Nel cuore del mercato nero

Recensione di “L’ombra delle armi” di Hwang Sok-yong

Hwang Sok-yong, L’ombra delle armi, Baldini Castoldi Dalai Editore

Una guerra combattuta per obbligo, affrontata da subordinato, vissuta giorno dopo giorno non da alleato ma da semplice sottoposto, non è che un’ombra di guerra, un dovere assolto controvoglia. Una guerra combattuta in questo modo non è solo l’orrore dei massacri e l’insensatezza di un odio che viene insegnato senza poter mai essere spiegato, è il velo squarciato sulle sue reali motivazioni, è la realtà infetta della sopraffazione feroce e della morte, della violenza a ogni costo che scalza la retorica tragicomica dell’eroismo, del conflitto scoppiato per il trionfo dell’idea. Una guerra, questa guerra, la guerra delle seconde file, di chi, vivo, non ha il diritto di mangiare alla stessa mensa di un commilitone proveniente da un altro Paese, e morto neppure quello a una degna sepoltura, l’atroce guerra del Vietnam, è quella che racconta lo scrittore sudcoreano Hwang Sok-yong nel suo L’ombra delle armi (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai Editore nella traduzione di Vincenza D’Urso) attraverso le vicende dei suoi protagonisti; da una parte il suo dichiarato alter ego, il caporale dellesercito coreano An Yonggyu, che dopo aver provato l’incubo della giungla, il terrore nervoso della prima linea a tu per tu con le milizie irregolari vietcong, viene promosso investigatore della polizia militare e si ritrova nell’inestricabile groviglio cittadino di Da Nang, incaricato di indagare sui traffici del mercato nero, che coinvolgono praticamente tutti i belligeranti e gran parte della popolazione civile; dall’altra la persona cui l’autore attribuisce il proprio pensiero su quel che accade in Vietnam, il giovane studente di medicina Pham Mihn, che, stanco della spaventosa situazione in cui versa il suo Paese, decide di abbandonare tutto per abbracciare le ragioni della resistenza incarnate dal Fronte di Liberazione Nazionale. Continua a leggere Nel cuore del mercato nero

Il crollo e la luce

Recensione di “Tutto cambia” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Tutto cambia, Fazi Editore

La fragilità di un castello di carte, e il lento, inesorabile collasso di un corpo vinto dalla malattia. Il sorgere fulmineo di tempi nuovi, e il sipario che tristemente chiude una lunga stagione destinata all’oblio. Il mutare costante di un’organizzazione sociale e politica che sembra non riuscire più a dare punti di riferimento e l’affanno di chi, questa società, non riesce più a comprendere e non è in grado di affrontare. Giunta, con Tutto cambia, all’ultimo capitolo della sua meravigliosa saga (in questo blog trovate la recensione degli altri volumi: Gli anni della leggerezza quiIl tempo dellattesa quiConfusione qui; Allontanarsi qui), Elizabeth Jane Howard offre ai lettori un ritratto in chiaroscuro della dinastia Cazalet, che si apre con la scomparsa di una delle indiscusse protagoniste dell’intera vicenda: la Duchessa. E sarà proprio la morte, reale e simbolica, la principale chiave di lettura del romanzo. Ogni cosa, infatti, attorno alla famiglia Cazalet sembra appassire; lo stile di vita in primo luogo, con la sua rigida distinzione tra ricchi e poveri, e la dickensiana misericordia dei primi a piovere capricciosa sui secondi; e poi il sistema di valori del conservatorismo politico, scosso fin dalle fondamenta dall’emergere di istanze dal sapore quasi rivoluzionario; e ancora il mondo del lavoro, delle imprese e delle professioni, e il sistema creditizio che lo sostiene, sempre meno sensibile all’autorità anche morale dei rapporti consolidati, delle relazioni di lungo corso, della fedeltà alla parola data, alla promessa fatta, e sempre più attratto dall’impersonale, logica limpidezza del profitto, dalla inequivocabilità delle cifre, dalla verità incontrovertibile dei bilanci. Continua a leggere Il crollo e la luce

Emozioni a fumetti

Recensione di “Opono”, “Un’estate in montagna” e “Rapa & Nui” di Ilaria “Zim” Facchi, Vince Ricotta, Augusto Rasori, Giorgio Sommacal e Laura Stroppi

Ilaria “Zim” Facchi, Opono, Sbam Libri

Una ragazzina perseguitata dalla propria ombra, che escogita modi sempre nuovi per ucciderla; una coppia di giovani che scopre se stessa l’11 luglio del 1982, il giorno in cui la Nazionale italiana di calcio, a Madrid, si laurea per la terza volta campione del mondo di calcio battendo per 3-1 la Germania sotto lo sguardo esultante del Presidente della Repubblica Sandro Pertini; infine due moai dell’Isola di Pasqua, due enigmatici, imperscrutabili volti scavati nel tufo vulcanico che in realtà di imperscrutabile non hanno proprio nulla e che passano i giorni commentando quel che succede tanto nel loro piccolo fazzoletto di terra sperduto nel Pacifico (poco, ma non così poco come potrebbe apparire a prima vista) quanto nel resto del mondo. Debutta con queste prime tre storie, scritte rispettivamente da Ilaria “Zim” Facchi, Vince Ricotta e dal terzetto composto da Augusto Rasori, Giorgio Sommacal e Laura Stroppi, la nuova collana Sbam! Libri, agili volumi a fumetti frutto della felice intuizione di Antonio Marangi, tra i massimi esperti italiani della Nona Arte nonché ideatore e creatore della rivista digitale a fumetti e sui fumetti Sbam! Comics (che trovate qui). Continua a leggere Emozioni a fumetti

Un socratico azzardo cubano

Recensione di “Paradiso” di José Lezama Lima

José Lezama Lima, Paradiso, Einaudi

«Sentivo mia nonna e mia madre parlare incessantemente del ricordo familiare. Parlavano, insieme agli altri familiari, degli anni di esilio a Jacksonville, rievocavano le lotterie per raccogliere fondi per l’indipendenza, le visite di Martí che era l’amico di mio nonno […]. I miei anni all’università di La Habana, nei giorni in cui si rappresentava un’epica giovanile contro il tirannucolo Machado, il paese afflitto a morte, il terrore, gli scomparsi, la miseria titanica. Gli amici, le conversazioni di giorno e di notte, gli odi, le immagini. Platone, i bestiari, l’angelologia tomista, la resurrezione. Cioè, la famiglia, gli amici, i miti. Mia madre, le tentazioni e l’infinitezza della conoscenza. Il molto vicino, il caos e l’Eros della lontananza». Così José Lezama Lima riassume Paradiso, il suo lavoro letterario più noto che in realtà è opera talmente complessa e labirintica da non essere riassumibile, è oggetto multiforme che sfugge a ogni possibile identificazione e che, nel suo essere essenzialmente linguaggio, di continuo oltrepassa la lingua così come siamo abituati a conoscerla e utilizzarla per plasmarla in qualcosa di nuovo, frantumando le definizioni in perifrasi, costruendo, come forzato argine alla comune sintassi, dighe di neologismi e di invenzioni figlie di sogni e d’incubi, e di sfrenata immaginazione ed enciclopedica cultura, privando l’atto stesso di esprimersi del suo fondamento per permettere a tutte le parti del discorso, dalla congiunzione al verbo, di guardare a se stesse sotto una luce completamente nuova, che in luogo della comprensione immediata, della scelta “classica” della forma romanzo, opta per un rinascere rivoluzionario e assoluto, per un atto di creazione che autenticamente prenda corpo dal nulla. Continua a leggere Un socratico azzardo cubano

Don Chisciotte a Flossembürg

Recensione de “L’impostore” di Javier Cercas

Javier Cercas, L’impostore, Guanda

Chi è davvero Enric Marco? Un meschino impostore che per decenni ha indossato un passato tragico che non gli apparteneva al solo scopo di acquisire notorietà, farsi benvolere da quante più persone possibile, ottenere importanti incarichi in istituzioni altrettanto importanti ed essere considerato un eroe? O forse, come l’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, non è altro che un uomo, un anonimo Alonso Chisciano che un bel giorno, toccati i cinquant’anni, decide di reinventare il proprio passato non solo per poter scrivere in piena libertà quello che sarà il suo futuro ma soprattutto perché stanco del baratro di uniforme grigiore nel quale sono sprofondati i suoi anni migliori? E se invece di essere Alonso Chisciano Marco fosse addirittura Cervantes? Se fosse un romanziere, il più ardito dei romanzieri, il più coraggioso dei sognatori, colui che non si accontenta di costruire una finzione ma compie il passo decisivo e decide, quella finzione, di viverla, di farla sua, di trasformarla in verità? Continua a leggere Don Chisciotte a Flossembürg

Un’angoscia reale

Recensione di “La regola dei pesci” di Giorgio Scianna

Giorgio Scianna, La regola dei pesci, Einaudi

Non un giallo e neppure un mystery. Un romanzo d’avventura, forse, e di formazione, ma non soltanto questo. Qualcosa che può apparire come una sorta di confessione ma che in realtà non è che un urlo lanciato verso il nulla, una resa, un abbandono, la consapevolezza di una frattura non colmabile, di una distanza che niente può più ridurre. Nulla, neppure l’amore. La scomparsa di quattro ragazzi, quattro studenti liceali appena diventati maggiorenni, con la quale si apre l’intenso romanzo di Giorgio Scianna, La regola dei pesci, è un tuffo vertiginoso in un mondo che, pur essendo in qualche misura anche il nostro mondo, ci è quasi completamente sconosciuto. La scrittura semplice e diretta dell’autore, che immediatamente conduce la narrazione in medias res, con la sparizione che è un dato di fatto acquisito e la voce narrante (quella di uno dei ragazzi scomparsi, che un giorno, per ragioni che verranno svelate nel corso della storia, fa ritorno a casa) che ne racconta la genesi, l’antefatto e infine la messa in opera, la sua realizzazione concreta, ha la virtù rara della sincerità e, quel che più conta, una preziosissima nobiltà. Scianna, infatti, non narra per giudicare e neppure per denunciare o per lanciare grida d’allarme – il suo piuttosto, come ben spiega nella nota posta a conclusione del romanzo, è un sussurro d’angoscia, ma ancora una volta ciò che illumina questo sussurro, quel che gli dà la forza di essere voce, è la capacità dell’autore di tramutare il suo bisogno, la sua urgenza, finanche la sua paura in uno stimolo alla ricerca di un perché, di una ragione – ma per tentare di comprendere. Continua a leggere Un’angoscia reale

Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Nascita di una nazione

Recensione de “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer

Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, Mondadori

“I ‘Canterbury Tales’ (che il Chaucer ideò intorno al 1387) costituiscono la vasta e multiforme epopea della società medievale inglese, colta nel periodo in cui questa stava passando dal feudalesimo all’organizzazione nazionale. Tale trasformazione, che aveva avuto inizio assai prima della nascita del poeta e si sarebbe compiuta molto tempo dopo la sua morte, fu affrettata durante il corso della sua vita da profondi rivolgimenti politici ed economici. Mentre la guerra dei cento anni con la Francia […], incominciata come guerra dinastica e feudale, andava assumendo un carattere etnico e «imperialista», una spaventosa epidemia di peste colpiva l’Inghilterra: in soli tre mesi […] la popolazione del regno venne ridotta da quattro a due milioni circa. In una società in cui di solito il mutare delle condizioni di vita era molto lento, le conseguenze economiche d’uno spopolamento così rapido si fecero sentire ancor più […]. Durante questo periodo di grandi mutamenti nella struttura della società, ebbe inizio in Inghilterra un movimento religioso precorritore della riforma protestante. La Chiesa, che aveva civilizzato il paese insegnando ai ricchi la carità e ai potenti la moderazione, era stata a sua volta corrotta dalla ricchezza e dalla potenza […]. Continua a leggere Nascita di una nazione

La terra, il mare, il ricordo

Recensione di “Era estate a quel tempo” di Nicoletta Verzicco

Nicoletta Verzicco, Era estate a quel tempo, Besa Editore

Il canto di sirena della terra e del mare, il richiamo irresistibile della bellezza, l’abbacinante splendore di luoghi che sono insieme tempo e spazio, perché è attraverso loro che spazio e tempo respirano, accogliendo nel loro grembo il disordinato procedere dell’uomo. La perfezione, impossibile da comprendere, di una natura accondiscendente e buona, colma di misericordia e pazienza, che senza sosta si offre alla curiosità di chi l’avvicina e silenziosa racconta la propria storia, il suo lento, millenario procedere inciso nelle rughe ocra dei contrafforti e delle pianure, segnato dai contorni inconfondibili degli ulivi, robusti e umili, scandito dallo slancio prepotente dei fichi d’india, capaci, quasi fossero incantesimi, di germogliare dalla sterilità della roccia. Qui, in una Puglia descritta con trascinante entusiasmo e nel medesimo tempo con pudore, con puro desiderio e con modestia, con una specie di timoroso rispetto costantemente tramutato, nelle raffinate sfumature di una prosa leggera eppure densissima di significato, in una forma d’amore contemplativo che sfiora la devozione, è ambientato Era estate a quel tempo di Nicoletta Verzicco, dolente romanzo psicologico e racconto di viaggio sospeso tra passato e presente. Continua a leggere La terra, il mare, il ricordo