente conduce la narrazione in medias res, con la sparizione che è un dato di fatto acquisito e la voce narrante (quella di uno dei ragazzi scomparsi, che un giorno, per ragioni che verranno svelate nel corso della storia, fa ritorno a casa) che ne racconta la genesi, l’antefatto e infine la messa in opera, la sua realizzazione concreta, ha la virtù rara della sincerità e, quel che più conta, una preziosissima nobiltà. Scianna, infatti, non narra per giudicare e neppure per denunciare o per lanciare grida d’allarme – il suo piuttosto, come ben spiega nella nota posta a conclusione del romanzo, è un sussurro d’angoscia, ma ancora una volta ciò che illumina questo sussurro, quel che gli dà la forza di essere voce, è la capacità dell’autore di tramutare il suo bisogno, la sua urgenza, finanche la sua paura in uno stimolo alla ricerca di un perché, di una ragione – ma per tentare di comprendere. Continua a leggere Un’angoscia reale

Finché dura la corrente

Thomas Pynchon, La cresta dell'onda, Einaudi
Thomas Pynchon, La cresta dell’onda, Einaudi

Il complotto contro l’America è un prodotto squisitamente americano; è l’aggravarsi inconsapevole del processo di involuzione di un organismo sociale la cui idea di libertà è impallidita nell’utilitaristico concetto di merce; è la contraddizione (inesplosa ma niente affatto dormiente) tra il diritto rivendicato all’autodeterminazione di ciascuno e di tutti e l’asservimento – che di momento in momento si fa più forte – di tutti e di ciascuno alle logiche del mercato, del profitto, all’imperativo categorico dell’assurdo che pretende una crescita continua all’interno di un mondo dalle risorse tutt’altro che infinite; è la menzogna planetaria di internet, luogo-non luogo dell’utopia finalmente realizzata, della “democrazia compiuta” imperante, dell’“informazione libera” diffusa a piene mani, della “verità” alla portata di tutti fondata sul controllo: “Tutti connessi insieme, impossibile che si perda qualcuno, non può succedere. Fai il passo seguente, connettili ai telefoni cellulari, e avrai un Web completo di sorveglianza cui non si potrà sfuggire […]. Spaventoso. Quello che sognano al Pentagono, legge marziale che si allarga a tutto il mondo”. L’America non è mai stata innocente, scrive James Ellroy al principio di American Tabloid (1995), primo, splendido capitolo della sua “Trilogia Americana”; diciotto anni più tardi, la sua affermazione, trasformata, nel geniale “laboratorio letterario” di Thomas Pynchon, nella grottesca maschera comica di se stessa ma ribadita nella sua essenziale esattezza, nella sua inconfutabilità, è il fondamento del magnifico e vorticoso romanzo La cresta dell’onda, ennesimo capolavoro (d’ironia e lucidità) del grande scrittore statunitense. Nel raccontare l’odissea della sua protagonista, l’analista antifrode Maxine Tarnow (siamo nel 2001, nei mesi che precedono, e poi in quelli che seguono, la tragedia dell’11 settembre, cui l’autore non dedica che una manciata di pagine, con ciò sottolineando quanto il crollo delle Torri Gemelle sia stato forse il momento più terribile, ma non certo il più oscuro e nemmeno il peggiore di un folle gioco al massacro nel quale gli Stati Uniti non sono che uno degli attori in campo, un tassello tra gli altri), Pynchon, attento a non prendersi mai troppo sul serio, a “ubriacare” di irresistibile comicità ogni ragionamento, ogni tesi, ogni conclusione cui, attraverso i suoi personaggi, giunge, indossa i panni che gli sono più congeniali, quelli del narratore onnisciente, del deus ex machina, la cui osservazione dei fatti è allo stesso tempo divertita e disperata. Così, egli ambienta la sua storia nel momento in cui il miracolo della “new economy” si fa illusione, tra le macerie delle migliaia di “start up” .com lanciate sul mercato e fallite (e dove tuttavia, per chiunque abbia un po’ di fantasia, sappia ignorare gli scrupoli e non manchi di sano spirito imprenditoriale occasioni e opportunità non mancano di certo), per intrecciare inestricabilmente virtuale e reale. Ingaggiata da un amico regista (ed ecco che torna la dicotomia tra ciò che si vede e ciò che è), Maxine si trova a indagare su una società di sicurezza informatica (dall’improbabile nome di hashslingrz.com) i cui utili, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale del settore, continuano a crescere vertiginosamente; ed è seguendo le tracce dell’inchiesta che, quasi senza rendersene conto, precipita in un abisso che altro non è se il presente che tutti conosciamo incontrato però al principio di un giorno qualsiasi, poco dopo essersi appena alzato dal letto, non ancora truccato a dovere per presentarsi ai miliardi di esseri umani che lo aspettano davanti allo schermo di un computer o in mezzo a una strada. E il presente (e con esso forse il passato, e quasi certamente il futuro) orfano di belletto ha l’aspetto ripugnante dell’infantile nazismo degli Stati Uniti, impegnati a cercare di governare il mondo imponendo il proprio ordine attraverso mirate azioni “politico-militari” piuttosto che risoluti a conquistarlo direttamente; ha il volto sfigurato d’odio di un terrorismo che uccide più per compulsione che in obbedienza a un disegno che se anche esistesse nessuno sa con certezza chi lo ha architettato né a quale scopo; ha il sorriso sfuggente e maligno di internet, terra vergine dove è davvero possibile solo e soltanto ciò che alcuni vogliono e dove l’alternativa a quel che è, la “seconda vita” da costruire assecondando solo i propri desideri garantita da un software sperimentale (Departure, presto modificato dai suoi creatori in Deep Archer, corsia preferenziale verso il buco nero del web sommerso), si rivela un vicolo cieco e non un salvifica via di fuga.

Quel che si vede prima del trucco, dunque, non è che una teoria di devastazione, un labirinto d’orrori dal quale è quasi impossibile uscire, un luna park scintillante d’angoscia al cui ipnotico canto di sirena fatto di luci, suoni e colori non si riesce a resistere, ma che potrà durare soltanto finché qualcuno non si deciderà a staccare la corrente. 

Eccovi l’incipit del romanzo. L’eccellente lavoro di traduzione, per Einaudi, è, ancora una volta, di Massimo Bocchiola. Buona lettura.

È il primo giorno di primavera del 2001 e Maxine Tarnow, anche se qualcuno nel database l’ha ancora sotto Loeffler, sta accompagnando a scuola i suoi figli. Sí, forse non hanno più l’età per essere accompagnati, forse è Maxine che ancora non vuole rinunciare, sono solo un paio di isolati, e sulla strada per andare al lavoro, e poi le piace. Quindi?

Malthus e la scommessa mancata

Recensione di “Conto alla rovescia” di Alan Weisman

Alan Weisman, Conto alla rovescia, Einaudi
Alan Weisman, Conto alla rovescia, Einaudi

Julian Simon, economista del Cato Institute, think tank di chiaro indirizzo liberista e “autore di The Ultimate Resource II, secondo il quale l’ingegnosità umana avrebbe scongiurato l’esaurimento delle risorse naturali […] nel 1980 scommise mille dollari con [Paul] Ehrlich e due fisici di Berkeley, John Holdren e John Hart, che nei dieci anni successivi il prezzo di cinque metalli a loro scelta – preziosi o d’uso industriale – non sarebbe salito per colpa della loro scarsità. I tre selezionarono cromo, rame, nichel, stagno e tungsteno e, dieci anni dopo, persero la scommessa: non avevano saputo prevedere una recessione globale negli anni Ottanta che avrebbe azzerato la domanda di metalli industriali […]. Il risultato fu una manna pubblicitaria per i liberisti […]. Tuttavia nel nuovo millennio parecchi economisti – e «The Economist» a Londra – hanno notato che l’unico errore di Ehrlich è stato la tempistica: dieci anni dopo, lui e i suoi amici avrebbero vinto la scommessa. Ehrlich ne avrebbe vinta anche una seconda, e stavolta fu lui a proporla a Simon: che 15 indicatori ambientali – tra cui la temperatura globale, la concentrazione di CO2, le terre coltivate e coltivabili, le foreste e la conta dello sperma umano – avrebbero segnato un peggioramento nel giro di un decennio. Simon non accettò la sfida”.

Julian Simon e Paul Ehrlich, quest’ultimo “uno degli ecologisti più stimati del mondo, vincitore del premio Crafoord, assegnato dall’Accademia reale svedese delle scienze alle discipline non previste dal premio Nobel, oltre che di un premio MacArthur, un premio Heinze […] e il Distinguished Scientist Award dell’American Istitute of Biological Sciences” rappresentano opposti (e inconciliabili) punti di vista in un dibattito che si fa ogni giorno più urgente e che riguarda la sovrappopolazione mondiale (stime sulla cui esattezza nessuno più dubita prevedono che entro il 2050 la Terra ospiterà 10 miliardi di persone); un dibattito che nella sua essenzialità può essere riassunto nei seguenti interrogativi: il nostro pianeta è in grado di tollerare una così forte pressione demografica? E se sì, per quanto tempo ancora prima che si verifichino catastrofi dalle inimmaginabili conseguenze? Dove trovare (il che significa come produrre) le risorse per nutrire un così esorbitante numero di esseri umani? E come assicurare loro accettabili standard di vita?

E ancora, come, a fronte della preponderanza di una sola specie tra le altre, l’unica, tra l’altro, in grado di modificare l’ambiente circostante per adattarlo alle proprie esigenze, difendere la biodiversità, inestimabile patrimonio dal quale dipende la sopravvivenza del mondo intero? A questi quesiti, a ciò che rappresentano e agli scenari che prefigurano tenta di dare risposta il giornalista americano Alan Weisman nel suo documentatissimo libro-inchiesta Conto alla rovescia: in oltre 500 pagine, Weisman racconta del suo giro del mondo e dei suoi incontri con scienziati, demografi, ecologisti, medici, economisti, ambientalisti, leader politici e autorità religiose, e illustra come i termini della scommessa Simon-Ehrlich rappresentino oggi le uniche alternative a disposizione di un ecosistema sull’orlo del collasso.

Da una parte l’ottimismo tecnocratico di chi, come Simon, è convinto che il sapere umano e il progresso scientifico troveranno una soluzione ai problemi che oggi ci affliggono (scarsità di risorse, inquinamento, riscaldamento globale, deforestazione, estinzione di centinaia di specie, progressivo aumento della popolazione), cosa del resto già accaduta in passato con la “Rivoluzione Verde” di Norman Borlaug; dall’altra la convinzione di ecologisti e demografi che sia essenziale ragionare in termini di decrescita, e pensare, tanto a livello economico quanto a livello sociale, a nuovi modelli matematici di riferimento fondati non più sulla possibilità di una crescita indefinita, quanto su un riequilibrio di quel che è oggi disponibile (terra e acqua) e su una contrazione della popolazione (da attuarsi, va da sé, in modo incruento, ma con decisione).

Dalla Palestina (dove la guerra tra israeliani e arabi ancora oggi si combatte a colpi di figli) all’Africa, dall’India, che presto deterrà il discutibile primato di nazione più popolosa al mondo, alla Cina che per prima ha dato un taglio al tasso di natalità adottando la politica del figlio unico (politica della quale il volume analizza in dettaglio il rapporto costi-benefici), dal continente europeo afflitto dalla “crescita zero” al Pakistan, potenza nucleare dove l’esorbitante popolazione, e con essa lo scandaloso squilibrio tra ricchi e poveri, sono direttamente proporzionali all’assenza pressoché totale di qualsiasi strategia di pianificazione familiare e a un tasso di analfabetismo (specie tra le donne) che tocca picchi drammatici, fino all’ipertecnologico Giappone, dove il calo demografico è già una realtà, il viaggio di Weisman non solo offre un fondamentale bagaglio di conoscenze che nessuno può più permettersi di ignorare, ma solleva il cruciale problema dell’assunzione di responsabilità.

Battersi a favore di un cambiamento epocale del nostro modo di vivere, educare a un consumo consapevole e a un rispetto ambientale che non sia di facciata, promuovere la contraccezione, mettere in discussione l’ancestrale istinto alla moltiplicazione, significa prendersi carico del domani di tutti, significa chiedere, anzi pretendere, sacrifici gravosi al fine di dare un futuro al nostro più che precario presente. D’altro canto, confidare nelle risorse della scienza e dell’ingegno umano non vuol necessariamente dire peccare di miopia o di superbia, bensì considerare quel che è già a nostra disposizione e orientare tutto quel che sappiamo e possiamo fare (che è davvero molto) in un processo di sviluppo a lungo termine che abbia, come suoi punti cardine, la stabilizzazione delle popolazioni, la riduzione dello spreco di cibo e la massimizzazione della produzione alimentare, da ottenersi però con il minimo contributo possibile dei suoi elementi fondamentali: acqua e azoto.

Weisman, autore nel 2007 del celebre Il mondo senza noi, non è un testimone neutrale; per la salvezza del mondo che descrive (il nostro mondo) egli ritiene che si debba senza indugio percorrere la strada indicata da Ehrlich, quella che nel XVIII secolo aprì Thomas Robert Malthus con la pubblicazione del Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società; questa radicata convinzione, tuttavia, non è in alcun modo d’ostacolo alla sua ricerca: Conto alla rovescia, infatti, è un’inchiesta rigorosa e trasparente, condotta con piena onestà intellettuale, ed è soprattutto un lavoro rispettoso di un principio metodologico che dovrebbe essere alla base di qualsiasi indagine giornalistica e che lo stesso Weisman così riassume al principio del libro: “Di rado i giornalisti rivendicano una certa profondità, quale che sia il loro campo: il nostro lavoro è andare a caccia di chi vive sulla sua pelle o dedica la propria carriera allo studio di ciò su cui stiamo indagando e porgli domande possibilmente sensate, così magari riusciamo a capire anche noialtri […]. Io ho fatto così, in più di venti paesi e per oltre due anni”.

In pari tempo coinvolgente e inquietante, Conto alla rovescia è un’opera più che riuscita. Senza rinunciare a una piacevole raffinatezza formale, questo lavoro ha un enorme valore divulgativo. Sa destare attenzione, e una volta letto le domande che pone non cessano di farsi udire, di presentarsi in tutta la loro urgenza dinanzi a noi, obbligandoci a rivedere, alla luce di ciò che ci hanno fatto scoprire e comprendere, ogni nostra scelta, non importa quanto piccola, ordinaria e (apparentemente) insignificante essa ci appaia.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Alessandra Montrucchio. Buona lettura.

Gerusalemme, un freddo venerdì pomeriggio di gennaio, prima dello Shabbat. Sul Monte del Tempio il sole invernale, approssimandosi all’orizzonte, tinge l’oro della Cupola della roccia di un arancione sanguigno. Un’aureola rosea di polvere e gas di scarico proveniente da est circonfonde il prezioso metallo della Cupola; sul Monte degli Ulivi, il richiamo pomeridiano del muezzin alla preghiera islamica è appena terminato.

Ikuogiona e la voce di Dio

Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti

Tokyo, 20 marzo 1995. Alcuni membri della setta religiosa Aum Shinrikyo, fondata otto anni prima da Shoko Asahara, disperdono nei sotterranei della rete metropolitana cittadina un gas nervino letale, il sarin. Il loro gesto ha tragiche conseguenze: dodici persone innocenti muoiono e altre seimila rimangono intossicate. Prende le mosse da questo sconvolgente caso di cronaca Il salto mortale di Oe Kenzaburo (il primo romanzo del grande autore giapponese successivo al conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1994), ma fin dal principio se ne allontana, relegando i fatti, la realtà, a indistinto sfondo di una vicenda costruita come un serrato confronto dialettico sul rapporto tra il divino e l’umano, sul senso e l’importanza della fede, sulla vita, la morte, l’amore, la libertà e il coraggio di sceglierla. L’ombra del fanatismo e del delirio di onnipotenza e distruzione (due facce di un’identica medaglia) che porta con sé, la costernazione e il dolore di un intero Paese, messo in ginocchio dalla follia di Asahara e dei suoi seguaci, attraversano la prosa quieta e lenta di Oe, satura di dettagli nelle descrizioni d’ambiente, attenta a ogni più piccola sfumatura nel disegno dei corpi, dei volti, e torrenziale e instancabile nei dialoghi diretti (vera e propria spina dorsale del romanzo), come una cicatrice, come un ricordo impossibile da eliminare, come un sordo rimorso di coscienza. Lo sguardo di Oe Kenzaburo, allo stesso tempo carico di ironia e disperazione, emerge nitido dalla sua scrittura orfana di consolazione e verità e si specchia nella contraddittorietà dei personaggi cui dà vita, tutti colti in un momento di transizione, congelati in una dimensione di incompletezza, di parzialità, di colpevole imperfezione che si fa simbolo della fragile condizione esistenziale del nostro tempo. L’intreccio stesso del romanzo è una congiunzione di opposti, un sovrapporsi di differenze, un delirante incrociarsi di distinzioni che altro non rappresentano se non la natura invincibile del caos all’interno del quale ci sforziamo di vivere: un movimento religioso (assai simile all’Aum Shinrikyo) che predica l’imminente fine del mondo e si pone come scopo la promozione del pentimento di massa, viene improvvisamente abbandonato dai due fondatori (conosciuti con gli appellativi-simbolo di Maestro e Guida), che un giorno decidono di rinnegare il loro operato definendolo nient’altro che un’impostura. Questo clamoroso gesto (il “salto mortale” del titolo), resosi necessario, secondo i due leader, per evitare che l’ala più radicale e intransigente della loro “chiesa” provasse ad accelerare l’ora della distruzione di ogni cosa compiendo una serie di gravissimi attentati terroristici (che comprendevano anche l’attacco ad alcune centrali nucleari), è il passo d’avvio di una tormentata ricerca della verità da parte di alcune persone – Kizu, un anziano pittore malato di cancro; Ikuo, un ragazzo di cui l’artista si innamora, ossessionato dalla “voce di Dio” udita in giovanissima età e mai più ritrovata; Ballerina, una fanciulla, che, conquistata dalla personalità e dagli insegnamenti di Maestro, rinuncia alla danza, la più grande passione della sua vita; Ogi, un altro ragazzo, talmente inesperto della vita da venir soprannominato Gioventù Innocente – attratte dalla setta e dalla figura del suo fondatore.

Oe, finissimo conoscitore della cultura occidentale, guida il lettore in questo viaggio nella spiritualità (o meglio, nell’ansia, nel bisogno di spiritualità, di trascendenza, che è in ognuno di noi) offrendo, come possibile antidoto ai suoi dubbi, al beffardo cinismo di cui veste la sua incredulità, al baratro spalancato dai suoi spietati giudizi sulla contemporaneità – “Dopo Chernobyl, il governo e le varie compagnie elettriche hanno dichiarato che qui da noi incidenti nucleari di simile portata non si potranno mai verificare […]. L’opinione pubblica ha reagito con grande sollievo […]. Del resto noi giapponesi ci fidiamo ciecamente dei mezzi di informazione e della tecnologia che il sistema controlla – Dante e la sua poetica odissea, le liriche di R.S. Thomas, poeta gallese ed ecclesiastico della Chiesa Anglicana, le riflessioni di Kierkegaard, filosofo e uomo di Dio, linfiammato fervore religioso di Dostoevskij (a più riprese è citato uno dei suoi massimi capolavori, I fratelli Karamazov), i Vangeli e la Bibbia, e in particolar modo il Libro di Giona, che per Ikuo (a un certo punto della narrazione soprannominato Ikuogiona) è la rappresentazione ideale del suo rapporto interrotto con il Signore e del suo intenso desiderio di riallacciarsi a lui, anche per ribellarsi alla sua volontà e ai suoi decreti, proprio come fece il Giona biblico. In questo labirinto di domande senza risposta, in questo palpitare di pensieri e nel loro definitivo spegnersi nel pallido sincretismo religioso dei sermoni di Maestro (che a dieci anni di distanza dal “salto mortale” intende fondare una nuova chiesa), il romanzo di Oe si fa denuncia della nostra sostanziale povertà ideale e della nostra umanità ridotta a brandelli, e insieme presagio di una stagione di sofferenza che se è farsa nella vuota predicazione millenaristica di improvvisati messia è invece ineludibile verità dell’oggi e ancor più del domani incombente, e chiama ciascuno di noi non all’egocentrica sterilità del pentimento ma alla matura assunzione di responsabilità della vigilanza.

Eccovi, invece dell’incipit (la traduzione del romanzo, per Garzanti, è di Gianluca Coci), un brano di Kierkegaard sulla natura della fede.

«Senza rischio non esiste la fede. La fede è precisamente la contraddizione tra l’infinita passione nell’intimo dell’individuo e l’incertezza oggettiva. Se fossi capace di comprendere Dio oggettivamente, non potrei credere, ma proprio perché non sono in grado di fare ciò allora devo credere. Se voglio preservare la mia fede, devo stare sempre attento a serbare inalterata l’incertezza oggettiva, come se mi trovassi sopra acque profonde oltre settantamila braccia e, malgrado ciò, riuscissi a non perdere la fede»

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(Non) sono solo parole

Eleonora Molisani, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, Priamo e Meligrana Editore
Eleonora Molisani, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, Priamo e Meligrana Editore

Raccontare il presente intrecciando forma e sostanza, gettandosi nelle cose e restituendole attraverso le parole; scomporre e ricomporre l’oggi nella folgorazione improvvisa di un ritratto abbozzato eppure in qualche modo già compiuto; precipitare nell’ombra e sfiorare la luce nella contenuta, studiata frenesia di un narrare che è sguardo, ascolto, partecipazione e vita. Che è testimonianza. Costruire storie riscoprendo il reale, svelandolo come si fa con un segreto, o un mistero; svergognandolo persino, mettendone a nudo i difetti, le mostruosità, gli eccessi grotteschi, il caos indomabile che è sostanza prima di ogni parvenza d’ordine, fondamento di ogni sistema e nucleo del nostro vivere sociale, del nostro balbettante, incostante essere, gli uni per gli altri, persone e non lupi. E nel sistema chiuso, autosufficiente e perfetto dell’artificio letterario, nel miracolo lieve e lucente della pagina scritta, partire dalle parole e alle parole di nuovo approdare, e durante il viaggio assistere al loro incessante germogliare. Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, felice e sorprendente esordio della giornalista Eleonora Molisani, sembra percorrere la strada della sperimentazione, della negazione insistita (più facile definirlo per ciò che non è – non un romanzo, non una raccolta di racconti, non un diario, non un saggio, non un’opera di denuncia né un semplice catalogo d’attualità – che per ciò che è; un riflettere lucido e palpitante, grondante d’emozioni e insieme conseguente come un ragionamento logico o una dimostrazione matematica, sul nostro tempo, e più ancora sul nostro essere gettati in esso), della dichiarata bizzarria, dell’esibita rinuncia alle responsabilità (sono solo canzonette, cantava con finto candore un impegnatissimo Edoardo Bennato, sono solo parole, gli fa eco l’autrice ad anni di distanza, e in entrambi i casi è proprio l’innocenza così vivacemente protestata la più limpida confutazione di sé), ma in realtà il suo edificio stilistico e tematico è rigoroso, meditato, compiuto.

Così, ecco la parola farsi interpretazione, il segno indicare la cosa, la scrittura, in tutti i suoi singoli elementi, tradurre i fatti, offrire voce al loro accadere. Nel pugno di righe che l’autrice dedica ai personaggi del suo libro, agli episodi di vita che illumina, ai momenti che descrive (dilatati, compressi, esplosi come fuochi d’artificio o congelati nella fissità inquietante di un fermo immagine), soffia il respiro pesante del nostro affanno, la corsa folle all’accumulo di esperienze che non siamo più in grado di capire (e dunque di vivere) e ci limitiamo a consumare; nella prosa forte e nervosa, diretta, franca, spudorata, riverbera la superficie del mondo, la sola realtà che vediamo, che ci illudiamo di conoscere – “Sognavo che il mio nome facesse il giro del mondo ma, prima di diventare qualcuno, sono diventata nessuno. Un giorno me la sono giocata tuffandomi da uno scoglio, in Spagna. Ma non mi son buttata da quello scoglio per suicidarmi, come pensano le mie sorelle e Claudio, il mio moroso, che una settimana prima mi aveva lasciato. Non mi sono buttata per la disperazione, perché la vita me la sentiva tutta scorrere nelle vene e nei nervi. Facevo l’amore, andavo a ballare, bevevo e fumavo. E leggevo, sì, leggevo Pessoa” Il libro dell’inquietudine) – e ci insegue l’eco maligna dei nostri peccati, ci bracca la furia delle Erinni del rimorso, ci segna, come una scarlatta lettera d’infamia, la memoria della nostra vigliaccheria, o solo il peso della nostra debolezza: “Tutta colpa di Crudelia. Se non avessi fatto il disegnino innocente di quelle strega che maltrattava i cagnolini nel mio film preferito. Se alla domanda: ‘Piero, qualcuno ti ha fatto del male?’, avessi risposto un ‘No’, secco. Se non avessi guardato il viso di papà e non mi fossi messo a frignare come un neonato. Se non mi fossi fatto la pipì addosso. Se, se, se…” (Crudelia De-Mom).

Storie del terzo millennio, questo il sottotitolo del primo libro di Eleonora Molisani (Priamo e Meligrana Editore); storie tanto brevi quanto intense, storie scritte in un palmo di mano, profonde come piaghe, sferzanti come colpi di frusta, e di squisita, commovente bellezza.

Buona lettura.

Florandia, umbratile giardino del reale

Un racconto lungo, Fiori ciechi, che dà il titolo al libro, seguito da una storia più breve, Probobacter, segna l’esordio letterario di Maria Antonietta Pinna. Prima di parlare del suo scritto, tuttavia, è necessaria una premessa. Non conosco personalmente l’autrice, è uno dei “contatti” del mio profilo Facebook (così come io, per inevitabile reciprocità, sono uno dei suoi, e mi scuso se quel che dico può sembrare freddo, o peggio sgarbato; non intendo prendere le distanze dal mio resoconto, solo limitarmi a raccontare i fatti per come si sono svolti); tutto quello che so di lei è che le piace moltissimo leggere, scrivere, che ha visitato questo blog e che ne ha una buona opinione. Credo sia per questo motivo che qualche settimana fa, a ridosso della pubblicazione del suo lavoro, mi ha scritto chiedendomi la disponibilità a leggerlo, ed eventualmente a parlarne. Le ho risposto che mi faceva piacere avesse pensato a me, o anche a me, come possibile “recensore” (termine che non amo, preferisco considerarmi un appassionato che cerca di condividere l’amore per le “belle lettere”), che avrei senz’altro letto il libro – l’editore, Annulli, con diligente sollecitudine me lo ha fatto avere nel giro di qualche giorno – ma che non potevo garantirle che l’avrei fatto subito, e soprattutto ho messo in chiaro una cosa, la più importante: Fiori ciechi, proprio come tutti gli altri libri presenti sul blog, avrebbe avuto un suo spazio solo se l’avessi trovato interessante, coinvolgente, piacevole, sorprendente; in una parola, valido. Maria Antonietta si è detta completamente d’accordo; non cercava visibilità gratuita, pretendeva (mi è parso da se stessa prima che dagli altri) che il suo libro meritasse ogni spazio che riusciva a guadagnarsi, che convincesse. Per una fortunata circostanza ho avuto modo di leggerlo prima del previsto, e ne sono rimasto favorevolmente colpito. Maria Antonietta Pinna racconta con entusiasmo; la sua scrittura è viva, nervosa, eccitata, scorre fluida per immagini e nel suo procedere acquista spessore fin quasi a farsi oggetto. È materia duttile al servizio della fervida fantasia e della capacità immaginativa dell’autrice, e Maria Antonietta Pinna si diverte a plasmarla per dare vita a un’opera “volatile” e instabile come un composto alchemico.

Pur facendo attenzione a costruire una storia, infatti, la giovane scrittrice sassarese evita di renderla riconoscibile, di darle un’identità precisa. Fiori ciechi, avventura d’amore e di guerra, di speranza e dolore ambientata nel regno fantastico di Florandia, è insieme metafora della nostra realtà (e qui, forse, si registra il limite maggiore di Maria Antonietta Pinna, che in più di un’occasione sceglie di sacrificare la notevole ricchezza stilistica della sua prosa con netti richiami alla nostra non felice attualità, lasciandosi andare a denunce rabbiose, senz’altro condivisibili ma purtroppo fuori contesto – “Mangiamo e beviamo finché possiamo mangiare e bere, e riempiamoci le tasche, arraffiamo quel che vogliamo!” sbraita il capopopolo dei garofani rossi alla vigilia di una guerra d’espansione scatenata esclusivamente per motivi d’interesse), agile racconto fiabesco che con misura ed equilibrio trascolora dai toni sognanti di una storia per bambini alle atmosfere inquietanti di una favola nera, ed espediente narrativo che d’improvviso scatta, cancella il mondo vegetale, i suoi splendori e le sue vergogne e lo ricompone sul palcoscenico di un teatro, riducendolo a squallida rappresentazione di un pugno d’attori ridicolmente vestiti di petali e gambi. Ma ecco che lo scenario muta di nuovo e Florandia diviene meta di un viaggio allucinante – di asimoviana memoria scrive l’autrice, citando uno dei grandi classici della letteratura fantascientifica – all’interno di un corpo umano, un viaggio alla ricerca della sola cosa che conti veramente: un’idea.
Fiori ciechi è un’ottima opera prima (anche il racconto che chiude il volume, Probobacter, è riuscito: l’autrice guarda a uno dei tanti problemi endemici del nostro Paese, quello dell’emergenza rifiuti, e costruisce un apologo beffardo e impietoso sul rapporto uomo-natura), brillante, incisiva, indovinata nel disegno dei caratteri ed efficace nell’ambientazione. Non è cosa da poco, specie per un esordio.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
«Nonno Petalo, racconta».
«La fine del mondo. Silenzio denso, palpabile, muto come un mafioso. Non c’è vento. Rais, il Sole, è scomparso nelle limpidità profonde della salsa acqua marina. Gli uccelli non cantano più. Non esistono. Nessun rumore di anima viva. Completa assenza. Vuoto, padrone dello spazio. Vertigine. Gli uomini e quasi tutti gli animali sono morti, fagocitati dal ventre stesso della terra. Quelli che restano sono come di gesso, pietrificati dagli eventi. Non riescono a esprimere alcun suono.

L’aria violacea crea un’atmosfera da incubo. Ghiaccio dappertutto. Un freddo terribile, pungente, che rompe le ossa. Peccato che non ci siano quasi più ossa da rompere, soltanto carambole di nuvole viola che si addensano nel cielo. Minacciose, tragiche e irreali. Nessun occhio può vederle, semplicemente perché non ci sono occhi. Non ci sono neppure angeli o demoni come ci si sarebbe aspettati. Dio non si vede da nessuna parte e neppure fa sentire la sua voce. Gaia, la Terra, freme di soddisfazione per aver annientato la razza umana. Stanca dell’idiozia di quei ridicoli animali a due gambe, ha agito. Dapprima tremiti leggeri, insistenti sussulti. Poi si è aperta in due e ha inghiottito tutto, senza distinzione. Quindi si è richiusa, non senza provare dolore. Il sangue innocente degli animali è stato sacrificato, ma non c’era nient’altro da fare, purtroppo. Rais, terrorizzato, continua a nascondersi. Gaia, sua amante, lo chiama. Per giorni egli evita di farsi vedere. Ha paura. Consente a Frost, il ghiaccio, di mordere la terra. Lei non si sottrae al freddo abbraccio. Il Sole, pazzo di gelosia, rispunta, scaccia le nuvole e si fa grande nel cielo. Con tutta la forza di cui dispone cerca di combattere contro il rivale e di strappare la sua amante di sempre da quel freddo amplesso. Rosso di rabbia, scioglie Frost e scalda la terra. Dai loro amori nasce un piccolo garofano».