Fu guerra civile

Recensione di “La bella Resistenza” di Biagio Goldstein Bolocan

Biagio Goldstein Bolocan, La bella Resistenza, Feltrinelli

“Nella memoria e nella retorica di chi la Resistenza l’ha combattuta davvero, di chi ha visto cadere i propri compagni di lotta, la guerra del 1943-1945 è stata una guerra di liberazione nazionale contro l’invasore tedesco e il suo complice fascista, traditore della patria; è stata il sacrificio di un intero popolo che lavava l’onta e la vergogna della dittatura, combattendo a fianco degli Alleati la lotta finale contro la barbarie nazifascista. Per molti anni, i fascisti repubblichini che hanno combattuto a fianco della Germania nazista, e ancor più chi tra il 1944 e il 1945 ha indossato la divisa tedesca, sono stati considerati come traditori dell’Italia, rinnegati, indegni del nome di italiani. Ma c’è un problema aperto che ci impedisce di scrivere la parola ‘fine’ a questa storia. Coloro che combatterono dalla parte dei nazisti e dei fascisti, senza rinnegare Mussolini e anzi schierandosi al fianco di Hitler, non erano esseri alieni. Erano anch’essi italiani, al pari di quelli che presero la via della montagna e animarono la Resistenza. In questo senso, la guerra combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945 è stata innegabilmente anche una guerra civile, cioè combattuta tra uomini e donne appartenenti alla stessa comunità nazionale. Per tanto tempo questa semplice verità è stata taciuta o negata. Per tutti coloro che si riconoscevano nella Repubblica democratica nata dalla resistenza ammettere che la guerra di liberazione fu una guerra civile significava correre un grande rischio: accordare dignità e onore ai nemici, mettendo sullo stesso piano morale e politico chi aveva combattuto per la libertà e la democrazia e chi aveva difeso la dittatura, l’antisemitismo e lo sterminio di sei milioni di ebrei, oltre a centinaia di migliaia di rom, testimoni di Geova, omosessuali e avversari politici. Una preoccupazione comprensibile. Molti fascisti, infatti, teorizzavano che il loro unico torto fosse stato quello di aver perso: se avessero vinto […] sarebbero stati loro gli eroi, gli ‘italiani’ veri, e i partigiani sarebbero stati i banditi e i traditori della patria […]. Anche per me è stato difficile accettare l’idea che la guerra di liberazione nazionale sia stata una guerra civile: così facendo, infatti, mi sembrava di concedere l’‘onore delle armi’ a dei criminali che avevano ucciso il nonno e lo zio di mio padre, che avevano emanato leggi orribili contro gli ebrei, costringendo mio padre e le sue sorelle ad abbandonare la scuola perché ritenuti inferiori […]. Nonostante la rabbia e il fastidio, alla fine, però, ho dovuto riconoscere alcuni principi molto semplici: la verità è un valore in sé; solo dalla verità nasce la consapevolezza; non bisogna aver paura delle parole, né della verità che esse esprimono. Io non ho più paura delle parole: quella combattuta tra il 1943 e il 1945 è stata una guerra civile che ha opposto italiani a italiani. Alcuni hanno vinto, altri hanno perso”. Così scrive, quasi al termine del suo libro, Biagio Goldstein Bolocan, autore di La bella Resistenza – L’antifascismo raccontato ai ragazzi (Feltrinelli), prendendo coraggiosamente posizione in merito a una questione di storia patria ancora aperta (e per molti versi sanguinante). Dopo aver narrato la dolorosa storia della propria famiglia, che subì le conseguenze delle leggi razziali; dopo aver sovrapposto, in capitoli alterni, le drammatiche vicende delle persone a lui più care a quadri di storia, riepilogando per sommi capi l’avvento del fascismo in Italia, la presa del potere da parte di Hitler in Germania, lo scoppio del secondo conflitto mondiale e la vittoria finale degli Alleati al termine di cinque terribili anni di conflitto, Bolocan si schiera; il suo “antifascismo raccontato ai ragazzi” diventa così, da agile volume di divulgazione – punto di partenza per più che necessari approfondimenti – trasparente assunzione di responsabilità; nel vestire i panni dello storico prima di quelli dello scrittore egli si preoccupa di chiarire i termini della questione che intende affrontare, di non lasciare spazio agli equivoci.
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Imperfetti giganti

Recensione di “Colloqui con Marx ed Engels” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Feltrinelli

1853. Descrizione per un mandato di cattura redatta dalla polizia prussiana. “Descrizione di Karl Marx. Età: 35 anni. Statura: 5 piedi e 10-11 pollici, secondo le misure di Hannover. Corporatura: tarchiata. Capelli: neri, ricciuti. Fronte: ovale. Sopracciglia: nere. Occhi: castani scuri, un po’ miopi. Naso: grosso. Bocca: media. Barba: nera. Mento: rotondo. Volto: abbastanza rotondo. Colorito: sano. Parla tedesco con accento renano, e francese. Segni particolari: a) nel modo di parlare e nei gesti ricorda qualcosa della sua origine ebraica; b) è astuto, freddo e deciso”. Questo non è che uno degli innumerevoli ritratti di Karl Marx che compongono i Colloqui con Marx ed Engels di Hans Magnus Enzensberger, un libro unico, che senza essere romanzo, saggio, studio, testimonianza, biografia, riesce a comprendere tutte queste forme narrative e dar vita a un nuovo modo di narrare; l’opera infatti è una sorta di montaggio che lo stesso autore, uno dei più importanti e significativi del nostro tempo, così definisce, sottolineando che il sistema da lui scelto non è certo qualcosa di originale, ma che pure, in questo caso, qualcosa di diverso rispetto al passato c’è. “Il montaggio”, scrive Enzensberger, “è considerato una tecnica della letteratura di avanguardia del Novecento. È un pregiudizio: sin dal secolo precedente eruditi tedeschi non certo in vena di modernità utilizzarono questa tecnica, senza pensare affatto, naturalmente, alle implicazioni teorico-letterarie del loro modo di lavorare. Essi si limitarono a raccogliere tutte le testimonianze reperibili sugli ‘eroi’ della cultura borghese e a ‘montarle’ in monumentali ritratti. Il primo di essi è costituito dai dieci volumi dei Colloqui con Goethe pubblicati dal 1889 al 1896 dal barone von Biedermann. I principi della completezza e della successione cronologica condussero però a un risultato inconciliabile con il tradizionale ‘trattamento’ riservato ai classici: la canonizzazione. Presentare le testimonianze dei contemporanei senza operare alcuna scelta censoria né tacere giudizi negativi o addirittura diffamatori significava infatti illuminare l’esistenza del personaggio in tutta la sua contraddittorietà […]. Il titolo di questo libro si riallaccia volutamente a questa tradizione ma in esso la parola ‘colloqui’ va intesa in senso fortemente estensivo. Sono state accolte testimonianze dei tipi più diversi. Tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato un traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali. Sono state accolte solo testimonianze nate da una conoscenza diretta di Marx ed Engels”. 
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Lo sterminio a processo

Recensione di “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli

1961. Adolf Eichmann, burocrate nazista “esperto” di questioni ebraiche e attivamente coinvolto nell’organizzazione delle operazioni di sterminio degli ebrei, viene processato a Gerusalemme. Era stato catturato in Argentina quasi un anno prima da un gruppo di agenti segreti israeliani. Queste le accuse a suo carico: aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale. Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca di origini ebraiche, segue tutte le udienze in qualità di corrispondente del New Yorker e dai suoi resoconti nasce un saggio, La banalità del male. Per il giovanissimo Stato di Israele, sorto dallo sterminio degli ebrei, dall’incubo feroce della Shoah, e per il Primo Ministro David Ben Gurion, Eichmann alla sbarra è un simbolo e un pericolo. Simbolo della resistenza del popolo ebraico, falcidiato ma non annientato dalla chirurgica volontà di distruzione del regime hitleriano, e pericolo di scivolare in quel cono d’ombra dove tutte le differenze si annullano, dove vittime e carnefici sono indistinguibili, dove la giustizia si fa vendetta e la vendetta diviene la sola forma possibile di giustizia (o peggio, la più efficace).
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L’età oscura

Recensione di “La festa del Caprone” di Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa, La festa del Caprone, Einaudi

Dove ogni cosa appartiene a Rafael Leónidas Trujillo le persone non fanno eccezione. Non possono farla. Dove la vita politica si riassume in una dittatura feroce, in un capo osannato, idolatrato ma soprattutto temuto, il cui potere di vita e morte sui sudditi-cittadini tutti è paragonabile a quello di una capricciosa divinità, non può esserci spazio per lotte politiche, battaglie istituzionali. Dove impera un tiranno non può esistere altro che il respiro clandestino della ribellione. Una ribellione che cova silente per tre decenni e infine esplode in un attentato pianificato nei minimi dettagli; in un inseguimento lungo la strada che dalla capitale – Santo Domingo, ribattezzata, in onore del signore assoluto dell’isola, in Ciudad Trujillo – porta alla casa di piacere più amata dal leader, quella dove lo attendono le donne che egli ha scelto e che dovranno regalargli ore di divertimento e di riposo facendogli dimenticare ogni preoccupazione, ogni amarezza; in un affiancamento a folle velocità dell’auto presidenziale e infine nell’azione di un gruppo di fuoco scelto, incaricato di crivellare di colpi la macchina di Trujillo e di giustiziare tutti i suoi occupanti, a partire dall’odiato despota. È il 1961, il trentunesimo anno dell’Era. Il trentunesimo e ultimo. Prende le mosse da qui, da questa pagina di storia La festa del Caprone dello scrittore Premio Nobel Mario Vargas Llosa, che nel narrare la tragica parentesi vissuta dalla Repubblica Domenicana, ostaggio di un regime fondato su un anticomunismo febbrile e allucinato e su un culto della personalità ancor più folle ed estremo, nutrito di violenza e persecuzione, mescola alla realtà del passato ricostruito in pagine densissime un presente inventato cui spetta l’onore di dare un giudizio morale, etico sull’uomo Trujillo, sul capo di Stato Trujillo, sulle sue azioni e su quelle di tutti coloro che l’hanno seguito e quelle azioni hanno avallato, favorito, promosso (o semplicemente non ostacolato).
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A Galaad

Recensione di “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Tea

Si racconta di un metodo sottile e brutale di tortura inflitto ai prigionieri di guerra: la distruzione dei documenti d’identità. Nulla, a prima vista, che abbia a che fare con il concetto a tutti noto di violenza, di brutalità, la cui connotazione è squisitamente fisica, legata a filo doppio a forme di dolore percepibili dai sensi, eppure, malgrado ciò, un’azione dalle conseguenze terribili; un gesto semplice, quello di strappare un foglio di carta, un documento, che ha il potere di distruggere una persona, di degradarla a uno stato che non ha più nulla di umano, di derubarla, una volta per sempre, di ciò che la caratterizza, la distingue da tutti gli altri. Ed è esattamente in questo stato di sudditanza, di più, di annullamento, che si presenta a noi Difred, protagonista e voce narrante del celebre romanzo distopico di Margaret Atwood intitolato Il racconto dell’ancella. Difred, letteralmente colei che appartiene a un uomo chiamato Fred, è una donna, o meglio un’ancella, o più precisamente ancora un corpo, una porzione di corpo a disposizione dei rappresentanti delle più alte sfere della gerarchia al potere (siamo in America, in un futuro non meglio precisato, all’indomani di guerre devastanti che hanno rivoluzionato la geopolitica del Paese, in uno stato ferocemente teocratico chiamato Repubblica di Galaad retto dai militari e sottoposto agli ossessivi controlli della polizia segreta, custode di una rigidissima moralità sessuale) affinché venga utilizzata, nel corso di cerimonie definite in ogni dettaglio, per donare figli a famiglie colpite da una sterilità diffusa. Sottratta a se stessa, Difred lotta e resiste per non perdersi, per non soccombere, fingendo ossequio al nuovo ordine, annullandosi come prevede ciò che le è stato insegnato (attraverso il lavaggio del cervello, la propaganda, l’ossessiva ripetizione di slogan e parole d’ordine, la costrizione fisica), immergendosi fino in fondo nel ruolo di ancella e nello stesso tempo ribellandosi a tutto questo attraverso la forza del ricordo, trattenendo frammenti della sua vita passata, della sua vita di prima, quando lei, donna tra altre donne, aveva un marito, una figlia, un’esistenza da rivendicare. Di questi suoi anni, intervallati dalla ricostruzione di come tutto sia finito, di come l’incubo abbia dapprima preso piede e infine trionfato, trasformando l’oggi in un eterno presente fatto di nulla (alle ancelle è proibita qualsiasi attività a esclusione della spesa settimanale, compito da svolgere obbligatoriamente in compagnia di un’altra ancella, con la quale non è possibile conversare in libertà) e infine persino di come esista e combatta un movimento clandestino di ribellione a Galaad, Difred racconta con accenti di commossa lucidità.
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La lingua del mare

Recensione di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo

Stefano DìArrigo, Horcynus Orca, Rizzoli

“A sentire Alberto Savinio, «uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru, che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radica Mar, morire». Ebbene, ambientato in un piccolo paese della riva siciliana dello Stretto di Messina, Horcynus Orca è un romanzo di morte e di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dalla guerra […]. Epica e religione? Epica sì: c’è ogni genere di letteratura in Horcynus Orca (dalla favola alla satira menippea, dal teatro alla narrativa lirica, la comicità e la tragedia, o i linguaggi bassi che ravvivano il sublime della popolare Opera dei Pupi). In quanto alla religione, c’è soprattutto quella laica dell’arte. Oppure quella pagana dei poveri pescatori che chiedono a ogni dio del mare di mandare molti pescispada e di tener lontani i delfini, o fere. Così li chiamano loro, che ci combattono quotidianamente come gli eroi di Ariosto in guerra con gli infedeli […]. L’opera di Stefano D’Arrigo, se per allegoria è il romanzo della fine del mondo, nella realtà racconta la fine del mondo in cui da millenni si sono avvicendati sullo Stretto di Messina i pescatori. Privi di scrittura, con parole povere quanto il loro cibo (il pescespada lo pescano ma non lo mangiano quasi mai, troppo lusso, troppo caro), essi comunicano anche ciò che il dialetto calabro-siculo non sa dire con precisione e che il narratore non può né intende dire naturalisticamente […]. Questo romanzo parla sempre di quanto vedi (il suo realismo, il suo nuovo realismo) e di quanto stravedi (il suo simbolismo, il suo ermetismo, il suo neoespressionismo). O più precisamente, il dato naturale è insieme metaforico: quanto può esserlo un tratto di mare stretto fra due sponde che, riempiendosi di corpi esanimi di marinai morti in guerra, può sembrare un fiume come l’Acheronte […]. Il romanzo di D’Arrigo possiede la solidità di chi racconta fatti veri, il funambolismo linguistico di chi fa acrobazie ignaro di quando e dove toccherà terra, la fantasia di un visionario che allunga le mani su un sogno che crede realtà […]. Romanzo globale, Horcynus Orca contiene ogni modo di narrare e di descrivere, di dialogare e di farsi musica. C’è la figuratività che dà rilievo ai personaggi e c’è il materico nel quale insegui quello di cui ignori il volto e il senso. C’è la comicità nei suoi vari gradi…. E ci si può commuovere più per la morte di due delfini che non per quella degli uomini […]. Ogni giorno ci sarà la fine del mondo e ogni giorno dovremo trovare il linguaggio nuovo in virtù del quale ottenere il rinvio della condanna. Horcynus Orca in affetti ha un linguaggio inaudito. Può anche sembrare talvolta sterile, autoreferenziale, manieristico ma, visto dal mare di D’Arrigo, ora il mondo è diverso. Il Sud? Non solo: questo romanzo dà nuova luce e musica a tutti i punti cardinali”.
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Un’odissea oltre l’Olocausto

Recensione di “Il pane del ritorno” di Franca Cancogni

Franca Cancogni, Il pane del ritorno, Bompiani

Per chi nasce ebreo è perversa fortuna avere un’unica misura della sofferenza. Per chi è figlio d’Israele alla sommità, così come alla base del proprio dolore, della propria deriva esistenziale, sembra non esserci altro che l’inumano sterminio della Shoah, l’Olocausto, il genocidio nazista. Per coloro che discendono da Abramo non pare possibile immaginare altra strada percorribile oltre quella che ha condotto milioni di persone ai cancelli dei campi di sterminio. Un’unica misura, dunque. Una fortuna. O meglio, la maschera ignobile che indossa la tragedia quando in un mondo alla rovescia nel quale nulla è come dovrebbe essere perfino la peggiore delle sorti è qualcosa, una carta da giocare, in confronto al destino toccato a coloro che sono stati annientati. Ma non c’è e non può esserci una sola pietra di paragone, né un univoco metro di giudizio dell’umiliazione del torto e della sopraffazione, perché molteplici, molteplici al punto da essere infinite o quasi, sono le forme della persecuzione, e fiammeggiante la fantasia degli aguzzini, e creativa in modo quasi artistico la loro propensione alla ferocia, alla bestialità. Così, chi nasce ebreo, chi ha Israele nel sangue, può avere conosciuto l’atrocità del nazismo solo attraverso i libri e le testimonianze indirette, può avere saputo solo a cose fatte dei milioni di assassinati, e nonostante ciò raccontare con piena legittimità un’altra Odissea, narrare di altre angosce, disperarsi per altre morti, ricordare con rabbia impotente o amaro rimpianto separazioni forzate e miserie d’incubo, riassaporare nell’umido calore di lacrime silenziose brevi parentesi di felicità, improvvisi squarci di luce nella tenebra quasi uniforme di un’ostilità che non conosce riposo. Ed è esattamente questa la storia che racconta Franca Cancogni, sceneggiatrice e traduttrice, nel suo bellissimo e straziante romanzo d’esordio intitolato Il pane del ritorno (Bompiani), l’estenuante battaglia per la vita di una ragazza ebrea adottata poco più che bambina (assieme alla sorella) da un ricco mercante uzbeko e poi costretta dalla storia e dai suoi rivolgimenti a lasciarsi tutto alle spalle e ad andare profuga in Iran, Afghanistan e India prima di raggiungere la Palestina, terra contesa e tormentata, dove ad attendere la sua famiglia nel frattempo costituitasi tra mille difficoltà e patimenti, sono ancora una volta guerra, odio, inimicizia. Continua a leggere Un’odissea oltre l’Olocausto

Lo straccivendolo e il Quarto Reich fantasma

Recensione di “La scomparsa di Josef Mengele” di Olivier Guez

Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele, Neri Pozza

Una salvezza ottenuta nell’anonimato, anzi peggio, un naufragio evitato grazie a una menzogna, all’umiliazione di una falsa identità, alla vergogna di un passato inventato al solo fine di coprire trascorsi reali, anni vissuti nella gloria, nell’ebrezza di un’onnipotenza quasi divina, nella realizzazione di un destino grandioso: essere il padre di una nuova razza, la razza perfetta dei dominatori del mondo. È l’estate del 1949, e quel che resta dell’ingegnere genetico Josef Mengele, giunto assieme a migliaia d’altri reietti in Argentina dopo il collasso del regime hitleriano, è un documento della Croce Rossa Internazionale a nome di Helmut Gregor. Comincia così, con i sogni infranti di un uomo che forse più di qualsiasi altro (se si esclude il führer Adolf Hitler) ha incarnato il delirio genocida del Terzo Reich, La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez (in Italia pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Margherita Botto), romanzo che supera i confini della semplice biografia per calarsi, più che nel mistero di una fuga, in una sorta di resoconto politico, nella fotografia di un “mondo alla rovescia” che il secondo conflitto ha forse irrimediabilmente distrutto, minato nelle fondamenta, consumato nello stesso modo in cui un cancro consuma un corpo. In questo quadro, Guez, pur senza quasi mai spostare il fuoco della sua attenzione dal singolo cui l’opera è intitolata, riduce Mengele a nient’altro che un’insignificante pedina di un gioco ben più grande, un gioco che l’Argentina peronista si illude di poter condurre. Continua a leggere Lo straccivendolo e il Quarto Reich fantasma

… a conoscere il ghiaccio

Recensione di “I racconti di Kolyma” di Varlam Salamov

Varlam Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi

Kolyma, Siberia. Una terra spoglia, coperta dai ghiacci per undici mesi l’anno, dove la temperatura arriva a toccare anche i sessanta gradi sotto zero e lo sputo gela in aria. È qui che negli anni più bui dello stalinismo vengono deportate decine di migliaia di persone, chiuse in campi di lavoro che in nulla differiscono dai lager nazisti e sfruttate in ogni modo possibile per disboscare, costruire strade, estrarre minerali (oro soprattutto) dai giacimenti. In questo scenario di orrore e di morte finisce anche Varlan Salamov. È il 1937; lo scrittore ha trent’anni e deve scontare una condanna per “attività controrivoluzionaria trockista”. Alla Kolyma Salamov rimarrà fino al 1953; riuscirà a sopravvivere, e soprattutto a non smarrire la propria umanità, cosa che in quella propaggine d’inferno fatta di nebbia gelida, cibo scarso, lavoro massacrante e violenza fisica e psicologica continua, equivale a un miracolo. È grazie a questo miracolo che sono nati I racconti di Kolyma, viaggio allucinante in quell’abisso di depravazione e atrocità che l’uomo, se messo nelle condizioni di farlo, è perfettamente in grado di concepire, realizzare e infliggere al suo prossimo. Continua a leggere … a conoscere il ghiaccio

Il piatto del potere

Recensione di “Il Paese dell’alcol” di Mo Yan

Mo Yan, Il Paese dell’alcol, Einaudi

“Cari studenti, non so se avete riflettuto sul fatto che a seguito del rapido sviluppo indotto dalle quattro modernizzazioni e del continuo aumento del tenore di vita della popolazione non si mangia più semplicemente per nutrirsi: il cibo è diventato un piacere estetico. Perciò, la cucina non è più una semplice tecnica, ma una vera e propria arte. Un capocuoco deve avere gesti più precisi e abili di un chirurgo, deve possedere un senso del colore superiore a quello di un pittore, un odorato più fino di quello di un cane poliziotto e una lingua più sensibile di quella di un serpente. Il cuoco è la sintesi di tante discipline. Contemporaneamente, il palato dei buongustai si fa sempre più raffinato, hanno gusti sofisticati, apprezzano le novità e detestano le cose vecchie, sono estremamente volubili: insomma è sempre più difficile soddisfarli. Dobbiamo quindi fare grandi sforzi per inventare cose nuove che siano all’altezza delle loro esigenze. E questo è essenziale non solo per la prosperità e la gloria della municipalità di Jiuguo, ma anche per il successo personale di ciascuno di voi. Prima di passare alla lezione di oggi voglio presentarvi una pietanza particolarmente prelibata”. La sostenuta eleganza del discorso accademico bagnata in un’ironia sottile e feroce; questi gli “espedienti letterari” indiretti per mezzo dei quali Mo Yan, uno dei massimi scrittori viventi, affronta nel suo romanzo intitolato Il Paese dell’alcol l’atroce tabù del cannibalismo, la più folle, assoluta perversione di tutto ciò che più dirsi umano, e che tra queste pagine raggiunge il suo livello più alto e tragico, perché ciò che viene servito ai potenti e alle persone più eminenti che si accomodano ai tavoli dei migliori ristoranti di Jiuguo, territorio divenuto ricco grazie alla distillazione di numerosissimi liquori, non è semplicemente carne umana, ma carne di bambino. Continua a leggere Il piatto del potere