Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!

Estinta innocenza

Recensione di “Zona” di Mathias Énard

Mathias Énard, Zona, Rizzoli
Mathias Énard, Zona, Rizzoli

La Zona è ovunque persone abbiano ucciso altre persone; ovunque massacri siano stati compiuti, ovunque sangue sia stato sparso, ovunque gli dei antropofagi dell’odio e del furore si siano saziati di carne umana, ovunque il sole nero ed eterno della morte, dello sterminio, dell’annientamento sia sorto, sventrando le viscere della terra, figlio degenere dell’universale, implacabile volontà d’uccidere, per non tramontare più. La Zona è una mappa e un calendario; è un luogo, o molti luoghi diversi; è un punto da indicare col dito, un’area su cui stendere la mano attraversata da confini, abitata, punteggiata da città e villaggi, disegnata da paesaggi volta a volta anonimi o splendidi, e nel medesimo tempo è ogni angolo di mondo, le sue estreme periferie e i suoi centri nevralgici, le città ultramoderne e i teatri di guerra che hanno fatto la storia; ed è un fitto elenco di date, un cavalcare di secoli e di millenni, un fluire, uno sgorgare di sangue e di battaglie, conflitti, guerre, sfide, e insieme un tempo unico, sempre uguale a se stesso, un’eternità atroce che senza sosta si insegue, un oscuro gioco di massacri per il quale non esiste termine.

Zona, la Zona, splendido e travolgente romanzo di Mathias Énard (In Italia pubblicato da Rizzoli nella magnifica traduzione di Yasmina Melaouah), è il ritratto di Dorian Gray del piagato e cupo spirito di Francis Servain Mirkovic, protagonista e voce narrante dell’opera, uomo tradito da se stesso, soldato nella ex Jugoslavia scarnificata dalla guerra civile, e poi spia, trafficante d’armi, confidente di assassini, torturatori e criminali di guerra, collezionista di confessioni e segreti innominabili, mercenario, doppiogiochista, pallido e pavido archivista di documenti scottanti pronti per essere venduti al miglior offerente, memoria oscena dell’abissale crudeltà umana.

A bordo di un treno partito da Milano e diretto a Roma, Mirkovic, come in un sogno allucinato, ricorda il proprio passato e quello di chi gli è stato accanto; l’odore di terra delle trincee di Croazia mescolato al fetore dei corpi falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle mine, ridotti a brandelli dai colpi di mortaio, dai cannoni dei carri armati, e il terrore primitivo delle vittime della guerra, identico a quello provato in ogni guerra; il pianto inutile, muto, delle donne, delle madri e delle mogli di chi va a combattere, le lacrime, lucenti come stelle, di Andromaca che accompagnano Ettore, domatore di cavalli, al suo ultimo scontro con il furente Achille piè veloce dinanzi alle mura della superba Ilio, risoluta a non cadere in mano agli Achei dalle scintillanti armature; le urla, soffocate dal gelo, dagli spari, dall’abbaiare degli ordini dei soldati tedeschi di Hitler, dalle risa stridule degli ufficiali, pronti a tutto pur di soddisfare il loro invincibile Führer, disposti a qualsiasi cosa pur di dare linfa al Reich millenario, delle ebree di ogni età, costrette a subire la peggiore delle violenze, il distacco forzato dai propri figli, prima di venire ammazzate sul posto, spazzate via come ostacoli disseminati su una strada che è necessario sgomberare al più presto; le sterili maledizioni pronunciate a mezza voce, nella povertà scandalosa di Gaza, tra le macerie di Beirut, dalle femmine di Palestina, donne guerriere la cui esistenza somiglia a quella di un acrobata che cammina avanti e indietro lungo un filo teso tra la morte e la vita: palestinesi che combattono con il ventre, sfornando figli che saranno milizia e martiri suicidi da lanciare contro lo Stato di Israele, contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei, e dopo aver partorito riprendono in mano il fucile e sparano, sparano all’impazzata, in attesa che altro seme le inondi, che altra vita riprenda a palpitare dentro di loro; i lamenti dimenticati dalla storia delle armene, sorelle, consorti e genitrici di un popolo cancellato dalla furia turca.

Mirkovic, studioso del passato, amante della storia, egli stesso tassello della storia degli uomini e dei popoli nel martoriato fazzoletto balcanico, ricorda e sogna, ripensa e immagina, cataloga e ricostruisce; e nelle sue coordinate di lucido delirio quel che emerge è l’assoluta assenza di innocenza: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno osa scagliarla, ma tutti, in ragione di un torto subito chissà quanto prima e chissà da chi, e per opera di chi, scagliano se stessi contro il proprio nemico; così, tutto quel che è accaduto, il mito studiato con tanto entusiasmo a scuola così come i fatti, i morti uccisi dall’ira degli dei o dalla spada santa degli eroi, come i soldati consumati dal freddo, dalla fame o da ordini insensati, si fanno tutt’uno, un unico fiume rosso di sangue in cui niente più si distingue a parte la morte, una sola corrente dove il sacrificio di vite umane compiute in nome di Zeus è lo specchio dell’attentato suicida perpetrato per conto di Allah, della pulizia etnica inflitta dagli ortodossi ai cattolici, dai cattolici ai musulmani e da questi ultimi a entrambi, in un folle, catastrofico girotondo, delle città di infedeli purificate a fil di spada nel nome benedetto della Croce.

Inspiegabilmente paragonato a Le benevole di Jonathan Littell (inconsistente e narcisistico esercizio di stile che poco ha a che fare con la scrittura e ancor meno con la letteratura), Zona, al contrario del pessimo e disonesto lavoro di Littell, è un romanzo di rara intensità e potenza. La scrittura di Énard, di ipnotica bellezza e sempre straordinariamente evocativa, ha la fluidità e il respiro dell’oceano; sussurra instancabile il suo sofferto canto di sirena mentre disegna il nostro tragico destino di angeli caduti.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Tutto è più difficile nell’età adulta, tutto suona più falso un po’ metallico come il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra ci rimandano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, viaggiamo con molte cose, un bambino che non abbiamo tenuto una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino alle nevi che guardiamo sciogliersi, dopo l’inversione della corrente del golfo preludio della glaciazione stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere a Milano ho perso l’aereo.

L’antisemitismo razionale

Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza
Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza

Dal XVII al XX secolo sulle tracce di un legame talmente impalpabile da sembrare inesistente; dalla seconda metà del Seicento alla prima, tragica metà del Novecento per ritrarre, in modo volutamente squilibrato, partigiano, e nello stesso tempo con l’accuratezza e la puntualità dello storico, due figure tra loro distantissime, due poli opposti di un unico universo, quello del pensiero (e del suo tradimento, della sua mistificazione): un filosofo e un ideologo. Dal punto di vista squisitamente letterario, o per dir più esattamente romanzesco, le fondamenta su cui poggia Il problema Spinoza di Irvin Yalom sono tutt’altro che solide; a ben guardare, infatti, non di fondamenta si tratta, bensì di semplici pretesti, di occasioni di cui il romanziere aveva bisogno per soddisfare una necessità: dedicare un’opera, uno scritto, a uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, capace di influenzare, con le sue riflessioni, uomini come Goethe, Einstein, e come Alfred Rosenberg, con ogni probabilità il più importante teorico del delirio antisemita nazista. Ma in che misura, e relativamente a quali aspetti del suo percorso speculativo Rosenberg ha un debito nei confronti di Spinoza? In una parola, in cosa consiste il problema Spinoza? A queste domande, il romanzo di Yalom non risponde, ma non per questo è lecito considerare il suo lavoro qualcosa di non riuscito, un tentativo andato a vuoto: “Da molto tempo”, scrive lautore nel prologo del suo libro, “sono affascinato da Spinoza, e per anni ho avuto voglia di scrivere di questo coraggioso pensatore del diciassettesimo secolo […] che è stato l’autore di libri che hanno davvero cambiato il mondo […]. Il fatto che fosse stato scomunicato dagli ebrei all’età di ventiquattro anni, e censurato per il resto della vita dai cristiani, mi ha sempre incuriosito […]. E lo strano senso di affinità con Spinoza si è rafforzato dal momento in cui ho saputo che Einstein, uno dei miei primi eroi, era spinoziano. Quando parlava di Dio, Einstein parlava del Dio di Spinoza, interamente equiparabile alla natura, un dio che include in sé tutta la sostanza, e infine un dio che ‘non gioca a dadi con l’universo’; con questo Spinoza intende dire che qualsiasi evento, senza eccezioni, segue le leggi ordinate della natura”. Curiosità, dunque, e affinità. Cos’altro serve per cominciare a scrivere? Una storia, qualcosa al cui centro si possa collocare Spinoza, il suo tempo e il suo pensiero. Una storia che Yalom trova nel corso di una visita al museo Spinoza di Rijnsburg, quando scopre che i nazisti, e in particolare l’unità operativa ERR (Eisatzsab, Reichsleiter Rosenberg), sequestrò l’intera biblioteca del filosofo considerandola di vitale importanza per la soluzione del problema Spinoza. Ecco qui, dunque, la storia, o meglio l’enigma attorno cui intrecciarla e svolgerla, che la fluida narrazione di Yalom non risolve ma si accontenta di illuminare muovendosi nel chiaroscuro delle due personalità. Psichiatra di professione, Yalom si cala con intelligenza nel ruolo dello storico, restituisce in pochi tratti, semplici e incisivi, tanto il mondo chiuso e superstizioso della comunità ebraica di Amsterdam nel Settecento, quanto il fermento europeo d’inizio Novecento, l’affanno di un intero continente prossimo a scivolare nell’incubo della Grande Guerra. Una volta costruita l’ambientazione, sistemato il palcoscenico all’interno del quale agiranno i suoi protagonisti, è quasi per forza d’inerzia (o, spinozianamente, per un inevitabile, necessario processo di causa-effetto) che emergono i ritratti, i caratteri, ed è qui che Yalom coscientemente abbandona ogni equilibrio narrativo. Con una severità che a tratti sembra persino eccessiva, egli dipinge un Rosenberg, che amava definire se stesso filosofo, rozzo, ignorante, assai limitato nella sua capacità di comprensione, insicuro, incerto, patologicamente dipendente dall’approvazione del prossimo (e, una volta conosciuto, di quella del solo Adolf Hitler, che sarà sempre avaro d’affetto e considerazione verso di lui) e incapace di stringere amicizie. Al contrario, il profilo di Spinoza si staglia in tutta la sua grandezza; l’autore guarda con orgoglio e manifesta ammirazione al padre del razionalismo, all’uomo che in nome della ragione sacrificò la sua vita, accettando di essere scacciato e maledetto dalla comunità dappartenenza (tra le cui braccia era nato e cresciuto), di vivere lontano dai suoi familiari, di rinunciare agli affetti e agli appetiti propri di ogni uomo per consacrarsi all’amor dei intellectualis, alla sola contemplazione possibile, quella della logica e del raziocinio, rivolta esclusivamente a quel che è eterno, immutabile e infinito.

Seguendo il filo sottilissimo del razionalismo (quello nobile di Spinoza e il suo pervertimento hitleriano-rosenberghiano, che voleva l’odio antiebraico vestito di “ragione”, dunque di motivi, di giustificazioni che apparissero plausibili, che reggessero, almeno apparentemente, un contraddittorio, una disputa, che somigliassero a una teoria, e che Rosenberg farà confluire in un libro, Il mito del XX secolo, vendutissimo ma non letto), Yalom racconta lo svolgersi di due vite e l’abisso che le ha divise, un abisso di cui i secoli XVII e XX, nella loro distanza, non sono che il primo e più elementare simbolo. La morte di Spinoza, in povertà e solitudine (ma anche in pace e serenità) e quella di Rosenberg, condannato e giustiziato a Norimberga assieme ad altissime personalità del regime hitleriano che avevano sempre diffidato di lui, certificano l’insolubilità del problema, il persistere dell’enigma, e chiudono il sipario su un’appassionante avventura della mente capace di illuminarne, con identica forza, le più cupe profondità e le più esaltanti aspirazioni.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Serena Prina. Buona lettura.

Amsterdam – aprile 1656. Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale, per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.

Speranza, male incurabile

Martin Cruz Smith, Gorky Park, Mondadori
Martin Cruz Smith, Gorky Park, Mondadori

Mosca, parco Gorky, una notte come tante. In una radura, poco lontano da una pista di pattinaggio, una guardia si imbatte per puro caso in tre cadaveri seminascosti dalla neve. Le vittime, due uomini e una donna, sono state uccise, non c’è dubbio su questo, ma quel che gli inquirenti giunti sul posto – membri del KGB e uomini della polizia metropolitana, tra cui l’investigatore capo Arkady Renko – si trovano di fronte è uno spettacolo ben più tragico e inquietante di un semplice delitto. Su quei corpi, infatti, l’assassino si è accanito con metodica ferocia, sfigurandone i volti fino a renderli irriconoscibili e amputando a tutti le ultime falangi delle dita, così da impedire qualsiasi possibilità di identificazione. Come affrontare, dunque, questo triplice omicidio? Come inquadrarlo all’interno del tessuto criminale di una città del tutto priva di esprit de finesse? Come scoprire un così raffinato e spietato omicida in un Paese nel quale “la tipica vittima del tipico assassino russo era la donna con cui quello conviveva, e il fattaccio avveniva quand’era ubriaco fradicio, di solito, con un’ascia che lui dava giù magari dieci volte, prima di colpirla alla testa”? Dove cercare un killer di questo genere? Una persona che in Russia non dovrebbe esistere, per il semplice fatto che la sua organizzazione sociale ed economica non può produrre individui siffatti? Comincia così, con un rompicapo tanto oscuro quanto affascinante da risolvere e un protagonista tormentato e tenace, Gorky Park, il romanzo più famoso dello scrittore americano Martin Cruz Smith, pubblicato nel 1981 (in Italia un anno più tardi) e divenuto in breve tempo un bestseller internazionale; l’autore restituisce con indubbia abilità (non priva di una sorta di condiscendente simpatia) l’immagine di una nazione immensa e fragile (siamo alla fine degli anni Settanta, al crepuscolo dell’era Brèznev), attraversata da ogni sorta di contraddizione possibile e il cui equilibrio tra la perfezione dell’utopia realizzata e il fallimento certificato dai fatti ma testardamente ignorato dalle élite al potere (per calcolo) come dai più comuni cittadini (per puro istinto di sopravvivenza) è sempre più precario; di questo sterminato territorio, nel quale la sincerità non è che un obliquo abito della menzogna, la verità un dogma di partito valido fin quando un altro assunto non sarà pronto a sostituirlo e l’illegalità, in qualunque sua forma, è spiegabile, e di conseguenza punibile, in termini di eterodossia, Mosca, dove si svolge gran parte della vicenda narrata, è un simbolo, la nitida immagine allo specchio di uno scacco matto.

Qui, nella capitale del “paradiso” comunista, la vita ferve nel sottosuolo del contrabbando, nel labirinto, spesso letale, di favori innominabili fatti e restituiti, nell’odiosa viltà delle delazioni ininterrotte, nella disumana architettura dello spionaggio di stato, capace di annullare alla radice il confine tra singolo e comunità e di trasformare quest’ultima da consesso d’uguali a spettrale esercito di tiranni; e qui Arkady Renko, figlio di un generale eroe del secondo conflitto mondiale, un eccellente stato di servizio e un matrimonio che sta andando in pezzi, si ritrova tra le mani un’inchiesta che non vorrebbe e che pure, in qualche misterioso modo, lo attrae sempre più a sé. In pari tempo idealista e disilluso, Renko svolge la sua indagine con diligenza e caparbietà, mentre attorno a lui si muovono personaggi quasi impossibili da mettere a fuoco, sfuggenti profili d’ombra legati l’un l’altro da scottanti segreti da difendere a ogni costo – il ricco commerciante di pellicce Osborne, un americano che in passato ha saputo guadagnarsi importanti benemerenze in Russia, il potente procuratore Iamskoy, che conta su Renko per risolvere il caso, il maggiore del KGB Pribluda, nemico giurato dell’investigatore capo, Irina Asanova, splendida ed enigmatica ragazza che sembra sapere qualcosa di fondamentale sul delitto avvento al parco Gorky ma rifiuta ostinatamente di collaborare, e un altro americano intenzionato a far luce sulla strage, costi quel che costi. Tra questi burattinai, che a proprio piacere dispongono di quel gigantesco, inerte teatro di marionette che è Mosca tessendo le trame di un complotto dove si intrecciano ingenui sogni di libertà e rivincita, insaziabili brame di ricchezza e soprattutto rapporti di forza economici tra Paesi rivali, Renko è costretto a giocare una partita d’inaudita crudeltà. E nellelborato mosaico di un giallo solido e potente, dove si moltiplicano le false piste e ogni nuovo indizio sembra infittire il mistero anziché chiarirlo, Cruz Smith racconta senza nessun gratuito senso di superiorità l’inesorabile processo di autoannientamento di un cortocircuito politico-sociale capace soltanto di mentire a se stesso; è in questo contesto terribile e grottesco, che come un incubo incombe su tutti i personaggi, che lautore segue i passi decisi ma sostanzialmente ciechi di Renko, dipingendolo nel medesimo tempo come eroe e antieroe, carnefice e vittima, poliziotto e criminale. Così, è quasi inevitabile che poco alla volta la sua ricerca della verità assuma l’aspetto infido e ripugnante del compromesso, dell’accordo stretto per non restare a mani vuote, per non perdere tutto, per poter ancora guardare avanti, al domani: “Ho scoperto di essere affetto da un male incurabile” […]. E quale? […]. “La speranza”.

Noir d’atmosfera ottimamente costruito (anche se nella parte finale, ambientata a New York, il romanzo si sfilaccia e l’intreccio mostra la corda), trascinante nelle scene d’azione e con un primo attore senza dubbio indovinato, Gorky Park è una lettura piacevole e non priva di spunti d’interesse. Un piccolo classico di genere che incornicia un mondo ormai scomparso (in gran parte se non del tutto) ma non dimenticato.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Pier Francesco Paolini. Buona lettura.

Ogni notte dovrebbe essere così buia, ogni inverno così mite, tutti i fari così abbaglianti. Il furgone slittò, rallentando, e andò a fermarsi contro un banco di neve. Ne scese la Squadra Omicidi: agenti ricavati da uno stesso stampino – braccia corte e fronte bassa – in pastrano foderato di pecora. L’unico in borghese era un uomo alto e pallido: l’Investigatore-capo. Questi ascoltò con attenzione il racconto della guardia che aveva trovato i cadaveri fra la neve, allorché si era un po’ allontanato dal sentiero – nel cuore della notte – per un’urgenza corporale. Li aveva visti, allora, e a momenti gli prendeva un accidente. Era mezzo gelato dal freddo, dopo. Gli agenti si fecero avanti, alla luce del faro del furgone.

Marx a quattro zampe

Recensione di “La fattoria degli animali” di George Orwell

George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori
George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori

“Da una decina d’anni sono convinto che la distruzione del mito sovietico sia essenziale se desideriamo una rinascita del movimento socialista. Al mio ritorno dalla Spagna ho pensato di smascherare tale mito tramite una storia che potesse essere facilmente compresa da quasi tutti e che fosse agevolmente traducibile in altre lingue. I particolari concreti della vicenda mi vennero però in mente il giorno in cui (allora vivevo in un piccolo villaggio) vidi un bambino sui dieci anni che spingeva per un angusto viottolo un enorme cavallo da tiro, frustandolo ogni volta che cercava di voltarsi. Mi colpì l’idea che se animali come quello riuscissero ad acquistare coscienza della propria forza saremmo impotenti contro di loro, e che gli uomini sfruttano gli animali in modo analogo a come i ricchi sfruttano i proletari. Presi allora ad analizzare la teoria marxista dal punto di vista degli animali. Mi è apparso chiaro che per questi ultimi il concetto di lotta di classe fra esseri umani non è altro che un inganno, poiché ogni volta che è stato necessario sfruttare gli animali, tutti gli uomini si sono trovati uniti contro di loro: la vera lotta di classe era quella fra animali ed esseri umani. Partendo da questo assunto iniziale, non è stato difficile elaborare la storia”.

Nelle parole di George Orwell, genesi e scopo de La fattoria degli animali (sua opera più nota nonché uno dei libri più letti al mondo) evidenziano tanto il carattere politico-sociale dello scritto quanto la sua dimensione divulgativa, il suo voler essere strumento di contro-propaganda. Ecco dunque che nei toni all’apparenza innocui, lievi, finanche benevolmente ironici di una favola che ha per protagonisti gli animali – bestie che il grande scrittore inglese dota di linguaggio, capacità di pensiero astratto, coscienza (individuale e di classe), ma anche di malafede e di tutte le peggiori pulsioni umane (dall’avidità alla crudeltà, dall’amore assoluto, quasi sensuale, per il potere alla propensione verso un dispotismo odioso e vile) – prende forma un j’accuse di rara potenza, si articola, nella cristallina trasparenza di una metafora colma d’amara disillusione, la denuncia del tragico fallimento di un’utopia, o meglio del suo scandaloso tradimento.

Nel vorticare di situazioni che Orwell mette in scena, e che richiamano i momenti cruciali della Rivoluzione d’Ottobre e della successiva e terribile stagione della dittatura staliniana, nella semplicità di una prosa immediata, diretta, che è allo stesso tempo specchio dell’ingenuità del “popolo” della fattoria (cavalli, galline, pecore, mucche, anatre) e smascheramento dell’infedeltà dei maiali, la cui superiore intelligenza viene da loro immediatamente sfruttata per sostituirsi all’odiato signor Jones, il proprietario della casa colonica e della terra annessa, cacciato da una rivolta degli animali nata quasi per caso – “accadde però che la Ribellione si realizzasse molto prima e molto più facilmente di quanto chiunque avesse previsto”, scrive l’autore – uno dei momenti cruciali della nostra storia recente viene scomposto, ridotto ai suoi termini essenziali, spogliato di ogni sovrastruttura analitica.

Quel che resta, nel parallelismo tra i personaggi a quattro zampe protagonisti dell’apologo orwelliano e le figure realmente esistite – i maiali Napoleone e Palladineve, maschere di Stalin e di Trockij; Piffero, suino anch’esso, voce delle menzogne propalate dalla propaganda di regime; il possente cavallo Boxer, lavoratore infaticabile e ottuso, fedele a Napoleone fino alla morte, modellato sul profilo del minatore Stachanov; l’umano Jones, specchio dello zar Nicola II – è il nudo orrore ideologico di una rivoluzione compiuta e naufragata.

Il “tempo nuovo” del riscatto animale, la stagione trionfale della libertà, apertasi con la sollevazione delle bestie e la cacciata di Jones, scolora, nell’attenta, preziosa, puntuale scrittura di Orwell, nell’uniforme grigiore di un presente continuo, un tempo sospeso di finta immobilità che nel suo scorrere rende sempre più tenue negli animali il ricordo del loro eroismo e sempre più forte la distorsione della realtà operata dai maiali, che per mantenere il potere che hanno acquisito e dominare sempre più sui loro simili non esitano a reinventare il passato: “Ancora una volta gli animali avvertirono un vago senso di disagio. Non avere mai rapporti con gli esseri umani, non impegnarsi in traffici commerciali, non fare mai uso di denaro… ma non erano queste alcune delle risoluzioni iniziali approvate in quella prima trionfale riunione del Consiglio subito dopo la cacciata di Jones? Tutti ricordavano – o perlomeno credevano di ricordare – di averle approvate […]. Più tardi Piffero andò in giro per la fattoria a tranquillizzare gli animi. Assicurò che la mozione di non intraprendere commerci e di non fare uso di denaro non era mai stata approvata, anzi non era mai stata neppure suggerita”.

Classico della letteratura, questo romanzo-favola-apologo, per quanto inestricabilmente legato al Novecento vive al di fuori di ogni orizzonte temporale e di ogni scenario socio-politico, perché ciò che con coraggio e piena limpidezza intellettuale racconta è la più universale delle umane debolezze: la facilità con cui egli diviene lupo agli altri uomini, suoi fratelli, suoi compagni.

Prima di lasciarvi, come di consueto, all’incipit del romanzo (la traduzione, per Mondadori, è di Guido Bulla), desidero salutarvi e farvi i migliori auguri di Buone Feste. Mi prenderò qualche giorno di riposo ma tornerò, puntuale, a gennaio 2016. Mi auguro di ritrovarvi tutti, e di incontrare nuovi amici strada facendo. Buona lettura, e ancora tanti, tanti auguri. E grazie per avermi seguito fin qui.

Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna, che ballonzolava da una parte all’altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava.

Oltre l’ora più buia

Chaim Potok, Vecchi a mezzanotte, Garzanti
Chaim Potok, Vecchi a mezzanotte, Garzanti

Nel silenzio il dolore trova rifugio ma non dimora, così come nella rimozione, in un forzato oblio, può godere di una fragile quiete, ma non avere sollievo. È di parole che la sofferenza ha bisogno, è nel coraggio di esprimere di se stessa, di riconoscersi e di accettarsi la sua sola possibilità di catarsi. Che sia la memoria dello sterminio nazista, eredità d’incubo di un ragazzo scampato (unico della sua famiglia) all’orrore di Auschwitz ed emigrato in America in cerca di una nuova vita, o il sordo rimorso di un ex ufficiale del Kgb, divenuto esperto torturatore d’uomini per lealtà verso il proprio Paese e l’utopia comunista, oppure ancora che siano gli anni bui e terribili del secondo conflitto mondiale, vissuti in giovanissima età da un celebre professore di storia ormai alle soglie della vecchiaia e poi dimenticati, cancellati quasi non fossero mai esistiti, le ferite dell’anima, private della voce, si fanno quotidiano tormento, ombre d’infelicità che stridono come il rimorso che non può non provare chi inspiegabilmente rimane vivo quando tutti gli altri attorno a lui, le persone che ama come quelle che non ha mai incontrato prima, muoiono ogni minuto di ogni giorno, e zoppicano come le squallide giustificazioni al riparo delle quali si guarda al proprio passato, alle nefandezze compiute, al male arrecato nella speranza che quelle menzogne pallide bastino ad assolverci, e incespicano negli angoli più remoti della memoria, prigioniere della paura, della colpa, di lacrime non ancora piante. Finché qualcosa interviene e apre loro la strada verso la coscienza; un incontro, una persona, un evento che a prima vista sembra quasi privo di significato. È al crocevia di tre destini individuali che finiscono per intrecciarsi l’un l’altro per opera di una celebre scrittrice che Chaim Potok costruisce il suo Vecchi a mezzanotte, emozionante “romanzo fatto di storie” che esplora con commossa partecipazione temi fondamentali come il ricordo, la responsabilità personale, la fatica di vivere. Figura principale del suo lavoro (al tempo stesso Deus ex machina della narrazione e attrice tra gli altri dei drammi raccontati) è Davita Dinn, che il lettore incontra studentessa al principio del libro e poi ritrova affermata autrice di lungo corso; è dinanzi a lei che incubi che non le appartengono e che pure in qualche misura riesce a sentire come propri prendono forma, acquistano una sostanziale coerenza, divengono trama, percorso, insieme di tracce che è possibile seguire. Quasi fossero sacrifici offerti a una benevola divinità, i più inconfessabili segreti delle persone che hanno a che fare con Davita riemergono al presente con sconvolgente urgenza; con la sua semplice disponibilità all’ascolto, infatti, questa donna semplice eppure enigmatica sembra voler offrire ai suoi interlocutori il più prezioso dei doni: la consapevolezza del legame indissolubile che unisce vita e memoria.

Ecco allora che il traumatico ritorno al passato delle tre persone che decidono di raccontare se stessi a Davita, diviene, nella prosa salda e sincera di Chaim Potok, una sorta di nuova nascita; nel realizzarsi dell’umanissimo miracolo della “seconda possibilità”, nel superamento della “mezzanotte della vita” (al di là della quale le tenebre cominciano a lasciare spazio alla luce), Noah e i suoi anni chiusi in un campo di concentramento, il colonnello Shertov e i collaudati metodi di coercizione fisica e psicologica messi al servizio del terrore staliniano e il professor Walter, il cui presente si regge su una radicale cancellazione di quella che con ogni probabilità è la parte più autentica di sé, vengono a patti con tutto ciò che sono stati, con le loro responsabilità, con gli errori commessi, ma anche (è il caso dell’innocente Noah) con l’imprevedibile ferocia del mondo, con quel caos di sopraffazione e morte che per molti è la negazione assoluta di Dio (di qualsiasi Dio) e per altri soltanto il segno (uno dei segni) della sua misteriosa volontà. Pur senza eguagliare la maestria stilistica, lo splendore della prosa e la profonda capacità d’analisi critica della cultura ebraica (della sua eccezionale ricchezza e dei suoi limiti) che caratterizzano veri e propri capolavori quali Danny l’eletto, Il mio nome è Asher Lev e In principio, tutti recensiti in questo blog, Vecchi a mezzanotte è un romanzo che merita di essere letto; nelle sue dense pagine, nel tono sommesso che lo scrittore americano sceglie quasi a voler sottolineare il suo pudore di raccontare e il rispetto per il dolore rappresentato, è riassunto il Novecento, “secolo d’abissi” che ha visto succedersi due conflitti mondiali, il delirante disegno d’annientamento hitleriano e la folle e sanguinosa dittatura di Stalin. Tutte queste tragedie Potok le racconta senza nasconderci nulla, soffrendo insieme a noi per quanto accaduto e tuttavia rifiutandosi di pronunciare, nei confronti dell’uomo, una condanna senza appello. Ostinato come i suoi protagonisti, egli, nel restituirci il passato, non smette di guardare al futuro.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Garzanti, è di Mara Muzzarelli. Buona lettura.

Furono la zia e lo zio a condurre Noah nel mio quartiere di Brooklyn, e un annuncio appeso a una bacheca nella nostra sinagoga lo fece entrare nella mia vita: PROFUGO EUROPEO SEDICENNE CERCA INSEGNANTE DI INGLESE. Era l’inizio dell’estate del 1947, due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessun nome, solo un numero telefonico. Chiamai quella sera stessa. Mi rispose una donna. «Pronto, chi parla?». Aveva un tono nervoso, seccato. «Chi è al telefono, prego?». «Buona settimana», dissi in yiddish. Una breve pausa. «Ah, buona settimana», disse. Il tono si era addolcito. «Mi chiamo Davita Dinn. Telefono per le lezioni di inglese», dissi in inglese.

Benvenuto a Dallas

Recensione di “Libra” di Don DeLillo

Don DeLillo, “Libra”, Einaudi

Tra il particolare e l’universale, nella vita di uno solo e nell’esistenza di tutti, in quello spazio – che non ha nulla di fisico e che tuttavia esiste – capace di rendere una cosa sola “il mondo personale di un individuo e il mondo in generale”. Qui, in una dimensione che è allo stesso tempo metafisica e terribilmente reale, Don DeLillo radica Libra, uno dei suoi romanzi più intensi, brutali e labirintici; una storia che è insieme un tentativo di ricostruzione dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, una biografia del suo “assassino” Lee Harvey Oswald, una rivelazione del complotto ordito ai danni del presidente americano (e di cui Oswald non è che il capro espiatorio) e il racconto di quel che sarebbe potuto accadere, dei fatti come avrebbero potuto essere se non fossero andati in tutt’altro modo.

L’incombere della morte, temuta, progettata, invocata, dispensata, esibita, che dalla prima all’ultima pagina attraversa il lavoro di DeLillo, è spettro, minaccia, ombra; come una sentenza di condanna sospesa sul capo dell’imputato, come un maleficio che sta per essere pronunciato, essa è l’invisibile controcanto della narrazione. Ristagna nelle macchie di umidità sui muri, ottunde i sensi e mozza il respiro nel lezzo nauseabondo di pattumiera, miseria e decomposizione, fiacca lo spirito nella onnipresente condizione di infelicità, nella sopravvivenza stentata, nelle ambizioni frustrate, nelle ingiustizie patite senza un perché: “Guardavano la televisione madre e figlio, nella stanza del seminterrato […]. La parte superiore dello schermo era perennemente azzurra, quella centrale rosa, e la fascia più bassa di un verde ondulato […]. I suoi compagni lo prendevano sempre in giro e lui sopportava a denti stretti, percorso da una turbolenza, la realtà accettata di un bambino senza padre […]. Quando faceva freddo battevano sui tubi per avvertire l’amministratore. Avevano diritto a una temperatura umana […]. Robert era morto un afoso pomeriggio d’estate […] mentre lei aspettava Lee, e così aveva dovuto cercarsi un lavoro. Poi era stato il turno di Mr Ekdahl, quello dei larghi sorrisi, la sua migliore speranza, anzi l’unica […]. Ma Ekdahl la tradiva astutamente […]. Questo, comunque, non gli aveva impedito di combinare un divorzio truffaldino, negandole una dignitosa buonuscita. Così la vita di Marguerite era diventata una storia di continui traslochi in abitazioni sempre più scadenti”.

Nella prosa densa di DeLillo, ossessivamente frantumata in mille particolari e in pari tempo profetica, spalancata sui destini di tutti come un comandamento, sovrumana come un imperativo etico – “Fabbricheremo teorie che splendono come idoli di giada, affascinanti sistemi di ipotesi, a quattro facce, aggraziati. Risaliremo le traiettorie dei proiettili fino alle vite che occupano l’ombra, uomini in carne e ossa che gemono in sogno” – la vita non è che una confusa, cieca preparazione alla morte; con lucida disperazione, lo scrittore precipita nel mondo la teorica purezza e l’impalpabile perfezione del platonismo; così, il progressivo approssimarsi alla fine, invece che coincidere con la verità nella fusione di essere e dover essere abbraccia il suo opposto: il caos, la falsificazione sistematica, l’imbarbarimento, l’odioso arbitrio del più forte sul più debole.

Nutrito di violenza e umiliazioni, immagine deformata e simbolica di un Paese intero, Oswald è un inestricabile groviglio di contraddizioni: burattinaio e marionetta, colpevole e innocente, egli rinuncia a se stesso nel momento in cui accetta di interpretare il ruolo che gli è stato assegnato, di recitare la sua parte in una commedia che non ha letto, né mai leggerà, per intero. E Don DeLillo come un simbolo, di resa, di sconfitta, di deriva, ce lo restituisce; la sua identità frammentata, sparsa, incontrollabile, è un’arma di cui egli neppure sospetta l’esistenza ma che altri sanno perfettamente come utilizzare, è l’America che affoga nella menzogna, è la notte e l’inverno, e il soffio gelido di un vento contro cui non c’è riparo: “Lee Harvey Oswald era sveglio nella sua cella. Stava cominciando a pensare di aver trovato lo scopo della sua vita […]. Era questo il vero inizio […]. Lui e Kennedy erano complementari. La figura dell’attentatore alla finestra era inseparabile dalla vittima e dalla sua storia. Questo pensiero sosteneva Oswald nella sua cella. Gli dava quello di cui aveva bisogno per vivere […]. Aveva scoperto la verità riguardo a una stanza. Poteva vivere comodamente in una cella grande la metà di quella”.

Thriller politico, crepuscolare e grottesco “romanzo di formazione alla rovescia”, dramma collettivo, testimonianza e invenzione, Libra è un’opera suggestiva e potente, uno scintillare di terrore e di dubbio, un continuo domandare, una testarda ricerca: “Se ne siamo fuori, presumiamo che un complotto sia la perfetta attuazione di un piano. Uomini taciturni e senza nome, dal cuore disadorno. Un complotto è tutto quello che la vita normale non è. È il gioco segreto, gelido, sicuro, attento, per noi eternamente inaccessibile. Noi siamo gli imperfetti, gli innocenti che cercano di dare un senso approssimativo alla lotta quotidiana. I congiurati possiedono una logica e un’audacia che trascendono la nostra comprensione. Tutti i complotti sono l’identica vicenda di uomini che trovano una logica in qualche atto criminale. Ma forse no”.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Einaudi, è di Massimo Bocchiola. Buona lettura.

Quello era l’anno in cui viaggiava in metropolitana fino ai confini della città, trecento e più chilometri di binari. Gli piaceva mettersi in testa al primo vagone, le mani premute sul vetro. Il treno squarciava le tenebre. I passeggeri alle varie fermate fissavano il nulla con un’espressione messa a punto negli anni. Gli veniva da chiedersi, sfrecciando davanti a loro, chi fossero realmente. Nei tratti più veloci il suo corpo sussultava. Correvano così forte da far pensare che fossero sul punto di perdere il controllo. Lo stridore arrivava a un parossismo doloroso che lui interiorizzava come una sfida personale. Un’altra curva strappaculo. Nel rumore di quelle svolte c’era tanto ferro che quasi ne sentiva il sapore, come da bambino, quando ti metti un giocattolo in bocca. Lungo i binari adiacenti, c’erano operai muniti di lanterne. Cercava con gli occhi i topi di fogna.

La forza è diritto

Issac B. Singer, Nemici - Una storia d'amore, Tea
Issac B. Singer, Nemici – Una storia d’amore, Tea

Come sopravvivere a un passato che non si riesce a dimenticare? Come resistere all’eterno ritorno dell’orrore, del dolore, della fame, della fatica, dell’annullamento di sé? Cosa resta a chi è rimasto orfano della misericordia di Dio, a chi non può più ricorrere al sostegno del pensiero razionale, a chi è condannato a rivivere in ogni momento il genocidio del suo popolo? Cosa resta, a chi è scampato alla perfetta macchina di sterminio nazista, se non il sordo rimorso di avercela fatta, di essere null’altro che un’inspiegabile eccezione biologica tra milioni di cadaveri? Il tormento di queste domande, destinate a non avere risposta, è l’inferno quotidiano di Herman Broder, protagonista del lacerante romanzo di Isaac Bashevis Singer Nemici – Una storia d’amore. Ambientata, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, in una New York estenuata al pari degli ebrei cui ha dato ricetto, l’opera dello scrittore polacco (premio Nobel per la letteratura nel 1978) è una riflessione sul peso del ricordo e sulla sua responsabilità, e ancor più sull’uomo e sul suo posto nel mondo. Creato “a immagine e somiglianza di Dio”, Herman Broder non è in nulla diverso dagli spietati aguzzini che ha ingannato nascondendosi per anni in un fienile, assistito da Yadwiga, la governante polacca della sua famiglia; e proprio come gli assassini del Reich hitleriano anch’egli, seppur su un altro piano, non riesce a vivere senza distruggere il prossimo, senza avvilirlo, senza umiliarlo, senza esercitare su di esso la sola legge che sembra governare il mondo, gli uomini, gli animali e le cose: “la forza è diritto”. Marito della buona e remissiva Yadwiga (sposata con ogni probabilità per gratitudine), Herman si mantiene scrivendo libri e articoli per un rabbino ricco e corrotto, che si occupa di ogni genere di intrallazzi, e ha un’amante, Masha, in un’altra parte della città, dalla quale si reca a intervalli regolari giustificando le assenze con impegni di lavoro. Anche la sua compagna clandestina, che vive con l’anziana e pia madre Shifrah Puah, è una testimone della Shoah; tanto affascinante quanto equivoca, sembra consumare ogni energia fisica e mentale dell’uomo. Entrambi cercano l’annullamento, o forse soltanto un momento di riposo, di quiete, di tregua, in una straripante passione fisica, ma inutilmente; a prevalere, infatti, è sempre l’incubo delle persecuzioni subite, il riproporsi incessante di un sacrificio di sangue che colpisce ogni forma di vita. Herman, che prima dell’olocausto aveva una moglie e due figli, sa che sia Yadwiga sia Masha vorrebbero un figlio da lui, ma che senso può avere, si chiede, mettere al mondo un figlio dopo un genocidio? “In un mondo nel quale i tuoi figli potevano essere strappati alla madre e fucilati, non avevi il diritto di generarne altri”.

Sono menzogne, inganni e tradimenti la realtà quotidiana di Herman Broder; egli riesce a vivere soltanto rifiutando la verità perché la verità del mondo, quella della sopraffazione continua, quella del brutale imperio degli uni sugli altri, degli uomini sui loro fratelli, quella del sistematico annientamento degli animali, il cui unico scopo pare risolversi nel loro essere una sovrabbondante scorta di cibo per il genere umano, semplicemente non è sopportabile. “Herman, scrive a questo proposito Singer, trascorse il giorno e la notte precedenti la vigilia di Yom Kippur in casa di Masha. Shifrah Puah aveva comprato due galline propiziatorie, una per sé e una per Masha; avrebbe voluto comprare un gallo per Herman ma lui glielo aveva proibito. Già da qualche tempo, ormai, stava pensando di diventare vegetariano. Ad ogni occasione, faceva rilevare che quanto i nazisti avevano fatto agli ebrei, l’uomo lo stava facendo agli animali. Come ci si poteva servire di un pollo per redimere i peccati di un essere umano? Perché un Dio compassionevole avrebbe dovuto gradire un simile sacrificio? . La sua fuga dalla realtà, tuttavia, è destinata a non approdare a nulla. L’uomo Herman Broder, se mai è esistito, è morto nel fienile in cui si è rifugiato per scampare al massacro, e tutto quel che resta di lui è un involucro di carne e sangue bisognoso unicamente dello stordimento del sesso e dell’oblio del sonno; fino a che il passato, che in continuazione lo bracca, per un crudele scherzo del fato un giorno torna a farsi materialmente presente nella ricomparsa della moglie Tamara, erroneamente creduta morta. Ed ecco che, in un progressivo calar di tenebre che prepara all’inevitabile tragedia, Tamara, nel racconto della propria odissea, aggiunge barbarie alle atrocità naziste rivelando il destino degli ebrei nel “paradiso” socialista di Stalin; ovunque campi di lavoro, ovunque persone spogliate di ogni dignità, uccise per sfinimento, per fame, ma fino all’ultimo respiro pronte a tutto pur di vivere ancora un minuto, ancora un istante. Come marionette disarticolate, balocco di un Dio folle. O peggio, crudele.

Folgorante ritratto di un’umanità al tramonto, riflessione su una salvezza impossibile perché immeritata, Nemici – Una storia d’amore, pur senza avere la solidità d’intreccio e la ricchezza espressiva dei grandi capolavori di Singer, colpisce per la radicalità delle tesi esposte, per la brutale sincerità d’accenti, e più ancora per il ritratto dei protagonisti, ciascuno impotente testimone della definitiva deriva, propria e altrui.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la brevissima nota introduttiva a cura dell’autore. La traduzione, per Tea, è di Bruno Oddera. Buona lettura.

Sebbene non abbia avuto il privilegio di passare attraverso l’olocausto di Hitler, ho vissuto per anni a New York con profughi sottrattisi a quel cimento. Per conseguenza mi affretto a dire che questo romanzo non è affatto la storia del tipico profugo, della sua vita e della sua lotta. Come quasi tutte le mie opere di narrativa, questo libro presenta un caso eccezionale, con eroi senza precedenti e una straordinaria combinazione di eventi. I personaggi non sono soltanto vittime dei nazisti, ma vittime delle loro personalità e dei loro destini. Se si adattano al quadro generale, ciò accade perché l’eccezione affonda radici nella regola. Il romanzo apparve per la prima volta nel Jewish Daily Forward, l’anno 1966, con il titolo “Sonim, die Geshichte fun a Liebe”. E’ stato tradotto da Aliza Shevrib e Elizabeth Shub, e riveduto da quest’ultima, da Rachel Mackenzie e Robert Giroux. A tutti loro esprimo la mia gratitudine.

“Non voglio dirtelo”

James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori
James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori

Tutto ha inizio con una rapina, chirurgica e sanguinosa. L’assalto a un furgone blindato carico di smeraldi e dollari che lascia sul campo poliziotti e malviventi (questi ultimi bruciati con un ritrovato chimico per impedirne l’identificazione) e vede fuggire un solo, misterioso uomo. Tutto ha inizio con un colpo audace e spietato che sembra dettato esclusivamente dall’avidità, dalla brama di ricchezza, ma che in realtà nasconde ben altro. Tutto ha inizio a Los Angeles nel febbraio del 1964. Eppure questa storia così oscura e impenetrabile non è che un tassello di un mosaico ben più grande, il singolo passaggio di un vastissimo complotto, una tra le innumerevoli battaglie che compongono una guerra. Teatro degli scontri è l’America degli anni sessanta e sessanta, il Paese delle opportunità e della morte, degli scontri tra bianchi e neri, dell’odio di classe e di razza sparso a piene mani, dello strapotere dell’Fbi di Hoover, delle macchinazioni della mafia, delle promesse kennediane, del sogno di Martin Luther King e dei tragici risvegli di Dallas e Memphis, della questione cubana e della lotta interna al comunismo condotta con ogni mezzo, senza scrupoli; un’America raccontata in una prosa furente e meravigliosamente generosa da James Ellroy nella sua celebre trilogia americana, che dopo i magistrali romanzi American Tabloid e Sei pezzi da mille (entrambi già recensiti in questo blog) si conclude con lo splendido Il sangue è randagio. Se a prevalere, nei primi due capitoli di questo indimenticabile affresco, è stata una sostanziale aderenza alla realtà dei fatti; se a emergere, pur in una ben definita dimensione estetico-letteraria e nel tumultuoso incalzare di una scrittura secca e straordinariamente incisiva, spietata come un’esecuzione e di ipnotica meraviglia nella sua violenza volutamente priva di mediazione, è stata una precisa volontà di documentare il passato, di testimoniarlo e attraverso la testimonianza giudicarlo – “L’America non è mai stata innocente” recita l’incipit di American Tabloid, un incipit che non ammette repliche – ne Il sangue è randagio a prendere decisamente il sopravvento è una dimensione onirica, allucinata. La verità, in questo travolgente romanzo-fiume di Ellroy, è irraggiungibile: multiforme, liquida, inafferrabile, ha i contorni indefiniti e grotteschi del delirio, la morbida inconsistenza del sogno, l’ingannevole disponibilità del desiderio. E i personaggi che nella macabra danza orchestrata dallo scrittore americano le girano attorno (la gran parte dei quali era già presente negli altri due libri, che andrebbero letti prima di abbandonarsi a questo, a eccezione del giovane e tormentato investigatore privato Donald Crutchfield e delle tre donne attorno alle quali ruota l’intera vicenda, Joan Rosen Klein, attivista comunista, Karen Sifakis, pacifista di sinistra amante dell’agente dell’Fbi Dwight Holly, uomo di fiducia di Hoover e poi del neoeletto presidente Nixon, e infine la sfuggente rivoluzionaria Celia Reyes) sono ostaggi di un’ossessione, prigionieri di un’idea fissa, ottenebrati dal ricorso continuo alle droghe, segnati da esistenze impossibili da vivere; ognuno di loro, sempre a un passo dalla follia, cerca la verità nello stesso modo in cui l’insonne cerca la quiete, nello scientifico stordimento di tranquillanti e pastiglie o nell’evocativa alchimia delle pozioni “magiche” (a più riprese Ellroy si sofferma sui riti voodoo di Haiti e sui segreti procedimenti di zombificazione custoditi da sacerdoti e bokor), e tutto quel che trova si riduce a sospetto, a ipotesi, a fantasia, a immaginazione febbrile. Consumata dalle menzogne e dai doppi giochi, corrosa dal cortocircuito del pensiero logico indotto dagli stupefacenti, brutalmente negata da un silenzio ostinato, geloso, quasi che aprirsi, concedere fiducia al prossimo, chiunque egli sia, amico, amante, compagno, equivalga a perdere irrimediabilmente se stessi e dunque condannarsi a un destino mille volte peggiore della morte – “Non voglio dirtelo”, si sussurrano l’un altro, non appena giungono a sfiorare l’intimità di cuori e menti, i diversi personaggi del romanzo – la verità naufraga, ignorata, sacrificata in nome di qualcosa di più grande, di una causa cui donarsi anima e corpo, oppure venduta, contrabbandata per salvarsi la vita.

La geografia di questo mondo che non conosce giustizia ed è incapace di distinguere il bene dal male, è allo stesso tempo quella politico-affaristica degli Stati Uniti che, persa Cuba, feudo dei “bravi ragazzi” italoamericani, cerca un altro angolo di mondo, preferibilmente retto da un dittatore sanguinario e avido, da depredare, e quella violentemente idealistica dei gruppi clandestini d’opposizione che combattono la tirannia con la disperazione di una belva stretta d’assedio dai cacciatori; è quella patetica di uomini ridotti a pedine “sulla scacchiera di Dio” (o del caso) e quella fragilissima del domani, di un futuro condannato ad avanzare malfermo su arti amputati.

Sontuoso labirinto letterario, Il sangue è randagio è un romanzo di rara potenza; stilisticamente impeccabile (al pari dei precedenti capitoli), procede, tra colpi di scena, bestiale ferocia e momenti di intenso intimismo, al ritmo galoppante di una malattia; in un inarrestabile crescendo che è manifestazione di un purissimo genio letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Giuseppe Costigliola. Buona lettura.

A UN TRATTO: il camioncino del latte svoltò bruscamente a destra e urtò il marciapiede. Il conducente perse il controllo del veicolo e colto dal panico inchiodò, sbandando di coda. Un furgone blindato della Wells Fargo finì con il muso contro la fiancata del camioncino. Ora seguitemi: 7.16 del mattino, South Los Angeles, tra l’Ottantaquattresima e la Budlong. Un quartiere di neri. Merdosi tuguri con i cortili lerci. I motori di entrambi i veicoli si spensero per l’urto. Il conducente del camioncino del latte andò a sbattere sul cruscotto. La portiera del guidatore si spalancò e l’uomo scese dal marciapiede. Era un negro sulla quarantina.

Il tempo non cancella niente

Arnaldur Indridason, Un corpo nel lago, Guanda
Arnaldur Indridason, Un corpo nel lago, Guanda

Una prosa commossa e amara, stretta ai ricordi e bagnata di rimpianto, disillusione e dolore; un presente che nasconde dentro di sé il passato come fosse una colpa e che d’improvviso si libera del rimorso mostrando ferite e cicatrici, esponendo all’incerto giudizio del mondo la propria vergogna: una grigia eredità di sopraffazione e morte. Una confessione, recitata come una preghiera, o balbettata come una richiesta di perdono, che si intreccia a un’indagine, a un caso, al sorprendente ritrovamento di un cadavere sul fondo di un lago islandese che, per imprecisate ragioni, si sta prosciugando. Questo il contesto narrativo e tematico di Un corpo nel lago di Arnaldur Indridason, giallista islandese inventore dell’ombroso e tormentato agente di polizia Erlendur Sveinsson, protagonista di una ricca serie di romanzi (di uno di essi, Un caso archiviato, ho già scritto di recente in questo blog). Interamente costruita sullo scorrere del tempo, che l’autore fa coincidere con una progressiva (ma non per questo meno traumatica) presa di coscienza, con una violenta perdita dell’innocenza, con il feroce scardinamento di un’utopia politica e umana, quest’opera è un intenso dramma della memoria raccontato con gli accenti vibranti di un j’accuse e insieme con le cadenze ricche di suspense di un noir e di un thriller spionistico. In linea con il continuo alternarsi di scarti temporali, l’azione ha due differenti riferimenti geografici: il primo è Lipsia, dove, nei primissimi anni settanta, un gruppo di studenti islandesi di specchiata fede socialista viene invitato per studiare all’università; il secondo l’Islanda (che negli anni più cupi della Guerra Fredda aveva una grande importanza strategica ed era oggetto di un’aspra contesa tra America e Unione Sovietica), che nel restituire un corpo affondato decenni prima in un lago assieme a una ricetrasmittente riporta d’attualità la storia e i suoi orrori. Orrori che come un cancro si sono generati proprio a Lipsia, città modello di quella rivoluzione egualitaria che ha prima sedotto e poi brutalmente tradito intere generazioni. Nel dare voce alla sofferta rievocazione di uno di quegli studenti, che negli anni di Lipsia perse, oltre a tutto ciò in cui credeva, la donna che amava e ogni speranza di futuro, Indridason accompagna il lettore allo scoperta degli eventi che hanno condotto all’omicidio dell’uomo ricomparso sul fondo del lago in secca svelando inconfessabili segreti e oscuri moventi sui quali, con estrema fatica, cercano di far luce Sveinsson e i suoi colleghi.

Abile a mescolare realtà e fantasia, lo scrittore islandese si offre con sincera partecipazione emotiva alla sua storia; dà corpo e credibilità al sostanziale senso di estraneità che i poliziotti provano verso una stagione ormai trascorsa che non hanno vissuto sulla propria pelle e che non conoscono se non per sommi capi, e con la quale ora, per colpa di un corpo non identificato, sono costretti a confrontarsi, e nello stesso tempo spalanca, dinanzi ai ricordi di un uomo vinto, ogni possibile forma d’espressione della sofferenza, dell’impotenza, di una sterile rabbia che non conosce requie: “A volte, quando ripensava al passato, sentiva l’odore del quartier generale di Dittrichring, la puzza soffocante di moquette sporca, sudore e paura. Ricordava anche il fetore acido dello smog di carbone che aleggiava sopra la città e che alle volte oscurava persino il sole […]. Tornò in sé sentendo il dolore alla mano. Spesso, quando ripensava agli eventi accaduti in Germania Est, serrava i pugni finché le mani non gli facevano male. Rilassò i muscoli, si sedette sulla sedia, e si chiese, come sempre, se si sarebbe potuto evitare quello che era accaduto. Se avrebbe potuto fare qualcosa d’altro. Qualcosa per poter cambiare il corso degli eventi. Non arrivava mai a una conclusione”. Nel momento in cui il cerchio si chiude, e l’inchiesta, recuperati tutti i frammenti del passato, riesce finalmente a far luce sul mistero dell’uomo affogato nel lago, tutto quel che resta ai protagonisti è la consapevolezza, acuta e tragica, della propria fragilità, della propria assoluta insignificanza. Come fossero fatti di un’identica sostanza, eroismi e tradimenti, erosi dall’inarrestabile incedere degli anni, alla neutra luce del presente perdono di senso, d’importanza, di valore; a custodirli, come sogni, o più probabilmente come incubi, non restano che i cuori e le anime straziate di chi, una volta, scelse di farli propri, di incarnarli, di vivere in loro nome. “La questione è molto semplice” disse Lothar, “o sei comunista o non lo sei”. “No”, ribatté. “non hai capito, Lothar. O sei un essere umano o non lo sei”.

Un corpo nel lago è un romanzo doloroso e appassionante, una storia abitata in egual misura da pietà e miseria; è il resoconto, onesto e sincero, di una sconfitta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Guanda, è di Silvia Cosimini. Buona lettura.
Rimase immobile a lungo a fissare le ossa, come se fosse impossibile che si trovasse lì. Almeno quanto lo era che ci si trovasse lei. All’inizio aveva pensato a una delle pecore che spesso annegavano nel lago, finché non si era avvicinata, aveva visto il cranio semisommerso sul fondo e aveva scorto le forme di uno scheletro umano. Le costole fuoriuscivano dalla sabbia. Sotto si distingueva il profilo delle ossa del bacino e dei femori. Lo scheletro era disteso sul fianco sinistro. La donna vedeva il lato destro del teschio, le orbite vuote e tre denti nell’arcata superiore.