Il 2017 de Il Consigliere Letterario

Le migliori letture del 2017

Giunti al termine dell’anno, eccovi la classifica dei dieci libri migliori letti nel 2017. La ragione sta nella recensione, cui, libro per libro, vi rimando. Grazie a tutti, buona lettura e i miei migliori auguri di un fantastico 2018!

  1. Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli? Terre di Mezzo (la recensione la trovate qui
  2. Dalton Trumbo, E Johnny prese il fucile Bompiani (la recensione la trovate qui)
  3. Julio Cortázar, Rayuela – Il gioco del mondo Einaudi (la recensione la trovate qui)
  4. Isaac B. Singer, Racconti Corbaccio (la recensione la trovate qui)
  5. Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh Bompiani (la recensione la trovate qui)
  6. Max Frisch, Biografia – Un gioco scenico Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  7. Ödón von Horváth, L’eterno filisteo Bompiani (la recensione la trovate qui)
  8. Christopher Isherwood, La violetta del Prater Adelphi (la recensione la trovate qui)
  9. Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah Einaudi (la recensione la trovate qui)
  10. Margaret Atwood, L’assassino cieco Ponte Alle Grazie (la recensione la trovate qui)

L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Recensione di “Il compagno segreto” di Joseph Conrad

Joseph Conrad, Il compagno segreto, Rizzoli
Joseph Conrad, Il compagno segreto, Rizzoli

Un racconto di formazione che ha l’angosciosa cupezza dell’incubo e il ritmo trascinante dell’avventura. Un’esplorazione, nel medesimo tempo, simbolica e reale, del sé attraverso il confronto con l’altro. Un viaggio metaforico, terribile e denso d’incognite, preludio di una traversata che consacrerà definitivamente uomo e capitano colui che la responsabilità di condurla a buon fine. Un rapporto indefinito, mai del tutto accessibile, mai completamente cristallino, tra l’interiorità del singolo e tutto ciò che le sta di fronte, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e il mondo; un rapporto che è causa di tutto, dal quale ogni cosa dipende, che si ha l’urgenza di comprendere, di svelare nello stesso modo in cui si svela un mistero, e che tuttavia non si può fare altro che vivere. L’uomo, la sua enigmatica natura, e il legame che egli intreccia con i suoi simili e con quella possente, invincibile divinità che è la natura, sono al centro del travolgente racconto di Joseph Conrad intitolato Il compagno segreto, a proposito del quale Andrea Zanzotto, nella bella introduzione all’edizione dell’opera pubblicata da Rizzoli (con testo inglese a fronte e traduzione di Pietro De Logu), scrive: “Un componimento come Il compagno segreto sembrerebbe costruito a bella posta per offrire lo spunto ai più diversi ricami della critica, anzi delle più diverse metodologie critiche, e nello stesso tempo si presenta come freschezza che riesce a bilanciare il proprio impeto spontaneo entro una forma perfettamente conclusa e armonizzata. Continua a leggere L’uomo, il capitano e l’altro da sé

L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Recensione di “Rayuela” di Julio Cortázar

Julio Cortazár, Rayuela – Il gioco del mondo, Einaudi

“A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina dove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo”. Al principio del suo romanzo più noto e discusso, Rayuela – Il gioco del mondo, Julio Cortázar offre al lettore qualcosa di simile a una bussola, uno strumento utile a orientarsi nel labirinto delle sue pagine, suggerendogli nel medesimo tempo di ignorare entrambe le alternative proposte e di procedere secondo un estro personalissimo, lasciandosi trascinare da un’intuizione, per esempio, oppure abbandonandosi al caso, a una lettura che abbia come unico criterio il più assoluto disordine, che sia essenzialmente arbitrio. Soltanto in questo modo, infatti, Rayuela, che “è molti libri, ma soprattutto è due libri”, può essere letto (ed esplorato, scoperto, reinventato persino); soltanto in questo modo, con Rayuela – che nel suo essere romanzo, nel suo narrare, nel suo avanzare sinuoso e ipnotico continuamente si sporge oltre il linguaggio, oltre sé, continuamente insegue quella realtà che riposa dentro il reale e che del reale è l’ombra, il sogno, il senso ultimo, o forse solo un senso, un possibile senso che aiuti a comprendere l’assenza di senso di ogni giorno, di ogni veglia, di ogni fatto, di tutto ciò che si può considerare oggetto di conoscenza – è possibile immedesimarsi, rivedersi nei suoi personaggi, sentire, nelle loro parole, la nostra voce. Continua a leggere L’uomo, il capitano e l’altro da sé

C’è un modo di guardare la cavezza

Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Garzanti
Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Garzanti

La primordialità della terra, la tirannia spietata e tuttavia nobile (perché incorrotta) della vita, degli istinti che bramano soddisfazione, del corpo che soffoca la coscienza, zittisce i pensieri, ignora ogni principio, ogni morale, ogni scrupolo. L’essenza, la prima scintilla della creazione, l’esistere che precede il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, che è soltanto respiro, e sguardo, e appetito, e che è infinito, e neutro, come il mondo, le cui uniche leggi sono la luce del sole e le tenebre d’inchiostro, e la sopravvivenza, a qualunque costo. “Non c’è paura che tenga davanti alla fame, non c’è pazienza che la plachi, e, dove c’è fame, il disgusto semplicemente non esiste. Quanto alle superstizioni, alle credenze, a quelli che voi chiamereste principi, pesano meno di un fuscello al vento. Conoscete l’inferno del digiuno prolungato, il suo tormento esasperante, i suoi neri pensieri, la tetra ferocia che si alimenta di nascosto? […]. Un uomo deve fare appello a tutta la sua forza innata, per combattere adeguatamente la fame. È molto più facile affrontare un lutto, il disonore, la perdita della propria anima che questo genere di fame protratta”. Nel racconto-confessione del marinaio Marlow, voce narrante di Cuore di tenebra, riconosciuto capolavoro letterario di Joseph Conrad, echeggia maestoso – amplificato da una prosa magnetica e di rara potenza espressiva, capace di restituire in descrizioni brevi e perfette il ritmo vitale, incessante ed eterno, dell’aria e dell’acqua, il mistero impenetrabile della terra, alla quale, come a un dio senza nome, ci si accosta soltanto per fede, la verità inevitabile degli elementi, il loro palpitare, la loro sovrumana invincibilità: “Alberi, alberi, milioni di alberi, massicci, immensi, svettanti; e ai loro piedi, rasentando la sponda per vincere la corrente, arrancava il piccolo battello fuligginoso, come un indolente scarafaggio che si trascini sul pavimento di un ampio e nobile porticato – il conflitto, connaturato all’uomo, tra la violenza del diritto, della civiltà, e la resistenza passiva, testarda, di una natura silenziosa, incosciente, eppure in qualche misura senziente, vigile, inquieta, minacciosa: “La corrente fluiva liscia e veloce ma sulle sponde pesava una muta immobilità. Sembrava che tutti quegli alberi vivi, allacciati gli uni agli altri da liane e rampicanti, che ogni arbusto di quella viva boscaglia, fossero stati tramutati in pietra, dal rametto più sottile, alla foglia più leggera […]. Non si sentiva il più debole suono, di nessuna specie […]. Verso le tre del mattino, un grosso pesce saltò sull’acqua con un tonfo così sonoro che mi fece sobbalzare come se fosse stato sparato un colpo di arma da fuoco. Al sorgere del sole ci trovammo immersi in una nebbia bianca, calda e gommosa, più accecante ancora della notte. Non si spostava, né verso riva né in avanti: stava lì immobile intorno a noi, come una cosa solida. Si aprì uno spiraglio sulla torreggiante foresta d’alberi, sull’immenso intrico della giungla su cui dardeggiava la piccola palla del sole […] e poi la bianca saracinesca si riabbassò senza intoppi, come scivolando su guide ben oliate”.

Nelle vesti di Marlow, il grande scrittore polacco naturalizzato britannico trae ispirazione da una propria personale esperienza (un viaggio lungo il fiume Congo a bordo di uno scalcinato battello fluviale) e la stravolge colorandola d’incubo; il suo lucidissimo delirio stilistico incanta e terrorizza il lettore trascinandolo nel vortice di un’avventura, o meglio di un cammino iniziatico che si risolve in un’atroce discesa agli inferi. Al bellicoso tacere di una natura violentata e nonostante ciò intangibile, superiore, si contrappone il disordine dell’organizzazione coloniale, la voracità degli stranieri (degli europei tutti, denuncia Conrad), giunti in Africa al solo scopo di depredarne i tesori e fiaccati dall’immobile frenesia delle foreste, dal caldo, dalle malattie, dal tempo sempre uguale a se stesso, dal dilatarsi degli anni nel continuo ritorno di un unico giorno, dagli sguardi enigmatici degli abitanti di quei luoghi, asserviti ma non conquistati, mentre la sua eco distorta riverbera nella folle volontà di potenza di Kurtz, “uomo notevole”, agente della compagnia commerciale che in quel cuore di tenebra d’Africa era andata a cercare avorio e che più di chiunque altro si era spinto fin quasi al centro del cuore e fin quasi al punto più oscuro della tenebra, recuperando (con ogni mezzo, ricorrendo a ogni sorta di atrocità) più avorio di tutti, guadagnandosi la lealtà assoluta (di più, la loro devozione, il sacrificio delle loro vite) degli indigeni ma perdendo se stesso, tradendosi e consegnandosi all’orrore, arrendendosi al prezzo da pagare per mantenere in vita i suoi sogni, i suoi progetti, la sua megalomane utopia. Antieroe (eppure unico personaggio autentico tra i tanti “Mefistofele di cartapesta” che Marlow incontra nel procedere verso la sua meta, il luogo in cui Kurtz si è rifugiato), quest’uomo così diverso da tutti gli altri, malato e ormai vicino alla morte, è il simbolo della sconfitta di un’umanità intera, della sua corruzione, della sua perversione, e nonostante ciò ne costituisce in qualche misura anche un esempio, perché egli, pur nella sua pazzia, non fugge da quel che è, non rinnega i suoi atti, né si sottrae alle responsabilità che ne derivano. “Non è poi così irragionevole”, scrive Conrad, “che a un uomo il mondo lasci rubare un cavallo, mentre a un altro non permetta neanche di guardare la cavezza. Rubare un cavallo con decisione. Benissimo. L’ha fatto. Forse è anche capace di cavalcare. Ma c’è un modo di guardare la cavezza che farebbe menar le mani anche a un santo”.

Apologo, racconto di viaggio, storia d’avventura, j’accuse, Cuore di tenebra è un’opera splendida, trascinante e terribile; è una scintillante gemma letteraria, un classico, qualcosa di immortale, come le foreste, le acque e i cieli che dipinge.

Eccovi l’incipit; la traduzione, per Garzanti, è di Luisa Savaral. Buona lettura.

La Nellie ruotò sull’ancora senza far oscillare le vele, e restò immobile. La marea si era alzata, il vento era quasi caduto e, dovendo ridiscendere il fiume, non ci restava che ormeggiare aspettando il flusso. L’estuario del Tamigi si apriva davanti a noi, simile all’imbocco di un interminabile viale. Al largo, il cielo e il mare si univano confondendosi e, nello spazio luminoso, le vele color ruggine delle chiatte che risalivano il fiume lasciandosi trasportare dalla marea, sembravano ferme in rossi sciami di tela tesa tra il luccichio di aste verniciate. Una bruma riposava sulle sponde basse, le cui sagome fuggenti si perdevano nel mare, L’aria era cupa sopra Gravesend, e più indietro ancora sembrava addensarsi in una desolata oscurità che incombeva immobile sulla più grande, e la più illustre, città del mondo.