Linguaggio, misura delle nostre vite

Recensione di “L’importanza di ogni parola” di Toni Morrison

Toni Morrison, L’importanza di ogni parola, Frassinelli

“[…] Ai fini della prosecuzione del mio discorso, vorrei che concordassimo sul fatto che in tutta l’istruzione che riceviamo, dalle varie scuole, ma anche a casa o per strada o altrove, che derivi dallo studio o dall’esperienza, avviene una sorta di progressione: passiamo dai dati alle informazioni alla conoscenza alla saggezza. Separare una cosa dall’altra, essere capaci di distinguerle, cioè capire le limitazioni e il pericolo derivanti dall’uso dell’una senza le altre, e nel contempo rispettare ciascuna categoria dell’intelligenza, è in genere l’obiettivo di un’istruzione seria. E, se siamo d’accordo sul fatto che esiste una progressione con uno scopo, allora vi accorgerete subito di quanto possa essere demoralizzante il progetto di trarre o costruire o fabbricare narrativa dalla storia, o di quanto sia facile, e allettante, presumere che i dati siano in realtà conoscenza. O anche che le informazioni siano saggezza. O che la conoscenza possa esistere senza dati. E capirete con quanta facilità, e quanto poco sforzo, una cosa possa mettersi in mostra travestita da un’altra. E con quanta rapidità possiamo dimenticare che la saggezza senza conoscenza, la saggezza senza alcun dato, è solo un’intuizione […]. L’altro problema […] era rappresentato dalla schiavitù […]. Come starci dentro senza arrendersi a essa? […]. Il problema era come togliere il potere immaginativo, il controllo artistico all’istituzione della schiavitù e collocarlo dove era giusto che stesse: nelle mani degli individui che la conoscevano, certo non meno degli altri, e cioè gli schiavi. Senza, però, liquidarla in fretta o sminuirne l’orrore. Perché il problema è sempre la pornografia della violenza. È molto facile scrivere di un argomento del genere e ritrovarsi nella posizione di un voyeur, scoprire che la violenza, le scene grottesche, il dolore e la sofferenza sono diventati la scusa stessa per leggere il libro; e provare un certo gusto a osservare le sofferenze altrui”. Toni Morrison, scrittrice statunitense Premio Nobel per la Letteratura nel 1993, riflette su letteratura, politica, società, diritti umani, razzismo, sul significato, o meglio sull’inestricabile groviglio di significati legati al colore della pelle, all’“appartenenza biologica”, concetto tanto astratto quanto pericoloso che da troppo tempo ormai (forse da sempre, un pensiero che dà vertigine) ha sostituito quello di consesso umano, nella raccolta L’importanza di ogni parola (in Italia pubblicata da Frassinelli nella traduzione di Silvia Fornasiero e Maria Luisa Cantarelli). 
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Sullo sfondo, la guerra

Recensione di “Stirpe di drago” di Pearl S. Buck

Pearl S. Buck, Stirpe di drago, Mondadori

“Nata a Hillsboro nella Virginia occidentale il 26 giugno 1892 da Absalom Sydenstricker e da Caroline Stulting, Pearl Comfort nell’autunno dello stesso anno è già in viaggio verso la Cina dove i genitori fanno i missionari della chiesa presbiteriana (calvinista). Presso Chin-kiang, una città di 200.000 abitanti sul fiume Yang-Tse essi possiedono un confortevole bungalow. La vita procede senza particolari scosse fino al 1900 quando, con la rivolta dei Boxer, i Sydenstricker sono costretti a riparare precipitosamente a Shangai. In generale, appunto per il ruolo svolto, i missionari vivevano in una condizione privilegiata pur se non scevra da pericoli: privilegiata perché, come nel caso dei Sydenstricker, disponevano di molto denaro e di moltissimi mezzi e appoggi; pericolosa perché il brigantaggio ufficializzato, i traffici d’oppio, l’organizzazione della prostituzione dilagante – aspetti tipici di un paese poverissimo e arretrato – insidiavano la vita dei colonizzatori […]. Pearl apprende la lingua cinese da King e da una governante cantonese. Sarà la vecchia cantonese a raccontarle leggende e storie di magia taoiste, mentre il maestro King le insegna il pechinese. Quando nel 1910 i genitori la mandano a studiare a Lynchburg in Virginia, Pearl Comfort conosce già parecchi dialetti cinesi e, a fondo, la lingua letteraria […]. È impossibile parlare dell’opera di Pearl Comfort Sydenstricker Buck senza pensare alla Cina nella quale è vissuta per quasi metà della sua vita, una Cina fiabesca e violenta, povera e piena di sesso, un paese dove non si è mai sentita ospite ma dove è vissuta in una posizione di assoluto privilegio economico e sociale, dove i termini Occidente e Oriente sono stati anche per lei dei termini di comodo […]. Rimane da annotare un fatto assai importante: Pearl Sydenstricker Buck è ancora oggi una delle scrittrici più amate e seguite. Come mai, se il paese di cui ha così diffusamente scritto è tanto mutato nelle sue strutture e nella sua stessa vita quotidiana? Perché il mondo della Buck era, nonostante le apparenze, un mondo variegato, anche ambiguo, sempre tuttavia assai stimolante. La violenza degli uomini contrasta con la grande umanità delle donne. In verità dell’animo femminile, l’americana sapeva tutto. La personalità delle varie figure rende perciò incisive le trame e plausibili gli esiti delle storie. Nonostante Pearl Comfort abbia tentato molte altre strade, essa è rimasta la maggior vessillifera di una Cina di cui, anno dopo anno, si va perdendo traccia”. Così Ferruccio Fölkel, nella postfazione a Stirpe di drago (in Italia pubblicato da Mondadori nella traduzione di Giorgio Monicelli) introduce all’opera della scrittrice statunitense Premio Nobel per la Letteratura nel 1938, un’opera che pur avendo la Cina come orizzonte, confine e palcoscenico quel che porta in primo piano è la complessa umanità dei suoi personaggi. In Stirpe di drago, dove si narra la resistenza ostinata di una famiglia contadina (meglio, di un intero villaggio) all’indomani della feroce invasione giapponese del 1937, che si consumò tra violenze e massacri indicibili, a emergere, in un raccontare quieto, regolare, che pare seguire l’eterno ritorno delle stagioni, che ha il respiro allo stesso tempo ingenuo e saggio di un sapere popolare nutrito di tradizioni, di credenze, della memoria della terra e del miracolo della vita che custodisce nel suo grembo, non è lo sconvolgimento delle armi, che esplode improvviso con la violenza di un temporale e lascia le genti interdette più che spaventate, sorprese più che terrorizzate (e in seguito, una volta compreso senza possibilità di dubbio ciò che è accaduto, persuase che una costante, determinata resistenza passiva sia l’unica risposta possibile al nuovo ordine imposto dai conquistatori, l’unica autentica dimostrazione di patriottismo), bensì il carattere dei protagonisti, della famiglia di Ling Tan in particolare, attorno alla quale l’intero romanzo è costruito
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“Sono Nando… detto Ferdi”

Recensione di “Prosciutto e uova verdi” di Dr. Seuss

Dr. Seuss, Prosciutto e uova verdi, Giunti

Quando possiamo dire, di un cibo, che ci fa impazzire, o al contrario che ci induce a fuggire a gambe levate non appena qualcuno decide di portarlo in tavola? Dopo averlo assaggiato, naturalmente. Dopo aver messo alla prova noi stessi e ciò che è stato preparato e aver compreso, grazie alle sensazioni di piacere o di disgusto da cui siamo stati attraversati, cosa ci piace e cosa, all’opposto, detestiamo. Ma è davvero sempre così? Siamo davvero certi di dare una possibilità a qualsiasi piatto (e con ciò a noi che lo proviamo)? Non è forse vero che in parecchi casi – guarda caso tutti relativi a quel che diciamo di non amare – a rispondere in vece nostra è qualcosa di molto simile a un pregiudizio? Un non mi piace di natura quasi metafisica? Un non lo voglio (o più semplicemente un netto no) che non poggia su esperienza alcuna? Se ci fermiamo a pensare non possiamo che ammettere che le cose stiano così. Quel che ci rifiutiamo di mangiare, spesso è qualcosa che non abbiamo mai nemmeno sfiorato. Ma questo, potrebbe obiettare qualcuno, è ciò che fanno abitualmente i bambini, i più piccoli; è tipica della loro età l’ostinazione critica verso certe preparazioni; la verdura in modo particolare, ma può capitare che i capricci tocchino anche alla frutta, alla pasta, al riso, alla carne… Poi, per fortuna, si cresce, e queste resistenze, una dopo l’altra, cadono. Se anche ne rimane qualcuna, che male può esserci? D’accordo, rifiutarsi di mangiare per nessun’altra ragione che non sia la convinzione (indifendibile, ma cosa importa?) che quel che viene offerto non piace a propri è un modo di fare tipico dei fanciulli, ma questo non significa certo che una situazione simile, solo con protagonisti diversi, anzi opposti (un adulto che non vuole in nessun caso mangiare e un bambino che cerca in ogni modo di convincerlo a provare, comportandosi proprio nella stessa identica maniera in cui si comportano genitori alle prese con figli riottosi, e cioè cercando di superare le resistenze proponendo il cibo nei modi più originali e fantasiosi) non possa darsi. In fondo, non abbiamo riconosciuto che qualche resistenza l’abbiamo portata con noi attraverso gli anni? Così, sono proprio un adulto tenacemente “bambinesco” nella sua decisione di non mangiare a nessun costo e un vivacissimo bambino di nome “Nando… detto Ferdi”, che d’improvviso compare con un vassoio colmo di una improbabile delizia, i protagonisti dello splendido, divertentissimo, irrefrenabile Prosciutto e uova verdi di Dr. Seuss, deliziosa filastrocca in rima baciata (degna di nota l’ottima traduzione di Anna Sarfatti per Giunti Junior) che mette in burla il rituale dell’offerta-respinta che sempre si ripete dinanzi a un piatto preventivamente giudicato “cattivo”. 
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Una crudele insensatezza

Recensione di “Il posto” di Annie Ernaux

Annie Ernaux, Il posto, L’Orma

C’è un momento in cui la diversità, che tutti contraddistingue, si fa estraneità? C’è un momento in cui questa semplice caratteristica, questo dato di fatto, diviene la perversione di se stessa, si tramuta in malattia, in qualcosa di odioso, detestabile, in conflitto? Esiste questo momento? È distinguibile da tutto ciò che da esso si origina? Come lo si scopre? Come lo si isola? In che modo lo si studia, lo si analizza, lo si decifra? La diversità, brandita come un’arma, j’accuse gettato addosso all’altro, agli altri, a chiunque, divinità multiforme invocata per proteggersi, per difendere la propria unicità, il proprio inviolabile io sono dalla montante marea d’uniformità che è tutti gli altri, patetico soliloquio di sussurri ossessivamente ripetuti come formule magiche, come scongiuri, nessuno capisce, nessuno comprende davvero, solo io, solo io, è il fiume carsico che scorre lungo le intensissime, dolorose, laceranti pagine de Il posto di Annie Ernaux, autobiografia ruvida giocata sul filo di una memoria sospesa tra affilata pietà e implacabile raziocinio. La scrittrice francese racconta di sé specchiandosi nei frammenti di ciò che non è e che pure ha contribuito a fare di lei la donna che lentamente emerge da questo suo lavoro di faticosa autocoscienza; quei frammenti altro non sono se non i suoi genitori, e prima di loro i padri e le madri di suo padre e di sua madre, vicinissimi nella misura di un tempo universale che si conta in millenni, in decine, centinaia di migliaia, di milioni di anni e nonostante ciò irraggiungibili nella percezione fin troppo umana del presente e del passato, nell’esperienza di condizioni di vita che cambiano senza sosta, rapidi come attimi, impercettibili come battiti di ciglia, tanto improvvisi da far dire a questa donna che si impone la fatica di un ricordo che non sia solo ricostruzione ma ricerca di una ragione, di un perché, che sia rivelazione dell’istante in cui tutto muta, in cui il legame della carne e del sangue da benedizione, da atto d’amore, da eredità, da trasmissione benigna cambia al punto da farsi minaccia, ombra, battaglia, “quando leggo Proust o Mauriac, non credo che rievochino il tempo in cui mio padre era bambino. Il tempo della sua infanzia è il Medioevo”.
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Imperfetti giganti

Recensione di “Colloqui con Marx ed Engels” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Feltrinelli

1853. Descrizione per un mandato di cattura redatta dalla polizia prussiana. “Descrizione di Karl Marx. Età: 35 anni. Statura: 5 piedi e 10-11 pollici, secondo le misure di Hannover. Corporatura: tarchiata. Capelli: neri, ricciuti. Fronte: ovale. Sopracciglia: nere. Occhi: castani scuri, un po’ miopi. Naso: grosso. Bocca: media. Barba: nera. Mento: rotondo. Volto: abbastanza rotondo. Colorito: sano. Parla tedesco con accento renano, e francese. Segni particolari: a) nel modo di parlare e nei gesti ricorda qualcosa della sua origine ebraica; b) è astuto, freddo e deciso”. Questo non è che uno degli innumerevoli ritratti di Karl Marx che compongono i Colloqui con Marx ed Engels di Hans Magnus Enzensberger, un libro unico, che senza essere romanzo, saggio, studio, testimonianza, biografia, riesce a comprendere tutte queste forme narrative e dar vita a un nuovo modo di narrare; l’opera infatti è una sorta di montaggio che lo stesso autore, uno dei più importanti e significativi del nostro tempo, così definisce, sottolineando che il sistema da lui scelto non è certo qualcosa di originale, ma che pure, in questo caso, qualcosa di diverso rispetto al passato c’è. “Il montaggio”, scrive Enzensberger, “è considerato una tecnica della letteratura di avanguardia del Novecento. È un pregiudizio: sin dal secolo precedente eruditi tedeschi non certo in vena di modernità utilizzarono questa tecnica, senza pensare affatto, naturalmente, alle implicazioni teorico-letterarie del loro modo di lavorare. Essi si limitarono a raccogliere tutte le testimonianze reperibili sugli ‘eroi’ della cultura borghese e a ‘montarle’ in monumentali ritratti. Il primo di essi è costituito dai dieci volumi dei Colloqui con Goethe pubblicati dal 1889 al 1896 dal barone von Biedermann. I principi della completezza e della successione cronologica condussero però a un risultato inconciliabile con il tradizionale ‘trattamento’ riservato ai classici: la canonizzazione. Presentare le testimonianze dei contemporanei senza operare alcuna scelta censoria né tacere giudizi negativi o addirittura diffamatori significava infatti illuminare l’esistenza del personaggio in tutta la sua contraddittorietà […]. Il titolo di questo libro si riallaccia volutamente a questa tradizione ma in esso la parola ‘colloqui’ va intesa in senso fortemente estensivo. Sono state accolte testimonianze dei tipi più diversi. Tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato un traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali. Sono state accolte solo testimonianze nate da una conoscenza diretta di Marx ed Engels”. 
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Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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Il romanzo di Danton (e Gabrielle)

Recensione di “Un posto più sicuro” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, Un posto più sicuro, Fazi Editore

“Ho cominciato a scrivere romanzi nel 1974. Avevo ventidue anni e ho scelto la Rivoluzione francese perché pensavo che fosse la cosa più sorprendente e interessante accaduta nella storia universale. Quarant’anni dopo sono ancora alla ricerca di un avvenimento che mi susciti maggior sorpresa. Quando oggi andiamo a visitare Versailles, la su agghiacciante grandiosità è rimasta intatta. Le mura, le pareti, trasudano ancora l’alterigia dell’ancien régime. È noto che la Francia del 1789 era quasi alla bancarotta, che il terreno per la Rivoluzione era pronto: eppure viene da chiedersi, come hanno osato? Uomini, donne normali contro quel potere, quella certezza, quella presunzione di diritti acquisiti da così lungo tempo? L’impressione resta sempre la stessa”. Riposa probabilmente qui, tra queste righe, il senso della bellissima, trascinante opera che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione francese e che in questo secondo volume, intitolato Un posto più sicuro (la recensione del primo romanzo, La storia segreta della rivoluzione, la trovate qui), ancora una volta edito da Fazi nella traduzione di Giuseppina Oneto, vede imporsi la figura di Danton, vero e proprio burattinaio dei tragici eventi che si susseguono senza sosta e che hanno, a loro fulcro, il massacro del Campo di Marte del luglio 1791. Senza mai cessare di seguire i personaggi attraverso i quali ha scelto di raccontare la dissoluzione della monarchia francese (e con essa il decisivo mutare della storia, il suo indirizzarsi verso la modernità), Hilary Mantel trova il giusto equilibrio tra pubblico e privato, tra vicissitudini personali e rivolgimenti generali; da una parte offre alla sua prosa il respiro intimo del diario (di Danton, della moglie Gabrielle), dall’altra lascia che la scrittura si faccia indistinta voce delle masse, che il suo andamento sia quello travolgente e disperato della rabbia, che il suo obiettivo svanisca nella furente cecità dell’istinto e la soddisfazione (effimera) venga colta nell’incoscienza dell’attimo consumato quasi per inerzia. Così, a conquistare il lettore è dapprima l’ordine di La Fayette, che intima alle sue truppe di sparare sulla folla riunita per sostenere una petizione che chiede la deposizione del re (è il 17 luglio del 1791), poi lo stordimento di un Robespierre sconvolto da ciò cui ha assistito impotente, colto di sorpresa da una marmaglia soldatesca per le strade di una Parigi diventata d’improvviso ai suoi occhi più estranea e lontana della Luna, più inconoscibile dei disegni di Dio, e ancora la ferina sete di sangue di un gruppo di patrioti (che forse sono solo assassini, o forse semplicemente persone rese da circostanze impossibili da comprendere qualcosa di innominabile) capace, dinanzi agli occhi atterriti di Camille Desmoulins di fare a pezzi il suo amico di un tempo, Louis Suleau, l’infame monarchico, e infine l’incolore voce di Gabrielle, che risponde alla curiosità di chi desidera sapere per quale motivo lei e Danton dormano in letti separati spiegando: “Lui agita le braccia perché sogna di combattere, non so contro chi”.
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2019: le mie letture migliori

Hit Parade letteraria

Giunti quasi al termine dell’anno, eccovi la classifica dei venti libri migliori letti nel 2019. La ragione sta nella recensione, cui, libro per libro, vi rimando. Grazie a tutti, buona lettura e i miei migliori auguri per il 2020.

  1. Émile Zola, Germinale Mondadori (la recensione la trovate qui)
  2. Gianni Rodari, La grammatica della fantasia Einaudi (la recensione la trovate qui)
  3. Stefano D’arrigo, Horcynus Orca Rizzoli (la recensione la trovate qui)
  4. Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide Mondadori (la recensione la trovate qui)
  5. Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Anime senza nome Einaudi (la recensione la trovate qui)
  6. Andrea Wulf, L’invenzione della natura Luiss University Press (la recensione la trovate qui
  7. John Dos Passos, Il 42° parallelo BUR (la recensione la trovate qui)
  8. John Fowles, La donna del tenente francese Mondadori (la recensione la trovate qui)
  9. Larry McMurtry, Le strade di Laredo Einaudi (la recensione la trovate qui)
  10. Hilary Mantel, La storia segreta della rivoluzione Fazi (la recensione la trovate qui)
  11. Annie Proulx, Pelle di corteccia Mondadori (la recensione la trovate qui)
  12. Howard Phillips Lovecraft, Tutti i racconti 1927-1930 Mondadori (la recensione la trovate qui)
  13. Rex Stout, Fer-de-lance Neri Pozza (la recensione la trovate qui)
  14. Lorenzo Marone, Un ragazzo normale Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  15. Jane Austen, Lady Susan Newton Compton (la recensione la trovate qui)
  16. S.S. Van Dine, La canarina assassinata Barbera (la recensione la trovate qui)
  17. Mario Vargas Llosa, La festa del caprone Einaudi (la recensione la trovate qui)
  18. Oe Kenzaburo, L’animale d’allevamento Il Sole 24 Ore (la recensione la trovate qui)
  19. David Foster Wallace, Considera l’aragosta Einaudi (la recensione la trovate qui)
  20. Elfriede Jelinek, La pianista SE (la recensione la trovate qui)

Ci-devant

Recensione di “La storia segreta della rivoluzione” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, La storia segreta della rivoluzione, Fazi Editore

Traducibile con “precedentemente”, il termine ci-devant nei burrascosi anni della Rivoluzione Francese venne utilizzata per indicare i nobili spogliati del loro titolo. Una parola sola, qualcosa di innocuo, assurta a simbolo di un passato con cui si sono chiusi tutti i conti, diventata l’emblema di ciò che non potrà più tornare. Una parola e null’altro, ma così terribile (e nel medesimo tempo tanto feconda) da contenere in sé la distruzione del vecchio mondo e le prime scintille di una realtà nuova. Prende le mosse da qui – e in questa sorta di sotterraneo fiume fatto di avvenimenti all’apparenza poco o punto importanti e di vicende private prosegue in un continuo, sottilissimo gioco di rimandi – lo splendido lavoro letterario dedicato da Hilary Mantel ai tragici ed esaltanti fatti del 1789. Divisa in tre volumi, la storia della Rivoluzione Francese viene narrata da altrettanti punti, quelli di Camille Desmoulins, Georges Jacques Danton e Maximilien de Robespierre, personaggi di primissimo piano in quegli anni, che Hilary Mantel restituisce al lettore in tutta la loro complessità, senza trascurarne debolezze, cadute, ossessioni né mancando di riconoscerne la grandezza, l’eccezionalità, il coraggio. Nel seguire da vicino l’intera parabola umana e politica di questi uomini, la scrittrice inglese racconta antefatti e conseguenze dei rivolgimenti francesi superando di slancio tanto la fredda accuratezza della ricostruzione storica quanto la fragile suggestione del libero moro creativo; la sua scelta (felicissima) la pone in qualche modo all’interno degli eventi, consentendole di leggerli – e di presentarceli – come se li stesse vivendo, come se li scoprisse (e fosse perciò costretta a cercare di comprenderli, di decifrarli) nel momento in cui si verificano o in cui minacciano di esplodere. Così la Rivoluzione, in ogni sua fase, somiglia all’avvicinarsi di una tempesta, a quell’improvviso correre della storia che sempre precede le peggiori catastrofi, mentre il suo farsi, il suo mutarsi da semplice possibilità a ineluttabile certezza viene salutato da attonito stupore, da una sorpresa enorme e muta cui soltanto il caso, l’attimo da cogliere senza indugio, offre la scintillante opportunità della voce, dell’urlo rivolto alle folle che d’improvviso delle folle diviene coscienza, delle folle si fa verità e dalle folle e per le folle pretende giustizia, e libertà, e uguaglianza, e fraternità. Ma soprattutto brama sangue, il sangue dei responsabili, dei colpevoli.
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“Se avessimo una fantastica…”

Recensione di “Grammatica della fantasia” di Gianni Rodari

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi

Scrive Novalis: “Se avessimo anche una fantastica, come una logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”. Prende le mosse da qui, da questa intuizione – splendida perché feconda – la Grammatica della fantasia di Gianni Rodari, un libro unico, che verrebbe voglia di definire magico se solo si riuscisse a credere ai libri magici (ma non è forse leggendo gioielli come questo che può compiersi il miracolo? Non è forse perdendosi nell’arte di inventare storie che si giunge a rendere possibile l’impossibile, a dotarsi di ali e finalmente volare?), un saggio coltissimo e meravigliosamente semplice capace di regalare sorprese a ogni pagina, di stupire, affascinare, coinvolgere, divertire, e quel che più conta insegnare senza mai dare l’impressione di farlo, o per dir con più esattezza senza mai volerlo fare. Perché il fantastico, la fantasia, l’invenzione, la creatività non sono “materie d’esame”, non sono un insieme di regole da mandare a memoria, una lezione da imparare da cima a fondo per far bella figura all’interrogazione e portarsi a casa un buon voto, non sono oggetto di verifica, sono l’esatto opposto di tutto questo, e insieme (se ben comprese, s’intende, ma soprattutto se vissute come meritano, e cioè con la spontaneità, la libertà e la gioia che suscitano e che sempre e ovunque le accompagna) ciò che sta alla base e in qualche modo fonda la scuola così come la conosciamo e ne facciamo esperienza, con tutto il suo corollario di pedantesca istituzionalizzazione e di pratiche che replicano se stesse anno dopo anno, quasi che il tempo non fosse altro che un trascurabile accidente. Ma cosa significa esattamente inventare storie? E perché è così importante? E come può qualcosa che in fondo somiglia a un gioco (e che forse è davvero soltanto un gioco) rivestire così tanta centralità? Ecco la risposta di Rodari, che è anche il passo d’avvio dell’indimenticabile avventura letteraria, culturale e più di tutto umana rappresentata dalla Grammatica della fantasia: “Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allungano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari […]. Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere”.
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