Il mito sanguinoso della Frontiera

Recensione di “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Meridiano di sangue, Einaudi

Cormac McCarthy racconta di un tempo che sembra appartenere all’infanzia del mondo, e di luoghi che conservano una sorta di letale purezza, quasi fossero angoli d’Eden precipitati nel fango a causa del peccato dell’uomo. La realtà narrata dallo scrittore americano, dalla sua prosa forte, aspra, che attanaglia le viscere, colma il cuore d’emozione e gli occhi di pianto, conserva un’anima primitiva, incorrotta, solenne e selvaggia, allo stesso tempo splendida e abietta. E colui che abita questa realtà ne è in qualche modo l’espressione, il riverbero; è un uomo vestito soltanto dei propri istinti, obbediente agli appetiti del corpo, che lotta per non soccombere all’arbitrio onnipresente della forza, non conosce fratellanza e tuttavia non è sordo all’amore. È nel West immenso e inconoscibile, nell’eterno silenzio di praterie e deserti, che McCarthy situa geograficamente questo suo “mondo dell’essenza”, frutto della folle unione carnale tra Bene e Male; qui, in questa terra dura e inospitale, uomini e donne giorno dopo giorno battezzano se stessi nel dolore e nella violenza, dispersi in un insensato girotondo d’odio e di morte. Uomini fragili, incompiuti al pari di statue appena abbozzate, come il ragazzo di quattordici anni protagonista dell’intenso e lacerante Meridiano di sangue; un giovane nato in una notte diversa da tutte le altre, forse magica, forse maledetta – “La notte in cui sei nato. Trentatré. Leonidi le chiamavano. Dio, come cadevano le stelle. Con lo sguardo cercavo il buio, buchi nel cielo. L’Orsa correva” – orfano di madre (morta di parto) fin dal primo vagito, che appena può fugge di casa e si unisce a una banda di cacciatori di scalpi, uno spietato manipolo di assassini capitanati dal giudice Holden, quasi un demone d’inferno in forma d’uomo, o la caricatura d’incubo di un dio, giunto in terra a giudicare, e condannare. Continua a leggere Il mito sanguinoso della Frontiera

Una madre e un uomo

Recensione di “Il buio fuori” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi
Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi

L’impreciso, zoppicante fluire di un tempo eterno, inconoscibile e trascendente è il respiro di una terra desolata e moribonda, è l’eco di un silenzio cupo calato come tenebra sul mondo, è il cieco labirinto di stagioni replicate la cui primordiale, purissima violenza si rovescia incessante su uomini e cose. In questo tempo estraneo e silenzioso, sordo alla compassione, vagano naufraghe e disperate le genti, aggrappate a brandelli di sentimenti che hanno la patetica fragilità di preghiere semidimenticate, a occasioni di socialità stentate come la memoria dei vecchi, a barbagli improvvisi di pietà e amore; qui la vita è tutto e niente, è la fatica di un parto anonimo in una baracca isolata nella foresta e l’esplodere di un giovane corpo di madre che con ogni fibra chiama a sé il proprio figlio e insieme l’inspiegabile rifiuto di un padre (che della madre è anche fratello) e la sua decisione di liberarsi del neonato abbandonandolo tra i boschi. Continua a leggere Una madre e un uomo

L’amore e il dio immanente

Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi
Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Donare parole a ciò che è per sua natura inesprimibile, dare voce al maestoso silenzio della natura e ai suoi ritmi eterni, ai colori dell’alba e alla luce obliqua del tramonto, al confuso odorare della terra, al sordo tambureggiare del tuono, al grigiore indistinto ma vivo e terribile del cielo che annuncia lo scatenarsi della tempesta, al tenace fragore del fiume, significa fronteggiare l’assoluto e adottarne il codice espressivo, significa vestirsi d’immortalità, significa far coincidere in un unico gesto la nuda contemplazione del mondo e la sua descrizione, come fossero l’una la naturale emanazione dell’altra, come se a legare questi due momenti fosse una spirituale concatenazione di causa ed effetto. “Una notte eravamo sul Platte River, vicino a Ogalalla, e io mi ero messo a dormire sotto la mia coperta, un po’ fuori dal bivacco. Era una notte illuminata dalla luna, più o meno come stasera. Faceva freddo. Era primavera. Mi svegliai di colpo, probabilmente le avevo sentite nel sonno, e dappertutto c’era questo immenso fruscio, e non erano altro che oche selvatiche, a migliaia, che risalivano il fiume in volo. Continuarono a passare e passare per quasi un’ora. Oscuravano la luna. Pensai che il bestiame si sarebbe agitato, invece non fu così. Mi alzai e feci qualche passo sempre tenendo gli occhi al cielo, e alcuni degli altri giovani cowboy si erano alzati anche loro, svestiti com’erano, e così ce ne restammo lì, naso all’aria con i nostri mutandoni di lana addosso. E sentivamo solo questo fruscio. Gli uccelli volavano molto alti, il rumore che facevano non era forte, per niente, e io non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse svegliarci e tenerci lì inchiodati a quel modo. Fra i cavalli ce n’era uno di nome Boozer, abituato a lavorare di notte, e il vecchio Boozer mi venne vicino. Penso che anche lui s’immaginasse che il bestiame si sarebbe svegliato, invece niente. E il bello è che erano bestie piuttosto nervose”. Miracolosa come una creazione dal nulla, partecipe, nella sua essenza, della perfetta circolarità della natura, dell’infinito alternarsi di nascita e morte, di crepuscolo e aurora, la scrittura di Cormac McCarthy si fa, in Città della pianura, magnifico capitolo conclusivo della sua Trilogia della pianura (degli altri due romanzi che compongono questo indimenticabile affresco, Cavalli selvaggi e Oltre il confine, ho già scritto in questa sede), lirica della vita, grammatica dell’esistenza. Il grande autore americano spinge la sua prosa densa e ricchissima in uno spazio nel medesimo tempo concreto e metafisico, in un luogo che appartiene in egual misura alla carne e all’anima. In questo luogo dai contorni geografici netti eppure sfuggenti (siamo, ancora una volta, al confine fra Texas e Messico) si muovono John Grady Cole e Billy Parnham, protagonisti dei due primi romanzi della trilogia; cowboy entrambi, lavorano in un ranch, adattandosi, quasi senza accorgersene, al procedere sempre uguale della natura, al suo respiro, alla sua muta sorveglianza delle umane cose. Tutto, in loro e attorno a loro, sembra partecipare di una misteriosa armonia, tutto convive in un’unità di opposti che non assicura né giustizia né felicità, che è bellezza e orrore, splendore e miseria e che soprattutto è equilibrio, tanto più puro e intoccabile e degno di rispetto quanto più distante dalle precarie leggi istituite dall’uomo.

Di questo tutto, che niente tollera al di la di sé, è parte anche l’amore che consuma, fino a bruciarli, il cuore e i sensi di John Grady, stregato da una ragazza di sedici anni bella come può esserlo un cielo trapunto di stelle, o l’ombra dolce di una collina stagliata contro il cielo all’imbrunire, o la semplice, irraggiungibile immensità di una piana alluvionale che si offre nuda allo sguardo di coloro che l’attraversano. Sottoposto, come lo sono il cielo e gli alberi, ai decreti immutabili di quella divinità immanente che è la rete di tutte le cose, la circonferenza infinita della natura, l’amore, così come l’uomo lo sperimenta nei propri pallidi affari di ogni giorno, non è che ombra e illusione; John Grady Cole, parte di un organismo più grande e multiforme che ha per identica voce il sospiro dell’uomo e il soffio del vento, il nitrito del cavallo e lo schioccare del ceppo di legna morso dal fuoco di un bivacco, costretto ad arrendersi a un ordine che nel comprenderlo e nell’accettarlo lo sovrasta, dovrà soccombere al proprio destino, arrendersi all’impossibilità di un futuro che non è stato scritto per lui. 

Sublime e tragico dramma d’amore di morte, Città della pianura è un romanzo di travolgente bellezza, una riflessione potente e commossa sull’enigmatico rapporto che lega l’uomo al mondo e ai suoi simili, sul quel ponte d’arcobaleno fascinoso e quasi privo di consistenza come lo sono il mito e la leggenda, gettato tra l’esistere del singolo e l’incessante formicolare di vita che da ogni parte lo compenetra.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Raul Montanari. Buona lettura.

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

“Perché noi portiamo il fuoco”

Recensione de “La strada” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, La strada, Einaudi
Cormac McCarthy, La strada, Einaudi

Che cosa resta all’uomo quando a morire è il mondo? Che cosa resta di un uomo, di tutti gli uomini, quando ogni altro esistere si è spento? Che cosa significa aprire gli occhi, respirare, lottare in uno scenario di cenere e polvere assalito dal buio, frustato dal gelo, spazzato d’aghi di pioggia? Che senso hanno un padre e un figlio, e l’amore incondizionato che lega l’uno all’altro, in un terra derubata di compassione, strappata alla vita, selvaggia, regredita a una primordiale condizione di ferinità? Opporre scintille di compassione alle tenebre che avanzano ovunque, e parole all’opprimente silenzio dell’estinzione e dello sterminio, dove può condurre? A quale genere di salvezza? Quale speranza è possibile nutrire di fronte alla muta resa di tutte le cose? A tutte queste domande, ossatura dello splendido e inquietante romanzo La strada di Cormac McCarthy, il grande autore americano non offre risposte dirette, né alcuna altra soluzione.

Ambientando il suo lavoro nella cupa desolazione di un nulla sospeso in un presente opaco e imprecisato (probabile conseguenza di un olocausto nucleare), egli dilata le coordinate di spazio e tempo precipitandole in una dimensione metafisica dove un uomo e un bambino (ritratti senza nome, senza storia, come ombre e nello stesso tempo come archetipi), e la loro battaglia per sopravvivere, per resistere all’annientamento, per non perdere se stessi prima di perdere la vita, sono il riflesso dell’ombra di Dio: “Con la prima luce grigiastra l’uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e uscì sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio […]. Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo […]. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”.

Nell’esilità della trama – un adulto e un bambino lottano disperatamente contro la morte in un mondo al collasso – che la splendida, potente prosa di McCarthy trasforma in una vertiginosa riflessione su bene e male, innocenza e colpa, dinanzi al lettore si spalancano gli abissi profondissimi dell’abiezione e le irraggiungibili vette del sacrificio; al cospetto di una natura violata e cadaverica, il cui respiro non è che un continuo tossicchiare raffiche di vento freddo e dove la luce dell’alba è quasi indistinguibile dall’oscurità maligna della notte (“Di giorno il sole esiliato gira attorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano”), la pietà è una trappola mortale e insieme la sola possibile via d’uscita dall’incubo.

Quasi completamente orfano d’uomini, il grembo distrutto e sterile che un tempo era la casa comune di persone, bestie e piante, è attraversato da bande di sopravvissuti che non hanno più nulla di umano; razziatori, banditi, belve, mercenari leali all’unico imperativo che ancora sono in grado di comprendere, quello della propria esistenza in vita. Tra loro, un padre e suo figlio disperatamente si aggrappano al pallido ricordo dell’innocenza che doveva pur essere appartenuta loro, un tempo, e con tutte le forze difendono quel che ancora sono, quel che il mondo intero, giunto al suo termine, ancora non gli ha strappato di dosso: “Qualcosa lo svegliò. Si girò su un fianco e tese l’orecchio. Alzò lentamente la testa, con la pistola in mano. Abbassò gli occhi sul bambino e quando tornò a guardare verso la strada già si vedevano arrivare i primi. Oddio, mormorò. Allungò il braccio e scrollò il bambino senza distogliere gli occhi dalla strada. Avanzavano strusciando i piedi nella cenere e dondolando le teste incappucciate. Alcuni portavano maschere antigas. Uno aveva una tuta antiradiazioni. Macchiata e lurida. Camminavano ingobbiti con delle mazze in mano, dei pezzi di tubo. Tossivano. Poi sulla strada dietro di loro sentì quello che sembrava un camioncino diesel”.

Allegoria di un male terribile (con ogni probabilità incurabile) di cui già soffriamo, l’inferno disegnato da Cormac McCarthy, perfetta rappresentazione di un giudizio universale che ha decretato la condanna a morte del mondo, è un viaggio dolorosissimo (eppure anche colmo di struggente dolcezza) fin nel cuore di quel mistero insondabile ed eterno che ha nome uomo, un mistero che nulla può cancellare; non l’assenza di vita, e neppure la fine del mondo: “Quando si svegliò di nuovo gli sembrò che non piovesse più. Ma non era stato quello a svegliarlo. In sogno gli erano apparse delle creature che non aveva mai visto prima. Non parlavano. Gli sembrava che si fossero acquattate accanto alla brandina mentre dormiva e che al suo risveglio si fossero dileguate. Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più […]. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui […]. Forse quelle creature erano venute a metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo […]. Una parte di lui continuava a desiderare la fine”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Martina Testa. Buona lettura.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo.

In uno straripare di bellezza e verità

Cormac McCarthy, Sutree, Einaudi
Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi

Tra polvere, e rovine, e miseria. Tra detriti, memoria di un tempo che nessuno ricorda più e cui nessuno più appartiene, e una natura incoerente, selvaggia e malata, eco di un mondo disordinato e folle, cresciuto come un tumore negli oscuri labirinti dell’immaginazione di un dio infantile e capriccioso, ed esistenze amputate, monche, abbozzate, e anime squarciate e coperte di piaghe, l’uomo sopravvive a se stesso, disperatamente aggrappato alla propria dignità di persona viva, specchio dell’indecifrabile mistero del nascere e del morire, principe derelitto di un’incessante parabola di peccato, abiezione, dolore e resurrezione. Di quest’uomo, miliziano di una crociata dei pezzenti che affolla, invisibile e ignorata, ogni angolo di terra, racconta Cormac McCarthy in Suttree, romanzo di sublime perfezione, elegia romantica e sprezzante di quell’irripetibile stagione di luce e ombra che affrontiamo senza conoscere e consumiamo senza capire. Quest’uomo, che è insieme uno e tutti, è Cornelius “Buddy” Suttree, un clandestino in fuga da se stesso che ha trovato fragile riparo in una fatiscente baracca galleggiante lungo il fiume Tennessee, non lontano da Knoxville, e si mantiene lavorando come pescatore. Le sue albe e i suoi tramonti, limacciosi e liquidi come il nastro d’acqua lurido che lo consuma e lo nutre, si sfilacciano in gesti ordinari e scelte dissennate, in colossali sbronze in compagnia di sfaccendati e buoni a nulla e in parentesi d’umanità commovente e autentica, in attimi di pietà che odorano d’eterno, nel soffio timido ma testardo di una solidarietà che è la sostanza stessa dell’essere uomo tra gli uomini. E la prosa – immaginifica e potente e ancorata alla terra come lo sono il cuore e il pensiero di chi di quella terra è figlio – che McCarthy regala alle pagine di questo capolavoro ribollente d’emozione e straripante di bellezza e di verità, come un alfabeto antichissimo ed esoterico annulla ogni confine tra i mondi, precipita al suolo cielo e stelle, disarticola orbite di pianeti, scava fin nel midollo di tutto ciò che è vivo, e in questo suo viaggio che somiglia al delirio allucinato di uno sciamano e che pure non perde mai, nemmeno per un istante, contatto con la cruda sofferenza che è l’eredità di ogni giorno trascorso dai vivi tra i vivi, disegna, con affilata precisione, quell’atroce, insopportabile assenza di significato che riposa nei battiti dei cuori e nella sorda, meccanica inconsapevolezza del respiro. “Buongiorno mamma, disse. Il suo doppio mento si increspò e iniziò a tremare. Buddy, disse, Buddy… Guarda la mano che ha allevato il serpente. I sottili condotti cavi delle sue falangi. La pelle chiazzata e piena di cisti. Le vene bulbose di un azzurro latteo. Un sottile anello d’oro incrostato di diamanti. La mano che ha educato il suo cuore di bambina ai tormenti della passione prima che io venissi al mondo. Questo è il supplizio dei mortali. Speranze distrutte, amore naufragato. Guarda il dolore di una madre. Come tutto ciò su cui mi avevano messo in guardia è accaduto. Suttree iniziò a piangere senza riuscire a smettere. La gente guardava. Si alzò. La stanza oscillava”.

È il peccato originale dell’aprire gli occhi al mondo e alla sua tragicomica deformità quello che McCarthy narra in questo suo magistrale romanzo, che al lettore offre, con la medesima onnipotenza che possiede l’arbitrio della sorte, tanto l’arrendevole sincerità del sogno quanto una lucidità ruvida e sconvolgente; egli muove al riso, al pianto, alla disperazione e all’esaltazione semplicemente seguendo le tracce di una pattuglia di emarginati il cui unico scopo è ingannare la morte, dilatare di un’ora ancora, di un giorno in più, la caccia: “Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo”. Una pattuglia che forma una galleria di indimenticabili personaggi, destinati alla zoppicante immortalità del ricordo amaro, della rabbia, del rimpianto, del gelido tocco del rimorso.

Suttree è uno scrigno colmo di tesori, un romanzo che conquista e incanta a ogni parola, un purissimo palpito di meraviglia.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Maurizia Balmelli.
Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.

Perché il mondo è fatto solo di respiro

 

Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi
Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi

Un romanzo d’amore, un romanzo d’avventura, un romanzo di formazione. E il racconto di un viaggio, del pensoso peregrinare di un’anima fin nel cuore oscuro e intangibile della natura. Oltre il confine, secondo volume della Trilogia della Frontiera di Cormac McCarthy (del primo, lo splendido Cavalli selvaggi, ho già scritto in questo blog), è un miracolo di scrittura, una vertigine di bellezza, perfezione stilistica, profondità tematica e intensità emotiva che sembra avere il potere di reinventare il concetto stesso di romanzo. Il grande autore americano soffia vita nelle parole, costruisce la realtà (delle persone, delle cose, del cielo e della terra, divinità mute e immortali che nude si consegnano all’uomo e alla sua pietà derelitta, alla sua zoppicante saggezza) nel momento stesso in cui la descrive; nella sua prosa risuona l’eco sovrumana e intoccabile che accompagna l’atto stesso del sorgere, del nascere e insieme riverbera l’attonito stupore della creatura, immagine e simbolo della sua fragilità. Per questo il cammino che compiono i suoi eroi è un’odissea di polvere e sangue, un precipitare nella vita doloroso, atroce e meraviglioso come un parto; per questo tutto quel che fanno porta con sé la gravità delle decisioni definitive e una tragica assenza di redenzione. È dunque in qualche misura un destino segnato quello di Billy Parham, giovane protagonista di Oltre il confine, che dopo aver dato la caccia e catturato una lupa che si accanisce contro gli animali dell’allevamento paterno decide di non consegnarla al genitore (che di certo la ucciderebbe) e di dirigersi con lei verso le montagne del Messico per restituirla al suo mondo. È l’istinto a guidare Billy, qualcosa di primordiale e sfuggente che tuttavia lui percepisce nel momento in cui comprende come fermare l’animale (“La lupa è come il copo de nieve” gli rivela un vecchio. “Fiocco di neve. Puoi afferrare un fiocco di neve, ma quando ti guardi in mano non c’è più. Magari vedi questo dechado. Ma prima di poterlo guardare, è scomparso. Se lo vuoi vedere, devi scendere a patti con la sua natura. Se lo afferri, lo perdi. E da dove va a finire non si ritorna più. Neppure Dio è in grado di riportarlo indietro […]. Se riuscissi a respirare con forza sufficiente potresti annientare il lupo con un soffio. Come si soffia via il copo. Come si spegne una candela. Il lupo è fatto come è fatto il mondo. Non si può toccare il mondo. Non si può tenerlo in mano perché è fatto solo di respiro”). Le pagine di McCarthy spalancano verità, il suo linguaggio semplice, diretto, essenziale eppure ricco dell’infinita ricchezza del mondo (inafferrabile fino al momento in cui non comprendiamo di esserne parte, come lo sono i sassi, i fiumi, le nuvole) è bagnato tanto d’eternità quanto di una umanissima forma d’umiltà, e racconta di un tempo che pur conoscendo non possediamo, quello regolato dall’alternarsi di albe e tramonti, scandito dalla circolarità del vivere e morire della terra e dei suoi frutti, vissuto nei sogni e in quel che facciamo per renderli veri.

E allora ecco che il viaggio di Billy, del fratello minore Boyd e della lupa dagli occhi gialli e indecifrabili si fa metafora di ogni possibile viaggio, del fugace scintillio da fuoco artificiale della fantasia come dello strappo che segna un cambiamento radicale tra ciò che è stato fino a quel momento e ciò che verrà (“Mangiò l’intera preda insieme alla lupa e poi rimasero seduti fianco a fianco davanti al fuoco. La lupa alzava il muso allarmata a ogni scoppiettare della brace. Quando la toccava, il ragazzo sentiva il pelo sollevarsi e il corpo tremare come quello di un cavallo. Le parlò della propria vita, ma non riuscì a tranquillizzarla”), finché il giorno, perfino il più lungo, il più felice o il più infelice di tutti, non cede il passo al buio della notte, al suo mare di pece che tutto abbraccia.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Rossella Bernascone e Andrea Carosso. Buona lettura.
Quando si spostarono a sud della Grant County, Boyd era un bambino e la nuova contea chiamata Hidalgo aveva solo qualche anno più di lui. Nella terra che avevano lasciato erano sepolte le ossa di una sorella e della nonna materna. La nuova contea era fertile e selvaggia. Si poteva cavalcare fino al Messico senza incontrare mai una staccionata. Portava Boyd davanti a sé sull’arcione e gli diceva i nomi di tutto ciò che vedevano, terra e alberi e uccelli e animali, in spagnolo e in inglese. Nella casa nuova dormivano in una stanza accanto alla cucina e la notte a volte stava sveglio e al buio ascoltava il respiro del fratello addormentato e gli sussurrava i progetti che aveva per entrambi e la vita che avrebbero fatto.

Vite sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni

Recensione di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi
Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi

“Frasi che possono dare la vita o impartire la morte”. Così Saul Bellow definisce la prosa di Cormac McCarthy, il suo linguaggio splendido e violento, radicato nella viva primordialità della terra e scintillante di perfezione e dolore. Il raccontare di McCarthy ha il ritmo lento e inarrestabile della memoria e il respiro incessante dell’eternità della natura; sembra procedere a ritroso nel tempo, seguire un percorso di verità e d’essenza che assume il carattere prezioso di un conoscere non mediato e la forma perfetta di una riscoperta, di un viaggio all’origine stessa del mondo. Battezzati nel sangue e nella fatica, gettati nella vita e forgiati in essa, nella sua sovrumana indifferenza, i personaggi di McCarthy – uomini, ragazzi e donne in perpetua lotta con se stessi, esseri perduti le cui esistenze, sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni, odorano di pioggia e d’erba, di albe e tramonti – palpitano di sentimenti ed emozioni, àncore cui ciascuno di essi s’aggrappa nel disperato tentativo di distinguersi dalla vastità infinita e silenziosa dell’orizzonte, dal deserto di cielo, nuvole e polvere che li circonda, da distese immense, incontrastato dominio dei cavalli, dinanzi alle quali il cuore palpita esaltato e sgomento, e ancora dalle rocce spolverate di rovi e dal profilo lontano delle montagne innevate e gelide, da quel paesaggio che ha la vastità di un incubo e la meraviglia continuamente rinnovata di un miracolo, ed è eco di un tempo sospeso, insieme reale e immaginario.

“Quando soffiava il vento da nord si sentivano gli indiani, i cavalli, il fiato dei cavalli, gli zoccoli foderati di cuoio, il tintinnio delle lance e il perpetuo frusciare dei travois trascinati sulla sabbia come enormi serpenti, i ragazzi nudi che montavano i cavalli bradi con la spavalderia dei cavallerizzi da circo spingendo altri cavalli bradi davanti a loro, i cani che trottavano accanto con la lingua fuori e gli schiavi seminudi che marciavano a piedi oppressi da pesanti fardelli e soprattutto la lenta litania dei canti che i cavalieri cantavano in viaggio; un popolo e il suo spirito che attraversavano in coro sommesso il deserto pietroso verso un’oscurità perduta alla storia e a ogni ricordo come un graal contenente la somma delle loro vite violente ed effimere”.

John Grady Cole, protagonista di Cavalli selvaggi, uno dei libri più belli e laceranti dello scrittore americano, primo capitolo della Trilogia della frontiera, ha sedici anni e del mondo non conosce che il ranch in Texas nel quale è cresciuto. Quando, alla morte del nonno, scopre che quel posto verrà venduto, decide di voltare le spalle alla famiglia e a tutto ciò che ama e di raggiungere a cavallo il Messico assieme al suo migliore amico, Lacey Rawlins. Il viaggio dei due giovani – cui presto si unisce un terzo compagno, un ragazzino misterioso che forse è un ladro di cavalli, forse qualcosa di peggio, forse solo uno sfortunato innocente troppo fragile per quei luoghi e per coloro, uomini e animali, che li abitano, e che porta il nome di un annunciatore radiofonico, Jimmy Blevins – in un territorio aspro, al tal punto maestoso e ostile da parer plasmato dalla potenza e dalla collera di Dio (“Ogni tanto il gruppo passava accanto a una macchia di cholla. Sulle spine delle piante c’erano trafitti numerosi uccelli trascinati dal vento, piccole creature grigie e anonime impalate nell’atto di volare o afflosciate con le piume arruffate. Alcuni erano ancora vivi e al passaggio dei cavalli si contorcevano sulle spine sollevando il capo e pigolando, ma i cavalieri non si fermarono. Quando il sole s’alzò nel cielo il paesaggio cambiò colore e si tinse del verde acceso delle acacie e dei paloverde, del verde scuro dell’erba che costeggiava la strada e del rosso fuoco dei fiori dell’ocotillo, come se la pioggia fosse stata elettrica e avesse elettrizzato il territorio”), coincide con la perdita di un’innocenza primitiva che poco o nulla ha a che vedere con la tenue moralità degli uomini.
Sono infatti le regole sociali scritte dal più forte a proprio esclusivo beneficio, e le leggi imposte attraverso l’arbitrio della forza a sfregiare l’animo libero di John Grady Cole, a impedirgli di amare la bellissima Alejandra, figlia del proprietario del ranch in Messico presso cui lui e l’amico Rawlins avevano trovato lavoro, e a punirlo duramente per la sua passione bruciante, sincera, inestinguibile. Ostinatamente fedele a se stesso, John Grady Cole è un eroe destinato alla sconfitta (nello stesso modo in cui lo è la giovane Alejandra) ma non un vinto, poiché là dove egli vive davvero, in quella terra di inspiegabile splendore che si estende tra Texas e Messico, non c’è spazio che per l’assoluto.
Romanzo di impressionante potenza espressiva, Cavalli selvaggi è un assoluto capolavoro letterario. Un libro folgorante, bellissimo, atroce, indimenticabile. Cormac McCarthy è una delle voci più limpide e significative della letteratura contemporanea, un autore che non si può ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Einaudi, è di Igor Legati). Buona lettura.

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sotto vetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato fra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno. Fuori faceva buio e freddo e non tirava un alito di vento. In lontananza un vitello muggì lamentosamente. Lui rimase in piedi col cappello in mano. Da vivo non ti pettinavi mai così, mormorò.

A precipizio verso la fine

 

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi
Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi

Cormac McCarthy è uno degli autori più importanti dell’intera storia della letteratura. Come la terra di cui racconta – quella selvaggia, primitiva, arida e ostinata che si stende fra Texas e Messico in vallate che paiono infinite e allo sguardo offre l’abbacinante nudità del deserto e l’ergersi orgoglioso e solitario di contrafforti e picchi rocciosi – la sua scrittura vive nella circolarità perfetta e infinita del tempo che scandisce l’alternarsi delle stagioni. È il battito del cuore della natura, la sua armonia, la sua bellezza; è il miracolo dell’indicibile che si muta in parola. La produzione di McCarthy è una teoria di capolavori, a partire dai romanzi che compongono la Trilogia della frontiera (in special modo il primo di essi, Cavalli selvaggi) fino al violentissimo e primordiale Meridiano di sangue. Ogni suo libro esercita un’irresistibile forza d’attrazione. Scegliere di leggere Cormac McCarthy equivale a scoprire un mondo. Una riflessione a parte, tuttavia, quantomeno per l’insolita struttura del romanzo, merita Non è un paese per vecchi, tragico canto del cigno di un’età dell’uomo che a grandi passi si avvia verso l’estinzione. Costruito come una sceneggiatura densa di colpi di scena (non a caso i fratelli Coen ne hanno tratto un film; a mio avviso semplificando colpevolmente e nella sostanza tradendo il senso del lavoro di McCarthy, ma è solo un parere personale, che molti di voi probabilmente non condivideranno), Non è un paese per vecchi è in realtà la dolente presa di coscienza dell’insanabile frattura che separa il tempo in cui l’umanità ha avuto la forza, morale prima ancora che materiale, di dar vita all’organismo sociale all’interno del quale è potuta crescere, da quello (odierno) nel quale la creatura, sfuggita al controllo del suo creatore, ha cominciato a divorare se stessa.

Spettatore di questo disfacimento, di questa Apocalisse tanto più terrificante perché di fattura esclusivamente umana, è l’anziano sceriffo Ed Tom Bell, alle prese con una realtà che sembra averlo espulso da sé (lui, con il suo educato rispetto verso gli altri, l’amore semplice per la moglie, l’ingenua dedizione al lavoro, la limpida coscienza del bene e del male e del confine che divide l’uno dall’altro) come un corpo espelle una sostanza estranea, e che da ogni parte gli urla addosso il linguaggio incomprensibile della violenza, dell’odio feroce, della volontà di dominio, della supremazia della brutalità. Lo sceriffo Bell è l’incarnazione della coscienza dell’uomo moderno (di quel che ne resta), la cui voce si fa ogni giorno più flebile.
Ora McCarthy. L’incipit del romanzo. La prima, indimenticabile riflessione dello sceriffo Bell. Buona lettura.
Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all’esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c’entrava per niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. MI disse che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all’inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona.