L’innocenza perduta su un’isola

Recensione di “Il signore delle mosche” di William Golding

William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori

È il pensiero a darsi battaglia ne Il signore delle mosche, l’opera più celebre del romanziere britannico William Golding, Nobel per la Letteratura nel 1983. Quel che a prima vista sembra essere semplicemente un romanzo d’avventura, infatti, cela, tra le pieghe della trama, ben altra profondità. Golding immagina un conflitto planetario, ma lascia sullo sfondo la tragedia di questo scontro e se ne serve, almeno inizialmente, solo come artificio narrativo (l’agghiacciante significato simbolico della guerra, nella cui realtà il lettore precipita quasi senza accorgersene, perché il romanzo la presenta come un dato di fatto, emerge poco alla volta, pagina dopo pagina, nel progressivo crescere dell’intensità drammatica della storia). È in questo scenario caotico e violento che un gruppo di ragazzi, a causa di un incidente aereo, finisce, abbandonato a se stesso, su un’isola tropicale. Sono tutti giovanissimi, alcuni di loro addirittura poco più che bambini, e anche in questo caso, come già per la guerra, metafora e simbologia non potrebbero essere più evidenti. I bambini, per antonomasia, rappresentano l’innocenza e la purezza, e lo stesso può dirsi, almeno per una ben precisa corrente di pensiero, che ha in Rousseau uno dei suoi esponenti più noti, per la natura che li circonda. Il romanzo, dunque, al principio ci introduce a una situazione che potenzialmente è idilliaca. C’è la guerra, è vero, ma, isolati dal conflitto, ci sono dei bambini circondati dalla natura amica; loro possono dimostrare al mondo “civile” e tecnologico che sta distruggendo se stesso, al mondo degli adulti, che un’altra realtà è possibile, che l’uomo nasce buono, non corrotto, che la natura è madre e non matrigna, e che ogni devianza è figlia dell’educazione, del vivere sociale, del progresso (è ancora Rousseau che parla; è l’ingenuo eppur nobile ottimismo del mito del buon selvaggio che rivendica le proprie ragioni). Continua a leggere L’innocenza perduta su un’isola

La soave irruenza delle parole

Recensione di “La vita davanti a sé” di Romain Gary

Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza Editore

Essere ebrei può significare molte cose. Tra queste, lo sterminio nazista evitato per un soffio, una vecchiaia difficile segnata dalla precarietà e dalle malattie, un corpo sgraziato di quasi un quintale di peso utile solo a procurare affanni, e non ultima una casa al sesto piano di un palazzo malandato e privo d’ascensore. E oltre tutto questo, essere ebrei può significare un agrodolce passato da prostituta e un presente che a quella vita di strada si intreccia così strettamente da trasformare, per coloro che ancora si guadagnano il pane con il sesso mercenario, una donna qualunque in una specie di dono della provvidenza. Essere ebrei, nella periferia parigina dell’immediato secondo dopoguerra, può significare vestire i tragicomici panni di Madame Rosa, la “puttana buona” (ex puttana, in verità) che nella sua casa ospita e mantiene i figli delle colleghe, che a causa del loro lavoro – e soprattutto di quanto stabilito dalla legge, che impedisce a queste persone di prendersi cura della propria prole – non possono tenere con sé i loro bambini. E Madame Rosa, nutrita dall’affetto ingenuo e spavaldo di uno dei suoi figliocci, ricordata con rabbia e amore, disegnata nella disperazione, nelle lacrime e nelle risa, trattenuta in un soffocare di abbracci e in pazzi girotondi di parole, è tra gli indimenticabili protagonisti di un romanzo dolcissimo e terribile, scintillante di pietà e ruvido d’amarezza: La vita davanti a sé, pubblicato da Romain Gary (nome d’arte di Romain Kacev) nel 1975 con lo pseudonimo di Emile Ajar e vincitore, quello stesso anno, del prestigioso Premio Goncourt. Voce narrante del romanzo è Momò (Mohammed in realtà), un ragazzino arabo di dieci anni (che forse però di anni ne ha quattordici) che, gli occhi neri spalancati alla vita che ha davanti a sé, racconta con disarmante sincerità i suoi giorni bagnati di povertà e purezza in compagnia di altri bambini, tutti “figli di puttane” come lui. Continua a leggere La soave irruenza delle parole

La composta perfezione di un arazzo

Recensione di “Il libro dei bambini” di A.S. Byatt

A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Cosa potrebbe succedere se si decidesse di forzare qualcosa che, pur essendo inevitabile, giunge senza preavviso? Quali conseguenze può scatenare una sfida lanciata al destino, al caso, alla vita? Quale misterioso peccato si commette nel momento in cui si decide che la bellezza, che prima o poi dovrà comunque attraversare la strada della nostra esistenza, può essere addomesticata, resa mansueta, e condotta obbediente fino alla porta di casa? È forse tracotanza fabbricare le corde che cattureranno lo spirito errabondo della felicità? E se anche fosse così, se anche si trattasse di smisurato orgoglio, se anelare all’assoluto significasse voler prendere il posto di Dio, non sono forse immagine e somiglianza di Dio le creature umane? Non sono, esse, uno dei suoi innumerevoli specchi? Di una felicità costruita ad arte e attraverso l’arte alimentata, di un sogno ininterrotto e vigile fatto di parole, di racconti, di libri, di invenzioni, di sussulti di menti geniali che con identico ardore hanno spiccato balzi verso il Paradiso e si sono lasciati scivolare nei più cupi e atroci abissi infernali, racconta in un romanzo indimenticabile, per il quale non è esagerato usare l’impegnativo termine di capolavoro, la scrittrice inglese Antonia Susan Byatt, autrice del magnifico e lacerante Il libro dei bambini. Continua a leggere La composta perfezione di un arazzo

Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Il solo, autentico tratto comune

Dr. Seuss, Gli Snicci e altre storie, Giunti
Dr. Seuss, Gli Snicci e altre storie, Giunti

Che cos’è la diversità? Un titolo di merito, qualcosa da esibire orgogliosamente, una patente di unicità da sfoggiare, oppure un fardello, una croce, una vergogna che si vorrebbe in ogni modo nascondere? Quando si può legittimamente gioire per la propria particolare condizione e quando, invece, proprio a causa della situazione in cui ci si trova, tutto ciò che si prova non è che cupa disperazione? A queste domande, non certi semplici, offre una risposta (colma di delicata intelligenza), declinata in forma di invito alla riflessione, Dr. Seuss, uno dei più amati autori per ragazzi, nella sua favola intitolata Gli Snicci e altre storie (in Italia pubblicata da Giunti nella bella traduzione di Anna Sarfatti). La collaudata formula delle opere del grande autore americano – storielle preziose e divertenti narrate in rima baciata – anche in questo caso centra il bersaglio, e Dr. Seuss, attraverso i suoi protagonisti, gli Snicci, curiosi animali identici gli uni agli altri tranne per un piccolo ma tutt’altro che insignificante dettaglio, una stella disegnata sul pancino che fa sì che alcuni (gli Snicci Stellati) vadano fin troppo fieri di questa caratteristica, mentre gli altri (i Comuni, che al posto delle stelle “hanno solo la pelle”) si ritrovino discriminati, squaderna dinanzi ai lettori il concetto stesso di diversità, la sua dimensione filosofica. E quel che emerge dal suo apologo bizzarro e commovente (l’esclusione degli Snicci Comuni dai riti quotidiani della socialità organizzata dai loro fratelli Stellati, l’infelicità dei primi, la sprezzante superiorità esibita dei secondi e questo squilibrato equilibrio spezzato dall’arrivo improvviso di un altro animale, un furbo gorilla inventore di una macchina capace di “risolvere ogni problema”) è che la diversità è forse il nostro solo, autentico, tratto comune. Nel dolce incedere di una prosa leggera ma di grande profondità, Dr. Seuss dapprima descrive le discriminazioni patite dagli uni per opera degli altri (“Gli Snicci Stellati giravano in spiaggia a becchi levati, fiutando e sbuffando: ‘noi siamo GLI SNICCI, quegli altri, i Comuni, sono solo posticci!’”), frutto di un’interpretazione strumentale di ciò che distingue animali appartenenti a una stessa specie (un po’ come la pigmentazione della pelle distingue bianchi, neri e asiatici, tutti membri del medesimo consesso umano), poi, introducendo nella storia un nuovo personaggio, una scimmia astuta, spiega quanto sia facile, per chiunque abbia sufficiente spregiudicatezza, sfruttare a proprio esclusivo vantaggio ogni idea, ogni opinione, ogni convincimento che non sia nato da una puntuale applicazione del pensiero critico ma dipenda esclusivamente da pregiudizi. Silvestro de Favis scimmione, infatti, non capita tra gli Snicci per caso; egli sa della loro divisione, e per risolvere la questione ha portato con sé una macchina di sua invenzione, un apparecchio in grado di disegnare sul pancino degli Snicci Comuni la tanto agognata stella. A questa notizia, ecco gli Snicci Comuni, colmi di nuova speranza, mettersi in fila per il trattamento; non si tratta di un procedimento né doloroso né lungo, basta pagare e in pochi minuti il gioco è fatto. Ma a questo punto sono gli Snicci Stellati a ribellarsi; loro rivendicano una primogenitura che non può passare sotto silenzio; non tutti gli Stellati sono uguali, e questo si deve sapere! Come fare, però, a distinguere gli uni dagli altri, ora che tutti hanno stelle sulle pance? L’idea è ancora una volta della scimmia: dal momento che la sua macchina non solo è in grado di mettere le stelle, ma può anche toglierle, perché gli Snicci Stellati non rinunciano alle loro? Così torneranno a essere diversi dai loro fratelli e tutto sarà di nuovo come sempre. Così, alla prima infornata di Snicci, ecco seguirne una seconda, e poi una terza, che vede i nuovi Stellati chiedere di tornare Comuni, e poi ancora un’altra, con i nuovi Comuni intenzionati a riprendere la stella, e di nuovo un’altra, in un inseguimento senza sosta e senza senso. Finché, rimasti senza più soldi, senza più forze e senza più speranze, gli Snicci rinunciano, e de Favis, ricco e felice, li saluta, ridendo della loro stupidità e pensando che mai quei poveri animali riusciranno a liberarsene, a spezzare le pesanti catene dell’ignoranza. Ma per fortuna degli Snicci, scrive Dr. Seuss, la scimmia si sbagliava; la lezione, seppur a caro prezzo, è stata imparata, “e con gioia vi aggiorno che gli Snicci capirono finalmente un bel giorno, giorno in cui fu deciso che gli Snicci son Snicci, e nessuno è migliore, non han senso i bisticci. Da quel giorno di stelle più nessuno ha parlato e ogni Sniccio è felice che sia o meno stellato”.

Rivolta a lettori di tutte le età, la saggezza lieve e stralunata di Dr. Seuss è un piccolo miracolo, un balsamo per il cuore e la mente, l’ennesimo esempio di quanto la letteratura, in tutte le sue forme, rifletta la nostra vita.

Eccovi l’inizio del libro, che oltre alla storia degli Snicci contiene altri due racconti: nel primo, intitolato Troppi Cicci, si racconta l’esilarante disavventura di una mamma alle prese con un gran numero di figli cui ha avuto la pessima idea di dare lo stesso nome, nel secondo, intitolato Che paura!, si narra di uno stranissimo incontro… Buona lettura a tutti.

Gli Snicci Stellati sulle pance hanno stelle. Gli Snicci Comuni hanno solo la pelle. Non son stelle grandi, ma piccine abbastanza da farti pensare che non hanno importanza. Ma, per queste stelle, gli Snicci Stellati giravano in spiaggia a becchi levati, fiutando e sbuffando: “noi siamo GLI SNICCI, quegli altri, i Comuni, sono solo posticci!”. E se li incontravano, nella passeggiata, andavano oltre senza neanche un’occhiata.

Immortale marionetta

Alberico Motta, Sandro Dossi, Pinocchio, Cliquot
Alberico Motta, Sandro Dossi, Pinocchio, Cliquot

«Erano passati gli anni necessari per far scadere i diritti su Pinocchio: siccome Bianconi era sempre in cerca di nuovi personaggi da stampare per far girare le sue macchine, ci chiedeva sempre se avevamo qualche idea nuova. Un giorno gli abbiamo detto che c’era questo personaggio famosissimo che non costava niente, che si poteva sfruttare senza dover dare niente a nessuno. L’idea era quella di farlo agire ai giorni nostri, e avevamo già un cast di personaggi che si prestavano in maniera magnifica per essere protagonisti di storie. Così è nato il tutto». Sandro Dossi – una delle bandiere dellepoca doro degli albi Bianconi degli anni Sessanta/Ottanta – ci aveva descritto in una nostra intervista linizio di una delle tante testate a fumetti che il vulcanico editore milanese aveva lanciato in edicola in quegli anni. E questa volta il protagonista era uno dei personaggi-simbolo della letteratura italiana e, più ancora, della letteratura per ragazzi di tutti i tempi. Pinocchio ha avuto nei decenni molteplici interpretazioni a fumetti: la novità di questa versione stava nel distaccarsi dal romanzo di Collodi e far vivere al burattino (in realtà una marionetta, ma non è il caso di addentrarci qui in questo aspetto) avventure del tutto nuove. Lo staff di autori Bianconi recuperò molti dei personaggi fondamentali della trama: Geppetto è anche qui il punto di appoggio fondamentale di Pinocchio, la Fata Turchina rimane per lui una sorta di santa protettrice, da invocare nei momenti peggiori (in una delle storie, interviene a salvare il suo pupillo accoltellato a morte!), di quando in quando compaiono anche Mangiafuoco e il signor Colombo, mentre il ruolo dei cattivi resta appannaggio del Gatto e della Volpe, che non mancano mai di indurre in tentazione il maldestro, ingenuo Pinocchio… Le storie invece possiamo pensarle come ipotetiche avventure vissute dal burattino nello spazio mai narrato tra le ultime due pagine del romanzo: Pinocchio infatti non è ancora un bambino vero, ma vive già sereno in casa del suo babbo, va a scuola e si caccia regolarmente nei guai. Sempre guidato dal suo buon cuore, da una grande curiosità e da un desiderio innato di scoprire il mondo. Un’analoga operazione di personalissima attualizzazione, lo stesso staff di Bianconi aveva già fatto con altri eroi classici, quali Braccio di Ferro o Felix the Cat. A differenza di quelli, però, questo nuovo Pinocchio ha mantenuto una sua dimensione favolistica: incontra fate, stregoni, maghi, giganti, principi e principesse, draghi ed entità misteriose, in unepoca che di volta in volta può sembrare la nostra o una specie di Medioevo in miniatura. Tutto questo, affidato alle abili mani di grandissimi artigiani del Fumetto italiano quali Tiberio Colantuoni e Pierluigi Sangalli, Alberico Motta e Sandro Dossi e poi anche Nicola Del Principe, ha dato origine a diverse collane di albi dal successo immediato per i giovanissimi lettori, tra il 1974 e il 1980 (senza contare le successive ristampe in albo). Un successo tale che oggi, a decenni dalla chiusura della Edizioni Bianconi, il pubblico le ricorda ancora molto bene, al punto da dare pieno successo all’iniziativa di crowdfunding lanciato da Cliquot per riportare quel Pinocchio in libreria, in un elegante volume che si concentra sulle storie firmate da Alberico Motta e Sandro Dossi, aggiungendo anche un ricco apparato editoriale firmato da Luca Boschi, Andrea Leggeri e Giuseppe Pollicelli.

Il volume ci permette di rileggere piccoli capolavori dell’epoca: in Il tesoro degli avi, Pinocchio affronta avversità di ogni tipo (a causa del solito tranello di Gatto & Volpe) per restituire al legittimo proprietario una misteriosa eredità; in Una americana a Venezia, il piccolo eroe deve allearsi con il collega Arlecchino per salvare una ricca turista statunitense da banditi che parlano il dialetto della Serenissima; Le bistecche sacre è invece ambientato in India: un clamoroso esempio del terribile politicamente scorretto tipico degli albi Bianconi, che stavolta prende di mira le tradizioni della religione induista! Ma una menzione particolare vogliamo fare per Un mondo migliore e Cinquant’anni dopo: nel primo caso, Pinocchio ha la possibilità di utilizzare la bacchetta magica della Fata Turchina per cambiare il mondo e rendere tutti felici, scoprendo ben presto quanto questo sia difficile; nel secondo, è usando una macchina del tempo che Pinocchio decide di modificare il presente dopo aver visto i guai che potrebbero accadere nel futuro. Storie per bambini e dal tono favolistico, dicevamo, ma evidentemente non tanto da non avere una loro profondità e una possibilità di lettura su più livelli. Così da trovarle attuali ancora oggi, a quarant’anni dalla loro… attualizzazione agli anni Settanta!

(Antonio Marangi).

I problemi sono opposti viandanti

Dr. Seuss, il paese di Solla Sulla, Giunti
Dr. Seuss, il paese di Solla Sulla, Giunti

Come definire esattamente un’esistenza tranquilla? Quando è possibile considerarsi, se non felici, almeno sereni? Quanti guai e quante preoccupazioni ci possiamo attendere nella nostra vita per giudicarla gradevole? E, all’opposto, quante angosce, quanti problemi siamo disposti a tollerare prima di convincerci di essere il bersaglio preferito della malasorte? Verrebbe voglia di rispondere “nessuno”; nessuna angoscia, nessun problema, nessuna preoccupazione, nessun guaio, e di certo questo è ciò che ognuno di noi augura a se stesso: un orizzonte completamente privo di nubi. Ma è davvero possibile che un’eventualità di questo genere si verifichi? Naturalmente no, ma è proprio il paradosso generato da una tale domanda, il cortocircuito scatenato da una così “folle” riflessione (perché un conto è sperare una vita da sogno, un paradiso in terra, tutt’altra questione è aspettarsi questo miracolo!) il fondamento narrativo del delizioso apologo del Dr. Seuss intitolato Il paese di Solla Sulla. Come in tutti i suoi lavori, anche in questa favola preziosa e divertente a colpire è innanzitutto la squisita musicalità della narrazione, l’affascinante semplicità della storia, raccontata in brevi strofe rimate (“Quando ero più giovane, sereno e felice/vivevo in un posto detto Valle di Bice/e niente di niente mi andava mai storto/finché… be’ un giorno che forse ero assorto/tra le margherite dai gambi allungati/guidato dai piedi come me spensierati…”), che in un momento conduce al cuore della vicenda e all’insegnamento che svela. Allo stesso tempo autentico, genuino e (anche se soltanto dal punto di vista squisitamente letterario) strumentale, il candore che anima la favola ci porta a riflettere su quello che è forse il più importante compito evolutivo che ognuno di noi è chiamato ad affrontare e superare: la presa di coscienza critica della sostanziale inevitabilità della sofferenza. Così, nelle innocue vesti di un animale, Dr. Seuss dipinge dapprima la gelosa onnipotenza dell’infanzia, il cieco idillio tra il fanciullo e il mondo che non tollera interruzioni né imperfezioni di sorta (“E mai avendo avuto/altri guai fino a adesso/’Che sia il primo e l’ultimo!’/io dissi a me stesso”) e poi il faticoso percorso di maturazione del protagonista, che al termine di una disgraziata serie di avventure rinuncia a cercare un rifugio che gli assicuri la tanto agognata pace (rappresentato dall’illusorio paese di Solla Sulla, addormentato sulle rive del fiume Trastulla, dove chiunque vi giunga è certo di soffrire assai poco, anzi, “quasi nulla”) e si prepara a fronteggiare la vita, quali che siano le sorprese che gli verranno riservate. Trascinato dalla sorprendente inventiva dell’autore, sedotto dai suoi folgoranti artifici linguistici, conquistato dall’ingenuità del protagonista, il lettore adulto – perché non si è mai abbastanza grandi per leggere con profitto un’opera del Dr. Seuss, è questa è senza alcun dubbio la sua più importante eredità –   ha modo di tornare a riflettere su una lezione che dovrebbe aver da gran tempo imparato e, forse, anche di rivedere giudizi sulla propria situazione espressi con eccessiva severità.

Perché, come ben comprende, al termine delle sue faticose peregrinazioni, il buffo e tenero eroe del Dr. Seuss (e come capiamo, o ricordiamo noi, leggendo le sue avventure) l’alternativa al paese di Solla Sulla, e dunque al soffrir quasi nulla, non è l’ancor più irraggiungibile paese di Bao Baba Ballero (“sulle acque del Fiume Trallero/lì non soffre nessuno. Davvero!”), bensì il ritorno alla Vale di Bice dove tutto è cominciato, dove cioè si è lasciata una volta per tutte l’età dell’oro dell’infanzia e si è diventati “grandi”, o meglio, si è diventati persone, in quella terra felice e infelice, dove, essendo impossibile evitare i guai, non resta che ingegnarsi e trovare, per ognuno di essi, il giusto rimedio: “Avrò sempre dei guai/potrei essere morso/ dal Quaglione Pennuto/se mi addenta del posto/dove sono seduto./Ma ho con me un bel bastone./Da oggi in poi sono pronto./I miei guai si preparino…/io non temo lo scontro”.

Dolcissimo, irresistibilmente spassoso, intelligente, Il paese di Solla Sulla è una piccola, perfetta gemma; una lettura che pur esaurendosi in un battito di ciglia riesce indimenticabile per ciò che è in grado di donare e per il garbo con cui lo offre.

Eccovi, invece dell’incipit, il riassunto della quarta di copertina. La traduzione, per Giunti, è di Anna Sarfatti. Buona lettura.

Ci sono giornate in cui niente pare andare per il verso giusto. Non basta essere prudenti, non basta guardarsi attorno con attenzione, non basta nemmeno stare all’erta. Ecco perché conviene andare nel paese di Solla Sulla, sulle acque del Fiume Trastulla: chi ci va soffre poco, o quasi nulla! Che ne dici di cominciare un’avventura alla ricerca di questo paradiso?

I classici riscoperti

Luigi Ferrini, Martina Mealli, Il Piccolo Principe, Landscape Books
Luigi Ferrini, Martina Mealli, Il Piccolo Principe, Landscape Books

Cosa si intende per fumetto digitale (o webcomic, che dir si voglia)? È un dibattito aperto da anni, almeno da quando i tablet sono divenuti oggetti di uso comune, cui noi di Sbam non ci siamo certamente sottratti. Anzi, l’ultimo numero della nostra rivista digitale lo tratta proprio come tema di cover. Ma dopo tanto discettare, oggi il webcomic è poco più che un mezzo di diffusione alternativo del fumetto tradizionale, un qualcosa che ci permette di leggere le vicende dell’eroe di turno sul video come faremmo sulla carta. Si sono invece un po’ persi per strada quei progetti per rendere le Nuvole Parlanti sempre più interattive, di cui si favoleggiò parecchio all’epoca della nascita dell’iPad. Poi questioni economiche, tecnologiche, ma anche e soprattutto culturali, hanno rallentato drasticamente il fenomeno. Questo lungo preambolo per rendervi subito chiaro perché ha così attirato la nostra attenzione questa piccola realtà editoriale che si è da poco affacciata sugli orizzonti della Nona Arte. Landscape Books ha preso due classici della letteratura, Il Piccolo Principe e – addirittura – l’Odissea, li ha resi a fumetti e ne ha fatto due ebook interattivi rivolti al pubblico più giovane e realizzati secondo gli standard LIA (Libri Italiani Accessibili), tali dunque da essere fruibili anche da chi ha difficoltà sensoriali (dislessici e ipovedenti). Così, sfogliando l’epub, è possibile modificare il testo nei balloon, ingrandendolo, rimpicciolendolo, scegliendo la versione in tutto maiuscolo o in minuscolo, o anche eliminandolo per guardarsi le tavole “pulite”. Ma non solo. Il Piccolo Principe ha infatti anche la possibilità di essere ascoltato anziché letto: avviando la funzione audio, due voci narranti (di attori professionisti) ci leggeranno l’intera storia, dialogando tra loro e creando di fatto una via di mezzo tra un fumetto e un audiolibro. Esperimento molto interessante, pionieristico per certi aspetti, ma che apre nuovi orizzonti (Landscape, guarda caso…) al fumetto digitale e al suo utilizzo in ambiti pedagogici o comunque extra-ludici. La sceneggiatura di Luigi Ferrini segue alla lettera il romanzo originale, mentre i disegni di Martina Mealli sono realizzati in bello stile da “libro di favole”, con colori tenui e gabbia molto regolare, rispettando perfettamente la classica iconografia del personaggio di Antoine De Saint-Exupery. Tutto utile dunque per avvicinare chiunque a quest’opera-simbolo, leggendo un fumetto, ma lasciando egregiamente la sensazione di star leggendo “anche” il romanzo originale.

Alba Carella, Guido Del Duca, Giorgia Marchetti, Odissea, Landscape Books
Alba Carella, Guido Del Duca, Giorgia Marchetti, Odissea, Landscape Books

Niente voci narranti invece per l’Odissea, che pure non manca di una sua originalità: le tavole hanno infatti dei piccoli elementi di animazione, che – per quanto minimali – non potranno non colpire i piccoli lettori. Aspetti tecnici a parte, siamo davanti ad un’opera molto diversa dalla precedente. La trama del poema omerico fa da sfondo a una rivisitazione in chiave umoristica: anche qui leggiamo la “vera” Odissea, ma nella più tradizionale formula della riduzione a fumetti, orchestrata dai testi di Alba Carella e Guido Del Duca. Giorgia Marchetti firma invece i disegni, divertenti, pur se un po’ troppo elettronici e rigidi nelle ombre e nei colori.

I due ebook rappresentano dunque degli esperimenti interessanti e da seguire, da molti diversi punti di vista. Sono disponibili nelle maggiori librerie digitali a € 4,99, formato epub3 fixed layout, compatibili con la maggior parte dei device e leggibili con Adobe Digital Editions 4, Kobo per Android e iBooks.

(Antonio Marangi)

 

Il più straordinario dei sogni possibili

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Newton Compton
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Newton Compton

“Una vena di incoerenza scorre inevitabilmente nella natura stessa del concetto di logica”, scrive Paola Faini nella nota introduttiva ad Alice nel paese delle meraviglie, il capolavoro di Lewis Carroll edito da Newton Compton. Non esiste dunque nulla di universale, una regola riconosciuta, un metro di giudizio accettato e condiviso con il quale misurare la realtà, distinguere quel che è giusto dal suo opposto, separare nettamente la razionalità dalla follia; e così, ecco che ciò che agli occhi di qualcuno (o di molti, o della maggior parte, persino) appare assurdo, possiede invece “una logica ferrea, indiscutibile”. Ma quel che emerge da questo quadro in continuo mutamento, da questo scenario che non offre alcun punto di riferimento, non è, come a prima vista si sarebbe tentati di pensare, un semplicistico e sterile “elogio del caos”, bensì un gioioso, radicale, rivoluzionario ripensamento del nostro “essere nel mondo”. Nel creare un universo fantastico, un “paese delle meraviglie” che è specchio (cioè esatto contrario e nel medesimo tempo riflesso fedele) della nostra quotidianità, Carroll dà vita a uno spassoso, irresistibile “umanesimo filosofico” che liberatorio ruggisce contro la rigidità dei codici etici ed educativi dell’età vittoriana, contrapponendo alla necessità dell’esercizio del controllo (tanto a livello personale quanto nelle delicate dinamiche dei rapporti sociali) la spontanea e innocente autenticità della fanciullezza, quel preziosissimo arcobaleno di emozioni e vissuti non mediati che solo conduce a una maturità consapevole, integra e davvero responsabile. Come scrive ancora Faini: “[…] l’Alice della storia, benché cronologicamente e culturalmente inserita nel mondo vittoriano […] affronta da sola nuove e insolite esperienze. Sceglie e decide, accetta o contesta, ribadisce la propria volontà, e non cede se non quando lo ritiene necessario. Estraniata e lontana da quell’universo adulto che finora è stato il suo scudo protettivo, che le ha impedito tuttavia scelte proprie, ella scopre in sé un piglio via via più ardito, che nasce dalla consapevolezza di una conquistata interiorità”. Nelle bizzarrie che contraddistinguono (in quanto norma) la strana terra in cui finisce – popolata di animali parlanti, dove è possibile litigare con il tempo e ritrovarsi, per una sua ripicca, confinati sempre a una stessa ora, nel quale a spadroneggiare è un’irascibile carta da gioco, la Regina di Cuori, il cui unico interesse sembra essere quello di far decapitare chiunque la contraddica o semplicemente finisca con l’annoiarla, e nelle cui scuole si insegnano materie come Boria antica e moderna, Ondografia, Catino e Spreco in luogo di Latino e Greco, ci si esercita a Reggere e Stridere anziché Leggere e Scrivere e si studia matematica dedicandosi alle operazioni di Ambizione, Distrazione, Bruttificazione e Derisione – Alice vive un sogno, anzi il più straordinario dei sogni possibili, e insieme impara a conoscere se stessa, ad assumere la sua identità, a pensare, decidere, agire e soprattutto accettare le responsabilità derivanti da tutto ciò.

Alle prese con la logica rovesciata (ma stringente, proprio in quanto logica) dello specchio, la giovanissima protagonista di questo romanzo meraviglioso, delicato e irresistibilmente divertente si misura con acrobazie verbali capaci di mettere a dura prova maestri dell’oratoria, dotti linguisti e inflessibili professori di grammatica, rincorre il senso perduto di poesie e filastrocche talmente mutate rispetto a com’erano nei suoi ricordi di bimba e scolara da esserle diventate completamente estranee – “Non ricordo più le cose come prima”, si lamenta in uno dei primi dialoghi del libro, mentre chiacchiera con un bruco dal pessimo carattere – sperimenta, in questo labirinto semantico disseminato d’arguzie e doppi giochi, il rapporto diretto che lega parole e cose; e queste sue peripezie, che l’autore intreccia danzando con leggerezza e inimitabile maestria sul significato di ogni termine, distorcendo a bella posta il senso letterale di singole frasi e interi periodi, reiventando le regole stesse del racconto, scardinandone la cronologia e ridisegnando i concetti di spazio e tempo, diventano un fiabesco romanzo di formazione, una storia indimenticabile che vive nella perfetta eternità della fantasia creatrice. Così Alice, “eterna bambina, continuerà per sempre a rincorrere le sue avventure […] non dovrà passare e sfiorire, come tutte le cose umane, ricevendo il dono più grande, quello della memoria, finché la parola scritta vivrà”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Le splendide illustrazioni sono di sir John Tenniel. Buona lettura.

Alice cominciava a non poterne più di starsene seduta accanto alla sorella, sulla riva del fiume, senza far niente: un paio di volte aveva dato un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano figure né storielle, “e a che serve un libro”, pensò Alice, “se non ha figure né storielle?”. Cominciò allora a considerare tra sé (per quanto era possibile, perché la giornata molto calda la faceva sentire assonnata, intontita) se valesse la pena alzarsi e raccogliere un po’ di margherite, tanto per il piacere di intrecciare una coroncina. Quand’ecco che improvvisamente le passò accanto di corsa un Coniglio Bianco con gli occhi rosa.