… a conoscere il ghiaccio

Recensione di “I racconti di Kolyma” di Varlam Salamov

Varlam Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi

Kolyma, Siberia. Una terra spoglia, coperta dai ghiacci per undici mesi l’anno, dove la temperatura arriva a toccare anche i sessanta gradi sotto zero e lo sputo gela in aria. È qui che negli anni più bui dello stalinismo vengono deportate decine di migliaia di persone, chiuse in campi di lavoro che in nulla differiscono dai lager nazisti e sfruttate in ogni modo possibile per disboscare, costruire strade, estrarre minerali (oro soprattutto) dai giacimenti. In questo scenario di orrore e di morte finisce anche Varlan Salamov. È il 1937; lo scrittore ha trent’anni e deve scontare una condanna per “attività controrivoluzionaria trockista”. Alla Kolyma Salamov rimarrà fino al 1953; riuscirà a sopravvivere, e soprattutto a non smarrire la propria umanità, cosa che in quella propaggine d’inferno fatta di nebbia gelida, cibo scarso, lavoro massacrante e violenza fisica e psicologica continua, equivale a un miracolo. È grazie a questo miracolo che sono nati I racconti di Kolyma, viaggio allucinante in quell’abisso di depravazione e atrocità che l’uomo, se messo nelle condizioni di farlo, è perfettamente in grado di concepire, realizzare e infliggere al suo prossimo. Continua a leggere … a conoscere il ghiaccio

Il piatto del potere

Recensione di “Il Paese dell’alcol” di Mo Yan

Mo Yan, Il Paese dell’alcol, Einaudi

“Cari studenti, non so se avete riflettuto sul fatto che a seguito del rapido sviluppo indotto dalle quattro modernizzazioni e del continuo aumento del tenore di vita della popolazione non si mangia più semplicemente per nutrirsi: il cibo è diventato un piacere estetico. Perciò, la cucina non è più una semplice tecnica, ma una vera e propria arte. Un capocuoco deve avere gesti più precisi e abili di un chirurgo, deve possedere un senso del colore superiore a quello di un pittore, un odorato più fino di quello di un cane poliziotto e una lingua più sensibile di quella di un serpente. Il cuoco è la sintesi di tante discipline. Contemporaneamente, il palato dei buongustai si fa sempre più raffinato, hanno gusti sofisticati, apprezzano le novità e detestano le cose vecchie, sono estremamente volubili: insomma è sempre più difficile soddisfarli. Dobbiamo quindi fare grandi sforzi per inventare cose nuove che siano all’altezza delle loro esigenze. E questo è essenziale non solo per la prosperità e la gloria della municipalità di Jiuguo, ma anche per il successo personale di ciascuno di voi. Prima di passare alla lezione di oggi voglio presentarvi una pietanza particolarmente prelibata”. La sostenuta eleganza del discorso accademico bagnata in un’ironia sottile e feroce; questi gli “espedienti letterari” indiretti per mezzo dei quali Mo Yan, uno dei massimi scrittori viventi, affronta nel suo romanzo intitolato Il Paese dell’alcol l’atroce tabù del cannibalismo, la più folle, assoluta perversione di tutto ciò che più dirsi umano, e che tra queste pagine raggiunge il suo livello più alto e tragico, perché ciò che viene servito ai potenti e alle persone più eminenti che si accomodano ai tavoli dei migliori ristoranti di Jiuguo, territorio divenuto ricco grazie alla distillazione di numerosissimi liquori, non è semplicemente carne umana, ma carne di bambino. Continua a leggere Il piatto del potere

I foruncoli e le mammelle del merito

Recensione di “Una bellezza russa” di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov, Una bellezza russa, Adelphi

È la desolazione dell’uomo solo, privato della patria, derubato dell’odore della terra che lo ha visto nascere, dell’infinità del cielo sul quale ha spalancato gli occhi, della povertà delle case che lo hanno protetto, degli inconfondibili suoni da cui è stato cullato e che poco alla volta, giorno dopo giorno, sono divenuti la voce che egli ha donato al mondo, con la quale ha cercato di conoscerlo, provato a comprenderlo. È la tragedia di una solitudine per la quale non esiste rimedio; è lo scandalo di un abbandono assoluto, che puzza di morte, il cui vuoto incolmabile è quello di immensi campi bruciati, resi sterili dalla violenza feroce del fuoco; è il pianto liberato dinanzi a una bara aperta, quel colmare gli occhi di lacrime che non conosce comunanza e si chiude a ogni possibile comprensione; è il fallimento dell’amore come rimedio al dolore, il suo naufragio, specchio di quello esistenziale di chi sa che non potrà più rivedere il proprio Paese. Tutto questo è il filo rosso che unisce tra loro i racconti di Vladimir Nabokov pubblicati nella raccolta intitolata Una bellezza russa (in Italia edita da Adelphi nelle traduzioni di Dmitri Nabokov, Franca Pece, Anna Raffetto e Ugo Tessitore), un insieme di storie che del grande romanziere russo naturalizzato statunitense offre un profilo inedito. Quel che di questo magnifico scrittore ci hanno detto i romanzi, infatti – la sua ineguagliabile raffinatezza narrativa, la radicalità dei temi toccati, sfumata dalla perfezione della prosa ma in nulla depotenziata nella sua essenza, la filosofica circolarità dell’umorismo, tanto venato d’amarezza quanto vestito dei colori sgargianti della deformazione grottesca, via maestra per indicare il vero – qui è in buona misura messo da parte; in queste pagine a prevalere è un tono quasi dimesso, un grigiore uniforme, che è tanto nelle cose quanto nei personaggi, tanto nelle ambientazioni quanto negli interiori paesaggi dei protagonisti. Continua a leggere I foruncoli e le mammelle del merito

2 marzo 1953

Recensione di “La morte di Stalin” di Fabien Nury e Thierry Robin

Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics
Fabien Nury, Thierry Robin, La morte di Stalin, Mondadori Comics

Abbiamo di recente parlato dell’opera di Li Kunwu dedicata a Mao Zedong, della cui epoca l’autore stesso fu testimone oculare. Non è la stessa cosa per Fabien Nury e Thiery Robin, ma ciò non ha loro impedito di realizzare questa cronistoria a fumetti delle ore immediatamente precedenti e successive alla morte di Stalin, l’altro grande dittatore comunista del Novecento, che anzi di Mao fu ispiratore e modello. I due autori francesi (grande sceneggiatore il primo, già premiato ad Angouleme, disegnatore di successo il secondo) prendono le mosse dalla notte del 2 marzo 1953, quando Stalin fu colpito da ictus: venne soccorso in ritardo, perché nessuno volle prendersi la responsabilità di chiamare un medico senza l’avallo del Comitato del Partito. Continua a leggere 2 marzo 1953

Chi nasce e muore popolo

Recensione di “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini

Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori
Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori

La storia sfiora e insieme sommerge una via oscura e lercia di Firenze; qui è ovunque il lezzo di miseria, ogni respiro è fatica, e ogni notte il greve sonno dei vinti è una resa allo sfinimento dei corpi provati dal lavoro quotidiano. Qui, tra le case addossate le une alle altre, l’aria è pesante e immobile d’estate e un gelido schiaffo d’inverno; qui le stagioni, come qualsiasi altra cosa del resto, sono peccati da scontare. Eppure qui la vita esplode in variopinti fuochi d’artificio di gioia e sofferenza, si accende nelle schermaglie amorose dei giovani e si fortifica nella lealtà delle coppie di più lunga data; divampa nelle invidie per le altrui fortune, si consuma, come un’anima dannata, nella curiosità sempre frustrata di tutto conoscere e tutto sapere per subito saziarsi nell’illusoria rivincita della maldicenza spacciata per verità, della menzogna propalata al solo scopo d’offendere, di ferire, di colpire al cuore il proprio bersaglio. La storia sfiora e insieme sommerge la fiorentina via del Corno,  Continua a leggere Chi nasce e muore popolo

Il tempo della rivoluzione

Recensione de “Il tempo del padre” di Li Kunwu e Philippe Ôtié

Li Kunwu, Philippe Ôtié, Una vita cinese - Il tempo del padre, Add Editore
Li Kunwu, Philippe Ôtié, Una vita cinese – Il tempo del padre, Add Editore

Come capita spesso, è difficile dare giudizi precisi ed obiettivi su determinate epoche storiche o su quegli avvenimenti che in un qualsiasi modo riguardino le idee politiche contemporanee. Uno di questi casi è certamente l’epoca della Cina di Mao Zedong. Questa eccellente autobiografia a fumetti, pregevole saggio di graphic journalism, può aiutare: la vita di un cinese cresciuto proprio negli anni del regime di Mao e che ne ha vissuto tutto il percorso e le conseguenze nei decenni successivi, fino ad oggi. Li Kunwu, infatti, è nato nel 1955, pochi anni dopo la presa del potere da parte del Grande Timoniere. Oggi ripensa a tutto il suo vissuto, che è lo stesso di milioni e milioni di cinesi suoi contemporanei, per ricavarne questa pluripremiata opera in tre volumi, con il solo aiuto dello sceneggiatore francese Philippe Ôtié. Continua a leggere Il tempo della rivoluzione

La lingua prigioniera

Recensione de “Il libro di un uomo solo” di Gao Xingjian

Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Rizzoli
Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Rizzoli

Lui è il tempo trascorso e incancellabile del dolore e della menzogna, della delazione continua, della paura incessante, la cui ombra era ovunque, di ciò che andava fatto e detto, effimero, passeggero come un temporale estivo e malgrado ciò ineludibile, ferreo e ultimativo come un comandamento, assoluto come un atto di fede. Lui è un passato di tragedie individuali e collettive di cui è impossibile liberarsi, che non ammette affrancamento, è il divampare di una memoria senza requie, incapace di distinguere presente e passato. Lui è la stagione d’incubo della Rivoluzione Culturale cinese, della catastrofe maoista, dell’umiliazione dell’uomo in nome dell’idea, della dignità violata, della vita spogliata di ogni valore, di ogni senso. Tu è l’uomo di oggi, lo scrittore di successo in apparenza libero da ogni costrizione, l’intellettuale cosmopolita che ha definitivamente voltato le spalle alla propria patria, l’artista che nessuno può più obbligare a distruggere le proprie opere, a gettare nel fuoco qualsiasi traccia di un’indipendenza di pensiero, qualsiasi sospetto di eterodossia; Continua a leggere La lingua prigioniera

La figlia del generale

Recensione de “La figlia” di Clara Usón

Clara Usón, La figlia, Sellerio
Clara Usón, La figlia, Sellerio

Onora il padre e la madre. Sii devoto e leale, sempre, verso coloro che ti hanno dato la vita e che per difenderla sono pronti, in qualsiasi momento, a sacrificare le loro; sii carne, anima e sangue con le loro carni, le loro anime e il loro sangue; sii lo stesso cuore, la medesima sostanza. E continua la loro opera, perpetua il loro ricordo. Sii figlio, nell’identica misura in cui loro sono stati genitori, e così tu sia benedetto. Proprio questo fu, per il suo adorato padre, la giovane Ana Mladic, studentessa brillante, ragazza spensierata e amante della vita, spirito pulito attratto da romantiche fantasticherie, da fanciulleschi sogni di gloria; esattamente questo fu, per suo padre, l’eroe invitto Ratko Mladic, l’infallibile generale Ratko Mladic, il glorioso condottiero dell’esercito della rinata Repubblica Serba Ratko Mladic, la figlia Ana, e lo fu tenacemente, fino al giorno in cui l’illusione coltivata con cura anno dopo anno non finì in frantumi, e il semplice respirare, il meccanico aprire gli occhi su un mondo che d’improvviso era divenuto inferno, non si fece insopportabile. Continua a leggere La figlia del generale

Fummo sconfitti e fummo vincitori

Recensione di “Confesso che ho vissuto” di Pablo Neruda

Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi

“… Tutto quello che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono… Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo rugiada… Inseguo alcune prole… Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… […]. Tutto sta nella parola… tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì […]. Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori… Avanzavano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo… Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi… Dovunque passassero non restava pietra su pietra… Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti… Fummo sconfitti… E fummo vincitori… Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro… Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto… Ci lasciarono le parole”. La parola, la lingua, l’accendersi dei significati, la capacità di cogliere, nella declinazione di un suono, il mutare di un tempo, l’avverarsi di una speranza, l’urgenza di un bisogno; e la gratitudine, la riconoscenza, l’appassionata fedeltà che alla parola, strada maestra lungo la quale un luminoso destino poetico si è compiuto, l’uomo deve; l’amore dichiarato con eterna esuberanza di fanciullo; la sete prepotente, l’incalzante fame di lettere, parole, frasi, di significati e di senso, di quell’orizzonte letterario che è espressione della vita perché di essa è il primo, indispensabile nutrimento. È dunque prima di ogni altra cosa (e non potrebbe essere altrimenti) un omaggio alla lingua, la splendida, commovente autobiografia di Pablo Neruda intitolata Confesso che ho vissuto (in Italia pubblicata da Einaudi nella traduzione di Luca Lamberti e con una bella nota introduttiva di Jaime Riera Rehren); portatrice di luce, messaggera di bellezza e verità e allo stesso tempo strumento principe di lotta, la parola, nelle sue infinite sfaccettature, è essenzialmente speranza e dignità; è il desiderio di riscatto delle masse oppresse, quelle che Neruda conobbe dapprima nel suo Cile martoriato e poverissimo, e in seguito rivide in ogni angolo del mondo, che amò e di cui, attraverso la meraviglia dei suoi versi, divenne voce e coscienza, ed è resistenza contro ogni oppressione; è il grido di ribellione soffocato nel sangue ma non spento della Spagna libera e repubblicana che senza timore affronta le milizie franchiste, ed è la sua eco caparbia che varca confini viaggiando senza sosta, moltiplicandosi, attirando a sé moltitudini sempre più grandi, come una buona novella interamente umana. Così, tra le pagine di una prosa magnifica, lussureggiante, che ha i profumi e l’esuberanza della natura incontaminata del Sudamerica, che vive del respiro stessa della terra e del cielo, lungo un’incessante lirica d’amore che la prosa esalta invece di nascondere, Neruda racconta la poesia narrando se stesso; le sue peripezie d’uomo, che sempre sono conseguenza delle sue scelte di poeta, svelano l’ingenuità e l’innocenza di un cuore puro e nello stesso tempo la tenacia e il coraggio di chi ha deciso, una volta per sempre, di schierarsi, di vivere in nome di alcuni principi e in spregio di tutto il resto.

Poeta tra la gente e per la gente, Pablo Neruda offre di sé un ritratto diseguale, forse disarmonico, ma di assoluta onestà. Nella ragione come nel torto, egli difende le sue posizioni; comunista militante, soffre per le atrocità e le storture con le quali i suoi occhi, il suo cuore e la sua anima sono costretti a fare i conti ma non per questo si allontana dall’idea, dall’ideale, dal sogno, da quell’avvenire che continua a sentire così prossimo. Egli condanna ma subito dopo contrattacca, rifiutandosi di inciampare nelle contraddizioni che pure vede ovunque, persuaso che il domani socialista ormai alle porte sia quel paradiso che l’uomo da sempre brama, da sempre merita e ormai da troppo tempo attende, e che per esso non ci sia sacrificio che non si debba compiere.

L’amore per la parola, dunque, è in Neruda amore per l’uomo, e la poesia, che di parole vive, è ciò che allontana e spegne la sofferenza, il dolore, l’ingiustizia. La poesia cura, vestendo di meraviglia la più terribile povertà, elevando gli ultimi alle sublimi altezze delle loro anime, all’immortalità dei loro spiriti.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

… Sotto i vulcani, accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno… I piedi affondano nel fogliame morto, un ramo si spezza, i giganteschi raulí innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva glaciale sfreccia, batte le ali, si posa fra l’ombra dei rami.

 

Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!