Una letteraria partita a scacchi

Recensione di “Le relazioni pericolose” di P.A.F. Choderlos de Laclos

Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, BUR

Il romanzo più crudele della storia della letteraturaQuesta l’impressione, fortissima, che lascia nel lettore Le relazioni pericolose, indimenticabile lavoro di P.A.F. (Pierre-Ambroise-François) Choderlos de Laclos, non uno scrittore di professione ma ben più modestamente – solo dal punto di vista letterario, s’intende – un militare, un ufficiale per essere più precisi. Spinto dall’imperante razionalismo illuminista, Chodelos de Laclos si avventura in un esperimento ardito: l’analisi scientifica di moventi e sentimenti umani. Alla stregua di un chirurgo in sala operatoria (o meglio, di un patologo al lavoro su un tavolo d’obitorio), l’autore squaderna davanti a sé, sezionandoli con impressionante freddezza, ansie, desideri di vendetta, cinici calcoli d’interesse e appassionati slanci amorosi. Quel che resta, al termine dell’operazione, non è che l’uomo nella sua squalida nudità, “animale” tra gli altri, materia ruvida, grezza, che, priva del belletto di studiati comportamenti e convenzioni imparate ad arte, ossatura del vivere sociale, sfarina tra le dita come sabbia. I tratti essenziali dell’uomo di Choderlos de Laclos non sono lo specchio deformato di quel che ognuno di noi è, sono esattamente quel che siamo, tanto nel mascheramento del vivere quotidiano quanto nei momenti in cui, da soli, guardiamo a noi stessi. Continua a leggere Una letteraria partita a scacchi

Cinematografo 1759

Voltaire, Candido, BUR
Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

L’ordine e il caos

Recensione di “Il mondo alla rovescia” di Christopher Hill

Christopher Hill, Il mondo alla rovescia, Einaudi
Christopher Hill, Il mondo alla rovescia, Einaudi

Il secolo del trionfo delle scienze, il secolo di Galilei e Newton, del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo e dei Principia Mathematica; il secolo del severo razionalismo filosofico di Spinoza e Leibniz e dei primi sviluppi del calcolo infinitesimale; il secolo di Pierre Bayle, del suo Dizionario storico-critico e dei suoi beffardi Pensieri sulla cometa, e ancora il secolo dell’uomo nuovo, dell’ateo virtuoso, il cui universo morale non ha nulla a che vedere con il credo religioso professato (o rifiutato). In una parola, il grand siècle per eccellenza; quel Seicento nobile e magnifico che fu premessa dell’Illuminismo ma che conobbe anche, seppur per una brevissima stagione, rivolgimenti e caos, che nutrì afflati rivoluzionari, diffuse utopie egualitariste disordinate e tuttavia limpide nel loro coraggio visionario, che osò ripensare il posto dell’uomo nel mondo e il ruolo di Dio nella creazione, e finanche offrire agli uomini, e a Dio stesso, un ordine alternativo. Di questo convulso pugno d’anni, di questo spalancarsi d’idee nuove che prese avvio in Inghilterra poco prima della metà del secolo per poi esplodere nel 1649, quando il “re per diritto divino” Carlo I venne decapitato, racconta il grande storico Christopher Hill (scomparso nel 2003 a novantuno anni di età) nel suo dettagliatissimo saggio Il mondo alla rovescia – Idee e movimenti rivoluzionari nell’Inghilterra del Seicento (pubblicato in Italia da Einaudi). Studioso di eccezionale valore, Hill in questo lavoro, uno dei più significativi della sua produzione, narra con entusiasmo da romanziere e rigorosa puntualità critica la sfrenata follia di un sogno prossimo a divenire realtà, a tramutarsi in fatto. Attraverso una scrittura densa ed essenziale, allo stesso tempo ricca di spunti e carica di suggestioni, Christopher Hill riesce a restituire in tutta la sua complessità la singolarità affascinante e terribile di un contesto sociale, economico e politico i cui attori principali (i ceti più bassi, gli strati più umili della popolazione), condotte fino alle estreme conseguenze le proprie rivendicazioni di giustizia e superato di slancio il confine che separa essere e dover essere, hanno finito per proclamarsi cittadini di un mondo altro e si sono assunti la responsabilità di divenire legislatori di diritti e libertà universali, promotori di una concezione condivisa della proprietà, padri fondatori di un socialismo ancora senza nome ma non per questo privo di contenuto o di idealità.

Nelle splendide pagine del saggio di Hill risuona con forza l’eco dell’eresia dei poveri, degli ultimi, che come un’improvvisa scossa di terremoto ha attraversato l’instabile Inghilterra del Protettorato Repubblicano di Cromwell; livellatori, zappatori (il cui disegno sociale è tratteggiato nei particolari in un altro saggio fondamentale: Il piano della legge della libertà di Gerrard Winstanley), contadini, artigiani, un popolo nuovo, ribattezzato e risorto, fa sentire la propria voce, e a quella voce dà concretezza realizzando esperimenti di convivenza, costruendo ardite teorie economiche, cercando con ostinazione un modello di vita capace di rifiutare una volta per tutte e per sempre il sistema fino ad allora ritenuto intoccabile: un consesso umano basato sulle distinzioni di rango, sui privilegi, sul censo, e come se tutto questo non fosse sufficiente, gravato anche dal peso insopportabile del peccato, maligna eredità che una volta di più ferisce e umilia gli ultimi, condannati per i loro errori a un’eternità di pene e tormenti che non può non essere percepita e giudicata come grottesco specchio di un’atroce quotidianità.

Che ogni voce, ogni eco, si spenga nella restaurazione della monarchia, nell’incoronazione di Carlo II, nell’assolutezza del suo regnare (contraddistinto dall’abolizione del Parlamento), che l’epopea fragorosa delle “utopie dei pezzenti” fiorite dal 1645 al 1653 (gli anni presi in considerazione nell’opera di Hill) si risolva in un sostanziale fallimento, in una sconfitta, dimostra soltanto una sorta di “immaturità” delle forze propulsive della storia; nel quadro così precisamente rappresentato da Christopher Hill, infatti, si muovono, ed egli ha il merito di indicarcele con estrema chiarezza, quelle forze (di pensiero più che d’azione) che da una parte sfoceranno nella rivoluzione francese del 1789 e dall’altra (proprio in Inghilterra) saranno fondamentali nella realizzazione di un articolato socialismo libertario.

Il mondo alla rovescia, oggi purtroppo fuori catalogo, è una lettura più che consigliata. Non solo perché getta luce su un periodo poco noto ma assai fecondo della storia d’Europa, ma anche per il fatto che, come tutte le opere di ampio respiro, nel definire il passato in qualche misura contribuisce a spiegare il presente. Buona lettura a tutti, dunque.

All’incrocio di due mondi estranei

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi
Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi

“Sii un ebreo in casa tua e un uomo quando ne esci” afferma David Karnowski rivolto al figlio neonato al termine della cerimonia di circoncisione. Resta fedele, con l’intelletto e il cuore, al tuo mondo, al tuo credo, alla verità, e vivi tra gli altri, allo stesso modo degli altri, in tutto ciò che, pur senza essere essenziale, non è privo d’importanza: l’istruzione, la lingua, il lavoro. Adoperati affinché due mondi, destinati a essere estranei l’uno all’altro, trovino in te un punto di contatto, un equilibrio, un’ombra di pace. La benedizione pronunciata da David Karnowski, e la speranza che riverbera in essa, sono il filo conduttore e la chiave interpretativa del romanzo La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (fratello maggiore del più noto Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978), imponente saga familiare che, nel raccontare le vicissitudini di tre generazioni, copre un arco di tempo che va dalla fine dell’Ottocento fino ai primi, drammatici anni della dittatura nazista. La prosa severa di Singer evoca inquietudine, spaesamento, precarietà; nelle sue pagine risuonano tanto il flebile sussurro della speranza, della preghiera e della supplica quanto la voce limpida e chiara della volontà, della fierezza, della dignità. In questi estremi opposti, nella quiete apparente carica di ansie e di tormenti delle donne, dei rabbini e degli studiosi, e nella lotta tenace, testarda degli uomini per l’affermazione, il prestigio, l’assimilazione e il riconoscimento, risuona l’eco di un’unica, amara consapevolezza: quella di essere ebreo, dunque straniero, sempre, in ogni tempo e in qualsiasi luogo. E’ una genealogia del dolore e dell’umiliazione quella cui dà vita e sostanza Israel J. Singer; egli dipinge in tutte le possibili sfumature di colore l’affresco tragico di un riscatto mancato (o meglio, di un riscatto impossibile), mostra senza reticenze l’intollerabile vergogna dell’identità sistematicamente violata, descrive, con disillusa onestà, il quotidiano martirio di chi, senza ragione, viene privato del diritto di essere se stesso. E nel trascorrere degli anni e nell’alternarsi delle generazioni, l’autore racconta, attraverso la vita di tre protagonisti – il capostipite David, razionalista, ammiratore di Moses Mendelssohn e seguace del suo approccio illuminista alla fede, che decide di abbandonare la natia Polonia e la soffocante ritualità superstiziosa della comunità hassidica d’appartenenza in favore della colta e aperta Berlino; il figlio Georg, che proprio a Berlino, dopo un’adolescenza turbolenta, diverrà medico di successo e sposerà, suscitando non poco scandalo, una gentile, una donna tedesca; e infine il nipote Jegor, a un tempo goy (non ebreo) ed ebreo, puro e impuro, ariano solo in parte, perseguitato allo stesso modo dall’orgoglio del padre e del nonno e dalle dementi teorie razziali del nazismo nascente, che individuano in lui un facile bersaglio – la fatica d’esistere di chi è costretto, con ogni mezzo, a guadagnarsi la sopravvivenza, il respiro, lo schiudersi degli occhi al giorno.

Tra gioie e sofferenze, rovesci e fortune, i Karnowski, e con loro migliaia di altri ebrei tedeschi, insediati in Germania da generazioni oppure immigrati da poco dallest, alimentano con coraggio, disciplina, qualche volta persino con astuzia (è il caso dell’acuto commerciante Solomon Burak, uno dei caratteri più riusciti del romanzo, consapevole del fatto che agli occhi del mondo “l’ebreo è impuro ma i suoi soldi sono kasher” e pronto a sfruttare a proprio favore la seduzione irresistibile del denaro) il sogno ingenuo della patria, della condivisione. Tedeschi tra i tedeschi, gli ebrei si danno da fare per la prosperità della nazione, allo scoppio del primo conflitto mondiale combattono nelle trincee, muoiono, sopportano gli stenti dei durissimi anni del dopoguerra e infine si arrendono alla retorica distorta ma piena di fascino della “patria rinascente”, che, bisognosa di un nemico, di qualcuno cui addossare la responsabilità delle proprie sventure, decide di nutrire il proprio popolo (gli ariani, il puro sangue tedesco) d’odio e di cieco desiderio di vendetta. Ricomincia allora, per coloro che per tempo riescono a salvarsi dagli aguzzini saliti al potere, l’eterno peregrinare, questa volta al di là dell’oceano, nell’immensa, accogliente e misteriosa terra d’America, dove, spogliati di tutto tranne del loro essere ebrei, giungono i Karnowski. Di nuovo poveri, di nuovo miseri, di nuovo alla ricerca di un angolo dove essere, senza vergogna né colpa, ciò che sono dalla nascita: ebrei.

Romanzo partigiano ma mai insincero, potente nella prosa, incisivo nella capacità d’analisi, colto e di grande lucidità nella concezione della storia, dell’uomo, del male e del bene, frutto di un pessimismo deterministico che convince tanto quanto spaventa, La famiglia Karnowski è un’opera di notevole spessore. Il lavoro, magnifico (l’ultimo), di un grande scrittore.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Anna Linda Callow. Buona lettura.

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! E’ per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio.

Il sapiente studia la verità. E osa dirla

 

Medico e filosofo, illuminista convinto, rigoroso ed entusiasta, Julien Offroy de La Mettrie fu principalmente un uomo coraggioso, che seppe cogliere e interpretare lo spirito nuovo del suo tempo e decise di lottare per difendere le sue idee. Allievo di Hermannus Boerhaave, medico e chimico olandese considerato uno dei grandi modernizzatori della medicina del XVIII secolo, La Mettrie approfondì in modo particolare gli studi di fisiologia e a più riprese si occupò delle alterazioni mentali conseguenti a traumi subiti dal sistema nervoso. Fu proprio grazie a queste esperienze (per certi versi rivoluzionarie) che il pensatore francese maturò, riguardo all’uomo, le convinzioni materialistiche che divennero cardine del suo pensiero e gli valsero attacchi virulenti e altrettanto feroci persecuzioni; al punto che il suo libro più famoso, L’uomo macchina, pubblicato nel 1748 in Olanda (Paese in cui aveva trovato riparo dopo essere fuggito dalla natia Francia), non solo venne pubblicamente condannato ma addirittura dato alle fiamme in piazza. Un odio implacabile, dunque, figlio principalmente della paura (del cieco fanatismo religioso in primis, per nulla disposto ad accettare una dottrina che dichiara l’uomo semplicemente una macchina, estremamente complicata, certo, ma pur sempre una macchina, all’interno della quale la componente spirituale dell’anima non ha più ragion d’essere, ma anche di una consolidata tradizione culturale e di pensiero che più di tutto teme di perdere il proprio incontrastato dominio, di vedere messe in dubbio, quando non apertamente contestate, le proprie verità, come per esempio la cartesiana attribuzione all’anima razionale delle attività cognitive superiori dell’uomo, cioè pensiero e volontà), ma soprattutto antimoderno e, seppur a un livello ancora embrionale, antiborghese. Per dirla con le parole di Giulio Preti, autore di una splendida e densissima postfazione all’edizione de L’uomo macchina pubblicata dalla Casa Editrice SE (collana L’Altra Biblioteca), “L’homme machine è una di quelle opere che, più di molte altre, valgono non tanto per sé quanto come documento ed espressione di un tempo, di un’epoca, di una mentalità. Più che una grande opera, è un’opera rappresentativa. Ma rappresentativa di una grande epoca e di un grane movimento di idee: l’Illuminismo. La borghesia non è sempre stata reazionaria: come tutte le classi, come tutti gli uomini ha conosciuto la propria giovinezza, ed è stata una giovinezza gloriosa, trionfante, potente, luminosa. Nell’età moderna, la borghesia europea ed americana si è affermata nel mondo come classe rivoluzionaria, come classe che ha voluto e saputo rinnovare radicalmente, adattare alle proprie esigenze e ai propri istinti di felicità uomini e cose, la natura esterna come le istituzioni e le leggi. Non bisogna giudicarla da quello che è oggi; ai suoi tempi questa classe ha saputo vincere le distanze, la fame, le malattie, i pregiudizi religiosi, i privilegi «per diritto divino», affermando la grande verità (che i borghesi di oggi non amano sentir ripetere) che gli uomini nascono liberi e uguali, senza differenza di origine, razza o classe sociale; affermando che l’uomo è sovrano nello Stato politico come è sovrano nella natura. Nel campo ideologico, l’espressione delle energie e delle aspirazioni della borghesia è stato il movimento filosofico e scientifico dell’Illuminismo […] caratterizzato da una decisa volontà di liberare la cultura, ivi comprese le istituzioni e i costumi, dall’impero di una tradizione che si reggeva solo perché tradizionale, e solo perché sorretta dagli interessi egoistici e classisti dei preti e dei vecchi aristocratici. Ma è caratterizzato anche da una grande fede nell’intelligenza, e nel potere di questa di portare l’uomo, attraverso una migliore conoscenza di se stesso e della natura, ad una vita, individuale e sociale, più felice. Il Seicento aveva visto il grandioso fenomeno della nascita della scienza moderna; il Settecento ne vede l’assetto e il mirabile sviluppo; fra i due secoli sta la gigantesca figura di Isaac Newton, che nella sua opera ne sintetizza uno aprendo l’altro. Il newtonianismo diventa l’indirizzo spirituale dominante nell’Inghilterra, e poi nell’Europa, del secolo XVIIII. «Newtonianismo» significa culto della ragione scientifica, di quella ragione che procede sicura nella conoscenza del mondo senza affidarsi a ragionamenti astratti e a priori e neppure esclusivamente alle apparenze sensibili, ma contemperando indagine sperimentale con ragionamento matematico. Esso, nel Settecento, va assai al di là delle intenzioni dello stesso Newton: diventa un appello all’esperienza e alla ragione contro tutte le forme di religione positiva (chiesastica), di dogmatismo e di fanatismo; non solo la conoscenza della natura, ma anche la conoscenza del cuore e della natura dell’uomo, delle leggi più utili, della morale, vengono affidate all’intelligenza scientifica, sottraendole alla tradizione e all’insegnamento di preti e monarchi”.
Manifesto orgoglioso di un nuovo antropocentrismo (con l’uomo posto al centro della ricerca scientifica e non più del mondo), L’uomo macchina, che si apre con una dedica al celebre anatomista tedesco Albrecht von Haller, cerca nel corpo, e solo nel corpo (nella macchina del corpo) la risposta a una delle irrinunciabili domande della filosofia: cos’è l’uomo? Stabilito che si tratta di una macchina, La Mettrie indica anche le discipline necessarie alla sua conoscenza, che dev’essere necessariamente a posteriori (non c’è spazio, qui, per nessuna metafisica aprioristica, che in realtà non è che vuoto chiacchiericcio): medicina, fisiologia, anatomia comparata, patologia. Attraverso esse è possibile, sostiene La Mettrie, comprendere anche il funzionamento della mente, e più ancora le sue disfunzioni; ed è esattamente qui, nell’analisi della pazzia e dell’alienazione (considerati stati riconducibili a danni fisicisubiti dal sistema nervoso) che L’uomo macchina dimostra tutta la sua modernità; il suo autore, infatti, chiede per coloro che compiono efferatezze in preda al delirio non le severe punizioni previste dal sistema penale in voga, bensì delle cure appropriate. La “riduzione” dell’essere umano a macchina, dunque, all’opposto di quanto sostenuto da avversari e detrattori di La Mettrie, non coincide con la sua degradazione ma con la sua più autentica rappresentazione.
Trattato agile, breve, estremamente chiaro e diretto nello stile espositivo, L’uomo macchina, pur non essendo un testo fondamentale, resta pur sempre un documento assai significativo; è un’opera coraggiosa e forte, una testimonianza della tenace volontà di progresso dell’uomo. Leggerla non è impossibile per chi sia digiuno di filosofia (la già citata edizione SE ha un ottimo apparato di note), anche se conoscere almeno a grandi linee il dibattito culturale dell’epoca (e i sistemi di pensiero di Cartesio, Locke, Leibniz e Malebranche) agevola non poco la comprensione del saggio.
Eccovi l’inizio. Il primo paragrafo, significativamente intitolato Critica dello spiritualismo, e parte del secondo, Ragione e rivelazione. Buona lettura.
Non basta che un sapiente studi la natura e la verità: deve anche osare dirla a vantaggio del piccolo numero di coloro che vogliono e possono pensare – infatti agli altri, che sono volontariamente schiavi dei pregiudizi, non è possibile di raggiungere la verità più che alle rane di volare.
Riduco a due i sistemi dei filosofi intorno all’anima umana: il primo, e più antico, è il sistema del materialismo; il secondo è quello dello spiritualismo.
I metafisici che hanno insinuato che la materia potrebbe avere la facoltà di pensare non hanno disonorato la loro ragione. Perché? Perché hanno il vantaggio (che in questo caso è davvero un vantaggio) di essersi espressi male. Infatti, chiedere se la materia possa pensare, considerandola soltanto in se stessa, è come chiedere se la materia possa segnare le ore. Si vede subito che noi eviteremo questo scoglio, contro il quale Locke ha avuto la disgrazia di urtare.
I leibniziani, con le loro monadi, hanno formulato una ipotesi inintelligibile: hanno piuttosto spiritualizzata la materia che materializzata l’anima. Ma come si può definire un essere la cui natura ci è completamente sconosciuta?
Descartes e tutti i cartesiani, fra i quali da molto tempo si annoverano i seguaci di Malebranche, hanno commesso lo stesso errore: hanno ammesso due sostanze distinte nell’uomo, come se le avessero viste e contate.
I più saggi hanno detto che l’anima non potrebbe conoscersi senza i lumi della fede,: tuttavia, nella loro qualità di esseri ragionevoli, hanno creduto di potersi riservare il diritto di esaminare quello che la Scrittura ha voluto dire con la parola spirito, di cui si serve quando parla dell’anima umana. E se nelle loro ricerche non si sono trovati d’accordo con i teologi, forse che questi ultimi lo sono fra di loro più di quanto lo siano gli altri?
Ecco in poche parole il risultato di tutte le loro riflessioni.
Se c’è un Dio, egli è autore della natura come della rivelazione: ci ha dato l’una per spiegare l’altra e la ragione per accordarle fra di loro.
Diffidare delle conoscenze che si possono attingere dai corpi animati equivale a considerare la natura e la rivelazione come due contrari che si distruggono, e di conseguenza è come osare sostenere questa assurdità: che Dio si contraddice nelle sue diverse opere, e ci inganna.

Dunque, se c’è una rivelazione, essa non può smentire la natura.