Freud e Dio

Recensione di “Danny l’eletto” di Chaim Potok

Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti

L’amicizia tra Danny Saunders e Reuven Malter, ragazzi ebrei divisi da approcci diversi alla fede, è un simbolo. Riflette l’anarchica esuberanza e la passione scomposta ma sincera proprie dell’adolescenza, ma soprattutto il conflitto radicale tra ossequio alla tradizione religiosa e apertura alla modernità. Le rigide regole della comunità chassidica cui appartiene Danny, figlio di un rabbino rispettato fin quasi alla venerazione, escludono qualsiasi tipo di “contaminazione”, dunque perfino Reuven, ebreo ortodosso, figlio di uno studioso del Talmud, colpevole solo di non essere un chassid. I due ragazzi, però, pur tra mille difficoltà, trovano il modo di incontrarsi, confrontarsi, capirsi. Danny è attratto da una materia “impura”, la psicologia, mentre Reuven vuole studiare per diventare rabbino; il loro orizzonte culturale, così come il loro credo, più che allontanarli, li unisce. Malgrado tutto e tutti.. Continua a leggere Freud e Dio

Oltre l’ora più buia

Chaim Potok, Vecchi a mezzanotte, Garzanti
Chaim Potok, Vecchi a mezzanotte, Garzanti

Nel silenzio il dolore trova rifugio ma non dimora, così come nella rimozione, in un forzato oblio, può godere di una fragile quiete, ma non avere sollievo. È di parole che la sofferenza ha bisogno, è nel coraggio di esprimere di se stessa, di riconoscersi e di accettarsi la sua sola possibilità di catarsi. Che sia la memoria dello sterminio nazista, eredità d’incubo di un ragazzo scampato (unico della sua famiglia) all’orrore di Auschwitz ed emigrato in America in cerca di una nuova vita, o il sordo rimorso di un ex ufficiale del Kgb, divenuto esperto torturatore d’uomini per lealtà verso il proprio Paese e l’utopia comunista, oppure ancora che siano gli anni bui e terribili del secondo conflitto mondiale, vissuti in giovanissima età da un celebre professore di storia ormai alle soglie della vecchiaia e poi dimenticati, cancellati quasi non fossero mai esistiti, le ferite dell’anima, private della voce, si fanno quotidiano tormento, ombre d’infelicità che stridono come il rimorso che non può non provare chi inspiegabilmente rimane vivo quando tutti gli altri attorno a lui, le persone che ama come quelle che non ha mai incontrato prima, muoiono ogni minuto di ogni giorno, e zoppicano come le squallide giustificazioni al riparo delle quali si guarda al proprio passato, alle nefandezze compiute, al male arrecato nella speranza che quelle menzogne pallide bastino ad assolverci, e incespicano negli angoli più remoti della memoria, prigioniere della paura, della colpa, di lacrime non ancora piante. Finché qualcosa interviene e apre loro la strada verso la coscienza; un incontro, una persona, un evento che a prima vista sembra quasi privo di significato. È al crocevia di tre destini individuali che finiscono per intrecciarsi l’un l’altro per opera di una celebre scrittrice che Chaim Potok costruisce il suo Vecchi a mezzanotte, emozionante “romanzo fatto di storie” che esplora con commossa partecipazione temi fondamentali come il ricordo, la responsabilità personale, la fatica di vivere. Figura principale del suo lavoro (al tempo stesso Deus ex machina della narrazione e attrice tra gli altri dei drammi raccontati) è Davita Dinn, che il lettore incontra studentessa al principio del libro e poi ritrova affermata autrice di lungo corso; è dinanzi a lei che incubi che non le appartengono e che pure in qualche misura riesce a sentire come propri prendono forma, acquistano una sostanziale coerenza, divengono trama, percorso, insieme di tracce che è possibile seguire. Quasi fossero sacrifici offerti a una benevola divinità, i più inconfessabili segreti delle persone che hanno a che fare con Davita riemergono al presente con sconvolgente urgenza; con la sua semplice disponibilità all’ascolto, infatti, questa donna semplice eppure enigmatica sembra voler offrire ai suoi interlocutori il più prezioso dei doni: la consapevolezza del legame indissolubile che unisce vita e memoria.

Ecco allora che il traumatico ritorno al passato delle tre persone che decidono di raccontare se stessi a Davita, diviene, nella prosa salda e sincera di Chaim Potok, una sorta di nuova nascita; nel realizzarsi dell’umanissimo miracolo della “seconda possibilità”, nel superamento della “mezzanotte della vita” (al di là della quale le tenebre cominciano a lasciare spazio alla luce), Noah e i suoi anni chiusi in un campo di concentramento, il colonnello Shertov e i collaudati metodi di coercizione fisica e psicologica messi al servizio del terrore staliniano e il professor Walter, il cui presente si regge su una radicale cancellazione di quella che con ogni probabilità è la parte più autentica di sé, vengono a patti con tutto ciò che sono stati, con le loro responsabilità, con gli errori commessi, ma anche (è il caso dell’innocente Noah) con l’imprevedibile ferocia del mondo, con quel caos di sopraffazione e morte che per molti è la negazione assoluta di Dio (di qualsiasi Dio) e per altri soltanto il segno (uno dei segni) della sua misteriosa volontà. Pur senza eguagliare la maestria stilistica, lo splendore della prosa e la profonda capacità d’analisi critica della cultura ebraica (della sua eccezionale ricchezza e dei suoi limiti) che caratterizzano veri e propri capolavori quali Danny l’eletto, Il mio nome è Asher Lev e In principio, tutti recensiti in questo blog, Vecchi a mezzanotte è un romanzo che merita di essere letto; nelle sue dense pagine, nel tono sommesso che lo scrittore americano sceglie quasi a voler sottolineare il suo pudore di raccontare e il rispetto per il dolore rappresentato, è riassunto il Novecento, “secolo d’abissi” che ha visto succedersi due conflitti mondiali, il delirante disegno d’annientamento hitleriano e la folle e sanguinosa dittatura di Stalin. Tutte queste tragedie Potok le racconta senza nasconderci nulla, soffrendo insieme a noi per quanto accaduto e tuttavia rifiutandosi di pronunciare, nei confronti dell’uomo, una condanna senza appello. Ostinato come i suoi protagonisti, egli, nel restituirci il passato, non smette di guardare al futuro.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Garzanti, è di Mara Muzzarelli. Buona lettura.

Furono la zia e lo zio a condurre Noah nel mio quartiere di Brooklyn, e un annuncio appeso a una bacheca nella nostra sinagoga lo fece entrare nella mia vita: PROFUGO EUROPEO SEDICENNE CERCA INSEGNANTE DI INGLESE. Era l’inizio dell’estate del 1947, due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nessun nome, solo un numero telefonico. Chiamai quella sera stessa. Mi rispose una donna. «Pronto, chi parla?». Aveva un tono nervoso, seccato. «Chi è al telefono, prego?». «Buona settimana», dissi in yiddish. Una breve pausa. «Ah, buona settimana», disse. Il tono si era addolcito. «Mi chiamo Davita Dinn. Telefono per le lezioni di inglese», dissi in inglese.

Alla ricerca di Dio nella terra dei goyim

 

L’eccitata fantasia di un bambino, la sua sensibilità nervosa, fiammeggiante, che di ogni esperienza disegna arabeschi e intanto immagina, interpreta, sogna il progressivo formarsi del mondo. E la voce dei genitori; il soffio caldo e rassicurante della madre, poi l’autorevole timbro paterno, ragione di tutto quel che accade e principio stesso della vita. Lungo i confini di questo orizzonte semplice, elementare (patrimonio prezioso e condiviso della prima età dell’uomo), premono, come barbari eserciti invasori, il dolore del mondo e il suo irrazionale procedere: la Grande Depressione che travolge gli Stati Uniti d’America, la contemporanea presa del potere da parte di Adolf Hitler in Germania, lo strisciante diffondersi del veleno antisemita da una parte e dallaltra dellAtlantico. David Lurie, protagonista dell’intenso romanzo di formazione di Chaim Potok intitolato In principio, vive questi sconvolgimenti come altrettante tappe della sua tormentata crescita personale; protetto dai familiari, ebrei polacchi immigrati a New York, circondato dalla rigida ritualità della comunità religiosa cui appartiene, segnato, specie durante l’infanzia, da una serie di problemi di salute (conseguenza di una fortuita caduta della madre, inciampata sulle scale di casa mentre stava tornando dall’ospedale con il piccolo in braccio), David, nei suoi primi anni, sperimenta in forme diverse la sofferenza, il senso di colpa, l’umiliazione e la paura, quasi che la vita volesse in qualche modo prepararlo ai colpi più duri: il crollo borsistico del 1929 e l’incubo nazista. Nella sua memoria restano indelebilmente impressi questi “incidenti” – il canarino amato dalla madre volato via dalla finestra che aveva lasciato aperta; il cane di una vicina, da lui scacciato perché si era avvicinato troppo alla culla nella quale dormiva il fratellino, finito in mezzo alla strada e investito da un’auto; l’odio di Eddie Kulanski, un ragazzo del quartiere che detestava gli ebrei “con quella sorta di rabbia folle e demoniaca che per me rimane incomprensibile […] ancora oggi. Aveva solo sei anni, ma il suo odio portava il marchio di un millennio. Qualche mese prima del mio sesto compleanno per poco non mi uccise accidentalmente”; ed è su questi traumi che la sua personalità poco alla volta si forma. I concetti di bene e male, la realtà di Dio che emerge, come da una fitta nebbia, dallo studio dei testi sacri, dalla stretta osservanza delle feste, dalla chiara voce del rabbino in sinagoga, la scoperta allo stesso tempo esaltante e amara dell’amicizia, l’amore e il suo opposto, estremi di cui sembra intessuta l’anima di ogni ebreo, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi, la terra prossima e sconosciuta dei goyim, i non ebrei, assieme ai quali David vive giorno dopo giorno senza tuttavia mai mescolarcisi davvero, la sua ortodossa purezza, rivendicata con orgoglio dagli “adulti” ma percepita come un fardello dal suo cuore di bimbo; è una marea montante di situazioni, e di conseguenti impressioni, quella che investe il giovanissimo David, e che egli racconta, come in un diario, cercando un possibile senso (forse lunico senso possibile) in una sentenza del Midrash: “Gli inizi sono sempre difficili”.
E appunto a un nuovo, terribile inizio, il crack finanziario che mette in ginocchio il Paese costringe il fiero padre di David (“Prima che il nostro mondo andasse in pezzi e affondassimo nel decennio della Depressione, abitavamo in una bella via, ampia e alberata”), proprio come la tragedia della Shoah, del sistematico sterminio di milioni di ebrei – cui la famiglia di David assiste impotente dall’America, nutrita di speranza e d’illusione e insieme consumata nell’attesa febbrile di notizie dei parenti rimasti in Polonia – mette i sopravvissuti di fronte a un’unica alternativa: ricominciare, tornare alla vita per non soccombere definitivamente all’annientamento. L’inizio, un inizio differente da quello degli anni d’infanzia, attende anche David ormai adulto, che con coraggio compie le proprie scelte, e, alla ricerca della “verità” (sul suo popolo e dunque su se stesso), di una prospettiva più ampia, più articolata di quella che può offrirgli il suo ambiente di riferimento, decide di studiare anche la Bibbia, il testo sacro dei goyim. In conflitto con la famiglia per questo suo proponimento, isolato dalla comunità, David affida a dolenti sfoghi personali il proprio bisogno di comprensione, la propria ansia di conoscenza, la propria sete dassoluto: “La Torah non è la parola di Dio rivelata a Mosè sul Sinai. Ma non si tratta nemmeno di storie per bambini o favole o leggende, oppure miti che abbiamo mutuato dai pagani. Io la amo […].  Voglio scoprire che cos’è. Sono pazzo? Devo cercare nel mondo profano nuovi strumenti per scoprire che cos’è. Il mio mondo ortodosso detesta quegli strumenti e ne è terrorizzato. Capisci? C’è qualcuno che capisce […]? Voglio conoscere la verità sugli inizi del mio popolo”. Abbracciare la vertigine della libertà ed esserne pienamente responsabile è il nuovo, difficilissimo inizio di David Laurie.
Come in altri suoi romanzi, Potok narra con accenti vigorosi e commossi la contraddittoria bellezza di un microcosmo ricchissimo di cultura e di storia; egli osserva il proprio mondo con fedeltà piena e sincero amore, ma non con la cieca obbedienza del soldato. David, proprio come altri indimenticabili eroi dello scrittore e rabbino americano (su tutti, il Danny Saunders di Danny l’eletto, già trattato in questo blog), vive pienamente la propria appartenenza, godendone i frutti ma anche mettendola in discussione quando lo ritiene indispensabile; egli comprende l’isolamento cui il popolo ebraico si è condannato per resistere “all’odio del mondo” ma si domanda, senza sosta, se questa sia davvero la sola risposta possibile. E non teme di cercarne altre, quale che sia il prezzo da pagare.
Eccovi l’inizio del romanzo (la traduzione, nell’edizione Garzanti, collana Gli Elefanti, è di Mara Muzzarelli). Buona lettura.
Gli inizi sono sempre difficili.
Ricordo che mia madre mi mormorò queste parole una volta che ero a letto con la febbre. «I bambini si ammalano spesso, tesoro. Succede, ai bambini. Gli inizi sono sempre difficili. Presto starai bene».
Ricordo che una sera scoppiai a piangere perché non ero riuscito a capire un passo difficile di un commentario biblico. A quel tempo avevo circa nove anni.
«Vuoi capire tutto immediatamente?», domandò mio padre. «Tutto così? Hai cominciato a studiare questo commentario solo la settimana scorsa. Gli inizi sono sempre difficili. Lo studio richiede molta applicazione. Leggilo e rileggilo ancora».
L’uomo, che negli anni successivi mi guidò negli studi, mi accoglieva calorosamente nel suo appartamento e quando eravamo seduti alla scrivania mi diceva con la sua voce gentile: «Sii paziente, David. Il Midrash dice: “Gli inizi sono sempre difficili”. Non puoi inghiottire tutto il mondo in una volta sola».

Ora lo ripeto a me stesso quando mi trovo di fronte a una nuova classe all’inizio dell’anno scolastico oppure sto per cominciare un nuovo libro o un articolo. Gli inizi sono sempre difficili. Insegnare come faccio io è particolarmente difficile, perché tocco i sensibili nervi della fede, gli inizi delle cose. Spesso gli studenti ne sono scossi. Ripeto loro ciò che fu detto a me: «Siate pazienti. State imparando un nuovo modo di comprendere la Bibbia. Gli inizi sono sempre difficili». E a volte aggiungo quello che ho imparato per conto mio: «Specialmente un inizio che vi create da soli. Quello è il più difficile di tutti».

Il dono, disegno imperscrutabile di Dio

Recensione di “Il mio nome è Asher Lev” di Chaim Potok

 

Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, Garzanti

Il talento, l’eccellenza, il genio, la capacità di elevarsi, di distinguersi, di lasciare un segno: dimostrazione del favore di Dio, della sua benigna attenzione, oppure aspro terreno di scontro religioso? Il tema, affascinante e denso di implicazioni, è al centro dell’inteso romanzo di Chaim Potok Il mio nome è Asher Lev, il cui protagonista, un ragazzino di Brooklyn figlio di una coppia di ebrei chassidim (ortodossi e osservanti), dimostra fin da giovanissimo un forte interesse per la pittura. Quel che inizialmente sembra una predisposizione (pur eccezionalmente felice), in breve tempo si manifesta per ciò che realmente è: una chiara, inequivocabile sensibilità artistica vivificata da un tocco unico, dallo splendore abbacinante del tratto.

Asher Lev è un pittore, tutto in lui è rappresentazione visiva; è attraverso immagini e colori che il ragazzo racconta la propria vita (a partire dal quartiere in cui abita), comunica le esperienze per lui più significative, esprime le sue verità – non a caso, il romanzo si apre con un’illuminante citazione di Pablo Picasso: “l’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità” – ma è qui che cominciano i contrasti con il suo ambiente di riferimento e in primo luogo con la famiglia. Il padre, infatti, attivissimo collaboratore del rabbino capo, uomo dalle grandi capacità organizzative, pragmatico, devoto, per il quale il lavoro (il rafforzamento delle diverse comunità chassidiche sparse per il mondo) coincide a tal punto con l’appartenenza religiosa da essere una forma di traduzione pratica del suo credo, non riesce in alcun modo a capire il proprio figlio.
Secondo la sua prospettiva ogni dono ricevuto dagli uomini proviene da Dio, e così dovrebbe essere anche per Asher, ma come è possibile che abbia carattere divino qualcosa che è manifestamente in conflitto con la fede ebraica, tradizionalmente ostile all’arte figurativa? Così Asher Lev, quasi senza accorgersene, si ritrova prigioniero del mondo che dovrebbe proteggerlo; vorrebbe farne parte e ne è impedito dalla sua natura, desidererebbe fuggirlo per affermarsi come artista ma vive questo prepotente sentire come una colpa. Nel narrare il suo isolamento, Potok non inciampa in banali semplificazioni (l’inevitabile condanna alla solitudine del genio); descrive un doloroso percorso di emancipazione spirituale e nello stesso tempo le resistenze e le chiusure intransigenti di realtà sociali da sempre abituate all’autodifesa, alla custodia severa della propria identità. Il tono dolcemente malinconico della prosa dello scrittore americano (rabbino e cappellano militare durante il conflitto in Corea) affascina il lettore, lo prende per mano e lo conduce alla scoperta della ricchissima, e inevitabilmente contraddittoria, cultura ebraica, sospesa tra cieca obbedienza alla propria storia e timide aperture alla modernità.
Attraverso la storia di Asher Lev l’autore riflette, con limpida onestà intellettuale, sui meccanismi, spesso involontariamente distruttivi, che regolano il funzionamento delle organizzazioni sociali, sul prezzo che è necessario pagare per essere parte di qualcosa, per sottrarsi alla bruciante umiliazione dell’esclusione. Inaspettatamente, il giovane sembra trovare comprensione (e forse persino accettazione della sua scomoda unicità) nel rabbino capo, che gli trova un maestro; insieme alla sua guida, Asher Lev cresce, diventa a tutti gli effetti un artista, viaggia, sperimenta, costruisce un proprio stile, raggiunge la maturità e anche il successo, ma ogni suo traguardo non è che una breve anestesia nella guerra con i genitori (con il padre in particolar modo).
Asher parla un linguaggio che il padre non è in grado di capire e che lui stesso, al di là dei quadri che dipinge, non sa articolare in nessun altro modo; il rapporto tra loro peggiora costantemente, finché la verità cercata da Asher attraverso i suoi dipinti non supera l’ultimo confine. La sofferenza della madre, lacerata tra l’amore per il proprio figlio, quello che nutre per il marito e l’obbedienza cui è chiamata dalla fede e dalle sue regole diventa il soggetto del capolavoro pittorico di Asher Lev, che raffigura le tensioni familiari (e quelle che, proprio a  causa della sua vocazione, percorrono la comunità di cui fa parte) nella forma di una crocefissione; nell’appartamento di Brooklyn in cui ha trascorso gli anni della sua giovinezza, Asher colloca la madre, le braccia aperte e le gambe tese legate con la corda delle veneziane in corrispondenza dell’intelaiatura della finestra, il volto segnato dal dolore, e ai suoi piedi, testimoni muti di quel travaglio, lui e il padre. È la consacrazione definitiva per l’artista e insieme il definitivo fallimento per il figlio e per l’ebreo, per la sua volontà, il suo bisogno, di essere accettato.
Il mio nome Asher Lev (che ha un seguito di pari valore letterario, Il dono di Asher Lev) è un libro che cattura, coinvolge, commuove. È una storia amara (ma non disperata) di solitudine, d’amore, d’emancipazione. È un romanzo magnificamente scritto.
Ecco l’incipit. Buona lettura.
Il mio nome è Asher Lev. Sono io l’Asher Lev di cui avete letto nei giornali e nelle riviste, di cui tanto parlate durante le vostre cene di lavoro e ai cocktail, il famigerato e leggendario Lev della Crocefissione di Brooklyn.
Sono un ebreo osservante. Sì, non c’è dubbio, gli ebrei osservanti non dipingono crocefissioni. Anzi, gli ebrei osservanti non dipingono affatto, perlomeno nel modo in cui dipingo io. Perciò si dicono e si scrivono parole grosse su di me, si creano miti: sono un traditore, un apostata, un nemico di se stesso, uno che copre di vergogna la sua famiglia, i suoi amici, la sua gente; ma sono anche uno che si fa beffe di ciò che è sacro per i cristiani, un manipolatore blasfemo di modi e forme che i gentili venerano da duemila anni.
Ebbene, io non sono nessuna di queste cose, anche se, in tutta onestà, devo confessare che chi mi accusa non ha del tutto torto: io sono infatti, in qualche modo, tutte queste cose insieme.
Certo è che pettegolezzi, dicerie, miti e storie sensazionali non sono veicoli adatti a comunicare i mille aspetti della verità, quelle sottili sfumature di tono che spesso costituiscono gli elementi veramente decisivi in una serie di cause. È quindi tempo che mi difenda, che mi dedichi a una lunga opera di smitizzazione. Ma non mi scuserò. È assurdo chieder scusa per un mistero.

Perché questo è stato fin da principio un mistero, del genere che hanno in mente i teologi quando parlano di prodigio e timor panico. Certamente cominciò come un mistero, perché nella mia famiglia non vi erano precedenti che potessero spiegare il dono straordinario e inquietante col quale ero venuto al mondo.