In silenzio, Hercule Poirot indaga

Recensione di “L’assassinio di Roger Ackroyd” di Agatha Christie

Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd, Mondadori

Se il perfetto meccanismo dell’intreccio non è certo una novità, perché è assai raro che Agatha Christie deluda, quel che desta stupore e ammirazione ne L’assassinio di Roger Ackroyd, uno dei romanzi più famosi della scrittrice inglese, oltre allo slittamento del protagonista in un felicissimo secondo piano (Poirot conduce le indagini sul delitto, ma sembra più un personaggio di contorno; non a caso, e lo si dice espressamente, si è ritirato dall’attività per dedicarsi alla coltivazione delle zucche) è la scelta di narrare l’intera vicenda in prima persona: a farlo è il dottor James Sheppard, medico del villaggio di King’s Abbott, teatro del misterioso fatto di sangue. Agatha Christie narra con leggerezza; descrive quasi divertita la vita di un piccolo paese, densissima di grandi e piccoli segreti che in realtà tutti conoscono, dà vita a una serie di personaggi in sapiente equilibrio tra realismo e caricatura (su tutti Caroline, la sorella di Sheppard, informata di tutto quel che le succede intorno al punto da “poter eseguire qualsiasi indagine standosene in casa”), poi, una volta concluso il quadro d’insieme, con impeccabile raffinatezza introduce l’omicidio. Continua a leggere In silenzio, Hercule Poirot indaga

L’orso e il micio

Recensione di “Corpi al sole” di Agatha Christie

Agatha Christie, Corpi al sole, Mondadori
Agatha Christie, Corpi al sole, Mondadori

«Il mio lavoro è un po’ come il suo rompicapo, madame. Si mettono insieme i pezzi del mosaico… pezzi di ogni forma e colore… e ognuno deve combaciare con gli altri. Alle volte, poi, succede quello che è successo a lei, un momento fa, con quel pezzetto bianco. Si riesce a sistemare un gran numero di pezzi… si fa la selezione dei colori, ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che per la forma e il colore dovrebbe adattarsi… a una pelle di orso, e invece si adatta alla coda di un micio». Così Hercule Poirot, l’infallibile investigatore creato da Agatha Christie, riassume, in Corpi al sole, il proprio metodo di indagine. Si tratta, egli spiega, di ricostruire un puzzle, le cui tessere sono da una parte il crimine perpetrato, dall’altra i possibili colpevoli. Poirot è in vacanza in una splendida isola, e l’ambiente in cui si muove è quello consueto (sempre riproposto, con insignificanti variazioni, dall’autrice nei romanzi di cui è protagonista), raffinato quando non smaccatamente ricco, e frequentato da uomini e donne della borghesia più agiata.

Ma anche in uno scenario idilliaco, che niente sembra essere in grado di turbare o sconvolgere, si annida il male, e il nostro detective, all’indomani del misterioso omicidio di un’ex attrice, sposata da poco a un uomo integerrimo e nota a tutti per il vezzo di collezionare amanti, viene invitato a collaborare con la polizia locale per cercare di risolvere l’enigma. O, per dirla con le sue stesse parole, per ricostruire il puzzle.

“Una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero”, dice Sherlock Holmes (altra geniale mente investigativa citata a più riprese, e non senza un pizzico di compiaciuto humour, nelle pagine di questo delizioso mystery) al suo amico e compagno d’avventure Watson, e a questa saggia massima anche Poirot, impareggiabile studioso della natura umana, si attiene; sfortunatamente per lui, però, a giudicare dalle testimonianze raccolte dopo l’omicidio e dalle ricostruzioni che, basandosi su di esse, è lecito ipotizzare, nulla di ciò che dovrebbe essere vero risulta possibile.

In parole povere, sembra che tutti gli ospiti dell’albergo siano in possesso di alibi inattaccabili; di più, per alcuni di loro, l’alibi è rappresentato dallo stesso Poirot. Che fare dunque? Come muoversi? In che direzione orientare l’inchiesta? Come in ogni giallo classico che si rispetti, anche qui gli indizi che la Christie dissemina (a volte scopertamente, a volte con magistrale abilità, facendo passare ciò che scrive come un semplice accidente del racconto, una nota quasi superflua) conducono il lettore lontano da Poirot; le informazioni che raccoglie egli le sistema in un quadro che custodisce gelosamente, senza condividerlo con nessuno.

È un muto ragionare il suo, un continuo fabbricar pensieri che di tanto in tanto esplode in domande in apparenza prive di senso (quanto può essere importante, per esempio, appurare se qualcuno, la mattina del delitto, abbia o meno fatto un bagno? Eppure…) ma che nel suo infaticabile procedere finisce sempre per scovare la verità, non importa quanto in profondità sia stata nascosta.

E allora ecco che il metodo Sherlock Holmes torna a galla e si riflette in quel che Poirot definisce un “semplice ragionare”, che altro non è se non l’ostinato condurre le proprie riflessioni lungo un filo logico che vede nel sospettato più probabile il colpevole più probabile; agli inganni di Agatha Christie, ai suoi personaggi presentati in modo da offrire, ciascuno a proprio modo, il destro a “presunzioni di colpevolezza” invece che d’innocenza, all’intreccio di casualità che sembrano cospirare contro l’uno o l’altro dei presenti, al canto di sirena dell’illusione della verità, Poirot replica con la severa linearità del suo intelletto, con il suo acume che nulla lascia all’arbitrarietà dell’intuizione improvvisa ma tutto vaglia con precisione estrema, facendo emergere ogni falsa pista, ogni menzogna, ogni tranello. E il risultato è il colpo di scena, la sorpresa, la soluzione che lascia tutti (colpevole per primo) a bocca aperta: «Ho già detto una volta che la mia mente lavora nel modo più semplice. Fin dal principio ho ritenuto che l’assassino di Arlena Marshall fosse “il più indiziato”. E il più indiziato era […]».

Elegante, prezioso, a tratti divertente, piacevole dalla prima all’ultima pagina, Corpi al sole è uno dei tanti gioielli nati dalla penna e dalla genialità di Agatha Christie. Incantevole come l’isola nel quale è ambientato e appassionante come il delitto che vi commette.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Alberto Tedeschi. Buona lettura.

Quando il capitano Roger Angmering costruì una casa nell’anno 1782 sull’isola al largo di Leathercombe Bay, tutti lo giudicarono un eccentrico. Un uomo di buona famiglia come lui avrebbe dovuto avere una dimora decorosa circondata da prati spaziosi, magari con un terreno attraversato da un fiumicello. Ma il capitano Roger Angmering aveva un solo amore, il mare. Si costruì dunque quella casa, solida come doveva essere, su un piccolo promontorio spazzato dai venti e isolato dalla terraferma a ogni alta marea.

Il mistero buffo di una trappola

Agatha Christie, Trappola per topi, Mondadori
Agatha Christie, Trappola per topi, Mondadori

“La logica non lo spiega. Non spiega perché, con tutti i capolavori che vanta il teatro, proprio Trappola per topi si replichi a grande richiesta da ormai trent’anni e sia diventata qualcosa tra l’istituzione nazionale e l’attrattiva turistica, sul genere di Buckingham Palace. Nemmeno l’autrice aveva le idee molto chiare, in merito. «È il tipo di commedia alla quale si può portare chiunque» aveva cercato di teorizzare con un giornalista. «Non è proprio un dramma, non è proprio uno spettacolo dell’orrore, non è proprio una commedia brillante, ma ha qualcosa di tutt’e tre, e così si accontenta la gente dai gusti più disparati». Non molto illuminante, ma già un notevole sforzo, per una persona così schiva che aveva riassunto la sua fama clamorosa osservando: «È importante, sì, essere un autore di successo: almeno puoi sempre trovare un tassì quando ti occorre». Con queste parole (era il 1982), Ida Omboni, nella prefazione all’edizione Mondadori della celebre commedia di Agatha Christie, introduceva i lettori al “mistero buffo” di un’opera piacevolmente leggera, ricca di humour, ben costruita nell’intreccio e ancor meglio disegnata nei personaggi, assurta, chissà come, chissà perché, a immortale capolavoro. E così risponde al quesito da lei stessa posto: “I detrattori di Dame Agatha (per avere successo occorrono ammiratori, ma per essere celebri sono indispensabili i detrattori, possibilmente rabbiosi), sostengono che è un regalo del caso. La Christie, dicono, ha scritto ogni volta la stessa commedia, un’eterna partita a scacchi fra lei e lo spettatore. Cosa anche vera, ma ogni partita ha una sua strategia, un suo ritmo, persino una sua alchimia particolare, come afferma Bobbie Fischer, che qualcosa deve pur saperne. Sicché le ricorrenze tecniche non sono limitazione, ma stile. E può darsi che nella Trappola, queste ricorrenze o, se vogliamo cambiare metafora, gli ingredienti della ricetta-Christie […] si siano fusi alla perfezione, forse un po’ magicamente, come succede talora nella mayonnaise e negli amori felici. E individuarli […] è relativamente facile… Anche se il teatro giallo spesso si fa per chi ama il giallo ma non necessariamente per chi ama il teatro, la Christie si metteva all’opera come se dovesse scrivere una commedia di carattere. I suoi personaggi sono autentici, tridimensionali, solidamente quotidiani, e lei nel corso dell’azione li sfoglia come carciofi, rivelando via via nuove sfumature, coerenti e insieme inaspettate. Cadaveri e spaventi a parte, il pubblico li adotta perché sono persone vere, che forse ha incontrato e nelle quali può occasionalmente identificarsi”.

Commedia umana, dunque? È a questo che si deve il successo senza tempo di Trappola per topi? Al fatto di essere, al di là della trama, degli omicidi, dell’indagine e del finale disvelamento della verità, un acuto studio psicologico? Forse. Tuttavia questa spiegazione, al pari di qualsiasi altra, ha il difetto di seminare più dubbi di quanti contribuisca a dissiparne; perché se è certo che la commedia di Agatha Christie sia anche una commedia umana (come del resto è anche una commedia degli equivoci, una commedia brillante, e perfino l’ozioso – ma non per questo imperfetto, anzi – divertissement di una magnifica scrittrice), quel che è altrettanto vero è che Trappola per topi è un giallo delizioso, che conquista – di più, entusiasma – per l’accuratezza dell’ambientazione (un’elegante dimora che mostra i primi segni di un’inarrestabile decadenza all’interno della quale, come in ogni trappola per topi che si rispetti, un gruppo di ospiti si ritrova bloccato da una tormenta di neve), il ritmo della narrazione, la perfetta gestione della tensione, la progressiva scoperta dei personaggi, ciascuno assai diverso da come appare, nel bene come nel male. Lettori e spettatori, insomma, si trovano di fronte esattamente quel che si aspettano; un raffinato e prezioso mystery di Agatha Christie, un’opera semplice eppure superba, un lavoro che dà l’impressione di essere stato scritto in un ritaglio di tempo e malgrado ciò sfiora la perfezione, tanto per stile quanto per contenuto. Trappola per topi irrita (gli immancabili detrattori citati dalla Omboni) per la stessa ragione per cui convince: perché sembra che la Christie non abbia voluto dedicargli più di qualche distratta occhiata e anche così sia riuscita a dipingere un quadro magnifico, impareggiabile. Non ci sono momenti particolari da ricordare in questa vivacissima commedia in due atti, né genialità da sottolineare, né vette letterarie raggiunte per la prima volta o eguagliate, e tuttavia ogni minimo particolare di questa diabolica pièce è al posto giusto, ogni dettaglio irrinunciabile, ogni sfumatura fondamentale; al lettore, allo spettatore, non resta che immergercisi, farsi ospite tra gli altri di questa villa, scoprirne poco alla volta gli inquilini, attendere fremente, spaventato e affascinato che la neve smetta di flagellare le strade e finalmente uscire all’aria aperta, con il colpevole consegnato alla giustizia e l’ordine ripristinato. E non è forse questo il puro piacere della lettura?

Prima di chiudere, lascio ancora la parola alla Omboni (anche traduttrice della commedia), alle ultime righe della sua prefazione, alla felicissima conclusione della sua analisi di Trappola per topi: “Lanalisi potrebbe continuare, ma tutto sommato questi sono i dati base della Trappola, che possono spiegarne la struttura, la meccanica e la simpatia. Ma la valanga di successo?… Onestamente, no. E anche se terrà cartellone altri trentanni, dubito molto che ci si potrà capire qualcosa. È lultimo mistero di Agatha Christie, lunico non risolto. Ma perchè farci cattivo sangue? In fondo, è un mistero gaudioso”. 

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Il salone principale di Castel del Frate. È quasi sera. Più che a un’antica dimora, l’ambiente fa pensare a una villa dove sia vissuta per generazioni la stessa famiglia, in condizioni finanziarie sempre meno brillanti. Sulla parete di fondo un’ampia vetrata che arriva quasi al soffitto. A destra un grande arco che dà sul vestibolo, dove si aprono la porta d’ingresso e quella della cucina. Un arco gemello, a sinistra, lascia intravedere la scala che porta alle camere da letto e l’uscio della biblioteca. Accanto, la porta del salotto. Sulla parete di destra un camino e la porta della sala da pranzo (che si apre verso l’esterno). Sotto la vetrata centrale, una lunga panca a muro e il calorifero.

Il fallace sillogismo della realtà “impossibile”

Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express, Mondadori
Agatha Christie, Assassinio sull’Orient Express, Mondadori

Difficile trovare, nel ricchissimo universo del romanzo giallo, un espediente narrativo che abbia più fascino del “delitto impossibile”. Compiere un crimine senza che si diano, almeno in apparenza, le condizioni per poterlo fare, rappresenta infatti ben più che una semplice sfida all’acume e all’intelligenza degli investigatori; è una sorta di elettrizzante scommessa che l’assassino (perché il delitto per eccellenza, si sa, è l’omicidio) stipula con se stesso, un atto estremo, uno spingersi orgoglioso e tracotante al di là dei propri limiti. Per questo non c’è mistero di più fitto di quello della “camera chiusa” – un cadavere ritrovato in una stanza priva di vie d’uscita e nessuna traccia del colpevole, che a rigor di logica, se anche in quella stanza avesse potuto entrarvi, magari invitato proprio dalla vittima, di certo non avrebbe avuto modo di lasciarla – né rompicapo più indecifrabile di quello che unisce all’avvenuto fatto di sangue unicamente la presenza di ulteriori potenziali bersagli (l’esempio classico è lo splendido Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, di cui ho già scritto in questo blog). C’è qualcosa, nelle situazioni in cui è l’atto stesso di uccidere a dimostrare la propria possibilità (di più, la propria irrefutabile realtà) a fronte di circostanze che ne contraddicono apertamente l’evidenza, che agisce sull’essenza del racconto, sulla sua consistenza letteraria, sul suo andamento, sul suo respiro: una squisita, irresistibile “metafisica del delitto” che trascende la nuda analisi dei fatti per concentrarsi sul reale fondamento dell’assassinio, sul momento in cui l’idea di agire ha preso forma nella mente dell’omicida e successivamente corpo nelle varie fasi del suo sviluppo, su quel che il tecnicismo dell’indagine procedurale indica con eccesso di semplicità come movente ma che l’“investigatore-filosofo” chiamato a risolvere il caso (il solo realmente in grado di riuscire nell’impresa perché consapevole, e a suo modo rispettoso, della perversa grandezza del gesto, della sua oscura dignità, della sua corrotta nobiltà) ascrive al più generale e complesso e fecondo concetto di natura umana. E proprio studioso della natura umana – uno dei migliori, anzi, il migliore in assoluto – si definisce quello che è con ogni probabilità il più geniale personaggio inventato da Agatha Christie, l’investigatore privato Hercule Poirot, protagonista di Assassinio sull’Orient Express, uno dei massimi capolavori della grande scrittrice inglese, romanzo di travolgente bellezza, insieme incalzante e tranquillo, quasi sonnolento nello svolgimento, che recupera, declinandole con sorprendente originalità, le atmosfere uniche della “camera chiusa” e le trasferisce a bordo di un treno (il raffinato Orient Express che dà il titolo al romanzo), bloccato sui binari da un’abbondante nevicata.   

Negli spazi chiusi, definitivi di uno scompartimento, con un ben preciso numero di persone a bordo, si consuma un delitto atroce e inspiegabile (dodici coltellate, inferte, secondo quanto emerge da un primo, parziale esame autoptico, non da un’unica mano), una barbarie che pare non aver nulla a che fare con gli altri viaggiatori, tutti estranei alla vittima. Va da sé che l’omicidio non può essere frutto di un caso, su questo concordano tutti; ma quando anche l’ipotesi che a commetterlo possa essere stato un assassino particolarmente audace, rimasto sul treno solo il tempo necessario a portare a termine il compito, considerata inizialmente come la più probabile, si dimostra inconsistente, ecco che il detective sembra doversi arrendere, subire uno scacco matto. In assenza di ipotesi plausibili, il “delitto impossibile” si rivela in tutta la sua perfezione non come qualcosa di impossibile da compiersi, bensì come gesto impossibile da scoprire e di conseguenza immune da qualsiasi punizione. 
La realtà, fortunatamente, è un’altra, perché la filosofia criminale che regge il delitto perfetto, lungi dall’essere un sistema compiuto, è solo un sillogismo; elegante, senza dubbio, ma anche intrinsecamente fragile. È infatti proprio nel momento in cui l’impossibile diviene atto concreto che all’investigatore (certo, non uno qualsiasi, ma un pensatore, un attento studioso della natura umana come Hercule Poirot) in qualche modo si schiudono le porte del mistero, non importa quanto complesso sia. Perché se qualcosa è accaduto, di tutta evidenza c’è solo una cosa che rimane da fare: capire come si siano svolti i fatti, e soprattutto per quale ragione. In questo processo di progressivo disvelamento del vero, che riporta alla luce, da una platonica caverna colma di colpe, rimorsi e vendette, la tragica attualità della morte, Agatha Christie sfoggia tutto il suo talento letterario, regalando al lettore un intreccio impeccabilmente disegnato, impreziosito dal garbo di una prosa inimitabile, da un’ironia sottile e vivacissima e dalla brillante effervescenza dei caratteri, incastonati come diamanti in quadri d’ambiente di scintillante puntualità e precisione. E a mistero risolto, quel che resta, in luogo del tetro spettro dell’impossibile dissolto dalla ragione, è soltanto una verità: quella, incontestabile, del male. 

Eccovi l’inizio del romanzo (la traduzione, edizione Mondadori, è di Alfredo Pitta). Buona lettura.
Erano circa le cinque di una mattina d’inverno, in Siria. Lungo il marciapiede della stazione d’Aleppo era già formato il treno che gli orari ferroviari internazionali indicavano pomposamente col nome di Taurus Express, e che consisteva in due vetture ordinarie, un vagone-letto e un vagone-ristorante con annesso cucinino. 
Vicino alla scaletta di uno degli sportelli del vagone-letto, un giovane tenente francese, splendido nella sua uniforme, conversava con un omino imbacuccato fino alle orecchie e del quale erano visibili solo il naso arrossato e le punte di un paio di baffi arricciati all’insù.

Miss Marple, l’errore in un piano altrimenti perfetto

 

Agatha Christie, Istantanea di un delitto, Mondadori
Agatha Christie, Istantanea di un delitto, Mondadori

Forse nessun genere letterario rifiuta le contraddizioni come il giallo. Quando ci sono di mezzo omicidi, misteri da risolvere, colpevoli da smascherare e indagini da condurre non c’è spazio per incertezze e passi falsi; proprio come in un puzzle, infatti, ogni tassello deve incastrarsi perfettamente a un altro, e questo al successivo, in una catena di deduzioni e di rapporti di causa-effetto granitica e inevitabile come una legge fisica. Eppure, poiché ogni regola vive in forza della sua eccezione, ecco comparire, e proprio nei romanzi scritti dalla più celebre e amata giallista di sempre, Agatha Christie, qualcosa di così originale, sorprendente e riuscito da essere, nello stesso tempo, una palese contraddizione e il suo magistrale superamento: Jane Marple, una vecchietta tanto mite e inoffensiva quanto curiosa e intelligente, che si rivela essere un’investigatrice infallibile. Miss Marple, proprio come Hercule Poirot, altro immortale personaggio partorito dalla geniale fantasia della Christie, è prima di tutto un’acuta osservatrice della natura umana, ma a differenza del bizzoso detective belga, che ha pur sempre un’allure adatta ai brutali contesti nei quali opera, questa anziana donna dalle maniere sorpassate e avida di pettegolezzi sembra più un elemento estraneo al thriller, una riuscita trovata dell’autrice, alla ricerca di qualcosa di inaspettato capace di stemperare un’atmosfera troppo cupa, che il fondamento di un romanzo giallo. Perché Miss Marple incuriosisce, strappa sorrisi, a volte riesce persino a irritare con la sua insistenza, sempre formalmente ineccepibile ma non per questo meno importuna, ma resta comunque essenzialmente estranea alla cornice delittuosa, ai moventi che spingono gli uomini a uccidere e ai contesti, spesso oscuri, malati, corrotti, da cui si originano i fatti di sangue. Miss Marple è l’errore in un piano altrimenti perfetto, la disattenzione che manda a monte un disegno (criminale, naturalmente) preparato per mesi in ogni minimo particolare, è il verificarsi del caso, di ciò che è impossibile da prevedere, ed è questa sua caratteristica a renderla la miglior protagonista possibile per un giallo. Nessuno infatti meglio di chi non solo è estraneo ai fatti ma è lontanissimo da ciò che ha portato al loro verificarsi, ha la lucidità necessaria per osservare la verità e tutti i tentativi compiuti per celarla; così Miss Marple, forte prima di tutto della propria estraneità alle indagini di cui si occupa (e poi, naturalmente, fidando nella sua grande intelligenza e nella sua non comune abilità di raccoglitrice di informazioni), sbroglia casi all’apparenza insolubili finendo immancabilmente per individuare il colpevole e assicurarlo alla giustizia. In uno dei più brillanti romanzi che la vedono all’opera, Istantanea di un delitto, Jane Marple offre, a mio avviso, il meglio delle sue capacità indagando a distanza. Dapprima trova un cadavere di cui nessuno sospetta l’esistenza (il corpo è quello di una donna, uccisa, secondo quanto racconta un’amica di Miss Marple, Elspeth McGillicuddy, a bordo di un treno; la signora McGillicuddy, in viaggio per andare a far visita a Miss Marple, ha assistito all’omicidio dallo scompartimento di un altro treno; il delitto infatti si è verificato proprio nel breve momento in cui i due convogli, pur diretti verso destinazioni diverse, hanno marciato parallelamente; purtroppo, però, nessuno oltre lei ha visto nulla, e le prime ricerche compiute dalla polizia non danno risultati), poi, grazie all’aiuto della sua ex governante, riesce a venire a capo del mistero e a scoprire l’autore del delitto. Memorabile, al principio del libro, l’approccio si Miss Marple all’indagine (a quel che lei, fin dall’iniziale confessione dell’amica, considera a tutti gli effetti un’indagine): “Fedele agli insegnamenti che sua madre e sua nonna le avevano dato, e cioè che una vera signora non deve mai mostrarsi né scandalizzata né sorpresa, Miss Marple si limitò ad alzare le sopracciglia e a scrollare il capo. «Molto penoso per te, Elspeth, e indubbiamenteinsolito, certo» disse. «Credo che dovresti parlarmene subito». Era proprio quello che la signora McGillicuddy desiderava. Lasciò che la padrona di casa la facesse accomodare vicino al fuoco, si mise a sedere, si tolse i guanti e si lanciò in una descrizione a tinte forti dell’accaduto. Miss Marple l’ascoltò con la massima attenzione. E quando la signora McGillicuddy s’interruppe per riprender fiato, affrontò l’argomento in tono deciso. «Secondo me, cara, la cosa migliore che tu possa fare è salire a toglierti il cappello e a rinfrescarti. Poi ceneremo, e durante la cena non ne parleremo affatto. Più tardi esamineremo a fondo la faccenda e la discuteremo sotto tutti gli aspetti»Non v’è dubbio che un’impeccabile ospitalità, una chiacchierata innocua e un’ottima e rilassante cena non siano la maniera più ortodossa di affrontare un omicidio, ma si è già detto che Miss Marple non è la polizia, non ha nulla a che vedere con i suoi metodi. Questa donna ormai in là con gli anni ma che ancora gode ottima salute è solo un inciampo sulla strada dell’assassino, un ostacolo piccolo ma impossibile da evitare.

Ricco di sorprese e di piacevolissima ironia Istantanea di un delitto è un piccolo gioiello che una volta cominciato non si abbandona più. Lo stile pulito della Christie, i suoi personaggi, sempre prossimi a sprofondare in eccessi grotteschi, e gli ambienti descritti con cura minuziosa sono per tutti i lettori un irresistibile canto di sirena.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Grazia Griffini). Buona lettura.

Trafelata, la signora McGillicuddy seguiva affannosamente il facchino che le portava la valigia. La signora McGillicuddy era bassa e tarchiata, il facchino alto, con il passo scattante. In aggiunta, era carica di una quantità di pacchi, risultato di una giornata di acquisti natalizi. Di conseguenza, la sua era una gara già perduta in partenza e, infatti, quando il facchino svoltò l’angolo in fondo al marciapiede, la signora McGillicuddy si era appena lasciata indietro i cancelli d’ingresso. Il marciapiede n. 1 non appariva molto affollato in quel momento perché ne era appena partito un treno; invece in quella specie di terra di nessuno che era la pensilina retrostante, una folla disordinata si precipitava di qua e di là, salendo e scendendo dai sottopassaggi della metropolitana, entrando e uscendo dai depositi bagagli, dal buffet, dagli uffici informazioni, fermandosi davanti ai tabelloni degli orari, varcando in un continuo flusso e riflusso i cancelli degli arrivi e delle partenze. 

…e poi non rimase nessuno

 

Se siete attratti da racconti e romanzi gialli e volete innamorarvene una volta per tutte, l’autrice da leggere è senza dubbio Agatha Christie. Su di lei è stato detto talmente tanto che non provo nemmeno a scrivere qualcosa di originale. Mi limito a elencare i pregi della sua scrittura: intrecci perfetti, ottime ambientazioni, caratterizzazioni indovinatissime (e non mi riferisco ai suoi personaggi di maggior successo, come Poirot e Miss Marple, ma a tutti gli altri), insuperabile tecnica narrativa, humour raffinato e pungente.
Se però volete fare un passo in più, e innamorarvi perdutamente del genere, il libro ideale è Dieci piccoli indiani. Un piccolo gioiello che avvolge il lettore in un’atmosfera di crescente tensione insinuandogli, per mezzo della sistematica eliminazione dei protagonisti del racconto, “prigionieri” loro malgrado su un’isola e vittime di una geniale macchinazione, un opprimente senso di claustrofobia (vi viene per caso in mente Lost? Pensate che la prima edizione del volume data 1939…).
È un libro che mette paura, senza ricorrere a spargimenti di sangue né a gratuite violenze, a partire dalla filastrocca che preannuncia lo svolgersi degli eventi.
La prima volta che lo lessi mi fece rabbrividire (proprio quello che ogni buon giallo dovrebbe fare), la seconda volta – la scorsa estate – mi piacque immensamente.
Ora la filastrocca. Non la trovate inquietante?
Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s’infranse a mezzo,
solo sei ne restar.
Sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso lo abbrancò
e due soli ne restar.
I due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un  pino s’impiccò
e nessuno ne restò.