Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

Gli uomini mentono troppo

Recensione di “Pantomima per un’altra volta” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta, Einaudi

L’attesa nervosa e il precipitarsi della fuga, l’esilio e la cattura, il carcere e la degradazione, e infine il ritorno in patria, il cerchio che finalmente si chiude e che proprio nel momento in cui si chiude viene scardinato dalla memoria, dal risentimento, dalla vendetta, dall’allucinazione, dal bisogno insopprimibile, dalla vitale necessità di scrivere storie per riscrivere la storia. «Nel fondo di questa miseria si forma un libro nonostante tutto […]. La ricamatura del Tempo è musica […]. Io sono ai ricordi…»; l’oscurità dell’oggi è una linea d’ombra, un passaggio quasi invisibile, inavvertito al mondo, dal quale erompono i fuochi d’artificio di un passato brandito con selvaggio orgoglio, come fosse lo scalpo di un nemico vinto – “Ferro per ferro! Alé! Guardia! e tutta la lama, e a fondo! pettorale! dove che eravate all’agosto ’14?… ridomando!… no nelle Fiandre?… né Charloroi?…» – e assieme a esso il fiammeggiare osceno, lo scandalo violento di una condizione vissuta come suprema ingiustizia e denunciata a piena voce, urlata, esposta nuda agli occhi di tutti come il vile accanimento del trionfatore nei confronti del vinto: «Oh ma mica solo che la pellagra al ciuffo del culo! L’Articolo 75 e la Sbarra! quattro mandati annullati, rimessi su! […]. Voi mi fare cagare con Brasillach! Ha manco avuto il tempo di raffreddarsi, l’hanno fucilato a caldo! Me, è l’imputridimento di anni qua in questo buco con le otarie a destra, sinistra, di fronte, che io tollero no! I sorveglianti coi fischietti neppure! Più l’Hortensia e i suoi lazzi! Anche così decaduto qua come sono è mica sopportabile, raccontabile! A meno di ridere, beninteso!». Continua a leggere Gli uomini mentono troppo

Diario di una persecuzione

Recensione di “Anne Frank, la biografia a fumetti” di Sid Jacobson e Ernie Colon

Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard
Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard

Da sempre, la vittima più famosa della Shoah è protagonista di qualsivoglia mezzo di comunicazione. Il fumetto non fa eccezione. Tra tutte le versioni prodotte negli anni, però, l’opera a nuvolette più importante è probabilmente questa biografia a fumetti, quella “ufficiale”, realizzata con la supervisione de La casa di Anne Frank di Amsterdam e già proposta in Italia da RCS Libri. Questa volta è Mondadori Comics a ripubblicarla, in una elegante edizione cartonata, in collaborazione con Rizzoli Lizard. Non si tratta di una riproduzione a fumetti del celeberrimo Diario, ma della vera e propria biografia della giovane ebrea tedesca. Particolare non secondario, visto che – come spiega Sergio Luzzatto nell’introduzione al volume – il Diario non ha avuto una storia lineare come in molti hanno pensato per anni, ma ha avuto più versioni: la prima, quella scritta di getto dalla ragazza, fu revisionata e corretta da lei stessa in un secondo momento, prima della sua deportazione; seguì una terza versione, quella realizzata da Otto Frank, suo padre e unico sopravvissuto della famiglia, miscelando le due precedenti. E anche quest’ultima è stata rivisitata dalla Fondazione Anna Frank negli anni seguenti. Continua a leggere Diario di una persecuzione

Sii ciò che sei

Recensione di “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda

L’idea che siano commedia, riso e umorismo la più genuina e fedele interpretazione del dramma, che nella contagiosa leggerezza del loro codice espressivo abiti la comprensione del male, e un viaggio a ritroso nel passato compiuto con piena coscienza di tutto quel che è accaduto da allora a oggi, vestito della limpida consapevolezza dei fatti, gravato dal peso delle decisioni prese (e delle conseguenze che da quelle decisioni sono scaturite), dei rimorsi accumulati, dei rimpianti rimasti ad appassire lungo la strada e a tratti risvegliati, come tormenti, dall’ingovernabile sussulto dei ricordi. E il lento divenire di tutte le cose, il respiro di ciò che è vivo che muta le quotidiane esistenze, che incessantemente conduce il noto verso l’ignoto, che apre le porte all’inaspettato. Così, il legame tra ciò che è stato e ciò che è non è un correre lungo i binari di una strada definita, non è semplicemente ricostruire l’immutabile, illuminare la morta eternità delle cose trascorse, bensì uno zigzagare del pensiero e della fantasia; è l’incedere ubriaco dei sentimenti, l’anarchico vagabondare di un frammento di memoria che nel suo effimero splendore ne illumina un altro, il quale a sua volta ammicca a un terzo, che ancora svela il successivo, finché quest’abbozzato filo d’Arianna non diviene percorso, e il percorso trama del labirinto. Continua a leggere Sii ciò che sei

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

La figlia del generale

Recensione de “La figlia” di Clara Usón

Clara Usón, La figlia, Sellerio
Clara Usón, La figlia, Sellerio

Onora il padre e la madre. Sii devoto e leale, sempre, verso coloro che ti hanno dato la vita e che per difenderla sono pronti, in qualsiasi momento, a sacrificare le loro; sii carne, anima e sangue con le loro carni, le loro anime e il loro sangue; sii lo stesso cuore, la medesima sostanza. E continua la loro opera, perpetua il loro ricordo. Sii figlio, nell’identica misura in cui loro sono stati genitori, e così tu sia benedetto. Proprio questo fu, per il suo adorato padre, la giovane Ana Mladic, studentessa brillante, ragazza spensierata e amante della vita, spirito pulito attratto da romantiche fantasticherie, da fanciulleschi sogni di gloria; esattamente questo fu, per suo padre, l’eroe invitto Ratko Mladic, l’infallibile generale Ratko Mladic, il glorioso condottiero dell’esercito della rinata Repubblica Serba Ratko Mladic, la figlia Ana, e lo fu tenacemente, fino al giorno in cui l’illusione coltivata con cura anno dopo anno non finì in frantumi, e il semplice respirare, il meccanico aprire gli occhi su un mondo che d’improvviso era divenuto inferno, non si fece insopportabile. Continua a leggere La figlia del generale

Tralfamadore. E poi Dresda

Recensione di “Mattatoio n. 5”
di Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli

Chiamata a esprimere l’inesprimibile, a dare voce (e dunque, almeno in qualche misura, anche un perché, una ragione) a orrori così spaventosi da non poter essere neppure immaginati, la parola si scopre capace di superare di se stessa; trova lo slancio necessario a ridisegnare la propria geografia semantica, arriva a nutrirsi di quella folle, generosa anarchia che sola le permette di reinventarsi nella forma, nello stile, nell’architettura narrativa, e in tal modo replica alla realtà d’incubo con la quale è chiamata a misurarsi con l’abbagliante esultanza di un miracolo creativo. Chiamato a raccontare uno dei più insensati massacri della storia – “È tutto accaduto, più o meno […]. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati […]. Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane” – l’atto dello scrivere, del descrivere, del replicare un fatto, volta le spalle alla propria tragica insufficienza per aprirsi a una dimensione nuova, a uno spettro vocale sconosciuto dove a dominare è ancora l’accadimento in sé, ma non più nella sua oscena nudità, bensì nel travestimento iperbolico e dolcemente fantastico della fiaba, del racconto stralunato, dell’invenzione innocente e purissima. Così, l’eccidio di Dresda, il terrificante bombardamento alleato che tra il 14 e il 15 febbraio del 1945 causò, con la distruzione pressoché totale della città, 135.000 vittime (per rendersi conto della gravità della strage basti pensare che la bomba atomica americana sganciata su Hiroshima provocò, al suo impatto, la morte di 71.379 persone) si fa tappa del peregrinare nello spazio e nel tempo dell’anonimo, tenero e grottesco Billy Pilgrim, protagonista dello splendido e intensissimo Mattatoio n. 5, uno dei romanzi più celebri (e più riusciti) di Kurt Vonnegut. Uomo qualunque rapito dagli alieni, condotto sul pianeta Tralfamadore e divenuto in forza di ciò (e suo malgrado) mite custode dei segreti del tempo, della vita e della morte, Pilgrim non è semplicemente l’alter ego dell’autore; plasmato dal delicato sussurro della comicità di Vonnegut, cresciuto nel trasparente liquido amniotico di una prosa che, come una pietosa mano, carezza la piagata superficie di ciò che è per conoscerla, impararla e restituirla intatta alla coscienza di ciascuno, Billy Pilgrim è l’antieroe senza peccato gettato nella spietata arena della ferocia umana. Ed è soltanto attraverso il suo sguardo limpido, attraverso la sua ingenuità di fanciullo, attraverso le sue esperienze uniche e incomunicabili (che tuttavia egli cerca di condividere con il maggior numero possibile di persone, incurante della sprezzante incredulità che le sue parole suscitano) che l’insensato massacro di Dresda (e con esso la sanguinosa metastasi della guerra) può trovare forma.

Abbigliata con gli sgargianti abiti clowneschi che Pilgrim, quasi senza rendersene conto, fa indossare a tutto ciò che vive, la guerra diventa d’improvviso materia narrativa; la beffarda metamorfosi letteraria cui, grazie all’immaginazione di Billy Pilgrim, la costringe Vonnegut, tramuta la sua cupa presenza d’ombra nell’evanescente e disarmata rappresentazione di una pellicola bellica, per di più trasmessa al contrario, dalla fine all’inizio anziché dal principio alla conclusione: “Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra […]. Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo nel film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre individui perfetti di nome Adamo ed Eva”. E in questa dissoluzione quasi magica della guerra, in questo tocco di gentile insensatezza che ha l’immenso potere di dare senso a qualcosa che non ha nessuna ragione, nessuna giustificazione, anche Dresda l’innominabile può dissolversi e trovare pace, può essere descritta, e ricordata, per ciò che è davvero stata nell’esatto momento in cui, talmente disseminata di crateri e macerie da ricordare la luna, la luna stessa romanticamente richiama nel fiorire di pensieri e ricordi di Billy Pilgrim, l’uomo che ha viaggiato nello spazio e nel tempo, che ha conosciuto la morte e la vita e che sa, perfettamente sa, che né per l’una né per l’altra mette conto piangere e disperarsi.

Indimenticabile romanzo-capolavoro, Mattatoio n. 5 è un’opera fondamentale, una lettura necessaria, carica di bellezza, pietà e dolore; è, insieme, testimonianza eterna e necessario insegnamento, entrambi narrati in una lingua che è tutte le lingue degli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Luigi Brioschi. Buona lettura.

È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Amore e guerra

Recensione di “Confusione” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Confusione, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Confusione, Fazi Editore

A confondere, a ottundere menti e fiaccare corpi, è l’atrocità della guerra, con la sua infinita conta dei morti, con il tragico appello di nomi e cognomi di caduti tra i quali occhi in egual misura colmi di speranza e terrore cercano quelli dei propri congiunti, dei propri cari; a confondere sono il dolore e la sofferenza che, come fiori selvatici, sembrano crescere ovunque; a confondere è la vita, superba nel suo sovrano disprezzo per le esistenze dei singoli e così insopportabilmente fiera di apparire ingiusta, anzi di essere ingiusta. Ma a causare tremori e timori, a scuotere le anime, è anche l’amore, il mareggiare selvaggio, scomposto e irresistibile di sentimenti vissuti in uno stato prossimo all’incoscienza, in una leggerezza quasi di sogno che profuma d’infantile ribellione alla dittatura spietata del tempo che passa, dell’età adulta che prende con sé ogni cosa, delle responsabilità che impongono a ognuno di noi di diventare, una volta per tutte, ciò che non abbiamo mai desiderato essere.

Amore, dunque, come goffo antidoto al nero abisso della guerra e insieme come blando anestetico alla fatica di vivere; amore come risorsa e come illusione, come ultima spiaggia e infine come atto di resa; l’amore che di continuo si trasforma trasformando (anzi travolgendo) nel suo cammino tutto quel che incontra; l’amore, universale precipitato chimico che, come soffio divino, crea dal nulla, palpita in ogni pagina di Confusione di Elizabeth Jane Howard, terzo, meraviglioso capitolo della saga dei Cazalet (degli altri due volumi ho già scritto qui e qui).

Delineate in tutti i dettagli nelle opere precedenti le dinamiche della famiglia protagonista, in questo romanzo l’autrice si dedica a illuminare la contraddittoria intimità dei suoi personaggi; lungo il filo di un racconto quasi esclusivamente declinato al femminile (ma dove le poche figure maschili, a partire da quella di Archie, amico intimo della famiglia Cazalet al punto che ciascuno dei componenti finisce per farne il proprio confidente, risaltano per nobiltà, integrità e coraggio) e impreziosito da uno stile di scrittura di limpido splendore, ricco senza mai essere ridondante e in pari tempo essenziale eppure così straordinariamente evocativo da risultare esaltante, l’autrice narra “il tempo delle scelte” delle ragazze Cazalet, giovani che fino a un attimo prima non erano che bambine e ora invece sono donne, donne che scelgono la via del matrimonio, e poi dell’adulterio, oppure quella del sacrificio, del completo dono di sé all’altro, oppure ancora quella della fedeltà ostinata, dell’attaccamento a un’idea, a una convinzione, a un desiderio cui non è permesso affievolirsi, a una certezza cui non è consentito vacillare.

Donne come Louise, che va in sposa a Michael Hadleigh – rampollo di una famiglia molto in vista, uomo di successo la cui brillante facciata nasconde un figlio pavido, succube della madre, il cui smisurato amore per lui ha i contorni bui e inquietanti di un incesto mancato – e nei panni della invidiatissima e ammiratissima “miss Hadleigh”, cui non si chiede altro che di mettere al mondo figli e obbedire passivamente alla volontà dell’uomo che ha sposato, precipita in un abisso di infelicità che non credeva immaginabile; e donne come Nora, che da ragazzina voleva farsi suora e ora, da infermiera, si innamora, fino a decidere di unirsi a lui in matrimonio, di un soldato tornato dal fronte paralizzato e mutilato di entrambe le braccia.

E ancora donne come le cugine Polly e Clary, che vivono quella che dovrebbe essere la loro età dell’oro senza sapere bene che fare di quegli anni così preziosi, incapaci di ricordare come fossero le cose prima della guerra e troppo spaventate per provare a figurarsi come saranno quando e se la guerra, nel cui arido grembo vivono segregate, avrà finalmente fine, con Polly alle prese con il suo scomodo innamoramento per Archie e Clary intenta a tenere aggiornato il proprio diario per poterlo dare da leggere a suo padre Rupert, disperso in Francia ormai da troppi anni e da tutto il resto della famiglia considerato morto.

E accanto a loro donne che mogli e madri lo sono già da tempo ma non per questo sono meno fragili, meno confuse; donne come Zoë, moglie di Rupert,“vedova non vedova” che si accende di passione per un ufficiale americano di origine ebraica il cui equilibrio verrà sconvolto dalla scoperta dei campi di concentramento e dalle dimensioni dello sterminio del suo popolo organizzato e messo in atto dall’esercito hitleriano; e donne come Rachel, il cui amore per la musicista Sid, immancabilmente sacrificato ai doveri che lei ritiene di avere verso gli altri componenti della famiglia Cazalet, affoga nella purezza, nella verità e nel silenzio.

Per quanto inevitabilmente interlocutorio, Confusione è un romanzo che si legge d’un fiato, un racconto travolgente e magnifico; Elizabeth Jane Howard dona verità e autenticità a ogni personaggio, riflette sulla complessità della vita con semplicità, profondità e rara intelligenza, restituendola al lettore senza indulgenza ma anche, ed è questo quel che più importa, senza alcun gratuito pregiudizio.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Fazi Editore, è di Manuela Francescon. Buona lettura.

La stanza era chiusa da una settimana. La finestra esposta a sud, sul giardino, era coperta da una tenda avvolgibile di calicò. Una luce tenue color pergamena illuminava l’aria fredda e viziata. Si avvicinò alla finestra e tirò il cordino; la tenda si avvolse di scatto.