Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

L’azzardo del vivere

Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Garzanti
Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Garzanti

“Ci sono scrittori per cui non servono introduzioni. La lettura delle loro opere è un rischio che ogni lettore deve correre in modo individuale, autonomo: troverà sempre una risposta, che nessun altro gli potrà suggerire, ai problemi, ai conflitti posti dalla propria epoca, dal proprio livello culturale. Dostoevskij è uno di questi scrittori. Con un coraggio sorprendente per gli anni in cui vive rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo […], affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale […]. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore […]. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa, attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”. Così Fausto Malcovati, nell’introduzione al romanzo Il giocatore, spiega figura e opera di Fedor Dostoevskij evidenziando la sostanziale letterarietà di tutta la sua produzione. Che si tratti dei grandi romanzi, o dei lavori “minori” (di cui è eminente esempio proprio Il giocatore, romanzo scritto “per disperazione” in sole quattro settimane eppure magistrale nella costruzione dei caratteri e finissimo nel delineare la psicologia di ogni singolo personaggio), a emergere non sono convincimenti ma contraddizioni, non prese di posizione ma dubbi, non verità ma punti di vista, coordinate confuse di un personale universo etico sempre mutevole, costantemente in via di definizione, e che, certo, ha punti di riferimento, si richiama a una definita visione degli uomini e del mondo, e tuttavia, sottratto alla pura teoria e immerso nel caos delle vicende umane, sembra scolorire, perdere consistenza, rinunciare a essere abito morale per ridursi a sussurro di una volontà fragile, di una determinazione spesso incostante. In luogo del filosofo mancato, dunque, ecco splendere lo scrittore, il romanziere, il narratore, il creatore di storie, e dalla rinuncia a dimostrazioni rigorose e a stringenti ecco fiorire una prosa ricchissima, magnifica, coinvolgente, e dialoghi serrati, furenti, colmi di passione, d’odio, d’amore e disperazione, e timidi, terrorizzati dalla più piccola speranza, e impetuosi di desiderio, e spumeggianti d’ilarità e follia, e studiati per ingannare, per mascherare il dramma, la tragedia, la paura.

Tutto questo ne Il giocatore ha una forte declinazione di critica sociale (il trasparente bersaglio polemico di Dostoevskij è la viziata e oziosa società borghese europea, ritratta nella cornice della fittizia cittadina termale di Rulettenburg) e insieme un virulento taglio “umanistico”; a partire dalla voce narrante – quella del precettore Aleksej Ivanovic, al servizio di una famiglia a dir poco stravagante, sull’orlo del fallimento eppure straordinariamente liberale, e a tal punto innamorato da trasformarsi in incallito giocatore d’azzardo – fino ad arrivare alla figura centrale del romanzo (la vecchia, ricchissima nonna, la cui morte tutti attendono per spartirsi l’eredità e che improvvisamente vedono piombare tra loro, assetata di vita e consumata dal desiderio di giocare la propria fortuna alla roulette), lo scrittore russo illumina vizi ed eccessi di un particolare tipo d’uomo: il suo connazionale (materia prima d’interesse di ogni suo scritto) lontano dalla madrepatria. Così facendo, Dostoevskij si àncora al proprio tempo e nello stesso tempo lo travalica – “Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi”, scrive a questo proposito Malcovati, “sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione” – con la classe borghese, le cui debolezze vengono così crudamente denunciate, che si fa modello e archetipo nello stesso modo in cui il singolo, pur impeccabilmente inquadrato nella propria irripetibile singolarità, riflette l’universale. Mentre la grande metafora del gioco, buco nero capace d’inghiottire senza sforzo menti, cuori e anime (e il cui demoniaco fascino Dostoevskij ha ben conosciuto), racconta di quell’ansioso bisogno d’assoluto che l’uomo, senza sapersi figurare, in qualche misterioso modo non cessa di provare, e, da imperfetta creatura qual è, prova a soddisfare abbandonandosi alla sfrenatezza, alla vertigine, spingendosi fino a quell’estremo confine della vita dove non c’è che un soffio, o un filo sottilissimo, a separare la salvezza dalla caduta.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione e le note al testo, per Garzanti, sono di Gianlorenzo Pacini. Buona lettura.

Sono finalmente tornato dopo un’assenza di due settimane. I nostri si trovavano già da tre giorni a Rulettemburg. M’immaginavo che mi aspettassero con chissà quale ansia, ma invece mi ero sbagliato. Il generale aveva un’aria estremamente indipendente, mi ha parlato guardandomi dall’alto in basso e mi ha spedito direttamente dalla sorella.

Come una madre distratta, o degenere

Fedor Dostoveskij, Il villaggio di Stepàcinkovo, Sellerio
Fedor Dostoveskij, Il villaggio di Stepàcinkovo, Sellerio

“Di dove fosse sbucato, è avvolto nelle tenebre del mistero […]. Dicevano anzitutto ch’egli, non so quando né dove, fosse stato funzionario, che avesse non so dove sofferto, e, ben s’intende, «per la verità». Dicevano ancora che si fosse un tempo occupato a Mosca di letteratura. Non è a stupire: la crassa ignoranza di Fomà Fomìc non poteva certo esser d’inciampo alla sua carriera letteraria. Ma notizia autentica è questa sola, che nulla gli era riuscito e che, infine, era stato costretto ad entrare dal generale in qualità di lettore e di martire. Non c’era umiliazione ch’egli non avesse sopportata per un pezzo di pane del generale”. È intorno alla figura patetica, meschina e “tartufesca” del prizivàlscik (che nella Russia ottocentesca indica un nobile decaduto, costretto per mantenersi a recitare la parte del buffone presso famiglie facoltose affidandosi alla loro carità) Fomà Fomìc che ruota Il vilaggio di Stepàncikovo di Fedor Dostoevskij, graffiante ritratto di un microcosmo disordinato e folle nel quale è facile riconoscere una società intera, le sue manchevolezze, le ingiustizie che l’attraversano (e troppo spesso la definiscono) e gli individui che, come una madre distratta, incapace o peggio degenere, essa alleva, trasformandoli da esseri umani in parassiti. In questo lavoro, che la critica (a mio avviso non del tutto a ragione) giudica minore, il grande scrittore russo consapevolmente rinuncia all’esplorazione del sottosuolo delle emozioni umane per soffermarsi, tra il divertito e l’indignato, alla “superficie” delle cose, alla semplicità degli accadimenti, alla sincerità rude dei dialoghi; la sua scrittura, insolitamente lieve e ricchissima di scoppiettante umorismo, pur nell’armonioso scintillare dello stile sembra farsi da parte, preparare il lettore a quel che sta per succedere e poi lasciare campo libero alla pura descrizione (o trascrizione, quasi ci trovassimo di fronte al rapporto di un burocrate, impreziosito però da una magistrale vocazione al grottesco) dei fatti e alla loro intrinseca, esplosiva insensatezza. In questo modo, Dostoevskij dà vita a un vero e proprio teatro di marionette, a uno spettacolo appositamente pensato per divertire, a uno spensierato gioco delle parti dove ogni cosa mostra il proprio lato ridicolo. Al di là della dissacrazione e dell’ironia insistita, tuttavia, dalle pagine di questo romanzo breve emerge, se non una chiara denuncia di ciò che era la realtà della Russia nella seconda metà del XIX secolo, un impietoso giudizio su di essa, che il riso, anziché smorzare, finisce per amplificare.

La vivacità della commedia, con i suoi toni costantemente al di sopra delle righe e il bisogno quasi ossessivo di provocare, sorprendere e scatenare reazioni, rappresenta per Dostoevskij una sfida e un’opportunità insieme; nei panni di una voce narrante defilata rispetto a ciò che racconta (l’autore è Sergej Aleksandrovic, nipote del colonnello Jegòr Iljic Rostanjòv, che una volta in congedo eredita il villaggio di Stepàncikovo e decide di andare a viverci “come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi”), egli dà ordine e rigore espressivo al linguaggio nei disegni d’ambiente per poi prendersi più di una licenza nei dialoghi, dove limpidamente emerge il carattere dei protagonisti e ogni assurdità, ogni meschinità viene alla luce: “Ma chi è questo Fomà – domandai – come mai ha conquistato tutta quella casa? Come non lo cacciano dal cortile con le fruste? Confesso…” – “Cacciar lui? Ma siete ingrullito, o no? Ma Jegòr Iljic cammina davanti a lui in punta di piedi! Ma Fomà ordinò, un giorno, che invece di giovedì fosse mercoledì, e quei là, dal primo all’ultimo, considerarono giovedì come mercoledì. «Non voglio che sia giovedì, dev’essere mercoledì!». E così ci furono in una settimana due mercoledì. Credete che ci abbia fatto la frangia? Non ci ho fatto tanto così di frangia! Semplicemente, bàtjuska, ne vien fuori una storia da capitano Cook!”. In questo piccolo mondo sottosopra, poco importa quel che davvero succede agli abitanti di Stepàncikovo; gli amori, le gelosie, le disgrazie che capitano ai protagonisti del romanzo sono, più che in tutte le altre opere di Dostoevskij, invenzioni, pretesti utili solo a dar sostanza a Fomà, esemplare prodotto di una società al crepuscolo e proprio per questa ragione personaggio difficile da dimenticare.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per l’editore Sellerio, è di Alfredo Polledro. Buona lettura e auguri di buona Pasqua.
Mio zio, il colonnello Jegòr Iljic Rostanjòv, dopo essere andato in congedo, si stabilì nel villaggio di Stepàncikovo, pervenutogli per eredità, e prese a viverci come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi. Ci sono delle nature assolutamente contente di tutto e che a tutto assuefanno; tale era appunto la natura del colonnello a riposo. Era difficile immaginarsi un uomo più pacifico e accomodante. Se avessero avuto l’idea di pregarlo un po’ sul serio di portar qualcuno per un paio di verste sulle sue spalle, egli l’avrebbe fors’anche portato: era così buono che alle volte era pronto a dar via ogni cosa alla prima richiesta e quasi a spartire l’ultima camicia col primo che lo avesse desiderato.

La parabola di un epilettico

 

Fedor Dostoevskij, L'idiota, Rusconi
Fedor Dostoevskij, L’idiota, Rusconi

Malato perché epilettico, perché innocente, perché “completamente buono” e incapace di meschinità, di viltà; malato perché spettatore della vita (della propria prima che di quella altrui), perché spaventato dall’idea stessa di volere, di desiderare, di anteporre se stesso al prossimo; malato di misericordia, d’amore, di pietà, ma soprattutto di solitudine, il principe Myskin, protagonista de L’idiota di Fedor Dostoevskij, racchiude nella sua anima vergine gli estremi opposti dell’essenza e della negazione dell’umano. Terrena rappresentazione di Cristo negli attributi del carattere, quest’uomo, creatura fra le altre, è comunque condannato all’imperfezione e al fallimento; poco importa che la sua fragilità di uomo non si riveli nel peccato, nell’egoismo e nella malvagità che dominano il mondo che lo circonda (e che Dostoevskij, almeno in parte, incarna negli altri personaggi del romanzo; nel passionale Rogozin, nella bellissima Nastas’ja Filipovna, vittima del suo stesso fascino, in Aglaja, che inutilmente rivendica il proprio diritto ad amare ed essere riamata), perché Myskin è un idiota, uno straniero, un diverso, e la sua incorrotta moralità soltanto il segno esteriore della follia di cui soffre. C’è una distinta impronta religiosa nella parabola di quest’uomo, che, come scrive Fausto Malcovati nell’introduzione al volume edito da Garzanti, è “del tutto sprovvisto di intelligenza sociale” e “vive il mondo […] come tema di costante ricerca, di inquietante meditazione sui perché ultimi”, ma l’autore ne tronca sul nascere il possibile (e salvifico) rigoglio soffocandolo nel tragico svolgersi della narrazione; risuona l’eco della croce e del supplizio patito dal figlio di Dio nell’argomentare quieto e puro del principe – in grado di scorgere, e di amare, nell’infinità del cielo terso di San Pietroburgo e nel brillare del sole sui tetti dei palazzi, il manifestarsi di una volontà santa – ma giunge distorta e incomprensibile agli uomini, proprio come impossibile da capire risulta, a coloro che non riescono a provarlo, un amore per il prossimo così assoluto, totale e gratuito da condurre fino all’estremo sacrificio di sé. Così Myskin, “che turba il mondo con la sua bontà e innocenza; che lo inquieta, lo sconcerta, gli toglie arroganza, lo costringe a mettersi in discussione, a rivedere i propri canoni”, alla fine è costretto ad arrendersi all’erompere degli istinti, alla furia devastatrice degli appetiti, alla logica perversa di un ordine sociale che, orfano del divino, non è più in condizione di riconoscere, nelle creature, quella che dovrebbe esserne la qualità distintiva (esistere, e vivere, a immagine e somiglianza di Dio), e per questa ragione all’ingenuo principe giunto dalla Svizzera finisce per riservare soltanto disprezzo.  

La prosa di Dostoevskij, serrata, incisiva, tumultuosa, concentra gli avvenimenti in una manciata di ore, e quasi si sbarazza del tempo esteriore per dare il massimo risalto a quello, più dilatato e infinitamente più sfaccettato, dei sentimenti, dell’universo interiore degli uomini e delle donne che popolano il romanzo. Tutto sembra accadere in una dimensione spirituale, sospesa, prima che nella realtà, nel quotidiano, al punto che la storia (che non riassumo proprio per conservarne, anche qui, questa sua affascinante particolarità) si può leggere e interpretare quasi come un sogno. Solo il tragico finale ci trasporta nella materialità delle cose, con l’amore, ridotto a mero desiderio, che si fa strumento di annientamento e di morte, mentre la sovrumana bontà di Myskin, umiliata e sconfitta, si rifugia nello squallore mondano del male, nell’acuto manifestarsi dell’epilessia. Monumentale romanzo psicologico, riflessione potente, dolorosa e commossa sull’uomo e sul suo destino (mortale ed eterno), L’idiota è molto più che un capolavoro letterario; è un cammino di inaudito coraggio in una terra di tenebre e luce, nostra culla e tomba. 

Eccovi l’incipit (la traduzione è di Rinaldo Küfferle). Buona lettura

In una giornata di disgelo degli ultimi di novembre, verso le nove del mattino, il treno di Varsavia filava a tutto vapore, avvicinandosi a Pietroburgo. Il tempo era così umido e nebbioso, che la luce del giorno si diffondeva a stento; a dieci passi di distanza da una parte e dall’altra della ferrovia, era difficile distinguere alcunché attraverso i finestrini. Tra i viaggiatori c’erano alcuni che tornavano dall’estero; le vetture di terza classe, però, quelle più zeppe, erano soprattutto occupate da gente minuta, piccoli commercianti che venivano da molto lontano. Tutti, naturalmente, erano stanchi, tutti avevano, dopo la nottata in treno, le palpebre gonfie, erano intirizziti, e i loro visi avevano acquistato una tinta giallognola, del medesimo pallore della nebbia.
 

Condannati a recitare una parte in commedia

Fedor Dostoevskij, L'eterno marito, Garzanti
Fedor Dostoevskij, L’eterno marito, Garzanti

Pubblicato in due puntate sulla rivista Zarja nel 1870, due anni dopo l’uscita de L’idiota e mentre era in pieno svolgimento la stesura de I demoni, il romanzo breve L’eterno marito di Fedor Dostoevskij è un intenso dramma psicologico raccontato con i toni accesi di una farsa agrodolce; un intreccio di solitudini e silenzi, segreti e bugie che nel riflettere la coscienza inquieta e il tormentato mondo interiore di due uomini opposti per carattere e scelte di vita cerca di affrontare da un nuovo punto di vista quello che è il tema centrale di tutta la produzione del grande autore russo: la vita intima di ciascuno di noi, cuore di ogni nostra inconfessata brama, specchio del nostro io più autentico e terribile. In una parola, quel che Fedor Dostoevskij ha battezzato con l’angosciante termine di sottosuolo e che Remo Cantoni, filosofo e autore di un importante saggio su Dostoevskij (Crisi dell’uomo: il pensiero di Dostoevskij) definisce come “il luogo segreto di tutte le nostre incoerenze e ambiguità, una specie di infrastruttura psichica esistente in ogni uomo e per lo più inesplorata. Mentre in superficie gli uomini sembrano unitari, equilibrati, armonici, l’esplorazione del loro sottosuolo  ce li rivela caotici, ambigui, pieni di ambivalenze che scandalizzano il nostro semplicistico intelletto […]. Sottosuolo significa coscienza di una disarmonia radicale tra ciò che è intimo e informe e ciò che ha smercio sociale, e questa disarmonia alimenta una perpetua e morbosa irritabilità, un costante senso di risentimento e di irrequietezza. Nel sottosuolo v’è il gusto della propria libera abiezione, perché è la sfera premorale in cui l’uomo non accetta nulla di obiettivo, di valido, la sfera prelogica dell’antinomia, della contraddizione non risolta e non inquadrata in nessuna legge, della incandescenza non ancora cristallizzata in una forma; è il senso capriccioso, arbitrario della libertà, la sfera del torbido concretum psichico ribelle all’astrattezza edificante del moralismo. Il sottosuolo è l’assenza di ogni legge o convenienza imposta dalla società e dal prossimo o persino da quei vincoli interiori che spesso la personalità si crea; è l’irrazionale, l’informe con tutta la sua caotica, incontrollata, cinica, risentita spontaneità”. È proprio la comune appartenenza a questa buia “caverna dell’anima” a legare tra loro, seppur tra innumerevoli conflitti, traumatici allontanamenti e strazianti ricongiungimenti, i protagonisti del romanzo: da una parte il seduttore Velciàninov, non più giovane d’anni eppure ancora “un pezzo d’uomo alto e robusto, dai capelli d’un biondo chiaro e folti, senza un sol pelo grigio sul capo e nella barba biondiccia”, i cui modi spigliati e pieni di grazia dimostrano come fosse “pieno della più incrollabile, della più mondanamente sfrontata sicurezza di sé, le cui proporzioni forse egli stesso non sospettava, nonostante che fosse un uomo non solo intelligente, ma a volte persino assennato, quasi colto e di non dubbie doti”; dall’altra il grigio Pavel Pavlovic Trusotskij, l’eterno marito, incarnazione insieme patetica e ridicola di chi sembra avere un unico scopo nella vita, quello di prendere moglie, e “ammogliatosi, immediatamente si trasforma in un accessorio della moglie, perfino nel caso in cui gli accadesse di avere un suo proprio, incontestabile carattere. Principale connotato di un tal marito è il noto ornamento. Non essere cornuto egli non può, esattamente come il sole non può non risplendere; ma egli di questo non soltanto non sa mai nulla, ma non può mai venirlo a sapere per le leggi stesse della natura”.

Strumento del sostanziale fallimento di Trusotskij, Velciàninov (un tempo amante della moglie dell’uomo, ora morta di tisi, e padre di una bambina mai riconosciuta) è a sua volta un vinto; infelice, ipocondriaco, tormentato, quest’uomo trova nel proprio avversario, consumato da una sorta di malata ammirazione nei suoi confronti ma anche da una straripante ansia di vendetta, la misura dell’immorale condotta tenuta fino a quel momento e perfino una confusa coscienza cui rapportarsi; nella descrizione del loro rapporto, Dostoevskij non rinuncia alla severità della prosa, al suo asciutto rigore stilistico, all’acutezza e alla puntualità della riflessione, ma stempera con vivacità sorprendente le tragiche vicende di questi “uomini senza qualità” nella comica (e viziosa) circolarità di un destino già scritto: la vicenda, infatti, termina nello stesso modo in cui era cominciata, con Trusotskij e Velciàninov, talmente incapaci di affrancarsi da se stessi da risultar caricature d’uomini, di nuovo nei panni dell’eterno marito e del gaudente uomo di mondo pronto a cogliere al volo le occasioni che la vita gli offre.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Venne l’estate, e Velciàninov, contro ogni attesa, restò a Pietroburgo. Il suo viaggio nel sud della Russia era andato a monte, e della causa neppur si prevedeva la fine. Questa causa – una lite per la proprietà – stava prendendo una pessima piega. Ancora tre mesi addietro aveva un aspetto tutt’altro che complicato, poco meno che incontroverso; ma, chissà come, improvvisamente tutto era mutato. “E in generale tutto ha preso a mutarsi in peggio!”: questa frase Velciàninov aveva cominciato a ripeterla tra sé con acredine e di frequente. Si valeva di un avvocato abile, caro, rinomato, e non lesinava i quattrini; ma, nella sua impazienza e diffidenza, aveva preso il vezzo di occuparsi della causa anche di persona: leggeva e scriveva fogli, che l’avvocato gli bocciava di continuo, correva per gli uffici giudiziari, assumeva informazioni e, probabilmente, guastava ogni cosa; almeno l’avvocato se ne lagnava e lo spingeva ad andare in villeggiatura. Ma lui neanche a partire per la villeggiatura si risolveva. La polvere, l’afa, le notti bianche pietroburghesi, che irritano i nervi: ecco ciò che si godeva a Pietroburgo. Il suo appartamento, da lui preso a pigione di recente, era dalle parti del Gran Teatro, e anch’esso non andava bene; “nulla andava bene”. La sua ipocondria cresceva ogni giorno più, ma all’ipocondria egli era incline già da tempo.

La filosofia lucidissima e incoerente di un romanziere

 

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori

Simboli dell’uomo, della sua miseria come della sua grandezza; incarnazioni, o per dir meglio momenti, dell’eterno conflitto tra bene e male; maschere tragiche e grottesche delle forze sociali, intellettuali e spirituali che agitavano la Russia di fine XIX secolo, i componenti della famiglia Karamazov (il padre Fedor, i figli Dmitrij, Ivan e Aleksej e l’illegittimo Smerdjakov), protagonisti de I fratelli Karamazov, l’ultimo e più ambizioso romanzo di Dostoevskij, sono soprattutto la più limpida rappresentazione dell’anima dell’autore, lo specchio delle sue lacerazioni. La loro voce è insieme quella insinuante del dubbio, quella carica di furore della ribellione e quella potente, sicura, quasi sovrumana dell’intimo convincimento, di un ideale di vita abbracciato per fede e con fede. Nel disegno dei caratteri di questi uomini perduti, sconfitti, annientati (con la sola eccezione di Aleksej) da se stessi prima che dall’oscurità del mondo, il grande scrittore russo realizza dei modelli, degli archetipi; è attraverso lo studio di Dmitrij e degli altri figli del volgare e dissoluto Fedor, infatti, che Dostoevskij riflette sull’umanità, sulle sue colpe e sulla sua pretesa innocenza. È, la sua, una meditazione coraggiosa, sofferta, intrisa di dolore autentico, di disperazione, eppure sorretta da un’incrollabile fiducia; romanziere eccelso, egli lascia che siano la sua prosa densa, il suo realismo intenso, puntuale, e nello stesso tempo così lieve e delicato nei toni, così sfumato, così meravigliosamente equilibrato e felice da parer magico, e il nitore del suo stile a raccontare il proprio mondo interiore e a costruir per esso, a beneficio del pubblico, vicende e intrecci e contesti narrativi, ma non smette mai di interrogarsi (e di sollecitare il lettore) su quelli che ritiene essere i fondamenti dell’esistere: il rapporto tra l’uomo e il suo prossimo, quello ancor più radicale dell’uomo con Dio, e la scelta, ineludibile, della pietà, della comprensione, di un’etica cristiana, di un umanesimo religioso, unico rimedio all’orgoglio razionalista e al suo conseguente ateismo morale, al veleno dello sfrenato individualismo, al contagio dell’idolatria materialista. Come scrive Fausto Malcovati nell’introduzione all’opera edita da Garzanti, “Con coraggio sorprendente per l’epoca in cui vive [Dostoevskij] rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo, il codice esterno di comportamento che la società a lui contemporanea accetta e impone, affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale. Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione. È stato definito sismografo delle scosse telluriche della società borghese in crisi di transizione: quelle scosse telluriche non hanno perduto a tutt’oggi la loro forza dirompente. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore. È un errore trarre dai suoi romanzi un sistema astratto di idee, isolarne il contenuto ideologico per dedurne costruzioni organiche: tale contenuto, privo della sua traduzione poetica, dà l’illusione della forma filosofica, ma è in realtà pieno di contraddizioni e di curiose incoerenze. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”.

Diario di un conflitto, cronaca di un naufragio, I fratelli Karamazov è un romanzo d’enorme respiro, monumentale nella costruzione, di eccezionale radicalità nelle conclusioni, magistrale nello svolgimento (con al centro di tutto il brutale omicidio del padre, che come una maledizione lega le vite dei tre figli e le trascina verso un destino d’angoscia, morte ed espiazione). Nelle pagine di questo capolavoro ogni cosa è colta nella sua essenza, perfettamente rappresentata, resa indimenticabile: la povertà degli uomini e delle cose, la schiavitù degli appetiti, la presunzione della ragione, la colpa, intesa come piaga dell’anima, e la giustizia formale e opaca dei tribunali, di “Cesare” (che punisce gli atti senza mai essere in grado di comprenderne le motivazioni e per questo si riduce a mero meccanismo, a inumano ingranaggio sociale), il salvifico riparo della fede. 
 
Lasciatevi incantare da questo splendido lavoro, dall’inesauribile ricchezza tematica e stilistica di Dostoevskij. Non ve ne pentirete, perché non esiste seduzione più pura, né più sincera, di questa.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Alfredo Polledro). Buona lettura.

Aleksjej Fjodorovic Karamazov era il terzo figlio di un proprietario del nostro distretto, Fjodor Pavlovic Karamazov, tanto noto ai suoi tempi (e ricordato, del resto, fra noi ancor oggi) per la tragica e oscura sua fine, avvenuta giusto tredici anni fa e della quale parlerò a suo luogo. Di questo «proprietario» (come da noi lo si chiamava, sebbene in tutta la sua vita non avesse quasi mai abitato nella sua proprietà) dirò ora solamente che era un tipo strano, come se ne incontrano però abbastanza spesso, e cioè il tipo dell’uomo non solo basso e corrotto, ma anche, in pari tempo, scervellato; era tuttavia di quegli scervellati che san fare egregiamente i loro affarucci d’interesse, e, a quel che sembra, questi soltanto. Fjodor Pavlovic, per esempio, aveva cominciato quasi dal nulla, era un proprietario minuscolo, che correva a pranzare di qua e di là alla tavola altrui, spiava ogni occasione di fare il parassita, e nondimeno gli si trovarono al momento della morte ben centomila rubli in contanti. E al tempo stesso però aveva continuato per tutta la vita a essere uno dei più scriteriati stravaganti del nostro intero distretto. Ripeto ancora: questa non è stupidità – la maggior parte di questi stravaganti è abbastanza intelligente ed astuta, – ma proprio mancanza di criterio, e per giunta di un carattere particolare, nazionale.

L’amore respira anche negli uomini del sottosuolo

 

Fedor Dostoevskij, Umiliati e offesi, Garzanti
Fedor Dostoevskij, Umiliati e offesi, Garzanti

Accenti e atmosfere che richiamano il romanzo sociale, la complessità del disegno dei caratteri, restituiti al lettore nella loro essenziale verità, l’appassionato racconto di una storia d’amore tanto intensa quanto sfortunata, le dolorose riflessioni sugli estremi opposti del bene e del male e sull’anima dell’uomo, loro precario, instabile rifugio, e infine l’intenso studio delle passioni, dei sentimenti e dei desideri di uomini e donne, così simili, a volte, alla terra in cui vivono da esserne quasi il simbolo perfetto. Umiliati e offesi di Fedor Dostoevskij, pubblicato a puntate nel 1862 sulla rivista pietroburghese Vremja, nasconde nel respiro semplice dell’odissea di due amanti osteggiati dalle rispettive famiglie non soltanto la lucida analisi della società russa della seconda metà del XIX secolo, segnata da spaventose contraddizioni e costruita su sistematici abusi imposti alla grande maggioranza del popolo, costretta a un’esistenza da “sottosuolo”, ma soprattutto la convinzione che il verificarsi di queste ingiustizie, la sofferenza causata dalle disuguaglianze, l’arbitrio di chi dispensa al prossimo offese e umiliazioni al solo scopo di conservare il proprio potere (grande o piccolo che sia), si debbano a un’idea dello stato e dei rapporti che lo regolano fondata esclusivamente sulla promozione del singolo, sul primato personale. Romanziere di immenso ingegno e di eccezionale talento, Dostoevskij costruisce tutte le sue opere intorno all’uomo, nei confronti del quale prova sia attrazione sia repulsione; la sua prosa è troppo articolata, troppo ricca di suggestioni, troppo rigorosa nelle conclusioni che raggiunge per esaurirsi nelle istanze miopi della scrittura etica o nell’impotente sterilità di quella religiosa, e se è indubbio che l’umanesimo difeso dal grande autore russo abbia un chiaro significato fideistico, è altrettanto evidente che il suo percorso intorno all’uomo ha la radicalità di un’indagine filosofica e pone domande che vanno ben oltre un nostalgico richiamo a una bontà naturale perduta e da riconquistare. La realtà del male, la sua presenza nel mondo, i devastanti effetti del suo compiersi sono ben presenti a Dostoevskij, sono la materia prima dei suoi romanzi, e in Umiliati e offesi sono rappresentati con impressionante chiarezza dal protagonista della vicenda, il principe Valkovskij, uomo senza scrupoli votato esclusivamente all’affermazione di sé. Quando scopre che il proprio figlio, onesto ma pavido, ama riamato la figlia di un uomo con il quale ha avuto un contenzioso in passato, il piccolo possidente Ichmenev, Valkosvkij si adopera con ogni mezzo per far naufragare il loro rapporto e, non contento, cerca di rovinare finanziariamente il proprio avversario; egli è determinato a raggiungere i sui scopi, e malgrado Ichmenev, sua figlia, il figlio del principe e persino Vanja, voce narrante del romanzo (un amico della giovane segretamente innamorato di lei, alter ego dello stesso Dostoevskij), intervengano a più riprese per cercare fermarlo, il principe riesce ad avere la meglio: il figlio, incapace di resistere alle pressioni da cui viene investito, decide di lasciare l’amata, colpevole soltanto di essersi innamorata di lui.

Nella dialettica tra Valkosvkij e le sue vittime, il lirismo di Dostoevskij tocca l’apice. La sua galleria dei vinti non rappresenta soltanto la resa invitabile a qualcosa di più forte ma si richiama alla vita, descrivendola e raccontandola fino in fondo, nel suo inestricabile groviglio di speranza e disillusione. L’amore che unisce i due giovani, infatti, per quanto destinato a fallire, resta una forza salvifica, allo stesso modo in cui lo è (in primo luogo per lo stesso autore) quello silenzioso, ostinato e devoto di Vanja-Dostoevskij. Intorno a questi personaggi prende vita un piccolo mondo che, tra infiniti stenti, miserie e oppressioni, scintilla di dignità, offre mutuo rispetto e si sforza di difendere se stesso senza rinunciare a ciò in cui crede.
Umiliati e offesi è un romanzo che affascina e commuove, un’opera che cattura per lo splendore assoluto della prosa, la generosità dell’intreccio, la grandezza, insieme terribile e fragile, dei personaggi. È un libro impossibile da dimenticare.
P.S. Domani questo blog compie un anno. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno condiviso con me la strada fatta fino a ora. Io continuerò a scrivere di libri, spero di ritrovarvi ancora.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
La sera del ventidue marzo dell’anno scorso mi è accaduta un’avventura assai strana. Avevo passato la giornata a girare per la città in cerca d’un alloggio. Quello nel quale abitavo era molto umido, ed io fin da allora cominciavo ad avere una tosse preoccupante. Già dall’autunno prima mi ero proposto di cambiar casa, ma ad onta di questo divisamento ero arrivato fino alla primavera senza farne nulla.
Avevo girato tutto il giorno senza riuscire a trovare qualcosa di adatto. Il mio desiderio era di avere un appartamento libero, non in subaffitto; mi sarei accontentato anche di una stanza sola, purché fosse molto grande e, nello stesso tempo, costasse poco.
Mi ero accorto che una casa angusta è stretta anche per i pensieri, poiché io ho sempre avuto l’abitudine di camminare su e giù per la stanza quando penso i miei futuri racconti. E dato che sono in argomento, dirò che trovo maggior piacere a pensare le mie opere e a sognare come verrebbero scritte, che a scriverle in realtà; questo non è dovuto alla pigrizia. Da che cosa può dunque dipendere?

Fin dalla mattina mi sentivo poco bene, e verso il tramonto il mio stato era peggiorato: cominciava la febbre. Per di più ero stato tutto il giorno in moto e mi ero stancato. Verso sera, prima del crepuscolo, mi trovai a passare in Prospetto Vosnessenskij. Mi piace il sole di Marzo a Pietroburgo, specialmente al tramonto, s’intende in una chiara sera di gelo. Si vede ad un tratto accendersi tutta la via su cui si riversa una vivida luce. Tutte le case sembrano scintillanti. I colori grigio, giallo, verde-sporco perdono per un attimo la loro tetraggine, e pare che l’animo divenga più leggero, che un brivido percorra tutto il corpo e che questo sia sospinto in avanti. Tutte le cose ci appaiono sotto un nuovo aspetto, nuovi pensieri nascono in noi…

L’infinito peregrinare di un romanziere eccelso

Fedor Dostoevskij, I demoni, Garzanti
Fedor Dostoevskij, I demoni, Garzanti

Più di qualsiasi altro romanziere, Dostoevskij ha saputo penetrare fin nei più intimi recessi dell’animo umano. Le sue opere sono principalmente ritratti psicologici, modelli di comportamento definiti nella loro compiutezza (dal compimento dell’azione fino all’analisi dei moventi che hanno condotto a determinate scelte, e ancora più in là all’individuazione dell’architettura etico-morale che sta a fondamento di tutto) con l’ausilio di uno stile di scrittura unico. La potenza espressiva che si sprigiona dalle pagine del grande autore russo, uno dei più importanti e significativi della storia della letteratura, è impressionante, la prosa meravigliosamente evocativa, la capacità descrittiva prossima alla perfezione. Dostoevskij, tuttavia, non ha alcun interesse verso la bellezza fine a se stessa; il suo stile, seppur di vertiginosa bellezza, è alieno da formalismi e totalmente al servizio della sua instancabile indagine sull’uomo. La sua sete di conoscenza, che romanzo dopo romanzo sembra aumentare invece di placarsi, lo porta a formulare quesiti sempre più radicali; la persona, il singolo, nel suo rapporto con se stesso, gli altri, e persino con l’insondabile mistero rappresentato dal divino (specchio e metafora delle infinite possibilità connesse all’esercizio del libero arbitrio e delle responsabilità che ne derivano), vengono affrontate – con la selvaggia, febbrile disperazione dello scienziato pronto a sacrificare qualsiasi cosa ai propri studi, al raggiungimento della scoperta inseguita nell’arco di un’intera vita – soprattutto nei “grandi romanzi”, unanimemente riconosciuti come il vertice della sua produzione letteraria.

Attraverso la patetica figura dell’assassino Raskol’nikov, in Delitto e castigo Dostoevskij segue passo dopo passo la deriva di chi ha abbandonato il proprio ordine morale in virtù di un atto di superbia. Il giovane protagonista del romanzo confonde la libertà, e i limiti che per definizione le appartengono, con l’arbitrarietà; pensa di poter abbandonare la via dura e difficile (ma salvifica) della moderazione dei propri egoismi per imboccare quella della piena e indifferente liceità, che vede nellio la sola misura di ciò che è possibile (dunque ammissibile) compiere. La totale assenza di divieti che questa condizione comporta conduce inevitabilmente alla perdita di sé; Raskolnikov, inebriato di un falso senso d’onnipotenza, prima nega alla radice la sua umanità divenendo omicida, poi, al termine di un devastante viaggio nel “sottosuolo” della paura, del rimorso e del tormento, torna ad abbracciarla pagando la sua colpa. Nel magnifico romanzo L’idiota, all’inquietudine di Raskol’nikov si sostituisce la figura dell’“uomo buono” incarnata dal principe Myskin. Myskin non è semplicemente un ingenuo, né un adulto rimasto fanciullo; la sua purezza è di ordine metafisico, riflette il disegno di un principio ordinatore (misericordioso e gentile) che egli vede dappertutto intorno a sé; nella magnificenza dei palazzi di San Pietroburgo, nello splendere del sole, perfino nelle distinte coppie che gli passeggiano accanto. Eppure, anche in un’anima che vive in comunione con Dio (se Dio vogliamo chiamare l’intelligenza che governa il mondo e che si offre alla sguardo innocente di alcuni di noi) c’è posto per l’ombra, per il dubbio, per la tormentosa domanda priva di risposta. E quella che Dostoevskij mette in bocca al suo eroe è tanto terribile quanto impossibile da eludere: “Perché i bambini muoiono?”.

Summa dei temi trattati in questi due lavori è I demoni (l’ultimo dei grandi romanzi, I fratelli Karamazov, è talmente ricco e denso di implicazioni da meritare una riflessione a parte); qui Dostoevskij guarda con sospetto i cambiamenti che stanno investendo la società. Quello in cui crede, la sua religiosità, la ferma convinzione della nobiltà dell’uomo (inscindibilmente connessa al suo essere creatura, alla sua essenziale fragilità), ogni cosa sembra cedere dinanzi all’avanzare della forza distruttiva di un nichilismo feroce, al disordine del pensiero anarchico. All’ombra di queste nuove filosofie crescono uomini orfani d’anima, gente come Stravogin e Kirillov (i personaggi principali del romanzo) del tutto priva di guida morale. L’abisso nel quale vivono è perfino peggiore di quello in cui è precipitato Raskol’nikov, perché non è figlio di un travaglio interiore ma di un freddo, meccanico ragionare, talmente lontano dalla vita da non riuscire neppure a immaginarla. A questi uomini, ritratti con impressionante acutezza (e bersagliati da strali ironici violentissimi, vendicativi), Dostoevskij, pur guardando con sospetto, e spesso con aperta ostilità, non nega ascolto, né compassione, né fratellanza. Anche in quest’opera, forse la più drammatica e lacerante della sua produzione, l’uomo, con i suoi bisogni e le sue debolezze, rimane al centro delle vicende narrate, perché è la sola realtà da cui non si può prescindere. Anche se è a un passo dalla propria distruzione. O forse proprio per questo.

I demoni è un libro indimenticabile, di eccezionale profondità. Leggetelo, resterà con voi per sempre. Eccovi l’inizio, buona lettura.
Nellaccingermi alla descrizione degli avvenimenti tanto strani svoltisi or non è molto nella nostra città, in cui finora non era accaduto nulla di notevole, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano; e precisamente da alcuni particolari biografici inforno a Stepan Trofimovic Verchovenski, uomo rispettabilissimo e di molto ingegno. Questi particolari non serviranno che dintroduzione, mentre la storia che mi propongo di scrivere seguirà poi. Lo dierò schiettamente: Stepan Trofimovic ha sempre rappresentato fra noi una certa parte speciale: la parte, per così dire, del cittadino ragguardevole, e amava questa parte fino alla passione, tanto che senza di essa non avrebbe potuto nemmeno vivere, credo.