Tutto ciò che semplicemente è

Recensione di “Biografia – Un gioco scenico” di Max Frisch

Max Frisch, Biografia – Un gioco scenico, Feltrinelli

Lo sconfinato universo delle possibilità – dalle più grandi e significative a quelle in apparentemente senza importanza, che si adottano o si scartano quasi senza rendersene conto – racchiuso nello spazio finito (ma sempre cangiante) di un palcoscenico; e al centro, allo stesso tempo soggetto e oggetto dello spettacolo che sta per andare in scena, una vita vissuta e colui che, scegliendo passo dopo passo, decidendo, prendendo una direzione in luogo di un’altra, l’ha resa tale, disegnando assieme a essa se stesso, definendosi come persona, identificandosi in ogni scelta. In penombra, infine, un registratore, voce narrante di tutto ciò che da questo momento in avanti potrebbe accadere e vigile memoria di quel che è stato, che non è in potere dell’uomo modificare ma che la finzione del teatro, la sua capacità di travestirsi da qualunque cosa, di essere, anche solo per un breve momento, nell’illusione della recitazione e delle luci soffuse, qualsiasi accadimento altro rispetto a quello che è effettivamente successo, a quel che è stato, offre come seconda occasione, come un desiderio a lungo cullato che d’improvviso diviene realtà, come il dono benigno (o forse letale) di una capricciosa divinità. Questo l’impianto architettonico e narrativo del serrato, magnifico dramma di Max Frisch intitolato Biografia – Un gioco scenico, uno studio, una riflessione, una pièce, un mefistofelico divertissement, la dimostrazione, a priori e a posteriori, dell’impossibilità di qualsivoglia reale cambiamento dei dati di fatto, dell’inconsistenza del poter essere. Protagonista del bellissimo lavoro di Frisch è Kürmann, uno studioso che malgrado i notevoli successi accademici ottenuti non prova che infelicità, disperazione e sensi di colpa. La sua esistenza, infatti, costellata di scelte infelicissime, gli appare come una partita a scacchi giocata in modo dissennato, perduta già in apertura; per questa ragione egli è convinto, come lo sarebbe ogni scacchista che si rispetti, di poter fare ben altro, di poter addirittura ribaltare le sorti della battaglia, di riuscire dunque vincitore e non sconfitto come si ritrova a essere; tutto ciò di cui ha bisogno è una possibilità, la possibilità di rigiocare alcune mosse, di cambiare tattica, di fare altre scelte. Ma è proprio a questo punto, quando la richiesta del giocatore Kürmann , dello stratega Kürmann, viene soddisfatta, che il suo disegno, accuratamente preparato, va in pezzi; l’uomo infatti, rivivendo alcuni momenti particolarmente importanti della sua vita, si rende conto che ogni decisione presa, ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, obbediva in qualche modo a una necessità, a una sorta di metafisico meccanicismo.

Spalancate dinanzi a lui, nude di fronte alla sua sete di novità, di libertà, di ignoto, le alternative della sua vita, tutti quei “se” che un discorso fatto o non fatto, un impercettibile ritardo a un appuntamento, un amore accolto o rifiutato, un incontro anticipato o differito avrebbero condotto al vero, al reale, sfumano al contatto con quel che è successo (e che ordinatamente compare nel dossier del registratore, coscienza scomoda di Kürmann e insieme mero accadimento impossibile da ignorare tanto come cosa in sé quanto come atto primo di una serie di conseguenze che da esso si sono originate rendendolo parte non eliminabile di “tutto ciò che semplicemente è”), mutano di sostanza, regredendo da potenzialità a illusione; costretto a misurarsi con possibilità che alla prova dei fatti si rivelano impossibili, Kürmann naufraga nei suoi stessi desideri, affonda nelle sabbie mobili della propria impotente volontà; sulla scacchiera del suo esistere nessuna nuova mossa può venir giocata, per quanto egli si sforzi di trovare vie d’uscita, di ricominciare.

 Il suo passato, che egli porta scritto nella carne, che gli si è inciso nello spirito, che è il suo modo di essere e ragionare, che è perfettamente sovrapponibile a ciò che egli è come persona (perché egli è diventato il Kürmann in lotta con se stesso proprio in virtù delle decisioni che ha preso e che ora vorrebbe con tutto se stesso rimettere in discussione), è una corda tesa che gli impedisce di muoversi; al pari di un animale legato al guinzaglio, egli può solo permettersi minimi scarti,mutamenti di poco o nessun conto che non modificano la sostanza (e dunque il significato) di quel che è stato; Kürmann, in una parola, non può essere, nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto, sé e altro da sé; non gli è consentito lasciare la strada che lo ha condotto fin lì, e che con tutto se stesso vorrebbe cambiare, anzi cancellare, dimenticare, perché quella strada è la sua coscienza, e la sua coscienza è ciò che egli è. Perché non è permesso alla vita di Kürmann, come non lo è a qualsiasi altra esistenza, violare il principio di non contraddizione. Neppure nell’illusorio battito d’ali d’una quinta offerta ai rapaci sguardi degli spettatori.

Biografia  è un’opera magistrale; incalzante nel ritmo, di straordinaria profondità negli argomenti trattati, è una lettura splendida, indimenticabile, un gioiello filosofico-letterario di squisita fattura.

Invece dell’incipit, eccovi parte della sinossi della quarta di copertina. La traduzione dal tedesco, per Feltrinelli, è di Maria Gregorio. Buona lettura.

Le esperienze che viviamo sono realmente inevitabili? “Cosa succederebbe se…”si chiede il protagonista Kürmann e si figura le vicende della sua vita come un giocatore di scacchi calcola le mosse delle pedine: se almeno una volta avesse avuto la possibilità di non aver pensato o realizzato questa o quella mossa, avrebbe cambiato tutto il seguito della partita. E a Kürmann viene appunto offerta tale possibilità. Frisch gli affianca un personaggio complementare, un Registratore, che assiste il protagonista oggettivandolo e gli consente di realizzare effettiva varianti alla sua esistenza. Ci troviamo così di fronte non alla mera biografia di un uomo (con tanto di genitori, infanzia, studi, amori pre e postmatrimoniali, politica…), bensì alla sua risposta al fatto che col tempo si acquista inevitabilmente una biografia. Si rappresenta quel che è possibile solo sulla scena: ossia come una vita avrebbe potuto svolgersi diversamente, con una variazione delle possibilità vissute e non vissute, in uno spettacolo che non può essere altro che prova.

Le vite parallele di un uomo in fuga da se stesso

Recensione di “Stiller” di Max Frisch

Max Frisch, Stiller, Mondadori
Max Frisch, Stiller, Mondadori

La citazione con cui si apre Stiller, uno dei migliori romanzi di Max Frisch, ne è anche la principale chiave di lettura. Si tratta di un brevissimo brano tratto da Aut-Aut, saggio scritto dal filosofo e teologo danese Soren Kierkegaard, che parla della scelta di se stesso da parte dell’uomo. Scrive Kierkegaard: “Ecco perché l’uomo fa tanta fatica a scegliere se stesso, perché in questa scelta l’assoluto isolamento è identico alla più profonda continuità, perché con essa si esclude assolutamente ogni possibilità di diventare qualcosa di diverso, anzi di trasformarsi in qualcosa di diverso”. Stiller, all’anagrafe Anatol Lugwid Stiller, è uno scultore svizzero, e la sua identità perduta, scomparsa, o per dir più esattamente messa da parte (in piena coscienza), costituisce trama e senso ultimo di questa sorprendente opera, che l’autore in principio declina secondo i canoni classici del thriller e poi vira verso gli inquietanti chiaroscuri del dramma psicologico. Frisch narra in prima persona la disavventura di Stiller, fermato in Svizzera da uno zelante doganiere che nutre dubbi sulla correttezza del suo passaporto (secondo il quale l’uomo cha ha di fronte è un cittadino americano qualunque, il signor White), rinchiuso in cella dopo aver schiaffeggiato, in un impeto d’ira, quello stesso doganiere, e invitato dalle autorità elvetiche a chiarire quell’intricata vicenda mettendo per iscritto, in una sorta di diario-confessione, tutta la propria vita. La sua prosa, agilissima, suggestiva in più di un momento, coinvolgente e ricca di sfumature, si muove tra esistenze diverse senza mai dare al lettore precisi punti di riferimento.

Annullato qualsiasi confine tra verità e menzogna, lo scrittore svizzero alterna memoria personale e ricostruzioni storiche e d’ambiente mutando costantemente prospettiva. Non c’è nulla di certo né di sicuro nel racconto che prende forma pagina dopo pagina, perché il solo terreno di confronto condiviso dai protagonisti della narrazione è quello di una disputa, allo stesso tempo patetica e tragica, su un’identità, su una vita e su tutto ciò che porta con sé. Per i suoi carcerieri, il signor White è Stiller, artista, coniugato (con una donna bellissima di nome Julika), misteriosamente scomparso da sei anni, all’indomani di un intricatissimo “affaire” spionistico internazionale. Per il malcapitato americano, invece, la convinzione delle autorità svizzere non è che un colossale errore, che poco alla volta si trasforma in una sfibrante tortura. Stiller, costretto a diventare testimone del suo passato, a tradire se stesso confessando il vero (o meglio, quel che altri ritengono essere tale), lotta con tutte le sue forze per resistere, ma fin dall’inizio la sua difesa è debole. “Non sono Stiller!” urla ai suoi aguzzini, e così facendo, quasi senza accorgersene (una mancanza peraltro condivisa anche dai carcerieri), mette a nudo tutta la sua fragilità esistenziale; in fuga da se stesso, quest’uomo senza identità che disperato oscilla tra due vite differenti (anzi, opposte l’una all’altra), non trova la forza – quella che avrebbe se potesse parlare con sincerità, limpidamente – di dichiarare chi è, ma soltanto quella di rifugiarsi in un’ostinata negazione. “Non sono chi dite di essere”, fa dire l’autore al protagonista del suo bellissimo romanzo, “e questa”, aggiunge tra le righe, è l’unica cosa che importa davvero, perché quel sono in realtà è solo una maschera bianca sulla quale è possibile disegnare qualsiasi volto. E immediatamente dopo cancellarlo”.
Stiller è un meraviglioso romanzo, un purissimo gioiello letterario, che guarda all’uomo, alle sue paure e alle sue contraddizioni con una sensibilità e un’intelligenza non comuni. È un ritratto psicologico che ha lo splendore e la perfezione di un’opera d’arte. Eccovi l’inizio, buona lettura.
«Non sono Stiller!». Giorno per giorno, da quando mi hanno portato in questa prigione che mi riservo di descrivere, lo ripeto, lo giuro e chiedo whisky, rifiutando in caso contrario qualsiasi ulteriore dichiarazione. Perché senza whisky, me ne sono accorto, non sono me stesso, ma mostro una certa tendenza a subire tutti gli influssi possibili e a recitare una parte che a loro piacerebbe ma non ha nulla a che fare con me, e poiché ora, nella pazzesca situazione in cui mi trovo (mi hanno preso per uno scomparso abitante della loro cittadina!), si tratta solo e semplicemente di non lasciarsi confondere le idee e di stare in guardia contro tutti i loro cortesi tentativi di farmi entrare in una pelle che non è la mia, di tener duro fino alla villania, dico poiché ora si tratta solo e semplicemente di non essere altro che l’uomo che purtroppo sono in verità, così non smetterò di chiedere whisky a gran voce, non appena qualcuno si avvicina alla mia cella. Del resto l’ho già fatto dire da alcuni giorni, non occorre che sia di primissima marca, basta che sia bevibile; in caso contrario io resto sobrio e allora possono interrogarmi quanto vogliono, non ne verrà fuori niente, per lo meno niente di vero. Invano! Oggi mi portano questo quaderno di fogli bianchi: devo scriverci la mia vita! Tanto per dimostrare che ne ho una, un’altra che non sia quella del loro scomparso signor Stiller.
«Lei scriva semplicemente la verità» dice il mio difensore d’ufficio «nient’altro che la pura e semplice verità. Inchiostro può farsene dare in qualunque momento!»