L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Recensione di “Ombre sull’Hudson” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Ombre sull’Hudson, Tea

New York, alla fine degli anni Quaranta, è allo stesso tempo un rifugio e una prigione. Agli occhi di un gruppo di ebrei sopravvissuti all’immane tragedia dello sterminio nazista la città offre protezione, sicurezza, finanche riposo, mai i suoi silenzi, la sua tranquillità apparente, la distanza quasi incolmabile (eppure non sufficiente) che la divide da quell’Europa d’incubo dove si accumulano milioni di cadaveri, dove la guerra appena conclusa tortura incessantemente i corpi e le anime di coloro che sono scampati ai suoi artigli, restituiscono l’eco degli orrori perpetrati e subiti e con esso la scandalosa, radicale assenza di qualcosa che possa anche solo somigliare a una ragione, a un perché, a un disegno, a una volontà per quanto oscura e indecifrabile. New York, alla fine degli anni Quaranta, per chi ancora vive e respira, e grazie a questi semplicissimi atti di ribellione rifiuta, addirittura nega, la micidiale meccanica dell’annientamento hitleriana, è il lacerante enigma di Dio, è il cono d’ombra dentro il quale scompaiono la sua razionalità e la sua bontà, è il sogno cieco, svuotato di ogni significato, di chi chiude gli occhi per sfinimento ma ha ormai perduto per sempre la capacità di addormentarsi. È in questa città insieme generosa, amica e incolore, tra queste strade sorelle ed estranee, nel ventre di case accoglienti e distanti che Isaac Bashevis Singer ambienta Ombre sull’Hudson, romanzo di cupo splendore, implacabile cronaca di una deriva esistenziale che è forse la sola eredità possibile per coloro che non si sono arresi alla morte. Attraverso una scrittura di straordinaria potenza espressiva, nel dettaglio dolorosissimo di ritratti psicologici compositi, dove la memoria delle atrocità di ieri si scontra con il bisogno quasi assoluto di oblio del presente, del momento vissuto qui e ora, e la sfiancante ricerca di Dio rischia di giungere fino al confine impossibile della sua negazione, fino alla selvaggia, scomposta, blasfema e razionale revoca in dubbio della sua onnipotenza, fino all’immaginazione febbrile e perversa che vede nel Dio degli ebrei l’accondiscendente spettatore della loro distruzione, un idolo sordo alle loro grida d’aiuto, alle loro suppliche, alle mani tese, alle candele accese, ai libri di preghiere consumati dall’uso, e ancora oltre, a un’idea di uomo che non ha più nulla di umano, Singer mette in scena la sconfitta di ogni speranza. “Penso […]. A donne torturate, bambini arsi. Non intendo l’aspetto morale del fatto, non sono così ingenuo. Ma mi interessa la psicologia: che cosa passa per la mente quando si infila un bambino in forno? Si dovrà pur pensare qualcosa; si deve persino trovare una giustificazione. Ma che cosa passa per la mente? Dopo, che cosa si dice alla moglie, alla fidanzata, ai genitori? Come fa un uomo a tornare a casa da moglie e figli e dire: oggi ho bruciato cinquanta bimbi? E che cosa risponde la moglie? A che cosa pensa un individuo del genere quando finalmente posa la testa sul cuscino? Vorrei soltanto sapere come funziona la mente di simili malvagi”. Continua a leggere L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

Diario di una persecuzione

Recensione di “Anne Frank, la biografia a fumetti” di Sid Jacobson e Ernie Colon

Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard
Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard

Da sempre, la vittima più famosa della Shoah è protagonista di qualsivoglia mezzo di comunicazione. Il fumetto non fa eccezione. Tra tutte le versioni prodotte negli anni, però, l’opera a nuvolette più importante è probabilmente questa biografia a fumetti, quella “ufficiale”, realizzata con la supervisione de La casa di Anne Frank di Amsterdam e già proposta in Italia da RCS Libri. Questa volta è Mondadori Comics a ripubblicarla, in una elegante edizione cartonata, in collaborazione con Rizzoli Lizard. Non si tratta di una riproduzione a fumetti del celeberrimo Diario, ma della vera e propria biografia della giovane ebrea tedesca. Particolare non secondario, visto che – come spiega Sergio Luzzatto nell’introduzione al volume – il Diario non ha avuto una storia lineare come in molti hanno pensato per anni, ma ha avuto più versioni: la prima, quella scritta di getto dalla ragazza, fu revisionata e corretta da lei stessa in un secondo momento, prima della sua deportazione; seguì una terza versione, quella realizzata da Otto Frank, suo padre e unico sopravvissuto della famiglia, miscelando le due precedenti. E anche quest’ultima è stata rivisitata dalla Fondazione Anna Frank negli anni seguenti. Continua a leggere Diario di una persecuzione

Sii ciò che sei

Recensione di “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda

L’idea che siano commedia, riso e umorismo la più genuina e fedele interpretazione del dramma, che nella contagiosa leggerezza del loro codice espressivo abiti la comprensione del male, e un viaggio a ritroso nel passato compiuto con piena coscienza di tutto quel che è accaduto da allora a oggi, vestito della limpida consapevolezza dei fatti, gravato dal peso delle decisioni prese (e delle conseguenze che da quelle decisioni sono scaturite), dei rimorsi accumulati, dei rimpianti rimasti ad appassire lungo la strada e a tratti risvegliati, come tormenti, dall’ingovernabile sussulto dei ricordi. E il lento divenire di tutte le cose, il respiro di ciò che è vivo che muta le quotidiane esistenze, che incessantemente conduce il noto verso l’ignoto, che apre le porte all’inaspettato. Così, il legame tra ciò che è stato e ciò che è non è un correre lungo i binari di una strada definita, non è semplicemente ricostruire l’immutabile, illuminare la morta eternità delle cose trascorse, bensì uno zigzagare del pensiero e della fantasia; è l’incedere ubriaco dei sentimenti, l’anarchico vagabondare di un frammento di memoria che nel suo effimero splendore ne illumina un altro, il quale a sua volta ammicca a un terzo, che ancora svela il successivo, finché quest’abbozzato filo d’Arianna non diviene percorso, e il percorso trama del labirinto. Continua a leggere Sii ciò che sei

Amore e guerra

Recensione di “Confusione” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Confusione, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Confusione, Fazi Editore

A confondere, a ottundere menti e fiaccare corpi, è l’atrocità della guerra, con la sua infinita conta dei morti, con il tragico appello di nomi e cognomi di caduti tra i quali occhi in egual misura colmi di speranza e terrore cercano quelli dei propri congiunti, dei propri cari; a confondere sono il dolore e la sofferenza che, come fiori selvatici, sembrano crescere ovunque; a confondere è la vita, superba nel suo sovrano disprezzo per le esistenze dei singoli e così insopportabilmente fiera di apparire ingiusta, anzi di essere ingiusta. Ma a causare tremori e timori, a scuotere le anime, è anche l’amore, il mareggiare selvaggio, scomposto e irresistibile di sentimenti vissuti in uno stato prossimo all’incoscienza, in una leggerezza quasi di sogno che profuma d’infantile ribellione alla dittatura spietata del tempo che passa, dell’età adulta che prende con sé ogni cosa, delle responsabilità che impongono a ognuno di noi di diventare, una volta per tutte, ciò che non abbiamo mai desiderato essere.

Amore, dunque, come goffo antidoto al nero abisso della guerra e insieme come blando anestetico alla fatica di vivere; amore come risorsa e come illusione, come ultima spiaggia e infine come atto di resa; l’amore che di continuo si trasforma trasformando (anzi travolgendo) nel suo cammino tutto quel che incontra; l’amore, universale precipitato chimico che, come soffio divino, crea dal nulla, palpita in ogni pagina di Confusione di Elizabeth Jane Howard, terzo, meraviglioso capitolo della saga dei Cazalet (degli altri due volumi ho già scritto qui e qui).

Delineate in tutti i dettagli nelle opere precedenti le dinamiche della famiglia protagonista, in questo romanzo l’autrice si dedica a illuminare la contraddittoria intimità dei suoi personaggi; lungo il filo di un racconto quasi esclusivamente declinato al femminile (ma dove le poche figure maschili, a partire da quella di Archie, amico intimo della famiglia Cazalet al punto che ciascuno dei componenti finisce per farne il proprio confidente, risaltano per nobiltà, integrità e coraggio) e impreziosito da uno stile di scrittura di limpido splendore, ricco senza mai essere ridondante e in pari tempo essenziale eppure così straordinariamente evocativo da risultare esaltante, l’autrice narra “il tempo delle scelte” delle ragazze Cazalet, giovani che fino a un attimo prima non erano che bambine e ora invece sono donne, donne che scelgono la via del matrimonio, e poi dell’adulterio, oppure quella del sacrificio, del completo dono di sé all’altro, oppure ancora quella della fedeltà ostinata, dell’attaccamento a un’idea, a una convinzione, a un desiderio cui non è permesso affievolirsi, a una certezza cui non è consentito vacillare.

Donne come Louise, che va in sposa a Michael Hadleigh – rampollo di una famiglia molto in vista, uomo di successo la cui brillante facciata nasconde un figlio pavido, succube della madre, il cui smisurato amore per lui ha i contorni bui e inquietanti di un incesto mancato – e nei panni della invidiatissima e ammiratissima “miss Hadleigh”, cui non si chiede altro che di mettere al mondo figli e obbedire passivamente alla volontà dell’uomo che ha sposato, precipita in un abisso di infelicità che non credeva immaginabile; e donne come Nora, che da ragazzina voleva farsi suora e ora, da infermiera, si innamora, fino a decidere di unirsi a lui in matrimonio, di un soldato tornato dal fronte paralizzato e mutilato di entrambe le braccia.

E ancora donne come le cugine Polly e Clary, che vivono quella che dovrebbe essere la loro età dell’oro senza sapere bene che fare di quegli anni così preziosi, incapaci di ricordare come fossero le cose prima della guerra e troppo spaventate per provare a figurarsi come saranno quando e se la guerra, nel cui arido grembo vivono segregate, avrà finalmente fine, con Polly alle prese con il suo scomodo innamoramento per Archie e Clary intenta a tenere aggiornato il proprio diario per poterlo dare da leggere a suo padre Rupert, disperso in Francia ormai da troppi anni e da tutto il resto della famiglia considerato morto.

E accanto a loro donne che mogli e madri lo sono già da tempo ma non per questo sono meno fragili, meno confuse; donne come Zoë, moglie di Rupert,“vedova non vedova” che si accende di passione per un ufficiale americano di origine ebraica il cui equilibrio verrà sconvolto dalla scoperta dei campi di concentramento e dalle dimensioni dello sterminio del suo popolo organizzato e messo in atto dall’esercito hitleriano; e donne come Rachel, il cui amore per la musicista Sid, immancabilmente sacrificato ai doveri che lei ritiene di avere verso gli altri componenti della famiglia Cazalet, affoga nella purezza, nella verità e nel silenzio.

Per quanto inevitabilmente interlocutorio, Confusione è un romanzo che si legge d’un fiato, un racconto travolgente e magnifico; Elizabeth Jane Howard dona verità e autenticità a ogni personaggio, riflette sulla complessità della vita con semplicità, profondità e rara intelligenza, restituendola al lettore senza indulgenza ma anche, ed è questo quel che più importa, senza alcun gratuito pregiudizio.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Fazi Editore, è di Manuela Francescon. Buona lettura.

La stanza era chiusa da una settimana. La finestra esposta a sud, sul giardino, era coperta da una tenda avvolgibile di calicò. Una luce tenue color pergamena illuminava l’aria fredda e viziata. Si avvicinò alla finestra e tirò il cordino; la tenda si avvolse di scatto.

 

Vernichtungslager

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

Non c’è paese, per chi è vecchio

Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire, Neri Pozza
Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire, Neri Pozza

Per Sheldon Horowitz, ex marine ottantaduenne, eroe di guerra in Corea, vedovo e padre di un ragazzo morto durante il tragico conflitto in Vietnam, il presente non è che un continuo rimpianto del tempo trascorso. Per il soldato Sheldon Horowitz, per il patriota ebreo americano Sheldon Horowitz, a tal punto fedele alla propria nazione da sacrificare, per essa, il suo unico figlio, l’alba di ogni nuovo giorno non è che il rinnovarsi di un inestinguibile senso di colpa e insieme il ripetersi martellante, ossessivo, di domande destinate a rimanere senza risposta: “Perché io? Perché è toccato a me sopravvivere? Perché ho finito per perdere proprio le persone che ho amato di più? Perché, invece di proteggerle, le ho uccise? Perché, cieco e sordo all’amore e armato soltanto di una retorica ampollosa e inutile, ho assassinato mio figlio? E perché ho continuato a uccidere, rovesciando tutto il dolore per la sua perdita su mia moglie? Perché ho fatto questo?”. Protagonista del thriller Uno strano luogo per morire, applaudita opera prima di Derek B. Miller, Sheldon Horowitz è allo stesso tempo un personaggio e un modello, una sorta di confuso archetipo di un’indecifrabile modernità. La misura e il senso della sua vita riposano nei ricordi che custodisce, nella sala degli orrori della sua lucidissima memoria ferita, che senza sosta lo riporta ai momenti drammatici, terribili, immodificabili nei quali è stato costretto a prendere una decisione, a scegliere, e scegliendo ha plasmato non solo la sua esistenza, ma anche quella del figlio e della moglie. La seconda guerra mondiale, segnata da Hitler e dalla sua folle apocalisse antisemita, consumata nella silente connivenza di una buona fetta di mondo, orrori che Sheldon, all’epoca troppo giovane per imbracciare armi, non ha potuto combattere; poi la Corea, e la minaccia comunista a un ordine mondiale appena riconquistato, affrontata da cecchino, da eroe, e nonostante ciò così insopportabilmente carica d’atrocità da non meritare giustificazione, con la morte, spettro innominabile, a danzare beffarda tra la sabbia e il mare, a razziare anime, abbandonando al pianto dei commilitoni e alla disperazione dei parenti, corpi crivellati, membra mutilate, volti ridotti a maschere irriconoscibili. E ancora un nuovo incubo, il Vietnam, con Sheldon un’altra volta fuori gioco, questa volta perché gli anni che si porta appresso sono troppi, e il figlio Saul, prossimo a diventare a sua volta genitore, che parte per il fronte, nella borsa il corredo militare e il vuoto argomentare paterno che monotono batte sempre sugli stessi tasti: cosa significhi davvero essere uomo e cosa comporti compiere il proprio dovere, fare ciò che va fatto quando è necessario, quando la patria chiama. Saul che parte per non tornare più. Scorre il Novecento, secolo breve e terribile, nella coscienza afflitta, impotente e tormentata di Sheldon Horowitz, mentre ogni istante si incenerisce nell’attesa crudele di un’occasione di riscatto e svanisce impalpabile, volutamente inafferrabile, vanamente inseguito dall’amore della nipote Rhea, la figlia di Saul, che pur di trascorrere accanto all’uomo che l’ha cresciuta dopo la morte del papà il poco tempo che ancora rimane a Sheldon, intende convincerlo a lasciare New York e a trasferirsi a Oslo, dove lei vive assieme al marito.

È da qui, dall’arrivo del nonno di Rhea in Norvegia, che il romanzo prende le mosse. L’autore lascia che a descrivere il suo tempo, l’attualità, sia il sarcasmo brutale di Sheldon; che a riflettere l’impossibilità di comprendere (e forse anche di accettare) un mondo che ha smarrito se stesso pensino il sentenziare velenoso e arguto del vecchio, poi ecco che l’azione prende il sopravvento. In un giorno all’apparenza uguale a tanti altri, Sheldon, comodamente sistemato sul divano a leggere, sente rumori di lotta provenire dall’appartamento al piano di sopra; questione di qualche attimo ed ecco comparire, davanti alla porta d’ingresso di casa sua, una donna e suo figlio piccolo. È il momento che Horowitz attende da sempre, l’atto misericordioso di Dio (o della vita) che gli concede la possibilità di fare la cosa giusta, di emendarsi, almeno fino a un certo punto, per l’imperdonabile errore commesso con suo figlio. Così apre la porta (un semplice gesto, eppure gravido di conseguenze, proprio come gravidi di conseguenze sono stati i gesti non compiuti da tante, troppe persone durante l’olocausto nazista, quando decine, centinaia, migliaia di porte rimasero chiuse di fronte agli ebrei perseguitati, ai bambini piangenti, alle donne disperate, ai vecchi annichiliti ma con ancora scintille di vita a brillargli nelle pupille dilatate dalla paura) e fa entrare la donna e suo figlio. Un attimo di tregua, prima che ogni cosa acceleri di nuovo: la porta di casa sfondata da un uomo che con ogni probabilità è il compagno della donna e il padre del bambino, la mamma che gli si para davanti nel tentativo di fermarlo e viene uccisa a sangue freddo e Sheldon che prima si nasconde dentro un armadio con il piccolo e poi scappa assieme a lui in cerca di salvezza. Cuore della vicenda, naturalmente, è la narrazione della fuga del vecchio e del bambino, a più riprese intervallata dai ricordi di Sheldon, che nel ripercorrere l’intera sua vita, e gli sbagli compiuti, vede in quella giovanissima vita da salvare il mondo così come dovrebbe essere, un mondo capace di comprendere la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, e di schierarsi, come fece Onan, la cui parabola Sheldon racconta al piccolo, indifferente al fatto che i due parlino lingue diverse e dunque non si capiscano. “Viene ricordato come colui che sprecò il proprio seme […]. Ma come sono andate davvero le cose? Onan aveva un fratello, e suo fratello e sua moglie non riuscivano ad avere figli. Vai a sapere perché, Dio decide che quella famiglia ha bisogno di un bambino, così, come si usava a quei tempi, quando gli uomini sembravano tutti intercambiabili, Dio dice a Onan di recarsi nella tenda di suo fratello e fare shtup con la cognata. Ma per Onan è sbagliato. Entra nella tenda, convinto che Dio non possa vedere […] e inizia a masturbarsi. Esce dalla tenda, racconta a Dio di avere eseguito l’incarico e se ne va. Dio, visto che è Dio, si infuria con Onan […]. Ma io mi domando: perché Onan ha pensato che un ordine ricevuto da Dio potesse essere immorale? Che esistesse una moralità, un codice che risiedeva nelle parti più profonde dell’anima umana […] già in grado di separare cos’era giusto e cos’era sbagliato con una limpidezza capace di negare l’autorità più potente e navigare secondo la propria rotta? Quindi la vera domanda diventa: perché non ho potuto infondere un po’ di quella caratteristica in mio figlio, per munirlo del coraggio di mettermi in discussione, negare i miei stessi sentimenti, e rifiutare di partire per una guerra futile dove è stato ucciso? Per vivere più a lungo di me. Perché non ho potuto donare più di quella… qualsiasi cosa sia… a mio figlio?” .

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza Editore, è di Massimo Gardella. Buona lettura.

È una luminosa giornata estiva. Sheldon Horowitz è seduto all’ombra in un angolo tranquillo del Frgnerparken, a Oslo; la sedia pieghevole torreggia sulla tovaglia da picnic, per cui il cibo è fuori dalla sua portata. Sul piatto di carta in grembo è rimasto mezzo panino con karbonade che non gli piace. Giocherella con un dito sulla condensa della bottiglia di birra aperta poco prima, e per la quale ha ormai perso interesse.

La Terra delle Promesse

Michael Chabon, Il sinsacato dei poliziotti yiddish, Rizzoli
Michael Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, Rizzoli

Da una parte la storia, i fatti così come si sono svolti, dall’altra l’invenzione, lo scarto brusco dell’immaginazione; e l’intrecciarsi di ciò che è stato e di quello che sarebbe potuto accadere che dà vita a un presente “senza tempo”, espressione di uno stato di cose nel quale realtà e possibilità coesistono senza contraddizione apparente e dove ogni accadimento, dal più banale al più straordinario, profuma d’incredulità, suggestiona come una specie di miracolo, stupisce, o meglio stordisce, come il tragicomico destino di un singolo, di un popolo, di una nazione, dell’intero mondo. Da una parte, dunque, il passato: l’orrore incancellabile dell’olocausto nazista e la battaglia per la vita, per il diritto alla vita, dei sopravvissuti allo sterminio, e dall’altra uno scenario spalancato su un’alternativa, rappresentata dalla distruzione del neonato stato di Israele, annientato nel 1948 dal feroce attacco sferrato da una coalizione di Paesi arabi. Cosa sarebbe successo se, al termine del secondo conflitto mondiale, lo stato di Israele non fosse nato? Che ne sarebbe stato degli ebrei? Dove avrebbero potuto trovare rifugio? Dove li avrebbe condotti la loro diaspora millenaria? Domande cui offre una risposta, puntuta e perfidamente ironica com’è nel suo stile, lo scrittore americano (di famiglia ebraica) Michael Chabon nel romanzo Il sindacato dei poliziotti yiddish, riflessione spassosa e grottesca (ma non priva di risvolti inquietanti) sul significato dell’ebraismo inteso tanto come fede religiosa quanto come appartenenza al sangue e alla terra, e dunque considerato sia da una prospettiva escatologica sia da un punto di vista politico-sociale. Chabon scommette sulla fantasia, sull’improbabilità, sull’assurdità del suo impianto narrativo – magistralmente sottolineato da una prosa vivacissima, ricca di metafore e giochi di parole, ridondante d’aggettivi e d’irresistibile ilarità nei dialoghi, spesso ridotti a un virtuoso scambio di arguti motteggi – e trasporta la terra promessa (o meglio, la terra concessa in sostituzione di una promessa mancata, oppure, per chi ancora ci crede, non ancora mantenuta) nel più sperduto angolo del pianeta: il distretto di Sitka, in Alaska. “Che genere di posto è il distretto di Sitka? […]. La dimora di cinque milioni di persone che lavorano sodo […]. Il frutto dell’ingegno di Harold Ickes, ministro dell’interno del presidente Franklin D. Roosevelt […]. Uno dei due soli distretti federali mai creati dal Congresso, lungo 240 chilometri e largo 40 nel punto più ampio […]. Un luogo di fede e di dubbio, di tecnologia innovativa e antichi rituali, di alci e matzot, di yiddish e inglese (ma anche di tedesco, ungherese, polacco russo) […]. Forse non sarà la Terra Promessa, ma di certo è la Terra delle Promesse. Ma quando, vi chiederete, verranno mantenute quelle promesse? Buffa come domanda…”.

Nell’infernale, febbrile luna park di Sitka, in un luogo che è simbolo d’abbandono e di sconfitta ma che, nonostante ciò, gli ebrei si sforzano ogni giorno di chiamare casa, nella desolazione di una geografia politica speculare all’inospitale indifferenza di quello spazio ghiacciato e buio dove la notte è “fatta di nebbia e della luce dei lampioni a vapori di sodio” e “ha la trasparenza offuscata delle cipolle cotte nel grasso di pollo”, il protagonista del romanzo – anarchico, travolgente divertissement letterario che mescola noir e spy story, esplora, oscillando tra scetticismo e astuto ammiccamento il più che complesso universo dell’ortodossia, elegge il gioco degli scacchi (e la sua storia) a trasparente allegoria della vita e naturalmente non dimentica di riflettere sull’amore – il detective della squadra omicidi Meyer Landsman, divorziato da poco ed eccessivamente dipendente dalla bottiglia (“Secondo i medici, gli psicologi e la sua ex moglie, Landsman beve per curarsi, per sintonizzare le valvole e i quarzi dei suoi stati d’animo con un rozzo martello fatto di slilovitz […]. Quando c’è da combattere il crimine, Landsman sfreccia per Sitka come se avesse un razzo impigliato nei pantaloni. È come se alle sue spalle suonasse una colonna sonora, con parecchie nacchere. Il problema sono le ore in cui non lavora, quando i pensieri volano fuori dalla finestra spalancata del suo cervello come pagine di verbale. A volte, per tenerle ferme, ci vuole un fermacarte bello pesante”), si ritrova a investigare sull’omicidio di un uomo, un certo Emanuel Lasker (scacchista e matematico tedesco che fu campione del mondo dal 1894 al 1921, quando fu sconfitto dal cubano José Raul Capablanca). Chi si cela davvero dietro la falsa identità di Emanuel Lasker? E perché è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca? E perché accanto a lui c’è una scacchiera con i pezzi abbandonati nel bel mezzo di una partita, anzi nel momento di un “finale ingarbugliato, con il re nero sotto scacco al centro e i bianchi in vantaggio di un paio di pezzi”? Per rispondere a queste domande (che non sono poi così diverse da quelle, già viste, su Sitka e sul perché gli ebrei sono finiti a vivere proprio qui) Landsman, assieme al compagno Berko e alla ex moglie Bina, che di colpo il detective si ritrova come capo (con le conseguenze che si possono immaginare per il suo equilibrio e la sua autostima), sarà costretto a mettere in gioco tutto se stesso, a ripensare non solo il suo essere ebreo, ma il suo essere ebreo tra ebrei, il suo essere laico e disilluso tra fedeli ultraortodossi e sbirro tenace e implacabile tra criminali incalliti. Perché “sono tempi strani per esser un ebreo”, tempi gravidi di sogni ma popolati d’incubi.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Rizzoli, è di Matteo Colombo. Buona lettura.

Da nove mesi Landsman dorme all’Hotel Zamenhof e fino a ieri nessuno degli altri clienti era ancora riuscito a farsi ammazzare. Ora qualcuno ha piantato una pallottola in testa all’occupante della 208, un ebreo di nome Emanuel Lasker. «Al telefono non rispondeva, non apriva la porta» dice Tenenboym, il, portiere di notte dell’albergo, mentre tira giù dal letto Landsman. Landsman abita nella 505, con vista sull’insegna al neon dell’albergo sull’altro lato di Max Nordau Street. Si chiama Blackpool, la pozza nera, una parola che compare negli incubi di Landsman. «Ho dovuto forzare la porta». Il guardiano notturno è un ex marine che con la sua dipendenza da eroina ha chiuso negli anni Sessanta, tornato a casa dal macello della guerra di Cuba. Per la popolazione di tossici dello Zamenhof nutre un interesse materno.

La forza è diritto

Issac B. Singer, Nemici - Una storia d'amore, Tea
Issac B. Singer, Nemici – Una storia d’amore, Tea

Come sopravvivere a un passato che non si riesce a dimenticare? Come resistere all’eterno ritorno dell’orrore, del dolore, della fame, della fatica, dell’annullamento di sé? Cosa resta a chi è rimasto orfano della misericordia di Dio, a chi non può più ricorrere al sostegno del pensiero razionale, a chi è condannato a rivivere in ogni momento il genocidio del suo popolo? Cosa resta, a chi è scampato alla perfetta macchina di sterminio nazista, se non il sordo rimorso di avercela fatta, di essere null’altro che un’inspiegabile eccezione biologica tra milioni di cadaveri? Il tormento di queste domande, destinate a non avere risposta, è l’inferno quotidiano di Herman Broder, protagonista del lacerante romanzo di Isaac Bashevis Singer Nemici – Una storia d’amore. Ambientata, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, in una New York estenuata al pari degli ebrei cui ha dato ricetto, l’opera dello scrittore polacco (premio Nobel per la letteratura nel 1978) è una riflessione sul peso del ricordo e sulla sua responsabilità, e ancor più sull’uomo e sul suo posto nel mondo. Creato “a immagine e somiglianza di Dio”, Herman Broder non è in nulla diverso dagli spietati aguzzini che ha ingannato nascondendosi per anni in un fienile, assistito da Yadwiga, la governante polacca della sua famiglia; e proprio come gli assassini del Reich hitleriano anch’egli, seppur su un altro piano, non riesce a vivere senza distruggere il prossimo, senza avvilirlo, senza umiliarlo, senza esercitare su di esso la sola legge che sembra governare il mondo, gli uomini, gli animali e le cose: “la forza è diritto”. Marito della buona e remissiva Yadwiga (sposata con ogni probabilità per gratitudine), Herman si mantiene scrivendo libri e articoli per un rabbino ricco e corrotto, che si occupa di ogni genere di intrallazzi, e ha un’amante, Masha, in un’altra parte della città, dalla quale si reca a intervalli regolari giustificando le assenze con impegni di lavoro. Anche la sua compagna clandestina, che vive con l’anziana e pia madre Shifrah Puah, è una testimone della Shoah; tanto affascinante quanto equivoca, sembra consumare ogni energia fisica e mentale dell’uomo. Entrambi cercano l’annullamento, o forse soltanto un momento di riposo, di quiete, di tregua, in una straripante passione fisica, ma inutilmente; a prevalere, infatti, è sempre l’incubo delle persecuzioni subite, il riproporsi incessante di un sacrificio di sangue che colpisce ogni forma di vita. Herman, che prima dell’olocausto aveva una moglie e due figli, sa che sia Yadwiga sia Masha vorrebbero un figlio da lui, ma che senso può avere, si chiede, mettere al mondo un figlio dopo un genocidio? “In un mondo nel quale i tuoi figli potevano essere strappati alla madre e fucilati, non avevi il diritto di generarne altri”.

Sono menzogne, inganni e tradimenti la realtà quotidiana di Herman Broder; egli riesce a vivere soltanto rifiutando la verità perché la verità del mondo, quella della sopraffazione continua, quella del brutale imperio degli uni sugli altri, degli uomini sui loro fratelli, quella del sistematico annientamento degli animali, il cui unico scopo pare risolversi nel loro essere una sovrabbondante scorta di cibo per il genere umano, semplicemente non è sopportabile. “Herman, scrive a questo proposito Singer, trascorse il giorno e la notte precedenti la vigilia di Yom Kippur in casa di Masha. Shifrah Puah aveva comprato due galline propiziatorie, una per sé e una per Masha; avrebbe voluto comprare un gallo per Herman ma lui glielo aveva proibito. Già da qualche tempo, ormai, stava pensando di diventare vegetariano. Ad ogni occasione, faceva rilevare che quanto i nazisti avevano fatto agli ebrei, l’uomo lo stava facendo agli animali. Come ci si poteva servire di un pollo per redimere i peccati di un essere umano? Perché un Dio compassionevole avrebbe dovuto gradire un simile sacrificio? . La sua fuga dalla realtà, tuttavia, è destinata a non approdare a nulla. L’uomo Herman Broder, se mai è esistito, è morto nel fienile in cui si è rifugiato per scampare al massacro, e tutto quel che resta di lui è un involucro di carne e sangue bisognoso unicamente dello stordimento del sesso e dell’oblio del sonno; fino a che il passato, che in continuazione lo bracca, per un crudele scherzo del fato un giorno torna a farsi materialmente presente nella ricomparsa della moglie Tamara, erroneamente creduta morta. Ed ecco che, in un progressivo calar di tenebre che prepara all’inevitabile tragedia, Tamara, nel racconto della propria odissea, aggiunge barbarie alle atrocità naziste rivelando il destino degli ebrei nel “paradiso” socialista di Stalin; ovunque campi di lavoro, ovunque persone spogliate di ogni dignità, uccise per sfinimento, per fame, ma fino all’ultimo respiro pronte a tutto pur di vivere ancora un minuto, ancora un istante. Come marionette disarticolate, balocco di un Dio folle. O peggio, crudele.

Folgorante ritratto di un’umanità al tramonto, riflessione su una salvezza impossibile perché immeritata, Nemici – Una storia d’amore, pur senza avere la solidità d’intreccio e la ricchezza espressiva dei grandi capolavori di Singer, colpisce per la radicalità delle tesi esposte, per la brutale sincerità d’accenti, e più ancora per il ritratto dei protagonisti, ciascuno impotente testimone della definitiva deriva, propria e altrui.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la brevissima nota introduttiva a cura dell’autore. La traduzione, per Tea, è di Bruno Oddera. Buona lettura.

Sebbene non abbia avuto il privilegio di passare attraverso l’olocausto di Hitler, ho vissuto per anni a New York con profughi sottrattisi a quel cimento. Per conseguenza mi affretto a dire che questo romanzo non è affatto la storia del tipico profugo, della sua vita e della sua lotta. Come quasi tutte le mie opere di narrativa, questo libro presenta un caso eccezionale, con eroi senza precedenti e una straordinaria combinazione di eventi. I personaggi non sono soltanto vittime dei nazisti, ma vittime delle loro personalità e dei loro destini. Se si adattano al quadro generale, ciò accade perché l’eccezione affonda radici nella regola. Il romanzo apparve per la prima volta nel Jewish Daily Forward, l’anno 1966, con il titolo “Sonim, die Geshichte fun a Liebe”. E’ stato tradotto da Aliza Shevrib e Elizabeth Shub, e riveduto da quest’ultima, da Rachel Mackenzie e Robert Giroux. A tutti loro esprimo la mia gratitudine.