L’ambiguità, l’eroismo, la solitudine

Recensione di “Dove nessuno ti troverà” di Alicia Giménez-Bartlett

Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà, Sellerio

Uomo o donna? Semplice pastore o criminale inafferrabile e spietato? Assassino senza scrupoli o montanaro ignorante abituato soltanto alla compagnia degli animali? E ancora, fiero militante della lotta partigiana antifranchista o bandito senza bandiera né ideale? Chi si nasconde dietro la misteriosa figura nota in tutta la Spagna con il nome di “Pastora”? A queste domande, che si situano al crocevia tra storia e leggenda, tra cronaca e mito, cerca di dare una risposta la scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett nel bel romanzo intitolato Dove nessuno ti troverà, vincitore nel 2011 del premio Nadal de novela. La vicenda narrata dalla Bartlett ha come protagonista una persona reale, Teresa Pla Meseguer, nata da una povera famiglia di contadini e affetta da una malformazione degli organi genitali che le attirò, fin dalla più tenera età, scherno e ostilità, ma assieme a lei, o per meglio dire attorno a lei, l’autrice costruisce un ritratto cupo, doloroso e violento di una Spagna incapace di superare il terribile trauma della guerra civile. Nel prendere le mosse dal “mistero Meseguer”, nemico pubblico numero uno del Paese, incubo e ossessione della Guardia Civil, capace di sfuggire per anni alla cattura grazie alla sua perfetta conoscenza delle montagne e dei loro segreti, la Bartlett, mescolando abilmente noir, avventura e ricostruzione storica, finisce per dar forma a un potente e crudo romanzo politico che è un trasparente, lucidissimo atto d’accusa al proprio Paese. Continua a leggere L’ambiguità, l’eroismo, la solitudine

La pace, prezzo dello sterminio

Recensione di “Il complotto contro l’America” di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi

Un tradimento epocale, qualcosa di così sconvolgente e inaspettato da far svanire ogni certezza, da trasformare, nello spazio di un istante, un intera nazione e tutti i valori sui quali si fonda (e sui quali poggiano le vite dei suoi cittadini) nel suo tragico contraltare. Una coscienza collettiva che d’improvviso giunge all’inimmaginabile e sabota se stessa per abbracciare l’ignoto, per gettarsi fiduciosa in un baratro di parole d’ordine tanto semplici quanto del tutto prive di senso: “Votate per Lindbergh o votate per la guerra”. È il 1940, l’Europa brucia sotto il fuoco della terrificante potenza bellica nazista, gli ebrei del Vecchio Continente, a decine di migliaia, cadono vittime della follia sterminatrice di Adolf Hitler, e negli Stati Uniti il nuovo campione dell’isolazionismo e della neutralità a tutti i costi, l’eroe dell’aria Charles Augustus Lindbergh, candidato del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, sconfigge il Presidente in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt e inaugura una nuova stagione per il Paese, una stagione segnata da rapporti più che cordiali con la Germania del “Reich millenario” e da un trasparente appoggio ideologico tanto alla sua immediata politica d’aggressione quanto al suo piano di sterminio razziale, parte di un più ampio disegno globale volto a stroncare la “perniciosa influenza ebraica” in ogni campo dell’umano vivere e sapere, influenza che, a parere dello stesso Lindbergh, del suo vice Burton Kendall Wheeler, anche nei democraticissimi e tolleranti Stati Uniti ha ormai preso fin troppo piede e va arginata, fermata, o meglio stroncata del tutto, sradicata.  Continua a leggere La pace, prezzo dello sterminio

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

Chi nasce e muore popolo

Recensione di “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini

Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori
Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti, Mondadori

La storia sfiora e insieme sommerge una via oscura e lercia di Firenze; qui è ovunque il lezzo di miseria, ogni respiro è fatica, e ogni notte il greve sonno dei vinti è una resa allo sfinimento dei corpi provati dal lavoro quotidiano. Qui, tra le case addossate le une alle altre, l’aria è pesante e immobile d’estate e un gelido schiaffo d’inverno; qui le stagioni, come qualsiasi altra cosa del resto, sono peccati da scontare. Eppure qui la vita esplode in variopinti fuochi d’artificio di gioia e sofferenza, si accende nelle schermaglie amorose dei giovani e si fortifica nella lealtà delle coppie di più lunga data; divampa nelle invidie per le altrui fortune, si consuma, come un’anima dannata, nella curiosità sempre frustrata di tutto conoscere e tutto sapere per subito saziarsi nell’illusoria rivincita della maldicenza spacciata per verità, della menzogna propalata al solo scopo d’offendere, di ferire, di colpire al cuore il proprio bersaglio. La storia sfiora e insieme sommerge la fiorentina via del Corno,  Continua a leggere Chi nasce e muore popolo

Estinta innocenza

Recensione di “Zona” di Mathias Énard

Mathias Énard, Zona, Rizzoli
Mathias Énard, Zona, Rizzoli

La Zona è ovunque persone abbiano ucciso altre persone; ovunque massacri siano stati compiuti, ovunque sangue sia stato sparso, ovunque gli dei antropofagi dell’odio e del furore si siano saziati di carne umana, ovunque il sole nero ed eterno della morte, dello sterminio, dell’annientamento sia sorto, sventrando le viscere della terra, figlio degenere dell’universale, implacabile volontà d’uccidere, per non tramontare più. La Zona è una mappa e un calendario; è un luogo, o molti luoghi diversi; è un punto da indicare col dito, un’area su cui stendere la mano attraversata da confini, abitata, punteggiata da città e villaggi, disegnata da paesaggi volta a volta anonimi o splendidi, e nel medesimo tempo è ogni angolo di mondo, le sue estreme periferie e i suoi centri nevralgici, le città ultramoderne e i teatri di guerra che hanno fatto la storia; ed è un fitto elenco di date, un cavalcare di secoli e di millenni, un fluire, uno sgorgare di sangue e di battaglie, conflitti, guerre, sfide, e insieme un tempo unico, sempre uguale a se stesso, un’eternità atroce che senza sosta si insegue, un oscuro gioco di massacri per il quale non esiste termine.

Zona, la Zona, splendido e travolgente romanzo di Mathias Énard (In Italia pubblicato da Rizzoli nella magnifica traduzione di Yasmina Melaouah), è il ritratto di Dorian Gray del piagato e cupo spirito di Francis Servain Mirkovic, protagonista e voce narrante dell’opera, uomo tradito da se stesso, soldato nella ex Jugoslavia scarnificata dalla guerra civile, e poi spia, trafficante d’armi, confidente di assassini, torturatori e criminali di guerra, collezionista di confessioni e segreti innominabili, mercenario, doppiogiochista, pallido e pavido archivista di documenti scottanti pronti per essere venduti al miglior offerente, memoria oscena dell’abissale crudeltà umana.

A bordo di un treno partito da Milano e diretto a Roma, Mirkovic, come in un sogno allucinato, ricorda il proprio passato e quello di chi gli è stato accanto; l’odore di terra delle trincee di Croazia mescolato al fetore dei corpi falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle mine, ridotti a brandelli dai colpi di mortaio, dai cannoni dei carri armati, e il terrore primitivo delle vittime della guerra, identico a quello provato in ogni guerra; il pianto inutile, muto, delle donne, delle madri e delle mogli di chi va a combattere, le lacrime, lucenti come stelle, di Andromaca che accompagnano Ettore, domatore di cavalli, al suo ultimo scontro con il furente Achille piè veloce dinanzi alle mura della superba Ilio, risoluta a non cadere in mano agli Achei dalle scintillanti armature; le urla, soffocate dal gelo, dagli spari, dall’abbaiare degli ordini dei soldati tedeschi di Hitler, dalle risa stridule degli ufficiali, pronti a tutto pur di soddisfare il loro invincibile Führer, disposti a qualsiasi cosa pur di dare linfa al Reich millenario, delle ebree di ogni età, costrette a subire la peggiore delle violenze, il distacco forzato dai propri figli, prima di venire ammazzate sul posto, spazzate via come ostacoli disseminati su una strada che è necessario sgomberare al più presto; le sterili maledizioni pronunciate a mezza voce, nella povertà scandalosa di Gaza, tra le macerie di Beirut, dalle femmine di Palestina, donne guerriere la cui esistenza somiglia a quella di un acrobata che cammina avanti e indietro lungo un filo teso tra la morte e la vita: palestinesi che combattono con il ventre, sfornando figli che saranno milizia e martiri suicidi da lanciare contro lo Stato di Israele, contro gli ebrei travestiti da nazisti che hanno fatto degli arabi i nuovi ebrei, e dopo aver partorito riprendono in mano il fucile e sparano, sparano all’impazzata, in attesa che altro seme le inondi, che altra vita riprenda a palpitare dentro di loro; i lamenti dimenticati dalla storia delle armene, sorelle, consorti e genitrici di un popolo cancellato dalla furia turca.

Mirkovic, studioso del passato, amante della storia, egli stesso tassello della storia degli uomini e dei popoli nel martoriato fazzoletto balcanico, ricorda e sogna, ripensa e immagina, cataloga e ricostruisce; e nelle sue coordinate di lucido delirio quel che emerge è l’assoluta assenza di innocenza: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno osa scagliarla, ma tutti, in ragione di un torto subito chissà quanto prima e chissà da chi, e per opera di chi, scagliano se stessi contro il proprio nemico; così, tutto quel che è accaduto, il mito studiato con tanto entusiasmo a scuola così come i fatti, i morti uccisi dall’ira degli dei o dalla spada santa degli eroi, come i soldati consumati dal freddo, dalla fame o da ordini insensati, si fanno tutt’uno, un unico fiume rosso di sangue in cui niente più si distingue a parte la morte, una sola corrente dove il sacrificio di vite umane compiute in nome di Zeus è lo specchio dell’attentato suicida perpetrato per conto di Allah, della pulizia etnica inflitta dagli ortodossi ai cattolici, dai cattolici ai musulmani e da questi ultimi a entrambi, in un folle, catastrofico girotondo, delle città di infedeli purificate a fil di spada nel nome benedetto della Croce.

Inspiegabilmente paragonato a Le benevole di Jonathan Littell (inconsistente e narcisistico esercizio di stile che poco ha a che fare con la scrittura e ancor meno con la letteratura), Zona, al contrario del pessimo e disonesto lavoro di Littell, è un romanzo di rara intensità e potenza. La scrittura di Énard, di ipnotica bellezza e sempre straordinariamente evocativa, ha la fluidità e il respiro dell’oceano; sussurra instancabile il suo sofferto canto di sirena mentre disegna il nostro tragico destino di angeli caduti.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Tutto è più difficile nell’età adulta, tutto suona più falso un po’ metallico come il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra ci rimandano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, viaggiamo con molte cose, un bambino che non abbiamo tenuto una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino alle nevi che guardiamo sciogliersi, dopo l’inversione della corrente del golfo preludio della glaciazione stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere a Milano ho perso l’aereo.

La guerra di Berto

Recensione de “La colonna Feletti” di Giuseppe Berto

Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio
Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio

Il tono sommesso, crepuscolare, che sembra quasi raccontare in tono di scusa la guerra d’Etiopia, lo smarrimento italiano di fronte alla solennità della terra d’Africa, l’ingenua arroganza del conquistatore contrapposta alla dignità dell’invaso, dello sconfitto, l’umanità travolta dal conflitto e che al conflitto cerca di opporsi come può; rifugiandosi nella disciplina severa del soldato o rincorrendo senza sosta un significato, un’emozione, una scintilla, qualcosa capace di aiutare quel tempo e quei luoghi ad ancorarsi alla memoria, a farsi esperienza, a diventare vita: “Cercava di suscitare in sé una commozione, per rendere poi più facile e individuabile il ricordo. Una sera, tanti anni fa, davanti a un paese chiamato così e così, stanco dopo una lunga giornata di cammino sull’altipiano del Beghmeder-Lastà, io ho pensato questo e questo, e c’era il sole basso che passava tra gli eucaliptus. Non gli veniva niente da pensare, niente d’importante almeno, e di sicuro non se ne sarebbe ricordato. Un mese fa, ad esempio. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarsi dove si fosse trovato e cosa avesse visto un mese fa. Neppure di oggi sarebbe rimasto nulla, era la fine di una giornata come tante […]. Del resto, doveva ammettere che l’attrattiva più pericolosa di quella vita era appunto la mancanza di dimensione, dimensione anche morale, naturalmente, e quindi mancanza di responsabilità: lasciarsi vivere, da un giorno all’altro”. ù

E il sussurro della verità, in questa prosa lenta e dolorosa che avanza a fatica, trascinandosi come un esercito in un acquitrino, è quello personale dell’autobiografia; così, nel narrare la guerra, Giuseppe Berto prima di tutto narra se stesso. La sua adesione, prima alla drammatica impresa coloniale e poi al secondo conflitto mondiale, esposta nella sua nudità di semplice vissuto, di scelta, priva di qualsiasi stucchevole trionfalismo, vuota di giustificazioni e all’opposto ricchissima di dignità, del silenzioso eroismo di coloro che, malgrado tutto, lottano per restare “vivi e se stessi”, la generosa sincerità dell’autore, che non celebra e non accusa, che non rinnega nulla di ciò che ha fatto ma non per questo tace la sofferenza patita, il vuoto lasciato dagli amici perduti, lo sfinimento del corpo e dello spirito, commuovono e sorprendono.

Nei racconti di guerra e di prigionia di Giuseppe Berto raccolti nel volume intitolato La colonna Feletti non si respira né il viziato pentimento di un antimilitarismo abbracciato in ritardo né l’intransigenza di una convinzione, di un credo; le sue storie, certo, raccontano di vinti e non di vincitori, di morti più che di sopravvissuti (o di sopravvissuti che al fronte o nei campi di detenzione hanno irrimediabilmente perduto una parte di sé), ma nelle schiere di derelitti cui egli dà voce – e dei quali fa parte, Berto stesso, infatti, catturato nel 1943, trascorrerà tre anni a Hereford, in Texas, da internato – a emergere non sono, come ci si potrebbe aspettare, il rimpianto o la rabbia, bensì una limpida consapevolezza di quel che accade e la sua accettazione, non supina, non rassegnata, ma totale, piena, completa.

La guerra, dunque, così come Giuseppe Berto la restituisce in queste pagine, non è che la stazione di un’anonima via della croce; è il tempo dilatato e immobile, opprimente come afa e riempito di nulla, dei soldati inchiodati nelle postazioni in attesa di lanciarsi all’assalto del nemico (Sosta a Cassino), è il coraggio di immolarsi per l’ideale che si è deciso di abbracciare, malgrado la giovanissima età, malgrado la vita, la vita stessa, urli di non farlo, di cambiare idea, di tradire tutto e tutti per poter restare fedeli a sé (Necessità di morire), è la severità del campo di prigionia rispettata ma non subita (25 luglio nel Texas, La conversione, Avvenimento a Hereford), è la voglia di resistere, di esistere e di amare che sboccia improvvisa dove il suolo è più arido, più sterile che mai, in un corpo ferito sistemato in un letto d’ospedale (Il seme tra le spine), è l’eredità, spesso insostenibile, delle decisioni prese, che trasforma il dopoguerra dei vinti in un calvario senza fine (È passata la guerra).

Ma soprattutto è, nel racconto che dà il titolo al libro, puntuale cronaca di un massacro realmente accaduto (l’annientamento di una pattuglia italiana) che ha gli accenti e le sfumature di una lunga confessione, un omaggio, un riconoscimento, una testimonianza. Scrive in proposito Cesare De Michelis nella postfazione al libro edito da Marsilio: “[…] Berto ricorda nel suo primo racconto la drammatica sconfitta di una pattuglia italiana che invano cerca di sfuggire alla morte, senza rancore verso il nemico, senza esaltarsi di fronte al sacrificio di tante vite, pago di scorgere di fronte alla morte il volto più autentico degli uomini, il loro più nobile attaccamento alla vita […]. Il racconto d’esordio scritto appena tornato alla vita civile è davvero – come lo definì Berto stesso – «un curioso racconto», perché in esso si sommano, e poi si contraddicono, il proposito «di pagare un tributo di omaggio e riconoscenza» ai commilitoni tragicamente rimasti uccisi in un’impresa di guerra e il desiderio di evocare uno stato d’animo eccitato e spavaldo, del quale resisteva soltanto la nostalgia nel povero mondo provinciale dove era ormai per sempre tornato. Così l’originario proposito agiografico si scolora nel malinconico ricordo di una stagione rimpianta non per l’eroica gloria dei conquistatori ma piuttosto per la maschia solidarietà di uomini semplici, «ai quali rincresce molto morire, e non arrivano mai a pensare alla Patria o al Fascismo, ma soltanto ad un dovere di soldati e di compagni». Questo primato di un forte e netto impegno morale travolge qualsiasi tentazione puramente o astrattamente letteraria o, al contrario, apertamente propagandistica e suggerisce invece toni anticipatamente neorealistici, tanto è appassionata l’attenzione alla concretezza dell’esperienza, anche nei suoi aspetti meno clamorosi, e determinante la tensione a cavarne una lezione che la riassuma, vanificando qualsiasi aneddotica in una esemplare parabola”.

Eccovi l’inizio de La colonna Feletti. Buona lettura.

Maharenà era soltanto il capo dei portaordini, eppure sarebbe stato difficile immaginare il Comando di Battaglione senza di lui. Alto e robusto, sui quarant’anni, coi capelli e la barba lanosi e crespi, parlava l’italiano abbastanza bene, con una lieve cadenza meridionale: per quattro anni, da giovane, aveva fatto l’attendente ad un ufficiale barese.

La solita viltà

Cesare Pavese, Prima che il gallo canti, Mondadori
Cesare Pavese, Prima che il gallo canti, Mondadori

L’uomo, che nitido appare al di là dello scrittore, come in un’istantanea nella quale tutti i soggetti ritratti sono a fuoco, è colui che ha vissuto le vicende narrate, colui che soffrendole le ha ispirate; lo scrittore, che a tratti riemerge a occupare lo spazio dell’uomo, a riempire per intero la scena, si incarna letterariamente nei personaggi cui dà vita e nelle loro azioni e nei loro pensieri si racconta come narratore e come persona. Nelle pagine, dunque, dove ogni cosa prende forma, nell’incedere nervoso della prosa, nel brulicare fitto delle parole che domandano e spiegano, che attaccano e difendono, che sono nello stesso tempo la realtà e l’unico possibile codice in grado di decifrarne il senso nascosto, il mistero, in qualche misura il cerchio si compie, il viaggio termina, il dualismo cessa, e l’uomo e lo scrittore, in platonica unità, giungono a ricomporsi. Così, a buon diritto Emilio Cecchi può scrivere quel che è forse il giudizio più puntuale espresso sui due romanzi brevi Il carcere e La casa in collina di Cesare Pavese (del 1938-39 il primo, di dieci anni più vecchio il secondo), raccolti da Mondadori in un unico volume intitolato Prima che il gallo canti: “Nei racconti di Pavese […] quale profonda consolazione dalla calma apertura di mente, dall’affettuosa chiarezza delle ragioni morali […] dalla grande capacità di compatimento. Per quanto tutto ciò sia in stretta dipendenza dalla bellezza artistica, sembra uno di quei casi, purtroppo sempre più rari, in cui s’era cercato uno scrittore, un artista, e si è trovato anche e soprattutto un uomo (Di giorno in giorno, 1954)”. L’esperienza amara del confino – arrestato nel 1935, Pavese viene condannato a tre anni d’esilio in patria, da scontare nel remoto paese di Brancaleone Calabro – è il filo conduttore (evidente anche se in qualche modo esile) della prima storia, il cui protagonista, pallido alter ego dell’autore, è Stefano, di professione ingegnere, la cui sorte non è tanto legata all’opposizione politico-ideologica manifestata verso i fascisti al potere, quanto la conseguenza (o se si vuole una delle conseguenze, e forse nemmeno la peggiore, anche se di certo una delle più umilianti) di un atteggiamento complessivo testardamente orientato verso la sottolineatura di una sostanziale alterità, di una diversità che inevitabilmente sfocia nella solitudine, nel silenzio, nel vicolo cieco di una vita che disperata si sforza di bastare a se stessa. Il confino, perciò, descritto come una prigione senza muri visibili e reso in tutta la sua opprimente, soffocante urgenza, dalla selvaggia eternità della natura trionfante (il mare da una parte, che ogni mattina abbraccia Stefano per poi restituirlo alla spiaggia e ai suoi giorni sempre uguali, le colline dall’altra, che silenziose e labirintiche d’alberi ed erba, ne accolgono le rare battute di caccia consumate insieme a qualche notabile del luogo), è insieme specchio metafisico di una personale deriva e accidente storico; è il punto d’incontro, tracciato sulla mappa del mondo da un capriccioso destino, di un singolo esistere il cui essere è del tutto indipendente da qualsiasi tempo storico, e di un momento preciso, che dà forma (non importa quanto approssimativa) e giustificazione a un malessere dal sapore quasi mitico, a un’infelicità remotissima. Non a caso, il naufragio di Stefano, nel suo confino quasi del tutto apolitico, si consuma in un inappagato desiderio d’amore, rappresentato in egual misura dalla conquista fin troppo facile (e perciò non interessante, anzi addirittura fastidiosa) di Elena, che gli si concede con penoso slancio materno, e dalla bruciante irraggiungibilità della “serva” Concia, impudica e arrogante, “facile” a detta di tutti eppure inavvicinabile.

Ed è ancora l’amore, anche se declinato in modo differente, come rimpianto, come possibilità mancata, come sacrificio tra i molti (anche se più amaro, più atroce, più ingiusto) imposto dalla brutalità della guerra, la traccia del secondo romanzo, La casa in collina, nel quale Pavese richiama il tempo da sfollato trascorso a Serralunga di Casal Monferrato assieme alla famiglia della sorella. Personaggi centrali, in questa storia, sono Corrado e Cate, un tempo amanti, professore il primo, ragazza di poca istruzione ma di indomabile carattere la seconda, madre di un bambino che potrebbe essere figlio proprio di Corrado. Nel loro precario presente, tra i bombardamenti continui che devastano Torino e la vita che cerca scampo nelle colline circostanti, Corrado e Cate si incontrano dopo lungo tempo senza mai ritrovarsi davvero, e quando, all’indomani della rottura dell’alleanza italo-tedesca la guerra sprofonda ancor più nella tragedia, degenerando nelle atrocità fratricide del conflitto civile, esplodendo nelle sanguinose rappresaglie dell’esercito hitleriano, il labile legame spirituale che Cate e Corrado avevano ricostruito andrà in pezzi, al pari delle loro vite; quella di lei, fiancheggiatrice della lotta partigiana, spezzata dall’arresto e dalla deportazione, e quella di lui, che a più riprese sfugge ai rastrellamenti non per volontà di resistere al nazifascismo, per scelta ideologica, ma per una semplice, nuda, abitudine alla viltà, per quell’atavico, cieco istinto di sopravvivenza che fa preferire la vita ai compromessi cui ci si assoggetta per non perderla.

Prima che il gallo canti è l’opera preziosa di un grande scrittore, di un intellettuale finissimo e di un uomo vero. La scrittura di Pavese, di eccezionale intensità nel suo canto sommesso, è morale nella misura in cui si astiene, anzi rifugge, ogni intento moralizzatore, ed è soprattutto sincera, e colma di una pietà e di un’umanità che non hanno bisogno di chiedere assoluzione perché non hanno nulla di cui vergognarsi.

Eccovi, invece dell’incipit, una breve e a mio avviso indimenticabile riflessione sulla guerra e sulla morte che si trova nelle ultime pagine de La casa in collina. Buona lettura.

Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblicani. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche il vinto nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Häftling 174.517

Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi

“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto alla scopo di formulare nuovi capi d’accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”. Così Primo Levi nella prefazione al suo lavoro più noto e tragico, Se questo è un uomo, lucida cronaca di una prigionia, puntuale analisi di un sistematico processo di degradazione, logico, conseguente disvelamento di un’incrollabile metafisica dell’annientamento. Non un j’accuse, dunque, il suo, non un ennesimo capo d’imputazione da aggiungersi agli altri, piuttosto una testimonianza, il passo d’avvio di una comune riflessione, di una presa di coscienza generale; eppure, anche in una dimensione quasi sospesa, che certo non prende le distanze da quanto accaduto (e del resto, come potrebbe?) ma nemmeno guarda alla barbarie esclusivamente dal polveroso suolo su cui giace l’anima del condannato, né si arrende alla umiliazione definitiva dei vinti, al loro sguardo riempito soltanto del nero pece degli stivali degli aguzzini, l’autore non può non chiedersi, e chiedere, se abbia diritto a essere chiamato uomo chi venga costretto a lavorare nel fango senza mai conoscere pace, e debba lottare per mezzo pane, e morire per un sì o per un no. E se possano ancora rivendicare attributo dumanità donne senza capelli né nome, senza più forza di ricordare, con gli occhi vuoti e il grembo freddo. Donne tramutate in  rane d’inverno. Cos’è dunque quella “fortuna” di cui Levi parla? Cosa intende dire il prigioniero (häftling) numero 174.517 del complesso concentrazionario di Auschwitz scegliendo quel termine così stonato e fuori luogo rispetto all’infinita teoria di devastazione dinanzi alla quale si affaccia? Cosa significa quell’increspatura, quell’imperfezione troppo umana che interrompe la trama implacabile dello sterminio? È la contraddizione, l’imprevedibilità, il fiorire testardo della vita in una sterile terra di morte; è l’emergere di una primordialità che si ostina a essere, a perseverare, quando tutto il resto scompare. Quando non esistono più parole per descrivere l’annullamento di tutto ciò che è umano nell’uomo – “per la prima volta”, scrive Levi, “ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo” – allora, nelle vesti grottesche di una fortuna che altro non è se non sopravvivenza, gioco del caso, colpo di biliardo di circostanze favorevoli, ecco che ogni abiezione, che altre voci denunceranno, che avrà la sua esecrazione e la sua condanna capitale, e che come un Cristo malvagio, o una demoniaca araba fenice, tornerà dalla morte, risorgerà dalle ceneri e di nuovo si alimenterà dell’inestinguibile desiderio, che è dell’uomo e solo dell’uomo, di prevalere sui suoi simili, si fa martellante interrogativo, domanda che senza sosta si affaccia alla coscienza, alle labbra, e chiede, in luogo di una riposta che non potrà mai avere, attenzione, dedizione, fedeltà, perseveranza: come è possibile che sia successo? “La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. «Heimweh» si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire «dolore della casa». Sappiamo donde veniamo […]. Ma dove andiamo non sappiamo […]. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi, fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo”.

Eco eterna di quella domanda, Se questo è un uomo oppone l’uomo a se stesso, ne cerca le tracce nel suo disperdersi, nella cenere del suo corpo come nelle orrende piaghe della sua anima ricondotta a strattoni fino allo stadio elementare della ferinità, e amorevolmente le protegge, sordo alla fatica, al sacrificio, agli spettrali sussurri del fallimento: “Forse mi ha aiutato anche il mio interesse, mai venuto meno, per l’animo umano, e la volontà non soltanto di sopravvivere (che era comune a molti), ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo sopportate. E forse ha giocato infine anche la volontà, che ho tenacemente conservata, di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose, e di sottrarmi così a quella totale umiliazione e demoralizzazione che conduceva molti al naufragio spirituale”.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.

La cognizione del tempo, dell’uomo e del dolore

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti

A un tempo mezzo e fine, la scrittura esplora e conosce se stessa nel suo farsi, saggia potenzialità espressive e limiti intrinseci (tematici e formali) nel momento esatto in cui comincia a costruire l’edificio narrativo all’interno del quale vivrà, si mette alla prova nell’obbedienza o nella trasgressione alle regole di genere, muta (o prova a farlo) nell’originalità delle scelte e nell’acquisizione di nuovi punti di vista, rinasce nella voglia e nel coraggio di sperimentare, nel desiderio di dar forma a un racconto mai prima raccontato. Al tempo stesso mezzo e fine, la scrittura è dunque un eterno ritorno a sé, un continuo vestirsi e rivestirsi d’accenti e sfumature, un improvviso scintillare di luce che abbraccia l’orizzonte e una liquida pozza d’ombra gonfia d’ogni paura e satura di tutte le speranze. In pari momento mezzo e fine, la scrittura è gioco lieve, e invenzione ironicamente crudele, e metaforico mascheramento del vero, e dramma tramutato in commedia nell’esplosivo romanzo incompiuto La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, beffardo e funambolico apologo politico che inestricabilmente si intreccia a una dolorosa vicenda personale (il travagliato rapporto tra una madre e un figlio, specchio dei difficili vissuti familiari dell’autore). Aspro avversario del regime mussoliniano, Gadda lo mette magistralmente in burla (con maggiore e più efficace raffinatezza rispetto a quanto fatto nel suo capolavoro, Quer pasticiaccio brutto de via Merulana, già recensito in questo blog, dove bersaglio dei suoi strali era di preferenza la persona del Duce) ricreandolo geograficamente in un Sudamerica di fantasia dilaniato da un guerra (da poco conclusa ma sempre sul punto di riprendere) tra due stati confinanti: il Maradagál, teatro in cui l’azione si svolge, e il Parapagál. È qui, nel buffo e improbabile Maradagál, dove opera, a beneficio della sicurezza degli abitanti, il Nistitúo provincial de vigilancia para la noche (altro trasparente e beffardo richiamo alla retorica fascista su legge, ordine e disciplina), che il lettore fa conoscenza con Gonzalo Pirobutirro, protagonista del romanzo, notabile rispettato e temuto (in buona parte per il suo pessimo carattere) che vive solo con l’anziana madre. Con l’entrata in scena di Pirobutirro, attraverso il suo interagire con gli altri personaggi del romanzo (in primo luogo il dottor Felipe Higueróa), nel parziale disvelamento del suo legame con la madre (che egli sembra trattare in modo estremamente violento, costringendo la povera donna a vivere in un perenne stato di terrore), il romanzo trova il proprio punto d’equilibrio; attraverso le sue ossessioni, nel cauto resoconto dei suoi giorni e delle sue notti, la prosa di Carlo Emilio Gadda, vivacissima, sorprendente, sarcastica, amara, prepotente, viscerale, rabbiosa, spensierata, universale nella sua magistrale capacità di annullare qualsiasi stilistica contraddizione, si muove armoniosa e fluida dall’individualità alla molteplicità, dalla privata dimensione del singolo allo spazio pubblico della società (richiamato dalle numerose e feroci invettive del protagonista, che sono altrettanti j’accuse lanciati dall’autore all’indirizzo dell’Italia fascista).

In quest’assenza di confini, in questa negazione quasi brutale di uno spazio intimo, riservato, inviolabile, divampano, nello splendore di artifici linguistici e fascinosi azzardi grammaticali che si rinnovano quasi a ogni pagina, tanto l’articolato e sofferto mondo interiore del grande scrittore milanese (che forse in nessun’altra delle sue opere si è così generosamente messo a nudo) quanto la sua decisa presa di posizione politica, la sua critica radicale all’ordinamento sociale, il suo assoluto rifiuto della dittatura, la cui idea di potere si fonda proprio sull’annullamento del singolo a favore di un’indistinta, acefala e mansueta moltitudine controllata senza difficoltà. Uomo solo e insieme (e suo malgrado) parte di un tutto di cui non si sente affatto parte, Gonzalo Pirobutirro sfoga la propria rabbia scagliandosi contro un’idea di stato, di patria, che non ha nulla di umano, che può esistere e prosperare solo a patto di sacrificare spirito, idee, anima e pensiero sullo scintillante altare dell’obbedienza meccanica e della felicità indotta, propagandata, insegnata e diligentemente mandata a memoria. E sulle macerie del cittadino Pirobutirro, sui brandelli dell’“uomo sociale” Pirobutirro, Gadda disegna le inquietudini di un cuore ferito e l’atroce strazio di un uomo strappato a se stesso dal militaresco incedere di un tempo ingiusto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura a tutti.

In quegli anni, tra il 1925 e il 1933, le leggi del Maradagál, che è un paese di non molte risorse, davano facoltà ai proprietari di campagna di aderire o non aderire alle associazioni provinciali di vigilanza per la notte.

Senza storia né Dio

Recensione di “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi

Aspra come i luoghi che racconta; riarsa, inospitale e matrigna. E aperta agli uomini, alle genti anonime che quella terra ostinatamente abitano, strappando giorno dopo giorno vita alle sue viscere nude, tempestando di scongiuri e stregonerie i corpi martoriati dalla febbre, consumati dalla malaria, erosi dalla fatica, stremati dal dolore, obbedendo istintivi all’imperativo della generazione, della carne, genuflettendosi, colmi di rispetto e amore, di fronte al mistero interamente umano della nascita. Così è la prosa dello straordinario, indimenticabile romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, cronaca del periodo di confino trascorso in Lucania dall’autore, punito dal regime mussoliniano (siamo nel biennio 1935-1936) per la sua attività antifascista; un procedere cauto e nello stesso tempo curioso alla scoperta di un mondo nuovo e sconvolgente che non può essere narrato se non attraverso parole, concetti, idee e immagini che, spogliate di ogni significato acquisito, di ogni senso compiuto e condiviso, risorgano riforgiate e innocenti a disegnare un’umanità altrettanto innocente e ferina, naturale in quella misura immortale e finanche stolida che è delle macchie d’erba, e dello scorrere infinito dei fiumi, e del sole che impietoso arroventa sassi e case, e del vento che infuria capriccioso tra burroni e strapiombi. Un’umanità precristiana, o per dir meglio anticristiana, non raggiunta, non toccata da Cristo; un’umanità derelitta perché ignorata, condannata perché taciuta, che Levi, al principio del romanzo, minuziosamente descrive, strappando alla sua scrittura accenti di una pietà così estenuata e sincera da trovare pochi uguali nella storia della letteratura, non solo italiana: “- Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli -. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”.

Chiuso e moribondo, disperatamente aggrappato a un’illusione di sopravvivenza (“Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria […] in questa terra oscura, dove il male non è morale ma è un dolore terrestre, che sta sempre nelle cose, Cristo non è disceso”), vinto sempre e comunque, questo universo splendido e macilento appare agli occhi stranieri di Levi, medico, scrittore, pittore, oppositore politico, uomo tra esistenze d’ombra, allo stesso tempo come un tesoro e un insopportabile scandalo. Nell’impietoso confronto tra i notabili del paese (il podestà, i due incapaci medici condotti) e la dignità goffa (ma robusta e genuina) del popolo minuto, di chi, incurante del peso dei giorni e degli anni, offre se stesso alla terra avara, sacrifica ogni cosa a quel dio così reale, incombente e ostile, l’autore vede tanto la miseria transitoria (e in fondo superficiale) del presente, quanto l’atrocità di una condizione radicata oltre il tempo, le cui ragioni, analizzabili soltanto in parte, stanno nella storia e al di là di essa, in tradizioni che affondano nel mito, in promesse di fedeltà ad affratellamenti e odi viscerali vecchi di centinaia d’anni, in una sensualità del vivere che non lascia spazio alla riflessione, all’oggettivazione, ma che tutto consuma in un’immediatezza che non tollera mediazione, che solo può esaurirsi nella materia, nella concretezza dominata dalla percezione, oppure esplodere nelle forme notturne e magiche che tutto ciò che è natura cela nel suo grembo: “I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dai letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino […]. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro: e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lagrime, scongiurandoti di restituirglielo. Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sotterra, sanno il luogo nascosto dei tesori”.

Cristo si è fermato a Eboli non è soltanto un capolavoro letterario, è una testimonianza limpida e coraggiosa, un’opera onesta e importantissima, un esempio sommo di cosa significhi (di cosa dovrebbe sempre significare) scrivere e assumersene, in pieno, la responsabilità.

Eccovi, invece dell’incipit, gli estratti di due tra le moltissime riflessioni critiche dedicate al romanzo. La prima, puntuale e penetrante, di Italo Calvino; la seconda, ideologica, fuorviante e sostanzialmente superflua, di Jean-Paul Sartre, che nel leggere il testo da un’ottica squisitamente esistenzialista intellettualizza eccessivamente (finendo per sterilizzarla) una riflessione che guarda al realismo e a un nudo, essenziale, umanesimo. Buona lettura.

[…] la peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia. Naturalmente questa è una definizione esterna, è diciamo la situazione di partenza dell’opera di Carlo Levi: il protagonista di Cristo si è fermato a Eboli, è un uomo impegnato nella storia che viene a trovarsi nel cuore d’un Sud stregonesco, magico, e vede che quelle che erano per lui le ragioni in gioco qui non valgono più, sono in gioco altre ragioni, altre opposizioni nello stesso tempo più complesse e più elementari.

L’universale singolare. Quando si incontra Carlo Levi, a Mosca, a New York, a Parigi, si è subito colpiti da una strana contraddizione: egli, dovunque si trovi, rimane il più romano dei romani […] ma nello stesso momento […] sembra ritrovarsi dappertutto come a casa propria […]. Ma ogni volta, dietro l’irriducibile singolarità del fatto raccontato, si può intravedere tutto un mondo – il nostro mondo – in quanto si esprime e si realizza nella qualità fuggitiva di una presenza subito dileguata. Darò a tutto questo il nome di senso, in contrapposizione ai significati. Il senso, ovvero l’incarnarsi del tutto in ciascuna parte, ecco ciò che conferisce ai discorsi di Carlo Levi un fascino inimitabile. Che quest’uomo così eccezionale vi racconti con la sua voce, le sue intonazioni, la sua fisionomia, il suo malizioso distacco […] un’effimera avventura da lui vista nascere e morire in un istante, è una singolarità selezionata da un’altra singolarità. E intanto Roma è là tutta intera, inafferrabile, opaca e presente: vissuta nella sua indecomponibile totalità. Discernere “natura” e “cultura”, però, non è possibile: i propositi dello scrittore non si distinguono da quelli dell’uomo. Essere se stesso, per Levi, significa ridurre l’universale al singolare. Scrivere è comunicare questo incomunicabile: l’universalità singolare. Con ciò, bisogna intendere che egli, come narratore, si è collocato nel medesimo nodo di contraddizioni che la sua vita rivela, e che Merleau-Ponty descriveva in questi termini: “I nostri corpi sono presi nel tessuto del mondo, ma il mondo è fatto della stoffa del mio corpo”.