Il sogno diviene romanzo

Recensione di “Il Napoleone di Notting Hill” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill, Piemme

Abita la dimensione dell’immaginazione e del sogno Gilbert Keith Chesterton; nella sua prosa riverberano il fanciullesco entusiasmo per l’avventura e il desiderio di ridisegnare il reale, il quotidiano, plasmandolo, trasformandone lo spento grigiore nello sgargiante arcobaleno di colori dell’invenzione fantastica, del gioco, dell’intuizione estemporanea che si fa idea, trama, storia compiuta. La narrazione, l’arte sublime del raccontare è, per il grande autore inglese, un rifugio, un riparo dal mondo; attraverso la mediazione salvifica della pagina scritta, che Chesterton utilizza nelle sue varie forme – articolo di giornale, saggio, romanzo, aforisma, pièce teatrale, poesia – egli mantiene intatto quel legame tra vero e verosimile (ma anche tra vero e possibile, probabile, surreale, assurdo) che a ben guardare è una delle caratteristiche distintive dell’opera letteraria. Continua a leggere Il sogno diviene romanzo

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

Padre Brown, acuto psicologo del delitto

Recensione de “Il candore di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Autore tanto raffinato quanto colto, amante appassionato del paradosso e della sorpresa ben congegnata, romanziere eccelso (in questo blog ho già trattato due suoi splendidi lavori, L’uomo che fu Giovedì qui e Il Napoleone di Notting Hill qui), polemista arguto, aforista geniale, e ancora commediografo, saggista, giornalista, esteta della letteratura e, non ultimo, finissimo conoscitore dell’animo umano, Gilbert Keith Chesterton è in qualche modo uno scrittore universale. Per ogni possibile declinazione della parola, infatti, egli nutre un irresistibile interesse; la sua spumeggiante vivacità intellettuale, unita a un talento narrativo non comune e a uno stile freschissimo, squisito, rigoglioso, regala una dimensione nuova al romanzo, presentato al lettore con la genuina spontaneità di un’invenzione estemporanea ma in realtà costruito con ingegneristica precisione.
Allo stesso modo rinnova il saggio, cui dona la piacevolezza di una prosa che sa affrontare con scherzoso acume qualsiasi argomento, persino il più arduo, il più scomodo, il più teoreticamente pericoloso (basti pensare ai suoi lavori sul cattolicesimo, cui si converte, non senza indugi, nel 1922), e reinventa, senza peraltro snaturarlo, l’aforisma, aprendo la sua sentenziosità decisa e senza appello al respiro ampio del racconto, della vicenda articolata, perfino alla brusca svolta del colpo di scena.
Inevitabile, dunque, che un così entusiasta, vulcanico e infaticabile virtuoso delle belle lettere decidesse di misurarsi anche con un genere allo stesso tempo diffuso e assai impegnativo: il giallo. Il grande scrittore inglese lo affronta da par suo, trasformando una suggestione, un’intuizione di un momento – per l’esattezza l’incontro con un ammiratore, un parroco irlandese di nome John O’Connor, la cui conversazione si rivelò straordinariamente affascinante – in una magnifica allegoria dell’eterno scontro tra Bene e Male. Ammiratore sincero del mystery e delle sue atmosfere, Chesterton sceglie di scommettere sul valore simbolico di questo tipo di intreccio; egli legge i delitti, i fatti di sangue, come “peccati dell’anima”, deviazioni, oscurità, abissi in cui sprofonda lo spirito delluomo, e per spiegarli, per sciogliere gli enigmi e scoprire il colpevole (e così, finalmente, comprenderne i moventi ultimi), inventa un’originalissima figura di detective, un prete, padre Brown, ricalcato sul religioso O’Connor che tanto l’aveva colpito.
Dimesso nell’aspetto, di modi riservati, quasi timidi, padre Brown non può contare sulle eccezionali capacità deduttive di uno Sherlock Holmes, né sulle superbe doti intellettive di un Hercule Poirot, eppure anche lui, proprio come i suoi illustri “colleghi”, giunge infallibilmente alla soluzione dei casi di cui si occupa. Merito del suo acume psicologico, o meglio, del suo ruolo di pastore. Nei colloqui di tutti i giorni con il “gregge” affidato alle sue cure (che solo un irriducibile ingenuo, ignaro delle cose del mondo, potrebbe definire innocente), e ancor più nei sussurri scambiati nel segreto del confessionale, Brown impara a conoscere i lati più inquietanti dell’uomo, e questo fa di lui il migliore dei detective possibili.
Brown infatti sa bene fin dove può spingersi una persona; i delitti possono certamente scuoterlo, impressionarlo, sconvolgerlo persino, mai però sorprenderlo, e questa situazione mette il mite ma determinatissimo prete in una condizione di chiaro vantaggio nei confronti dell’assassino. Egli riesce a pensare come l’omicida non in virtù di qualche particolare talento, ma per un semplice “allenamento” all’empatia: essere accanto al suo prossimo, chiunque sia, qualsiasi mostruosità gli alberghi nel cuore, è il “lavoro” di padre Brown. Di questo lavoro, l’indagine sui delitti non è che una naturale conseguenza.
Sono molte le raccolte di racconti che hanno per protagonista Padre Brown; pur essendo tutte più che godibili, le avventure migliori, per solidità di trama, inventiva, splendore descrittivo e disegno dei caratteri sono le prime due, Il candore di Padre Brown e La saggezza di padre Brown, pubblicate rispettivamente nel 1911 e nel 1914. Queste storie, raccontate con una prosa meravigliosamente fluida, ordinata ed elegante, sono dei veri e propri gioielli; piccoli capolavori ricchi di invenzioni, riflessioni, stuzzicanti bizzarrie – “La cosa più incredibile dei miracoli è che accadono”; “Aristide Valentin era profondamente francese; e l’intelligenza francese è assolutamente e unicamente intelligenza” – dove l’omicidio, almeno finché non viene compiuto, finché il Male non diventa realtà concreta, sembra quasi un accidente, un capriccio del caso.
Eccovi l’inizio di uno dei racconti contenuti ne Il candore di padre Brown (a mio avviso il migliore del volume), intitolato Il martello di Dio.
Il piccolo villaggio di Bohum Beacon era appollaiato sopra una collina così ripida che l’alta guglia della sua chiesa sembrava la punta di una piccola montagna. Ai piedi della chiesa c’era la bottega di un fabbro, per lo più rosseggiante di fuochi e sempre cosparsa di martelli e pezzi di ferro; di fronte, oltre un incrocio di viuzze acciottolate, c’era «Il Cinghiale Azzurro”, l’unica osteria del posto. In questo incrocio, in un’alba plumbea, due fratelli si incontrarono per la strada e si parlarono; ma uno finiva la giornata e l’altro la incominciava. Il reverendo e onorevole Wilfred Bohun era molto pio, e si dirigeva a compiere qualche austero esercizio di preghiera o di contemplazione mattutina. Il Colonnello e onorevole Norman Bohun, suo fratello maggiore, non era per nulla pio, e se ne stava seduto in abito da sera a una tavola del «Cinghiale Azzurro», bevendo quello che un osservatore filosofo era lieto di considerare sia il suo ultimo bicchiere del martedì che il primo del mercoledì. Il Colonnello era indifferente alla questione.  

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.