Oggetto della letteratura è la conoscenza dell’essere umano

Recensione de “La testa perduta di Damasceno Monteiro” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno, Monteiro, Feltrinelli

È possibile che la verità sia anche una questione di stile, che la forma abbia un legame essenziale con la sostanza, che la filosofia, oltre a quello della chiarezza, abbia il dovere, squisitamente letterario, della fascinazione, e che allo stesso modo ogni altra forma scrittura, dalla cronaca giornalistica al dettato di una sentenza, debba possedere la qualità indispensabile della leggibilità; in una parola, che tocchi alla bellezza il compito improbo di provare a spazzare via le tenebre della menzogna, dell’ignoranza e della violenza. Espressione di un determinato sistema di valori, di nitide scelte etiche, di una ben precisa visione del mondo, questo genere di raffinatezza, ben lungi dal ridursi a sterile eco di un imprecisato dover essere, è in realtà la sola opposizione possibile al tragico disordine del mondo.

Impara a comprenderlo, nel corso di una dolorosa, sconvolgente esperienza personale che segnerà per sempre la sua vita, il reporter Firmino, giovane idealista innamorato della giustizia sociale e del marxismo umanistico di Geörgy Lukács spedito da Lisbona a Oporto per scrivere di un orrendo caso di cronaca (il cadavere di un uomo rinvenuto privo della testa). Qui, il protagonista del bellissimo e dolente romanzo di Antonio Tabucchi La testa perduta di Damasceno Monteiro si troverà faccia a faccia con inimmaginabili abissi d’abiezione; toccherà con mano la logica spietata del potere, vedrà leggi piegarsi all’arbitrio del più forte e colpevoli di innominabili atrocità godere delle più vergognose impunità; avrà tuttavia anche modo di conoscere un avvocato, un uomo di vastissima cultura e di ancor più profonda umanità, e sarà grazie a lui che Firmino capirà quanto sia importante resistere a ogni ingiustizia, soprattutto quando le possibilità di riparare i torti sono minime.

Quest’uomo corpulento, che sembra trovare la citazione giusta per ogni argomento di conversazione e i cui discorsi profumano tanto d’ironia quanto d’amaro disincanto, questo filosofo del diritto ed esteta della letteratura, che vorrebbe, con il teologo francese Marcel Jouhandeau, uno scrittore in ogni giuria, perché “l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano, e […] non c’è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali”, spiegherà a Firmino, tanto con l’esempio quanto con il suo dotto, torrenziale conversare, la necessità di porre un argine a una deriva politica e sociale che è prima di tutto corruzione delle coscienze.

La prosa di Tabucchi, miracolosamente lieve nel raccontare la notte più buia dell’essere umano, parte da un fatto realmente accaduto (l’uccisione di Carlos Rosa, un cittadino portoghese di 25 anni, nelle stanze di un commissariato della Guardia Nacional Republicana di Sacavém, periferia di Lisbona, e il successivo ritrovamento del suo corpo, seviziato e decapitato, in un parco pubblico) per dar vita a un intreccio solido e avvincente, che in un girotondo di generi (dal thriller al romanzo di formazione, dalla riflessione filosofica al pamphlet di denuncia sociale), commuove, entusiasma, spaventa, indigna, persuade.
Sullo sfondo di una città narrata con il quieto entusiasmo dell’amante, lo scrittore toscano, prematuramente scomparso nel 2012, affronta con preziosa onestà intellettuale temi spinosi ma ineludibili; su tutti quello della giustizia (specialmente quella negata), spiegando senza possibilità d’equivoco che, per quanto sia senz’altro auspicabile che i colpevoli vengano puniti e le vittime in qualche misura risarcite, quel che è davvero fondamentale, per ogni persona, è non cessare mai di impegnarsi per ottenere ciò cui si ha diritto, a maggior ragione nei momenti in cui del diritto si fa quotidianamente strame.
Quella con cui tutti i Firmino del Portogallo hanno a che fare, spiega l’avvocato, soprannominato Loton per la sua impressionante rassomiglianza con il grande attore Charles Laughton (che vestì proprio i panni dell’avvocato nello splendido dramma Testimone d’accusa, diretto da Billy Wilder), “è la peggiore borghesia […] nata negli ultimi vent’anni: soldi, incultura e tanta a arroganza. È gente terribile”.
Gente terribile, che Tabucchi descrive con la sua prosa agile, sfumata, delicata eppure puntuale, tagliente, chirurgica. Gente ignobile, cui bisogna contrapporre l’irresistibile non violenza del sapere, di un umanesimo temperato da comprensione, pietà e bellezza, e la scelta di un’esistenza nel medesimo tempo concreta e letteraria. Perché è solo nelle cose, e nelle pagine che le raccontano, che tutti noi abitiamo.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato un anno prima Agostino da Silva, detto Franz il tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell’alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l’esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse tra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.

La letteratura e il risveglio delle coscienze

Recensione di “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Feltrinelli
Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Feltrinelli

Intendere la letteratura come impegno nei confronti della verità, come rigorosa presa di posizione, come assunzione di responsabilità, come inequivoca dichiarazione d’intenti, come limpida manifestazione del proprio credo politico, sociale, etico. Considerarla, insomma (e dunque utilizzarla), non come fine in sé ma come strumento per qualcosa di più importante, di più significativo: l’oggettiva ricostruzione dei fatti, il loro disvelamento, la loro denuncia. A questo genere di letteratura – il cui principale, per non dir unico compito è “parlare alle coscienze” per risvegliarle dal torpore in cui giacciono – si richiama Antonio Tabucchi in uno dei suoi romanzi più famosi e riusciti, Sostiene Pereira, pubblicato nel 1994, salutato da un grande successo di pubblico e vincitore, in quello stesso anno, del premio Campiello.

Ambientato a Lisbona nel 1938, quando a governare il Portogallo era la feroce dittatura di Salazar, Sostiene Pereira è una sorta di romanzo storico quanto a collocazione temporale e geografica e nello stesso tempo (per struttura e soprattutto finalità) un romanzo psicologico. Il protagonista, Pereira, è un giornalista che, abbandonata la cronaca nera, lavora come responsabile della pagina letteraria di un piccolo quotidiano, il Lisboa; indifferente a tutto quel che accade intorno a lui (le violenze della polizia politica, l’informazione vergognosamente manipolata, le persecuzioni ai danni dei contestatori, di chiunque si ribelli al regime), Pereira vive nel suo mondo fatto di “belle lettere”, cullandosi nel ricordo della moglie scomparsa e dedicandosi anima e corpo al proprio lavoro.
Trasparente metafora delle intenzioni dell’autore, Pereira è la “coscienza da risvegliare”; seppur incolpevole – il mite giornalista non è in alcun modo organico alla dittatura, non partecipa delle sue nefandezze, semplicemente preferisce non guardarla per quel che realmente è – egli comunque manca, e gravemente, al proprio dovere; è un uomo colto, ha gli strumenti (il giornale) e la voce (la sua professione di giornalista) per parlare alla gente, per farsi sentire, per raccontare la verità, per testimoniarla, ma non lo fa. Conosce la letteratura, possiede sufficiente sensibilità per amarla e dedizione bastante a trasmetterla, eppure la tradisce ignorandone la forza intrinsecamente rivoluzionaria, il vitale alito libertario.
Il suo peccato, suggerisce Tabucchi, non è quello degli assassini e dei carnefici, e tuttavia a lui non può andare il pensiero commosso che si riserva alle vittime, perché Pereira del regime non è vittima, piuttosto un “complice silenzioso”, incatenato al proprio simulacro di vita dalla paura, anzi dal terrore di morire.  L’esistenza di Pereira è un viaggio lungo il sottilissimo crinale che divide coloro che non hanno diritto a giustificazione alcuna per i propri atti da coloro che, smarriti ma non completamente perduti, sono ancora in tempo a salvare se stessi; a lui, per imperscrutabili motivi (o più probabilmente per nessuna ragione in particolare), il destino offre un’occasione, una possibilità di riscatto, e Pereira, fra mille indecisioni e tentennamenti, sceglie di coglierla.
Conosce per caso il giovane Monteiro Rossi, come lui giornalista, ma al contrario di lui politicamente attivo, impegnato, militante, e rimane insieme affascinato e spaventato dalla sua passione civile, dalla voglia di lottare, dal coraggio che dimostra affrontando a viso aperto la censura del regime e smascherando le volgari menzogne contrabbandate per verità dagli organi di stampa asserviti al potere. Così, poco alla volta, anche Pereira si affaccia alla realtà, vede quel che si nasconde dietro le verità ufficiali della dittatura e matura una nuova coscienza, un nuovo io, una nuova anima (ognuno di noi, gli spiega un’altra persona conosciuta per caso, il dottor Cardoso, anch’egli avversario del salazarismo che medita di abbandonare il Portogallo, ospita in sé non una sola anima, ma una confederazione di anime; talora capita che l’anima che fino ad allora aveva dominato sulle altre venga sostituita da un’altra ed è da quel momento in poi che l’uomo cambia, a volte radicalmente, la propria visione del mondo).
Sarà questa nuova anima, infiammata dal verificarsi di una tragedia, a consumare del tutto il vecchio giornalista chiuso in se stesso trasformandolo in un combattente, in un intellettuale consapevole non soltanto dei propri mezzi ma del proprio dovere.
Fluida, equilibrata, potente e carica di suggestione, la scrittura di Antonio Tabucchi si mette con umiltà al servizio di un’opera che non vuole limitarsi a raccontare una storia edificante ma ha l’ambizione di insegnare, indicare una strada, essere d’esempio. Sostiene Pereira non è soltanto un libro bellissimo, è un’idea precisa, rivendicata con forza, di cosa debba essere la letteratura. Un’idea importante, che tutti scuote e con la quale ognuno di noi è chiamato a confrontarsi.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un’agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira la Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, si mise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia.