Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Marley, fantasma tra i tanti

Charles Dickens, Da leggersi all'imbrunire, Einaudi
Charles Dickens, Da leggersi all’imbrunire, Einaudi

Colmo di disperato rimorso, ridotto in ceppi, terribile a vedersi eppure in qualche misura anche patetico, debole, infelice, lo spettro di Marley, insostituibile socio in affari (e in perfidi egoismi) del misantropo Ebenezer Scrooge, è con ogni probabilità uno dei più riusciti caratteri soprannaturali nati dalla penna di Charles Dickens. Simbolo di una coscienza (e di un’esistenza) ormai quasi del tutto perduta e insieme strumento del suo ravvedimento e principio di una nuova vita, l’apparizione che apre il celeberrimo Canto di Natale (di cui ho già scritto in questo blog) racconta non solo del genio creativo del grande scrittore inglese ma anche della sua particolare inclinazione per il misterioso e l’inesplicabile, dell’attrazione provata verso quel mondo impalpabile eppure sempre presente (all’immaginazione, se non al raziocinio) dove dimorano i morti, dove respira l’orrore, dove ogni umana certezza si dissolve, e non ultimo dell’entusiastico interesse nutrito nei confronti del gotico letterario, così gravido di cupezza e così trionfalmente ricco di suggestioni. Marley tuttavia, pur nella sua scintillante perfezione, non è che un personaggio tra i tanti, un fantasma in una moltitudine; una creazione certamente eccentrica, per molti versi indimenticabile, e nonostante ciò nient’altro che un’apparizione, una splendida opera d’arte destinata a impreziosire una sovrabbondante galleria di “ritratti d’oltretomba”. Di questi ritratti e della loro genesi narra l’agile e preziosa antologia Da leggersi all’imbrunire (significativamente sottotitolata Racconti di fantasmi), raccolta di novelle macabre e spaventose che offrono, di Dickens, se non un profilo inedito, un quadro d’insieme non privo di sorprese. Impareggiabile narratore brillante, umorista finissimo, umanista intransigente e leggiadro, critico feroce delle disuguaglianze e delle storture sociali, Charles Dickens – che in questa raccolta viene presentato al lettore nei panni inediti (e senz’altro stretti, perché esclusivi) di “scrittore dell’occulto” – emerge in tutta la sua complessità nell’introduzione al volume (a cura di Malcolm Skey) e nella sua postfazione (dedicata ai padri, ai precursori e ai teorici della “letteratura spettrale” vittoriana); è tra queste pagine, infatti, che, tanto nella puntualità della biografia quanto nell’esuberante estemporaneità dell’aneddoto, si definiscono con precisione il contesto nel quale ha avuto modo di svilupparsi questa peculiare passione dickensiana, l’impatto che ha prodotto (sia in ambito privato sia dal punto di vista squisitamente professionale) e i frutti creativi che ha generato.

Ecco dunque che dallo spirito del romanziere evocato nel 1927 nientemeno che da Arthur Conan Doyle durante una seduta nel corso della quale Dickens “avrebbe rivelato la propria presenza sillabando sulla planchette lo pseudonimo «Boz», da lui usato in alcune delle primissime opere a stampa (per esempio Il circolo Pickwick)”, si passa alla descrizione di un ben preciso lato del suo carattere, figlio, oltre che di una personale propensione, di un innegabile condizionamento sociale: “È verissimo che Dickens (come quasi tutti i suoi contemporanei) provava un forte interesse per le cose dell’altro mondo e per le «interferenze» di questo nella vita quotidiana che egli, da bravo ex cronista e giornalista parlamentare, dipingeva nei suoi romanzi a tinte ferocemente realistiche. Non solo: arrivava persino a praticare una forma di mesmerismo (o «magnetismo animale»), di cui sono documentati almeno due casi […]. Sono noti anche l’amicizia e il rispetto che Dickens provava per Sir John Elliotson […], medico geniale e controcorrente, il quale nel 1838 fu costretto a dimettersi dalla cattedra all’Università di Londra per lo scandalo che destavano il suo entusiasmo per la «frenologia e il magnetismo animale», per non parlare delle popolarissime sedute mesmeriche che teneva nella sua residenza privata […]. Con tutto ciò, occorre […] sottolineare […] che i riferimenti nelle opere di Dickens allo spiritismo in quanto tale […] sono immancabilmente in tono beffardo”.

Questa sfaccettata rappresentazione è allo stesso tempo uno studio dell’uomo e dello scrittore e una bussola stilistica e interpretativa indispensabile al lettore per godere appieno tutto quel che rende meravigliosa la prosa dickensiana; l’ironia finissima, l’impeccabile precisione delle descrizioni d’ambiente, i geniali arabeschi fisico-psicologici che in pochissimi tratti definiscono un carattere fin nei minimi dettagli; caratteristiche uniche, che come gemme risplendono anche tra l’ombra densa d’inquietudine che abita l’inspiegabile, rendendo perfino l’incubo un viaggio entusiasmante.

Eccovi l’inizio del primo racconto della raccolta, intitolato Fantasmi natalizi. Buona lettura.

Nell’aria aleggerà per tutto il tempo un profumo di caldarroste e di altre buone cose, dal momento che stiamo narrando racconti d’inverno – anzi, a essere sinceri, storie di fantasmi – intorno al fuoco di Natale; e nessuno si muove, se non per spingersi un poco più vicino alle braci. Ma questo non ha importanza.

Un fremito tra le scapole

 

Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi
Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi

“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte”. È interamente racchiuso in questa raffinata, puntuale considerazione di Vladimir Nabokov il senso dell’esperienza estetico-cognitiva offerto da Casa desolata di Charles Dickens, non certo uno dei romanzi più celebri del grande autore inglese ma per molti aspetti un’opera di estremo interesse, e di indiscutibile fascino. Puntuta satira sociale, impareggiabile studio di caratteri (basti pensare allo sterile attivismo filantropico di Mrs Jellyby, talmente impegnata a “salvare” ed “educare” gli indigeni del villaggio africano di Borrioboola-Gha da trascurare qualsiasi altra cosa, in primo luogo i suoi doveri di madre), commedia nera e perfino detective story, Casa desolata è un mosaico narrativo complesso ed elettrizzante, un labirinto di storie che dietro ogni angolo cela sorprese e colpi di scena, uno spettacolo di fuochi d’artificio che esplode in una moltitudine di figure e colori che pare inesauribile e insieme un riflettere caldo, paziente e implacabile sulla natura umana e sulla sua condizione.  

“Pretesto” e filo conduttore della vicenda è una causa legale (Jarndyce contro Jarndyce) che si trascina da moltissimo tempo e sembra ancora assai lontana dalla conclusione – memorabile l’incipit del romanzo, con la vivida descrizione di una Londra novembrina appassita e morente, affondata nel fango e assediata dalla nebbia, nel cui cuore, così fitto da essere impenetrabile, “tiene udienza il Lord Cancelliere. Mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice” – gigantesca tela di ragno che avviluppa, seppur con differenti gradi di coinvolgimento, tutti i personaggi del libro, ne domina i destini come il peggiore dei tiranni e, con l’efficacia del più potente dei veleni, ne corrompe gli animi. E sono naturalmente legati alla causa i segreti (come quello che nasconde lady Honoria Deadlock),  le bramosie (dell’avvocato Tulkinghorn e del giovane Richard Carstone, che finisce per farsi ossessionare dalla causa e dal desiderio di vincerla, per sé e per la donna che ama), che come fiumi carsici attraversano la storia, come anche le innocenti, pure resistenze a queste derive (rappresentate soprattutto da Esther, vera eroina della storia); come d’abitudine, Dickens racconta ogni cosa con torrenziale ricchezza d’accenti, lasciando spazio sia alla contagiosa leggerezza della commedia sia alla vivida cupezza del dramma; egli prima conquista il lettore con la suggestiva, rapinosa affabulazione del consumato cantastorie, poi lo “imprigiona” nella rete della sua maestria descrittiva, nell’eccezionale acume psicologico dei suoi ritratti, nel garbo deciso delle sue denunce, nello smascheramento (ironico, ma non per questo meno incisivo) delle ipocrisie, costringendolo a una riflessione che sia specchio, per intensità e profondità, di quella dell’autore, e a una ben definita presa di posizione. Così si chiude il cerchio perfetto dell’“esperienza Dickens” splendidamente riassunto da Nabokov; un viaggio della ragione e dell’emozione, dell’intelletto e del cuore nel mondo di un grande scrittore, “una democrazia magica dove anche certi personaggi assolutamente secondari, anche il più marginale […] hanno il diritto di vivere e di generare”. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Einaudi, è di Angela Negro). Buona lettura.
Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di novembre. Tanto fango nelle vie che pare che le acque si siano da poco ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro, di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill. Fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota. Cavalli, infangati fino ai paraocchi, in condizioni di poco migliori. Pedoni, quasi tutti affetti da irascibilità, che si urtano a vicenda con gli ombrelli e perdono l’equilibrio agli angoli delle strade, dove fin dall’alba (ammesso che ci sia stata un’alba oggi) sono già scivolati migliaia di altri pedoni, aggiungendo nuovi depositi alla crosta formatasi sopra lo strato di fango, restando in quei punti tenacemente sul marciapiede e accumulando melma a interesse composto.

Nel labirinto torbido e oscuro di una Londra indimenticabile

Charles Dickens, Il nostro comune amico, Einaudi
Charles Dickens, Il nostro comune amico, Einaudi

Sono pagine di una concretezza impressionante, quasi fisica, quelle che aprono Il nostro comune amico di Charles Dickens, ultimo romanzo compiuto dello scrittore inglese, pubblicato da Chapman e Hall in 19 fascicoli mensili dal maggio del 1864 al novembre dell’anno successivo; pagine di impareggiabile qualità letteraria e nel medesimo tempo cariche di una realtà che non sembra avere nulla di artistico (e forse proprio per questa ragione è arte allo stato puro) né richiamarsi ad alcuna creativa artificiosità; una realtà ben più incisiva di qualsivoglia realismo, che porta il lettore a respirare i miasmi della Londra ottocentesca, a farsi lambire dalle fangose acque del Tamigi, a muoversi circospetto lungo e strade e vicoli di una città ostile, torbida e sudicia, e a toccar con mano la raggelante, inevitabile verità della morte. È in quest’atmosfera buia e opprimente che prende avvio un romanzo di amplissimo respiro, una storia complessa e incredibilmente vivace, che Dickens, con consumata maestria, dilata per oltre un migliaio di pagine raccontando le vicissitudini di uomini di ogni sorta, e incardinando ogni destino nella più ampia prospettiva di un quadro sociale cui l’autore guarda con un misto di ironico disincanto e sincero sdegno. L’amico che dà il titolo all’opera è John Harmon, erede di un’immensa fortuna, che tuttavia potrà godere solo se accetterà di sposare una donna che non ha mai conosciuto. Erroneamente creduto morto – il cadavere ripescato nel Tamigi al principio del libro viene infatti identificato come quello di Harmon – l’uomo ha modo di osservare indisturbato la sua futura sposa e molto altro ancora (compreso se stesso); parallelamente Dickens, grazie al racconto delle sue avventure, coglie l’ennesima opportunità di disegnare indimenticabili ritratti delle passioni umane, ma soprattutto di guardare in faccia il proprio tempo e giudicarlo. Come ben spiega Carlo Pagetti nella prefazione all’opera edita da Einaudi, “la messa in discussione del realismo didascalico, con i suoi valori nitidi e univoci, consente a Dickens di muoversi nel labirinto della città moderna, trasformata e stravolta in un universo fatto di leggi autonome, di esistenze notturne, di luoghi tra di loro inconciliabili eppure contigui, di avvenimenti sorprendenti eppure riconducibili alla storia e alla politica contemporanea. Come un fantasma l’autore di Our Mutual Friendguida i suoi lettori nell’inferno della condizione metropolitana, dove ciò che è familiare si rovescia nel perturbante, e il «nostro comune amico», il misterioso John Harmon che torna dopo 14 anni di esilio a reclamare ciò che gli è dovuto, è costretto prima di tutto a cercare la sua identità smarrita, perduta tra le acque torbide del Tamigi, ridotto alla condizione di uno straniero che osserva inosservato il pulviscolo degli eventi in cui si trova coinvolto, ma, nello stesso tempo, non è da nessuno riconosciuto […], è un uomo invisibile, marginalizzato e insignificante. Un morto vivente”.

Nel felice scioglimento della vicenda, Dickens, che per l’intero romanzo non si è mai allontanato da un registro narrativo crepuscolare, da una prosa greve di preoccupazione e timore, segnata da profondi solchi drammatici – “ogni nuovo passaggio, scrive ancora Pagetti, “mostra il segno di un logoramento, di uno scivolamento verso le regioni delle tenebre, dove regna il silenzio e si avvicina il momento della morte – celebra e abbraccia i valori positivi dell’amicizia, dell’amore, della lealtà e dell’onestà; nella rassicurante scelta del lieto fine, accompagnata dall’equa ripartizione di meriti e castighi a ciascuno dei personaggi che compaiono nell’opera (dai candidi coniugi Boffin, divenuti eredi del patrimonio destinato ad Harmon all’indomani dell’annuncio della sua morte, al cialtronesco e infido Silas Wegg, millantatore di sapere e cultura così spudorato da divenir caricatura di se stesso nel ruolo di “precettore” del signor Boffin, cui legge il celebre lavoro dello storico Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano da lui trasformato in Storia della decadenza e scaduta dell’Impero Romano; dagli innamorati Eugene e Lizzy allo stesso Harmon), egli offre al lettore un’ombra di sorriso e un alito di speranza; mai come ne Il nostro comune amico, tuttavia, il provvidenziale intervento di una giustizia distributiva immanente ai fatti suona fragile, precario, prossimo a sfaldarsi completamente. È di nuovo Pagetti a illustrare, come meglio non si potrebbe, questo punto fondamentale, a mio avviso la pietra angolare del romanzo; a lui dunque lascio l’ultima parola: “La «lettura» dell’esistenza nella molteplicità e nella diversità dei testi che la (s)compongono (ad esempio dei cadaveri che emergono dalle acque del Tamigi) sottolinea che il libro-mondo dickensiano non è più regolato da una forza provvidenziale, ma è piuttosto dominato dalle forze del caso più imprevedibile e del caos, a cui vanno ascritte le passioni e le cupidigie di quegli «uccelli da preda» che sono gli esseri umani, come se Dickens avesse già assorbito molte delle implicazioni terrificanti del nuovo sapere scientifico darwiniano”.
Ora eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Ai giorni nostri, ma è inutile precisare l’anno, una sera d’autunno, sull’imbrunire, una barca infangata e dall’aspetto equivoco navigava sul Tamigi fra il ponte di Southwark, che è in ferro, e quello di Lontra, che è in pietra, con due persone a bordo. Le due persone erano un individuo robusto dalla grigia chioma arruffata e dal volto abbronzato dal sole e una fanciulla bruna di diciannove o vent’anni, che gli rassomigliava talmente da farla riconoscere come sua figlia, La ragazza remava, maneggiando con grande destrezza i due remi, e l’uomo, con le mani appoggiate alla cintura, stringeva le funicelle allentate del timone e si guardava attorno ansioso. Non aveva con sé né reti né amo né canna: non poteva quindi essere un pescatore. Non poteva essere un barcaiolo, perché la sua barca non era dipinta, non aveva alcuna scritta e neppure un cuscinetto sopra il sedile, non conteneva altro che un rotolo di funi e una gaffa arrugginita. E infine non poteva essere uno scaricatore e neppure uno spedizioniere fluviale, poiché la sua imbarcazione era troppo piccola per servire al trasporto di merci. Nulla in lui indicava cosa stesse cercando, ma qualcosa cercava con quello sguardo attento e indagatore. La marea, che da un’ora circa era mutata, stava calando, e l’uomo osservava le minime increspature che si producevano sulla vasta distesa, mentre la barca presentava al riflusso ora la prua ora la poppa, a seconda delle direzioni che l’uomo indicava alla figlia con un cenno del capo. Questa scrutava il volto del padre con la medesima attenzione con cui lui scrutava il fiume, ma nel suo sguardo ansioso vi erano orrore e paura.

Uno scherzo geniale velato di mistero

Charles Dickens, Il mistero di Edwin Drood, Bompiani
Charles Dickens, Il mistero di Edwin Drood, Bompiani

Che Charles Dickens, uno dei più grandi autori della storia delle letteratura, abbia lasciato incompiuto un romanzo giallo (il suo ultimo lavoro, Il mistero di Edwin Drood, interrotto a metà, il 9 giugno 1870, dalla morte) regalando così ai lettori un enigma privo di soluzione, potrebbe sembrare, più che una sfortunata (e perfida) coincidenza, uno scherzo ben architettato, l’ultima beffa di un narratore geniale; il divertito inganno di chi ben conosce la magia unica del racconto, la capacità di affascinare delle storie, e per questa ragione decide non solo di scriverne una che non abbia fine, ma di dar vita a un intreccio inquietante e carico di sorprese inaspettate, di colpi di scena, qualcosa, insomma, che spinga il pubblico a interrogarsi senza sosta, a misurarsi con la vicenda, a sfidare i fatti e il loro caotico svolgersi, in una parola, a scoprire la verità. Dickens, scrittore di immenso talento, ne Il mistero di Edwin Drood si conferma ineguagliabile creatore d’atmosfere; il suo romanzo concede il minimo indispensabile alle regole del giallo, quel tanto che basta perché un’indagine abbia inizio, ci siano dei sospettati e si possano formulare ipotesi investigative, ma tutto questo materiale, a ben guardare, è poco più di un abbozzo, al punto che non si è neppure sicuri che ci sia un cadavere. Edwin Drood, uno dei protagonisti della vicenda, improvvisamente scompare; si teme che qualcuno l’abbia ucciso ma di questo delitto non esiste certezza; tutto quel che il lettore ha a disposizione è un losco individuo (John Jasper, Maestro del Coro della Cattedrale del paesino di Cloisterham, consumatore d’oppio e, come se non bastasse, attratto morbosamente da Rosa, ex fidanzata di Edwin), un altro possibile colpevole (il giovane Neville, che ha un acceso diverbio con Edwin Drood; i due hanno poi modo di comporre il proprio dissidio, ma Drood sparisce proprio all’indomani del suo incontro con Neville) e Dick Datchery, persona di cui nessuno sembra sapere nulla e che potrebbe persino essere Edwin Drood sotto mentite spoglie se la trama pensata da Dickens ricalcasse quella di un altro suo grande capolavoro, Il nostro comune amico, il cui protagonista, dato per morto all’inizio della storia, compare alla fine. Ancora una volta, il grande romanziere inglese riduce al minimo indispensabile gli elementi squisitamente narrativi del per dare il massimo risalto alla costruzione dei personaggi; John Jasper soprattutto, tanto insignificante (perché ovvio) come colpevole quanto intrigante come drogato, come innamorato feroce e perverso, come uomo sempre sul punto di cedere al richiamo del proprio lato oscuro – e in questo caso, come non ammirare Dickens? Come non farsi conquistare dalla sua capacità di dar vita a un giallo, a un mystery coinvolgente e intensissimo giocando quasi esclusivamente sulle sfumature dei caratteri e abbandonando la trama alla condanna decretata dalla sua stessa ovvietà? -, poi figure come la donna della fumeria (la sola che conosce alla perfezione la mistura, la giusta ricetta doppio di cui i suoi “clienti” non possono fare a meno), che potrebbero sembrare di secondo piano ma invece si rivelano essenziali nell’economia del racconto, e ancora il focoso Neville, l’onesto e buono reverendo Septimus Crisparkle, la tormentata Rosa.

Il mistero di Edwin Drood è a tutti gli effetti un romanzo dickensiano (uno dei migliori) e nello stesso tempo la sola particolarità della produzione dello scrittore. È un giallo talmente semplice da far sorridere (naturalmente solo nel caso in cui Edwin Drood sia davvero morto e il suo assassino sia John Jasper), eppure anche così complesso, quantomeno se paragonato alla ricchezza caratteriale dei suoi protagonisti, da sfuggire a qualsiasi tentativo di spiegazione. Possibile che Drood sia morto? E che ad ucciderlo sia stato Jasper? E se le cose stanno così, dove si cela la sorpresa che Dickens aveva riservato al lettore (dunque il senso del romanzo)? Forse nel movente di Jasper? In qualche oscuro segreto di Drood? Oppure in un altro colpo di scena? E se invece Drood non fosse morto? O peggio, se l’assassino, malgrado tutti gli indizi a suo carico, non fosse Jasper?
Impossibile rispondere a queste domande, eppure il silenzio di Dickens, lungi dal rappresentare un ostacolo alla lettura del romanzo, è un invito alla sua scoperta. Il mistero di Edwin Drood è un libro splendido, impreziosito da una prosa perfetta (ottimamente tradotta, nell’edizione Bompiani, da Pier Francesco Paolini); è un magnifico labirinto all’interno del quale ci si perde con voluttà. Come in un sogno a occhi aperti.
P.S. La già citata edizione del romanzo Bompiani, illustrata da Antony Maitland, propone una conclusione della vicenda e una soluzione del mistero; a scriverla, Leon Garfield, studioso e saggista inglese.
Eccovi l’inizio del libro. Buona lettura. E tanti auguri di buon Natale a tutti.
Il campanile di un’antica Cattedrale inglese? Ma come può trovarsi qui, quest’antica torre? Eppure, è la massiccia, e a lui ben nota, mole squadrata e grigia della torre campanaria d’una vecchia Cattedrale. Come può trovarsi qui? Come si spiega la presenza, fra l’occhio di chi guarda e questa torre, qui, di un’asta di ferro, aguzza e arrugginita? Chi l’avrà piantata in questo luogo? Forse è stata eretta per ordine del Sultano, onde impalarvi una masnada di briganti turchi, a uno a uno. Sì, è così; ché si ode un suon di cembali, e passa il Sultano, con un lungo corteo, diretto alla reggia. Diecimila scimitarre sfavillano al sole, e tre-volte-diecimila danzatrici spargon fiori. Seguono, poi, elefanti bianchi, dalle gualdrappe multicolori, smaglianti, e un numero infinito di dignitari e servi. Tuttavia, il campanile si staglia sullo sfondo, dove non dovrebbe trovarsi, e, ancora, nessun malcapitato si contorce infilzato sull’atroce paletto. Un momento! Non potrebbe trattarsi, invece, del fregio a mo’ di picca che sormonta, di lato, la testiera d’un vecchio letto in ferro battuto? Sarà opportuno prendere in esame con calma, nel dormiveglia, ridacchiando fra sé, questa eventualità.

Il reale vestito di fiaba: la letteratura etica di Dickens

 

Charles Dickens, Racconti di Natale, Mondadori
Charles Dickens, Racconti di Natale, Mondadori

Nelle commosse scene di serenità familiare, nelle descrizioni d’ambiente, nelle caratterizzazioni spesso indimenticabili dei personaggi, il Natale dickensiano ha la perfezione dell’opera d’arte. Il grande autore inglese ha saputo renderlo unico; lo ha impreziosito con la grazia dello stile e lo ha raccontato (con il medesimo trasporto con cui si narrano storie di eterno fascino, che non ci si stanca mai d’ascoltare) a lettori di ogni età, mescolando l’ingenuità, il candore e l’apertura verso il fantastico e il soprannaturale proprie della fiaba al dettaglio duro, scomodo, diretto che caratterizza il realismo letterario e in modo particolare gli scritti di denuncia sociale. Ma il merito maggiore di Charles Dickens sta nell’essere riuscito a cogliere (e difendere e preservare) lo spirito di questa festa adattandolo alle urgenze e ai bisogni dei suoi tempi, alle drammatiche disuguaglianze da cui erano segnati. L’insistere garbatamente tenace su azioni e comportamenti di chiaro valore morale (l’altruismo, la solidarietà, la bontà, la capacità di accettare la povertà e in tal modo trasformarla nella più autentica delle ricchezze), cui fanno da vivace contraltare le meschinità e le cattiverie incarnate da alcuni protagonisti dei suoi intrecci – il più noto dei quali è senza dubbio alcuno l’arcigno e avido Scrooge, “eroe” della meravigliosa Ballata di Natale, che dopo aver ricevuto la visita di tre Spiriti, quello del Natale Passato, del Natale Presente e del Natale Futuro, comprende i propri errori, si ravvede e riesce a salvar se stesso – evidenzia senza possibilità d’equivoco il fondamento etico delle “novelle natalizie”. Raccolte nel volume Racconti di Natale, queste storie (ottimamente tradotte da Emanuele Grazzi nella collana Oscar Classici di Mondadori), oltre a essere ineguagliabili capolavori di scrittura, sono una testimonianza, un manifesto politico, un sogno: riflettono Dickens, le sue convinzioni, i suoi sentimenti, le sue speranze. L’eccezionale ricchezza della prosa, l’intensità dei sentimenti che suscita, l’irrefrenabile forza comica di alcuni momenti, la tragica desolazione di altri (quelli in cui l’autore si sofferma sulle gravi condizioni di indigenza in cui versa la gran parte della popolazione e sull’intollerabile sfruttamento della mano d’opera, soprattutto di quella infantile, fondamento dei metodi di produzione della nuova età industriale, quasi un’eco letteraria delle spietate cronache engelsiane contenute ne La situazione della classe operaia in Inghilterra) sono altrettante dichiarazioni d’intenti: Dickens “sfrutta” la semplicità del Natale per schierarsi dalla parte degli umili, applaudire il loro coraggio e additarlo ad esempio, e per chiedere a gran voce più giustizia e una società nuova che abbandoni una volta per tutte ogni perversa, disumana logica d’oppressione.

A torto considerato scrittore “per ragazzi”, Charles Dickens sa bene quanto di utopico c’è nelle sue teorizzazioni sull’eguaglianza; egli è perfettamente consapevole di quali siano i motori che muovono il mondo, conosce le leggi non scritte cui obbediscono i consessi sociali (qualsiasi consesso sociale), ma non per questo si arrende: nei suoi Racconti di Natale, la chiara distinzione tra bene e male, il lieto concludersi delle vicende narrate, il ritratto dei protagonisti, “eccessivo” tanto nella virtù quanto nel vizio (i buoni lo sono completamente, e i malvagi altrettanto, eppure riescono a trovare in sé la scintilla di misericordia necessaria a soffocare i propri egoismi), il ricorso al miracoloso (l’attivismo di spettri e fantasmi nella già citata Ballata di Natale e nella novella intitolata Il patto con il fantasma, il ruolo rivelatore dell’incubo di Trotty in Le campane), in una parola tutto quel che potrebbe indurre un lettore disattento a considerare queste storie innocui passatempi, è la trasparente cifra della sua “coscienza sociale”. L’irrealizzabilità dei sogni dello scrittore si veste di fiaba non perché incapace di affrontare la durezza della realtà, ma per la ragione opposta: poter essere raccontata, portata in mezzo alla gente. È infatti a ciascun uomo preso nella sua singolarità che Dickens vuole parlare, è alla cellula della società che egli si rivolge, nella tenace convinzione che il solo cambiamento concretamente possibile sia quello che nasce nel cuore dell’uomo. Il Natale, con la sua atmosfera unica, non è che un meraviglioso pretesto.
A partire dalla Ballata di Natale, i Racconti di Natale (peraltro non tutti a tema natalizio) sono una splendida lettura. Non sottovalutatela.
Eccovi l’inizio della Ballata di Natale. Buona lettura.
Marley era morto. Tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal suo sacerdote, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, e alla Borsa il nome di Scrooge era buono per qualsiasi cosa che egli decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.
Badate bene che con questo io intendo di dire che so di mia propria scienza che cosa ci sia di particolarmente morto in un chiodo confitto in una porta; personalmente, anzi, propenderei piuttosto a considerare un chiodo confitto in una bara come il pezzo di ferraglia più morto che si possa trovare in commercio. Ma in quella similitudine c’è la saggezza dei nostri antenati, che le mie mani inesperte non possono permettersi di disturbare, altrimenti il paese andrà in rovina. Vogliate pertanto permettermi di ripetere con la massima enfasi che Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.
Scrooge sapeva che era morto? Senza dubbio: come avrebbe potuto essere altrimenti? Scrooge e lui erano stati soci per non so quanti anni; Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, il suo unico amministratore, il suo unico erede, il suo unico amico e l’unico che ne portasse il lutto; e neanche Scrooge era così terribilmente sconvolto da quel doloroso avvenimento da non rimanere un eccellente uomo d’affari anche nel giorno stesso del funerale e da non averlo solennizzato con un affare inatteso e particolarmente buono.  

Cascarci sempre

Recensione de “Il circolo Pickwick” di Charles Dickens

A differenza di quanto comunemente si crede, Dickens non è uno scrittore per ragazzi; i suoi romanzi non sono ingenui, né l’universo morale che costruisce può dirsi semplice, o peggio scontato. Spesso nelle sue pagine è l’oscurità a serpeggiare, la tenebra dei peggiori sentimenti umani a palpitare, e il controcanto lieve, spensierato, che l’autore affida all’agire di alcuni personaggi o alla descrizione di determinati momenti altro non rappresenta se non la complessità, la varietà della vita, inestricabile groviglio di tragedia e commedia.
La maestria nell’utilizzo del bagaglio narrativo comico-brillante permette a Dickens di mascherare la forza d’urto dei suoi lavori; in qualche modo lo rende uno scrittore “adatto a tutte le età” ma nello stesso tempo ne cela la profondità, la ricchezza, l’inquietante splendore.
Eppure il “tesoro” Charles Dickens è lì, in piena vista. Riluce nelle storie narrate e soprattutto nell’intaglio dei personaggi, archetipi immortali dei più diversi tipi umani. Avvocati, filantropi, imbroglioni, usurai, aristocratici rigidi e impettiti, popolani tanto schietti da apparir brutali… nel teatro delle meraviglie dickensiano sembra esserci spazio per tutti.
In questa infinita galleria di ritratti, spicca il signor Samuel Pickwick, protagonista, assieme a un gran numero di altri caratteri, di un lungo e divertentissimo romanzo, Il Circolo Pickwick, forse la più allegra e vivace delle sue opere.
Ingenuo e puro al pari di un bambino, Pickwick, e con lui gli amici più cari, membri del circolo che porta il suo nome, vive ogni sorta di avventure; il mondo tende senza sosta i suoi tranelli a Pickwick, a ogni angolo di strada gli prepara una beffa, un’offesa, un danno, e sembra sempre sul punto di annientarlo, ma a dispetto di ogni avversità Pickwick resiste; con una spontaneità, una dolcezza e un’autenticità uniche nella storia della letteratura, Samuel sorride e tende la mano al suo torturatore, mormora garbate parole di gratitudine e si rimette in cammino.
Samuel Pickwick è l’amico che tutti vorremmo avere. Probabilmente è la persona che tutti vorremmo essere. Almeno un po’.
Nell’edizione Grandi Classici Mondadori, Il Circolo Pickwick è arricchito da un saggio introduttivo di G.K. Chesterton. Riporto qui la conclusione del suo scritto; non penso si possa presentare meglio di così l’illustrissimo signor Pickwick. Buona lettura.

A colui che è abbastanza savio da poter essere beffato non mancheranno mai le occasioni di correre avventure e di averne grande gioia. Sarà felice dentro alle trappole che altri gli avranno teso, cadrà nelle reti degli inganni e vi dormirà tranquillamente. Davanti a colui che è pervaso da una dolcezza più disarmante del semplice coraggio, tutte le porte si spalancheranno. E tutto questo è detto senza possibilità di equivoco in una breve e felice frase: cascarci sempre. Cadere in tutte le trappole vuol dire vedere l’interno di ogni cosa. Vuol dire godere l’ospitalità delle circostanze. Con accompagnamento di torce e di trombe, come un ospite d’onore, il semplicione viene colto in trappola dalla vita. Lo scettico invece rimane chiuso fuori.