Il ritorno (a fumetti) di Don Camillo

Davide Barzi, Francesco Bonanno, Don Camillo - Paura, ReNoir
Davide Barzi, Francesco Bonanno, Don Camillo – Paura, ReNoir

Non è mai bello cominciare una serie dal settimo volume, ma in questo caso la mia mancanza non ha avuto particolari conseguenze: ho ugualmente potuto godere appieno dell’opera. Calarsi nelle atmosfere magistralmente descritte e ricreate dall’immortale penna di Giovannino Guareschi non è mai troppo difficile, vuoi perché si tratta di situazioni ben note a qualsiasi italiano, vuoi perché la fluidità delle trame rende tutto molto facile. Il Mondo Piccolo, lo chiamava il suo autore: non serve parlare tanto, la vita si racconta da sola. Così è sempre molto bello reincontrare Don Camillo, il prete di Brescello, piccolo paese della Bassa Emiliana che, nell’immediato secondo dopoguerra, vive tutto il dramma della ricostruzione e più ancora quello della riappacificazione tra fazioni opposte, ancora avvelenate l’una verso l’altra. Storie celeberrime, per gli scritti guareschiani e (forse) più ancora per i film degli anni cinquanta, quelli con Fernandel nel ruolo del protagonista e Gino Cervi in quello del suo contraltare, il sindaco comunista Peppone. Film in bianco e nero, replicati decine e decine di volte eppure in grado ancora oggi di incollare al televisore legioni di spettatori (negli ambienti della tv sono considerati film “salvaserata”, di quelli che, piazzati a tappare qualsiasi buco di palinsesto, danno comunque garanzia di buoni ascolti: tra loro, oltre ai doncamilli, si annoverano certamente anche i vari Trinità e gli altri successi della premiata ditta Spencer&Hill, ad esempio. Ma sto divagando…). Fatta questa premessa, cosa può dare “in più” al lettore, la versione a fumetti delle avventure di Don Camillo? Certo niente dal punto di vista della fantasia: più di Guareschi sarebbe stato difficile. Ma mi vien da pensare che anche il grande Giovannino avrebbe apprezzato questo omaggio che gli viene dal lavoro di Davide Barzi, sceneggiatore che all’attività bonelliana affianca queste trasposizioni a fumetti di classici delle altre arti, come ha fatto con Giorgio Gaber e con Enzo Jannacci. Davide ha preso i racconti originali e li ha adattati al media-fumetto con il massimo rispetto della fonte. Il risultato è una lettura godibilissima, in grado di restituire, proprio come i film, le atmosfere del paesello, il respiro unico di quel Mondo Piccolo dove il clima incandescente del dopoguerra – vera anticamera di una guerra civile che rischiava di funestare ulteriormente un’Italia in macerie – si stempera in piccole beghe da cortile. Quelle tra un prete dallo sganassone facile che parla direttamente con Gesù e un sindaco fedele ai “sacri valori del partito” ma col cuore diviso tra obbedienza politica e amore per le vecchie tradizioni.

Tutto questo si vede bene anche in questo settimo volume (edito – come tutti gli altri della serie – da ReNoir), che pure è quello finora più “drammatico”: beghe di cortile sì, ma questa volta ci è scappato il morto. Qualcuno ha ammazzato il Pizzi, e lo ha fatto per niente, visto che l’assassinio avviene per vendicare un altro omicidio, in realtà mai commesso. Un colossale equivoco che si risolve in tragedia: la tensione è alle stelle. E infatti Paura è il titolo del volume. Il disegno è perfettamente in linea con l’opera: un bel bianco e nero caldo, con tutti i grigi al punto giusto, senza eccessi e incasellato in una gabbia pulita e rigorosa. In una parola, semplice, come le trame, come i film, come il sorrisone a… 78 giri di Fernandel. E a proposito del simpatico attore: il Don Camillo di queste pagine lo ricorda molto da vicino ma non è il suo ritratto. Un giusto compromesso, creato ad arte per ricordare al lettore i classici film e nel contempo proporgli un Don Camillo “proprio” per quest’opera. Più facile raffigurare Peppone: non è il ritratto di Gino Cervi, ma quello di Guareschi stesso, che – non dimentichiamolo – avrebbe dovuto interpretare il sindaco baffuto negli stessi film, prima di rendersi conto che il suo talento di attore non era paragonabile a quello di scrittore e umorista. Un convinto “bene-bravi-bis” a Davide Barzi, dunque, e al disegnatore di questo volume, Francesco Bonanno.

In appendice, anche alcuni racconti extra-doncamilliani: Le storie del Mondo Piccolo, altri spaccati guareschiani dell’Italia che fu. Lo struggente Il decimo clandestino è sceneggiato da Alessandro Mainardi per i disegni di Federico Nardo; il successivo Cavalli e donne è opera di Silvia Lombardi e Beniamino Delvecchio.

(Antonio Marangi)

Quadri di vita di dolorosa bellezza

Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi
Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi

Una scrittura elegante e potente. Energica, puntuale, ricca, rigorosa nel dettaglio descrittivo e tuttavia sfumata, multiforme, capace di sfuggire alla realtà reinventandola almeno in parte, di giocare con la verità confondendola con l’apparenza, di mescolare la veglia e il sogno rendendoli quasi indistinguibili l’una dall’altro. Una scrittura che pur senza rinunciare alla dimensione etica che così fortemente la caratterizza accetta la seduzione dolce dell’immaginazione, la cauta vertigine di una libertà creatrice abbracciata con entusiasmo ma utilizzata con attenzione, quel tanto che basta per giocare ai fatti così come sono accaduti uno scherzo innocente, per “barare con ciò che è stato”. Nei racconti che compongono Gli zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1958, non è il realismo a mancare quanto piuttosto la sua interpretazione, la sua traduzione letteraria (che si allontana dal dettato della pura mimesi, della ricostruzione fedele, “oggettiva”) a distinguersi per originalità, oltre che per una sorta di contagiosa vivacità. Il grande scrittore siciliano non si sottrae al suo dovere di narratore; come già fatto nello splendido Le parrocchie di Regalpetra (che trovate nel blog), egli racconta con sincerità straziante, non omette né nasconde se stesso o le proprie convinzioni, ma quel che offre al lettore è comunque il frutto di una mediazione, di una studiata scomposizione del mezzo espressivo. Messa da parte l’esperienza diretta, il richiamo alla propria storia personale (fortissimo ne Le parrocchie di Regalpetra), Sciascia si affida completamente alla forza della sua prosa; i temi che tratta sono quelli che vive e a cui non può rinunciare – la sua terra bellissima e condannata, la tragedia della guerra, terminata ormai da diversi anni eppure impossibile da dimenticare, la dolorosa illusione dell’impegno politico, il volto feroce e disgustoso della dittatura, l’incessante prevaricazione dell’uomo sull’uomo – ma questa volta è come se non se ne lasciasse coinvolgere, come se si limitasse a illustrarli, arrestandosi sulla soglia di un educato dispiacere per il disordine e la sofferenza del mondo (e della sua isola, che di questo mondo alla deriva è una fin troppo perfetta rappresentazione). Eppure, è proprio da questo rifugiarsi dell’uomo in se stesso, che altro non è se non un espediente letterario, che emerge, pienamente, la figura dello scrittore. In questi racconti, e con sempre maggior decisione nei successivi lavori, Leonardo Sciascia si assume, con coraggio e senza alcun tentennamento, la propria responsabilità d’autore; nelle sue pagine, i fatti, graffiati d’ironia, deformati d’esagerazioni grottesche, intrisi d’un pessimismo talmente lucido da farsi, forse per autodifesa, puntuto sarcasmo, non vengono abbelliti, né stravolti, né truccati. Nudi, autentici, essi semplicemente non si prestano a una trattazione che abbia la puntualità arida e fondamentalmente sterile della cronaca; sono materia d’artista, di un artista che vuole raccontare, e sa come farlo.

Così, ecco che dalla penna di Sciascia torna prendere vita la Sicilia contadina alla fine del secondo conflitto mondiale (ne La zia d’America), occupata dai tedeschi e in attesa dei liberatori americani, che lo scrittore descrive, con indimenticabile disincanto, come benefattori tanto generosi quanto distratti. “La roba che mia zia mandava per me”, confessa il giovanissimo protagonista del racconto, la cui zia era emigrata negli Stati Uniti, “o mi appizzava a stento che parevo un Cristo o dentro ci nuotavo, manco male quella in cui ci nuotavo, ché mia madre poteva adattarmela; mia zia non riusciva a farsi un’idea di me, della mia statura e della mia magrezza, comprava per me alla cieca. Mi andavano bene certe magliette su cui era stampato topolino, e bluse a spicchi blu e gialli che non ci fu verso di farmi indossare. Il paese era pieno di ragazzi con bluse a spicchi e magliette con topolino; vestiti di inequivocabile taglio americano portavano i grandi […]. ‘L’America ci veste’ diceva mia madre”. Dalla Sicilia e dalle sue condizioni, l’orizzonte si allarga alla storia (La morte di Stalin), non più maestra di vita ma tessitrice d’inganni: qui il protagonista, convinto antifascista che idolatra Stalin, vive nei suoi sogni, visitati proprio dal dittatore, quell’ordine del mondo e quella nobiltà della politica che la realtà, giorno dopo giorno, crudelmente disattende. Né le cose sono diverse, ci dice Sciascia, se proviamo a cambiare prospettiva e ci rivolgiamo a un periodo glorioso della nostra storia patria qual è il Risorgimento (argomento de Il Quarantotto, che non a caso si apre con la definizione del termine “quarantotto” citata dal Dizionario siculo-italiano di Gaetano Peruzzo: disordine, confusione. Degli avvenimenti del 1848 in Sicilia: fari lu quarantottu, finiri a quarantottu, approfittari di lu quarantottu, figurativo, vale: fare confusione, finire in confusione, profittare della confusione). Chiude il volume il lungo racconto L’antimonio (aggiunto in un’edizione successiva a quella del 1958), storia di un minatore che, scampato a un’esplosione di grisou, decide di andare a combattere in Spagna. Ignaro di tutto, si arruola nelle truppe di Franco: “Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse […] leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli. Avevo i preti in antipatia, per quel che nelle storie avevo letto e per il fatto delle confessioni […]. Anche i galantuomini mi davano fastidio, quelli che vivevano della rendita delle terre e delle miniere; e quando la domenica li vedevo in divisa mi pareva che il fascio facesse una sorta di giustizia, costringendoli a vestirsi in modo buffo e a marciare nella piazza del castello. Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio”. Poco alla volta, e a sue spese, l’uomo scoprirà il vero volto del regime franchista.

Narrativamente magnifici, i racconti che compongono Gli zii di Sicilia sono quadri di vita di dolorosa bellezza; sono storie che hanno il fascino irresistibile di un canto di sirena. Impossibili da ignorare e da dimenticare.
Eccovi l’incipit del primo racconto. Buona lettura.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò “arrivano”. Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa. Nella strada che abbagliava di sole non c’era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l’arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.

Lontano come un desiderio. O una speranza

Recensione di “L’ultima favola russa” di Francis Spufford

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri

L’utopia comunista, il sogno di una società giusta, dell’uguaglianza, anzi della fratellanza tra gli uomini, finalmente realizzato; il profetico comandamento di Marx “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” divenuto realtà; le immense potenzialità di un’economia pianificata, perfettamente equilibrata nella produzione come nella distribuzione, trasformate in un sistema autonomo e autosufficiente; la promessa della costruzione di un mondo davvero diverso, di una nuova età dell’oro, della felicità e dell’abbondanza per tutti, mantenuta, realizzata. Insomma, l’idea, la più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, incarnata. Ed è proprio l’idea, con tutto il suo carico di meraviglia e la sua entusiastica vitalità, la materia narrativa del brillantissimo romanzo-saggio di Francis Spufford L’ultima favola russa, insignito nel 2011 dell’Orwell Prize.

L’autore sceglie di raccontare l’illusione (o forse la disillusione) di un intero popolo costruendo un circolare intreccio di storie a metà tra invenzione e documentata ricostruzione, e affidandosi a uno stile spumeggiante, sorprendentemente raffinato e solido, ironico, arguto, di divulgativa chiarezza nei passaggi più difficili (come gli studi sulla possibile rivoluzione cibernetica e i nodi e le difficoltà delle strategie industriali) e nello stesso tempo fantastico, chimerico, sovrabbondante. Richiamandosi apertamente alla tradizione fiabesca del grande folclorista Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Spufford non si limita a restituire intatto un determinato periodo storico (per la precisione il decennio dominato dalla figura di Nikita Krusciov, primo segretario del comitato centrale del partito comunista sovietico dal 1953 al 1964) ma ne fa rivivere per intero l’atmosfera, permeata dalle attese della gente comune, elettrizzata dal crescente ottimismo dei leader, nutrita dai progetti di scienziati come il geniale matematico Leonid Kantorovic, padre della programmazione lineare e premio Nobel per l’economia nel 1975.

La favola russa di Spufford (l’ultima prima del gelido inverno brezneviano e del successivo, definitivo crollo dell’apparato politico-economico) è un omaggio divertito e commosso a una stagione irripetibile, un ricordo nostalgico, un’invenzione bizzarra e affascinante che della verità ha il profumo, o per dir con maggior esattezza il desiderio: “Se le favole occidentali”, spiega l’autore, “iniziano con uno sfasamento temporale – «C’era una volta» si dice, sottintendendo un altro tempo, un allora anziché adesso – le skazki russe trasportano il lettore nello spazio: «In un certo reame, in un certo stato» oppure «In un paese lontano», rimandando a un altrove, a un anziché qui. Eppure si tratta sempre di un altrove riconducibile alla madre Russia. All’orizzonte compare sempre una città cinta da una palizzata, con le chiese dalle cupole a cipolla. Il governante è sempre uno zar, Ivan o Dmitrij. Il cielo sempre immenso. È la Russia, sempre e comunque la Russia, quel caro, spaventoso territorio sconfinato ai margini dell’Europa, grande come tutto il resto d’Europa messo insieme. E allo stesso tempo non lo è. È la Russia della fantasia, che non combacia mai perfettamente con lo Stato di cui porta il nome, al quale è vicina quanto un desiderio è vicino alla realtà. E altrettanto lontana”.

È nello scarto tra il desiderio e la sua realizzazione, nell’illusione che poco alla volta ma inesorabilmente cede il passo alla logica implacabile della realtà che il libro di Francis Spufford prende vita; la pesante ombra del fallimento storico dell’Unione Sovietica che ne permea ogni pagina, che incombe come un destino ineluttabile, non è che un tassello del suo mosaico, perché lo scrittore, pur muovendosi nel solco di un rigoroso realismo (il libro ha un corposo apparato di note, essenziali per seguire il racconto, che si snoda per quasi 500 pagine), lascia sempre aperta la porta del possibile; lo fa creando personaggi ispirati a figure reali ma dotate di una propria autonomia di pensiero (è il caso, per esempio, della biologa Zoja Vajnstejn, il cui corrispettivo storico è la genetista Raissa Berg), grazie ai quali può permettersi di alterare, anche se mai sostanzialmente, il corso della storia, e soprattutto non abbandonando mai lo spirito più autentico della narrazione fiabesca, uno dei cardini della cultura popolare russa. Perché nelle fiabe accadono meraviglie di ogni genere, e accadono in Russia.
Eccovi l’inizio del libro (traduzione è di Carlo Prosperi, edizione Bollati Boringhieri). Buona lettura.

Stava arrivando il tram, in uno stridio di metallo e scintille bianche e blu che sprizzavano verso il buio dell’inverno. Con la testa altrove, Leonid Vital’evic aggiunse il proprio contributo alla spinta esercitata dalla folla sgomitante e fu sollevato insieme al resto della collettività oltre il gradino posteriore, nella ressa di carne umana al di là della porta a fisarmonica. «Forza, cittadini! Spingete!» disse una signora bassina accanto a lui, come se avessero una scelta, come se potessero decidersi se muoversi o no quando tutti, nei tram di Leningrado, erano costretti all’eterna lotta per passare dall’ingresso sul fondo all’uscita sul davanti in tempo per la fermata giusta. Eppure il miracolo sociale si ripeteva sempre: da qualche parte, all’estremità opposta, un gruppetto di passeggeri veniva vomitato sull’asfalto e un’onda scomposta percorreva la carrozza, una peristalsi tramviaria che a forza di gomiti e spalle creava lo spazio appena sufficiente in cui pigiarsi prima che la porta di entrata si richiudesse. Le lampadine gialle che pendevano dal tettuccio vacillarono, e il tram si rimise in marcia con un ronzio crescente.

È un corpo nudo e deforme lo spirito dell’uomo

Recensione di “Cecità” di José Saramago

 

José Saramago, Cecità, Einaudi
José Saramago, Cecità, Einaudi

Una prosa di cristallina bellezza, capace di offrire al linguaggio nuovi orizzonti espressivi; un respiro narrativo potente, a tratti rabbioso, intriso di violenza ma anche di commossa pietà e tradotto in lucida metafora politica, nella dolorosa presa di coscienza dell’abisso morale in cui è sprofondato l’uomo, e ancora nell’appassionata rivendicazione di un’anima ferita, umiliata, schiacciata ma non vinta. Un’anima che ha ancora forza bastante per lottare per ciò che le appartiene, la definisce, la nutre: un’insopprimibile urgenza di giustizia e verità. L’utopia negativa disegnata da José Saramago in Cecità non ha nome né volto; la tragedia e l’assurdità di quel che accade (un’improvvisa epidemia di cecità) è priva di collocazione geografica (una città qualunque di un Paese qualunque), e allo stesso modo non sono identificabili, se non attraverso comuni segni esteriori (la ragazza con gli occhiali scuri, il medico, il vecchio con la benda nera), i protagonisti del romanzo. Attraverso questa indistinzione – il cui immediato richiamo visivo è la nebbia lattiginosa che caratterizza l’inspiegabile moltiplicarsi dei casi di perdita della vista – lo scrittore portoghese apre la sua opera all’universalità: i personaggi diventano archetipi, il contagio un simbolo (della malattia morale dell’uomo, del proprio colpevole abbandono di se stesso) e la reazione a esso, quella delle persone colpite – volta a volta disperata, rassegnata, furente, ignobile – e soprattutto quella dello “Stato”, degli apparati al potere, che decidono di rinchiudere i ciechi in strutture manicomiali in disuso e di abbandonarli alla loro impotenza, al degrado quasi ferino in cui sono precipitati, un profetico ammonimento.

La prosa di Saramago, intensa, suggestiva, crudele, eccezionalmente reale pur nella costruzione fantastica (quasi favolistica) del romanzo, coinvolge il lettore e lo scuote, lo emoziona, lo travolge: senza allontanarsi mai dall’inequivoca chiarezza dell’impianto metaforico, fondato sulla netta opposizione tra bene e male, giustizia e ingiustizia, verità e menzogna, coraggio e viltà, l’autore spinge la propria riflessione fin nel cuore dell’universo morale dell’uomo e si interroga con impressionante radicalità sulla sua condizione e sulle sue possibilità di salvezza. Nelle pagine centrali del romanzo, talmente crude, forti e autentiche da risultare sconvolgenti, il dramma tocca l’acme: l’ingresso nel manicomio-centro di detenzione di una nuova comitiva di ciechi spezza il fragile equilibrio “sociale” costruito dalle prime persone rinchiuse (tra le quali il già citato medico e sua moglie, che si è finta cieca per poter stare vicino all’uomo che ama): i prigionieri appena giunti, che Saramago si limita a qualificare come “i ciechi della camerata dei malvagi”, con un colpo di mano si impadroniscono dei viveri e costringono gli altri a subire un odioso ricatto: avranno da mangiare, potranno sopravvivere, solo se le donne del loro gruppo si concederanno, se soddisferanno, senza discutere, ogni voglia dei ricattatori.
Violenza, sopraffazione, penosi sussulti di dignità ridotte a brandelli, tentativi di ribellione abortiti prima ancora di nascere, la paura, e la vergogna di provarla, l’orgoglio che goffamente cerca di rialzare la testa, l’orgasmo che regala l’esercizio dispotico del potere, anche del più meschino; Saramago racconta la deriva etica dell’essere umano spogliandola di ogni possibile giustificazione. È un corpo nudo e deforme lo spirito dell’uomo, dichiara l’autore; della carne ha la materialità, la mortalità, il primitivo appetito. La sua innocenza irrimediabilmente perduta, l’istinto di sopravvivenza cui obbedisce (e che lascia spazio solo all’affermazione di sé, costi quel che costi) è l’impietoso specchio della nostra condizione; quando diventeremo ciechi, ogni volta che per qualsiasi ragione lo diventiamo, a prendere il sopravvento è il male che culliamo dentro di noi come un feto malato, o nel migliore dei casi una paralizzante vigliaccheria. 

Incisivo, disturbante, ineludibile, il j’accuse di Saramago, testimonianza terribile di quel che siamo, è anche l’unità di misura del suo orizzonte morale; comunista militante (partigiano di quell’idea utopistica e nobile del comunismo che vede nella traduzione pratica del comandamento marxista “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” il suo fine ultimo e la sua fondante ragion d’essere), lo scrittore oppone al mondo orfano di compassione che disegna la testarda verità della sua anima (e delle molte anime ad essa affini), incarnata nel romanzo dalla moglie del medico, il solo personaggio scampato all’epidemia. Che vede, dunque, in ogni momento, anche quando non vorrebbe farlo: vede l’uomo, la sua negazione, la sua remota speranza di redenzione.
Cecità è un romanzo fondamentale, un capolavoro anche dal punto di vista stilistico. Leggetelo, vi accompagnerà per il resto della vostra vita.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che somigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiamo furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire lo sportello. Sono cieco.

Morselli, Pizia letteraria

 

Ignorato in vita (tragicamente troncata da un suicidio nel 1973), Guido Morselli, uno dei più originali, intelligenti e talentuosi autori del panorama letterario italiano, viene scoperto ad appena un anno dalla scomparsa. La sua vasta produzione incontra immediatamente i favori di critica e pubblico, eppure, nonostante questo palese riconoscimento (meritorio, ancorché tardivo), o forse proprio a causa di esso, lo scrittore bolognese resta ancora oggi una sorta di curiosità, di oggetto misterioso; un nome noto, anche se non notissimo, cui si continua a guardare come a una sorpresa inaspettata, un’eccentricità, una pietra su cui si inciampa per caso e che solo una volta raccolta rivela le proprie particolarità, pregi che non solo la rendono diversa da tutte le altre ma la fanno somigliare a un prezioso gioiello. Romanziere realista ma capace di spalancare dinanzi al vero prospettive inedite, Morselli, che meriterebbe ben più attenzione di quella ricevuta finora poiché per importanza e dignità letteraria non è secondo a maestri come Calvino, Sciascia, Buzzati e Vittorini, possiede un dono raro: riesce a dare alla sua prosa la dettagliata precisione di una cronaca (che arricchisce con un linguaggio raffinato, composto e concreto, mai eccessivo o ridondante; un linguaggio semplice e bellissimo, che non lascia spazio alcuno a formalismi tanto gradevoli quanto banali e infruttuosi) e nello stesso momento a regalarle fantasia, intuizione, immaginazione, chiaroveggenza persino. I temi dei suoi lavori, a partire dalla prima opera pubblicata (Roma senza Papa, 1974, che racconta di una Capitale d’Italia, alla fine del ventesimo secolo, orfana del capo della Chiesa Cattolica, che ha eletto a propria santa dimora, invece del Vaticano, la più tranquilla e dimessa Zagarolo), sono un impressionante squarcio sulla nostra attualità, sono “sogni consapevolmente sognati” che consegnano ai lettori una possibile chiave di lettura del presente, sono arditi, coraggiosi, entusiasmanti viaggi nel tempo compiuti da uno scienziato, non disordinate corse a rotta di collo di artisti magari brillanti ma attratti soltanto dalla dimensione misteriosa e inconoscibile del domani, non dal desiderio di comprendere, e magari anticipare, quel che sarà.
Creatore geniale e instancabile, Morselli racconta di storia (rielaborandola nel modo della possibilità e illustrando con precisione estrema e lucidità inappuntabile un passato alternativo sulle sorti del primo conflitto mondiale) nello splendido e sorprendente Contro-passato prossimo; si cala con magistrale naturalezza nelle atmosfere dei romanzi di fantascienza (naturalmente caricandole di impegnative valenze simboliche) in Dissipatio H.G., l’ultimo dei suoi romanzi, il cui protagonista, aspirante suicida, scopre con sgomento di essere rimasto l’ultimo essere umano vivente del pianeta; esplora, con pudore ma anche con una spietata capacità d’analisi psicologica, l’abisso fisico ed emotivo dell’incesto (in Un dramma borghese) e, in quello che è probabilmente il suo romanzo più articolato e impegnativo (Il comunista), attraversa il labirinto della realtà politica, del credo ideologico e della sua maturazione.
In questo intenso e doloroso romanzo, Guido Morselli narra della progressiva crisi di coscienza (politica) di un leale iscritto al Partito Comunista Italiano, Walter Ferrarini, di Reggio Emilia, militante, deputato e fedele uomo d’apparato la cui vita in massima parte coincide con quella del suo partito. La sua casa è Via delle Botteghe Oscure a Roma (per decenni storica sede del partito) e le sue giornate sono scandite dai riti della politica, da quelli ufficiali a quelli privati, a cominciare dalla quotidiana lettura mattutina dell’Unità. Ferrarini è un soldato, qualcuno su cui si può sempre contare, ma anche da comunista, da sincero partigiano dell’ideologia, non è al riparo da dubbi, domande, interrogativi che lo sollecitano fino a perseguitarlo, fino a trasformarlo nel peggior nemico di se stesso e in un’insidia per il proprio partito. Dimostrando ancora una volta grande rispetto per la vicenda narrata (e per il suo tormentato protagonista), Morselli si concentra sulla parabola di nascita e morte di un’appartenenza fondata sulla persuasione, sulla forza di un’idea. L’ideologia egualitaria di Ferrarini (e di milioni di altri come lui) si spegne poco alla volta non per colpa dell’uomo ma per consunzione propria. Il suo cammino è segnato; prende vita nella forma di un radicato convincimento personale, trascende le individualità per trasformarsi in un simbolo di unità, in uno scopo da perseguire, ma a contatto con la realtà l’idea perde la propria purezza e torna in qualche modo contaminata al singolo, che a questo punto stenta a riconoscerla, a riprenderla in sé e con sé. Morselli racconta di uno smarrimento ideologico che si fa dramma esistenziale, riflette e fa riflettere sui pericoli di un’adesione acritica a qualsiasi parola d’ordine, foss’anche la più nobile, ma si guarda dall’offrire facili risposte o comode vie d’uscita. Se esiste una percorribile strada mediana tra il comunista di ieri e l’uomo senza ideologia (ma anche senza politica) che vive la desolazione dell’oggi, lo scrittore non ce la indica. Tuttavia ci invita a cercarla; a pensarci, non è cosa da nulla.
Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.
Dibattito (e riposo) in Parlamento. Si stava discutendo un’interpellanza sulle condizioni, cattive, delle Ferrovie dello Stato e l’aula già con poca gente si sguarniva, come capita quando si trattano argomenti tecnici; tranne nel settore della sinistra, a cui apparteneva l’interpellante. Malgrado le voci alterne di questi e del ministro Angelini che gli rispondeva, l’ambiente era sonnacchioso; infastidita e divertita perplessità accolse il magro spunto polemico introdotto dall’estrema. L’interruzione si levò da un banco del M.S.I., la voce, a inflessioni fittamente siciliane, aveva pretese di ironia.
– Tu critichi i treni in ritardo. Lo capisci, onorevole Boatta, che la tua critica si riporta a tempi andati quando c’era in Italia oltretutto chi faceva marciare i treni in orario?
– Ci è costato caro – fu l’ovvia risposta del compagno Boatta. Ma l’altro incalzava:
– Non i soli treni marciavano, a quei tempi. Purtroppo questa nostra Italia pusilla….
Qui Boatta perse la pazienza.
– Impara l’italiano fascista! In italiano non si dice: Itàlea

– Sì, da te imparerò. Che dici Itaglia, con la “g”. Buzzurro.