La “scienza romantica” del cervello

Recensione di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi

Cos’è esattamente e cosa significa l’espressione “Geografia del mondo”? E qual è il senso di una frase come “il mondo dietro una canzone”? E cosa studia la “scienza romantica”? A tutte queste domande offre una risposta la definizione di “paesaggio interiore”, quell’insieme di sensazioni, emozioni, esperienze, ricordi, attese, desideri, sogni e con essi quella delicatissima ingegneria chimico-fisica del cervello che presiede a un’architettura unica, irripetibile, che non è possibile studiare più di quanto sia possibile scomporre in fattori primi un flusso di coscienza ma che va conosciuta, o per dir meglio, esplorata, con il rigore della scienza e l’entusiastica curiosità dell’appassionato, con l’attenzione dell’esperto e la spontaneità dell’innamorato, con l’approccio del medico e l’incorrotta pietà da cui a volte, per una sorta di miracolo, l’uomo è toccato. Questa personale geografia, che pur essendo patrimonio singolo parla la lingua degli universali, è allo stesso tempo salute e malattia, è difficoltà, tragedia, impotenza, ed è sovrabbondanza, luce così intensa e forte da abbacinare e tenebra impenetrabile, esasperata vitalità e tetro silenzio, pura gioia e muta resa, ed è lo spazio mentale e fisico lungo il quale si dipanano le storie che compongono il meraviglioso libro di Oliver Sacks intitolato L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (in Italia pubblicato da Adelphi nella traduzione di Clara Morena). Neurologo, psichiatra, scienziato e non ultimo umanista (proprio come lo è stato uno dei suoi maestri, il russo Alexandr Romanovic Lurija, da Sacks più volte citato – è sua l’espressione “scienza romantica” – e unanimemente riconosciuto come il fondatore della neuropsicologia) Oliver Sacks narra storie ai limiti dell’incredibile, avventure da barone di Munchausen della mente e del corpo occorse ai suoi pazienti, tutti affetti da gravi patologie cerebrali; nel raccontare, tuttavia, l’autore, pur senza omettere nulla del quadro clinico preso in esame, trascende la concretezza della malattia, del danno così come siamo abituati a considerarla, in quella sorta di abito di severa astrattezza con il quale guardiamo a una minaccia che non comprendiamo se non come potenziale pericolo, per giungere, esattamente nello stesso modo in cui si comporta il male ma dalla prospettiva opposta, all’uomo considerato nella sua integrità (non importa quanto fragile, quanto instabile), perché questa questa completezza è l’essenza dell’essere umano, il suo senso ultimo, ed essa, malgrado le devastazioni causate dalle patologie, non viene mai realmente meno. Scrive infatti Sacks: “Il termine preferito della neurologia è «deficit», col quale si denota una menomazione o l’inabilità di una funzione neurologica […]. Ad attrarre il mio interesse […] sono stati non tanto i deficit in senso tradizionale, quanto le turbe neurologiche che colpiscono il sé. Queste turbe possono essere di vari tipi, possono derivare da un eccesso non meno che da un indebolimento di una funzione, e pare ragionevole considerare queste due categorie separatamente. Ma va detto fin dall’inizio che una malattia non è mai semplicemente una perdita o un eccesso, che c’è sempre una reazione, da parte dell’organismo o dell’individuo colpito, volta a ristabilire, a sostituire, a compensare e a conservare la propria identità, per strani che possano essere i mezzi usati: e lo studio o l’orientamento di questi mezzi, non meno che lo studio dell’insulto primario al sistema nervoso, è parte fondamentale del nostro lavoro di medici”.
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Fu guerra civile

Recensione di “La bella Resistenza” di Biagio Goldstein Bolocan

Biagio Goldstein Bolocan, La bella Resistenza, Feltrinelli

“Nella memoria e nella retorica di chi la Resistenza l’ha combattuta davvero, di chi ha visto cadere i propri compagni di lotta, la guerra del 1943-1945 è stata una guerra di liberazione nazionale contro l’invasore tedesco e il suo complice fascista, traditore della patria; è stata il sacrificio di un intero popolo che lavava l’onta e la vergogna della dittatura, combattendo a fianco degli Alleati la lotta finale contro la barbarie nazifascista. Per molti anni, i fascisti repubblichini che hanno combattuto a fianco della Germania nazista, e ancor più chi tra il 1944 e il 1945 ha indossato la divisa tedesca, sono stati considerati come traditori dell’Italia, rinnegati, indegni del nome di italiani. Ma c’è un problema aperto che ci impedisce di scrivere la parola ‘fine’ a questa storia. Coloro che combatterono dalla parte dei nazisti e dei fascisti, senza rinnegare Mussolini e anzi schierandosi al fianco di Hitler, non erano esseri alieni. Erano anch’essi italiani, al pari di quelli che presero la via della montagna e animarono la Resistenza. In questo senso, la guerra combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945 è stata innegabilmente anche una guerra civile, cioè combattuta tra uomini e donne appartenenti alla stessa comunità nazionale. Per tanto tempo questa semplice verità è stata taciuta o negata. Per tutti coloro che si riconoscevano nella Repubblica democratica nata dalla resistenza ammettere che la guerra di liberazione fu una guerra civile significava correre un grande rischio: accordare dignità e onore ai nemici, mettendo sullo stesso piano morale e politico chi aveva combattuto per la libertà e la democrazia e chi aveva difeso la dittatura, l’antisemitismo e lo sterminio di sei milioni di ebrei, oltre a centinaia di migliaia di rom, testimoni di Geova, omosessuali e avversari politici. Una preoccupazione comprensibile. Molti fascisti, infatti, teorizzavano che il loro unico torto fosse stato quello di aver perso: se avessero vinto […] sarebbero stati loro gli eroi, gli ‘italiani’ veri, e i partigiani sarebbero stati i banditi e i traditori della patria […]. Anche per me è stato difficile accettare l’idea che la guerra di liberazione nazionale sia stata una guerra civile: così facendo, infatti, mi sembrava di concedere l’‘onore delle armi’ a dei criminali che avevano ucciso il nonno e lo zio di mio padre, che avevano emanato leggi orribili contro gli ebrei, costringendo mio padre e le sue sorelle ad abbandonare la scuola perché ritenuti inferiori […]. Nonostante la rabbia e il fastidio, alla fine, però, ho dovuto riconoscere alcuni principi molto semplici: la verità è un valore in sé; solo dalla verità nasce la consapevolezza; non bisogna aver paura delle parole, né della verità che esse esprimono. Io non ho più paura delle parole: quella combattuta tra il 1943 e il 1945 è stata una guerra civile che ha opposto italiani a italiani. Alcuni hanno vinto, altri hanno perso”. Così scrive, quasi al termine del suo libro, Biagio Goldstein Bolocan, autore di La bella Resistenza – L’antifascismo raccontato ai ragazzi (Feltrinelli), prendendo coraggiosamente posizione in merito a una questione di storia patria ancora aperta (e per molti versi sanguinante). Dopo aver narrato la dolorosa storia della propria famiglia, che subì le conseguenze delle leggi razziali; dopo aver sovrapposto, in capitoli alterni, le drammatiche vicende delle persone a lui più care a quadri di storia, riepilogando per sommi capi l’avvento del fascismo in Italia, la presa del potere da parte di Hitler in Germania, lo scoppio del secondo conflitto mondiale e la vittoria finale degli Alleati al termine di cinque terribili anni di conflitto, Bolocan si schiera; il suo “antifascismo raccontato ai ragazzi” diventa così, da agile volume di divulgazione – punto di partenza per più che necessari approfondimenti – trasparente assunzione di responsabilità; nel vestire i panni dello storico prima di quelli dello scrittore egli si preoccupa di chiarire i termini della questione che intende affrontare, di non lasciare spazio agli equivoci.
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Si poteva anche chiamare così

Recensione di “Chiamalo sonno” di Henry Roth

Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti

“I termini del caso ‘Henry Roth’ – uno dei casi letterari più sconcertanti del Novecento americano – sono presto detti, Nel 1934, quando fu pubblicato Call It Sleep, il nome di Roth era ignoto a tutti se non al gruppo di artisti e intellettuali del Village, amici di Eda Lou Walton, insegnante e scrittrice di fama, con la quale Roth conviveva. Subito, il romanzo di questo giovane sconosciuto si trovò al centro di un acceso dibattito: da una parte la critica legata all’estetica del realismo socialista, che rimproverava a Roth di avere ‘sprecato’ la sua esperienza nei ghetti ebraici di New York in un’opera ‘borghese’ nei suoi intendimenti intimistici, in assoluta indifferenza verso le istanze della rivoluzione proletaria; dall’altra, la critica non marxista, la quale inneggiava al romanzo per la sua poesia, per l’approfondimento psicologico, per la complessità della tessitura simbolica. Una casa editrice delle più importanti, la Scribrner’s, si affrettò ad anticipare mille dollari per assicurarsi il suo secondo romanzo. Da quel momento ebbe inizio il ‘caso’: dopo aver scritto un centinaio di pagine, Roth si bloccò. Definitivamente […]. Che cosa rappresenta Call It Sleep nella narrativa del Novecento? […]. Oggi Call It Sleep è universalmente riconosciuto come un capolavoro, e non soltanto in contesto americano. Romano Bilenchi lo definisce uno dei culmini, perché la confluenza, di tutto il Novecento. Vi si immettono, funzionalizzandosi a un sistema semantico del tutto originale, Joyce ed Elliot, la tradizione talmudica e lo humour yiddish, Freud e il mito greco, la lezione sulla prospettiva di James e la lezione sul tempo di Bergson; senza peraltro, va subito detto, che tali e tante presenze costituiscano citazione colta fine a se stessa […]. Si può leggere Call It Sleep come sensibilissimo, commosso Bildungsroman; come realistica tranche de vie della New York più umile a inizio secolo; come grande metafora del processo di trasformazione dell’europeo in americano; come studio, di rara profondità e percezione, di rapporti familiari vissuti da un’attenta coscienza infantile. Lo si può leggere come romanzo ‘ebraico’ o come romanzo ‘americano’, come arena del più delicato lirismo, o del più audace, del più sgargiante sperimentalismo linguistico”. Così Mario Materassi illustra Chiamalo sonno di Henry Roth (del quale, per Garzanti, è anche traduttore), opera per molti versi universale, crogiolo razziale e linguistico che nelle pagine del romanzo riverbera nella spontaneità dei dialetti più diversi (tedesco, italiano, yiddish e altri ancora), forse la testimonianza più forte della massiccia immigrazione straniera in America di inizio Novecento, per poi rapprendersi nella lingua particolarissima, inesplicabile e unica delle emozioni di un bambino, il protagonista indiscusso della storia, David Schearl, giunto dall’Austria con la madre negli sconosciuti Stati Uniti, la “terra dell’abbondanza e delle opportunità” per ricongiungersi al padre e qui gettato nel grembo sconosciuto e terrorizzante della vita
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Linguaggio, misura delle nostre vite

Recensione di “L’importanza di ogni parola” di Toni Morrison

Toni Morrison, L’importanza di ogni parola, Frassinelli

“[…] Ai fini della prosecuzione del mio discorso, vorrei che concordassimo sul fatto che in tutta l’istruzione che riceviamo, dalle varie scuole, ma anche a casa o per strada o altrove, che derivi dallo studio o dall’esperienza, avviene una sorta di progressione: passiamo dai dati alle informazioni alla conoscenza alla saggezza. Separare una cosa dall’altra, essere capaci di distinguerle, cioè capire le limitazioni e il pericolo derivanti dall’uso dell’una senza le altre, e nel contempo rispettare ciascuna categoria dell’intelligenza, è in genere l’obiettivo di un’istruzione seria. E, se siamo d’accordo sul fatto che esiste una progressione con uno scopo, allora vi accorgerete subito di quanto possa essere demoralizzante il progetto di trarre o costruire o fabbricare narrativa dalla storia, o di quanto sia facile, e allettante, presumere che i dati siano in realtà conoscenza. O anche che le informazioni siano saggezza. O che la conoscenza possa esistere senza dati. E capirete con quanta facilità, e quanto poco sforzo, una cosa possa mettersi in mostra travestita da un’altra. E con quanta rapidità possiamo dimenticare che la saggezza senza conoscenza, la saggezza senza alcun dato, è solo un’intuizione […]. L’altro problema […] era rappresentato dalla schiavitù […]. Come starci dentro senza arrendersi a essa? […]. Il problema era come togliere il potere immaginativo, il controllo artistico all’istituzione della schiavitù e collocarlo dove era giusto che stesse: nelle mani degli individui che la conoscevano, certo non meno degli altri, e cioè gli schiavi. Senza, però, liquidarla in fretta o sminuirne l’orrore. Perché il problema è sempre la pornografia della violenza. È molto facile scrivere di un argomento del genere e ritrovarsi nella posizione di un voyeur, scoprire che la violenza, le scene grottesche, il dolore e la sofferenza sono diventati la scusa stessa per leggere il libro; e provare un certo gusto a osservare le sofferenze altrui”. Toni Morrison, scrittrice statunitense Premio Nobel per la Letteratura nel 1993, riflette su letteratura, politica, società, diritti umani, razzismo, sul significato, o meglio sull’inestricabile groviglio di significati legati al colore della pelle, all’“appartenenza biologica”, concetto tanto astratto quanto pericoloso che da troppo tempo ormai (forse da sempre, un pensiero che dà vertigine) ha sostituito quello di consesso umano, nella raccolta L’importanza di ogni parola (in Italia pubblicata da Frassinelli nella traduzione di Silvia Fornasiero e Maria Luisa Cantarelli). 
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Sullo sfondo, la guerra

Recensione di “Stirpe di drago” di Pearl S. Buck

Pearl S. Buck, Stirpe di drago, Mondadori

“Nata a Hillsboro nella Virginia occidentale il 26 giugno 1892 da Absalom Sydenstricker e da Caroline Stulting, Pearl Comfort nell’autunno dello stesso anno è già in viaggio verso la Cina dove i genitori fanno i missionari della chiesa presbiteriana (calvinista). Presso Chin-kiang, una città di 200.000 abitanti sul fiume Yang-Tse essi possiedono un confortevole bungalow. La vita procede senza particolari scosse fino al 1900 quando, con la rivolta dei Boxer, i Sydenstricker sono costretti a riparare precipitosamente a Shangai. In generale, appunto per il ruolo svolto, i missionari vivevano in una condizione privilegiata pur se non scevra da pericoli: privilegiata perché, come nel caso dei Sydenstricker, disponevano di molto denaro e di moltissimi mezzi e appoggi; pericolosa perché il brigantaggio ufficializzato, i traffici d’oppio, l’organizzazione della prostituzione dilagante – aspetti tipici di un paese poverissimo e arretrato – insidiavano la vita dei colonizzatori […]. Pearl apprende la lingua cinese da King e da una governante cantonese. Sarà la vecchia cantonese a raccontarle leggende e storie di magia taoiste, mentre il maestro King le insegna il pechinese. Quando nel 1910 i genitori la mandano a studiare a Lynchburg in Virginia, Pearl Comfort conosce già parecchi dialetti cinesi e, a fondo, la lingua letteraria […]. È impossibile parlare dell’opera di Pearl Comfort Sydenstricker Buck senza pensare alla Cina nella quale è vissuta per quasi metà della sua vita, una Cina fiabesca e violenta, povera e piena di sesso, un paese dove non si è mai sentita ospite ma dove è vissuta in una posizione di assoluto privilegio economico e sociale, dove i termini Occidente e Oriente sono stati anche per lei dei termini di comodo […]. Rimane da annotare un fatto assai importante: Pearl Sydenstricker Buck è ancora oggi una delle scrittrici più amate e seguite. Come mai, se il paese di cui ha così diffusamente scritto è tanto mutato nelle sue strutture e nella sua stessa vita quotidiana? Perché il mondo della Buck era, nonostante le apparenze, un mondo variegato, anche ambiguo, sempre tuttavia assai stimolante. La violenza degli uomini contrasta con la grande umanità delle donne. In verità dell’animo femminile, l’americana sapeva tutto. La personalità delle varie figure rende perciò incisive le trame e plausibili gli esiti delle storie. Nonostante Pearl Comfort abbia tentato molte altre strade, essa è rimasta la maggior vessillifera di una Cina di cui, anno dopo anno, si va perdendo traccia”. Così Ferruccio Fölkel, nella postfazione a Stirpe di drago (in Italia pubblicato da Mondadori nella traduzione di Giorgio Monicelli) introduce all’opera della scrittrice statunitense Premio Nobel per la Letteratura nel 1938, un’opera che pur avendo la Cina come orizzonte, confine e palcoscenico quel che porta in primo piano è la complessa umanità dei suoi personaggi. In Stirpe di drago, dove si narra la resistenza ostinata di una famiglia contadina (meglio, di un intero villaggio) all’indomani della feroce invasione giapponese del 1937, che si consumò tra violenze e massacri indicibili, a emergere, in un raccontare quieto, regolare, che pare seguire l’eterno ritorno delle stagioni, che ha il respiro allo stesso tempo ingenuo e saggio di un sapere popolare nutrito di tradizioni, di credenze, della memoria della terra e del miracolo della vita che custodisce nel suo grembo, non è lo sconvolgimento delle armi, che esplode improvviso con la violenza di un temporale e lascia le genti interdette più che spaventate, sorprese più che terrorizzate (e in seguito, una volta compreso senza possibilità di dubbio ciò che è accaduto, persuase che una costante, determinata resistenza passiva sia l’unica risposta possibile al nuovo ordine imposto dai conquistatori, l’unica autentica dimostrazione di patriottismo), bensì il carattere dei protagonisti, della famiglia di Ling Tan in particolare, attorno alla quale l’intero romanzo è costruito
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“Sono Nando… detto Ferdi”

Recensione di “Prosciutto e uova verdi” di Dr. Seuss

Dr. Seuss, Prosciutto e uova verdi, Giunti

Quando possiamo dire, di un cibo, che ci fa impazzire, o al contrario che ci induce a fuggire a gambe levate non appena qualcuno decide di portarlo in tavola? Dopo averlo assaggiato, naturalmente. Dopo aver messo alla prova noi stessi e ciò che è stato preparato e aver compreso, grazie alle sensazioni di piacere o di disgusto da cui siamo stati attraversati, cosa ci piace e cosa, all’opposto, detestiamo. Ma è davvero sempre così? Siamo davvero certi di dare una possibilità a qualsiasi piatto (e con ciò a noi che lo proviamo)? Non è forse vero che in parecchi casi – guarda caso tutti relativi a quel che diciamo di non amare – a rispondere in vece nostra è qualcosa di molto simile a un pregiudizio? Un non mi piace di natura quasi metafisica? Un non lo voglio (o più semplicemente un netto no) che non poggia su esperienza alcuna? Se ci fermiamo a pensare non possiamo che ammettere che le cose stiano così. Quel che ci rifiutiamo di mangiare, spesso è qualcosa che non abbiamo mai nemmeno sfiorato. Ma questo, potrebbe obiettare qualcuno, è ciò che fanno abitualmente i bambini, i più piccoli; è tipica della loro età l’ostinazione critica verso certe preparazioni; la verdura in modo particolare, ma può capitare che i capricci tocchino anche alla frutta, alla pasta, al riso, alla carne… Poi, per fortuna, si cresce, e queste resistenze, una dopo l’altra, cadono. Se anche ne rimane qualcuna, che male può esserci? D’accordo, rifiutarsi di mangiare per nessun’altra ragione che non sia la convinzione (indifendibile, ma cosa importa?) che quel che viene offerto non piace a propri è un modo di fare tipico dei fanciulli, ma questo non significa certo che una situazione simile, solo con protagonisti diversi, anzi opposti (un adulto che non vuole in nessun caso mangiare e un bambino che cerca in ogni modo di convincerlo a provare, comportandosi proprio nella stessa identica maniera in cui si comportano genitori alle prese con figli riottosi, e cioè cercando di superare le resistenze proponendo il cibo nei modi più originali e fantasiosi) non possa darsi. In fondo, non abbiamo riconosciuto che qualche resistenza l’abbiamo portata con noi attraverso gli anni? Così, sono proprio un adulto tenacemente “bambinesco” nella sua decisione di non mangiare a nessun costo e un vivacissimo bambino di nome “Nando… detto Ferdi”, che d’improvviso compare con un vassoio colmo di una improbabile delizia, i protagonisti dello splendido, divertentissimo, irrefrenabile Prosciutto e uova verdi di Dr. Seuss, deliziosa filastrocca in rima baciata (degna di nota l’ottima traduzione di Anna Sarfatti per Giunti Junior) che mette in burla il rituale dell’offerta-respinta che sempre si ripete dinanzi a un piatto preventivamente giudicato “cattivo”. 
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Una crudele insensatezza

Recensione di “Il posto” di Annie Ernaux

Annie Ernaux, Il posto, L’Orma

C’è un momento in cui la diversità, che tutti contraddistingue, si fa estraneità? C’è un momento in cui questa semplice caratteristica, questo dato di fatto, diviene la perversione di se stessa, si tramuta in malattia, in qualcosa di odioso, detestabile, in conflitto? Esiste questo momento? È distinguibile da tutto ciò che da esso si origina? Come lo si scopre? Come lo si isola? In che modo lo si studia, lo si analizza, lo si decifra? La diversità, brandita come un’arma, j’accuse gettato addosso all’altro, agli altri, a chiunque, divinità multiforme invocata per proteggersi, per difendere la propria unicità, il proprio inviolabile io sono dalla montante marea d’uniformità che è tutti gli altri, patetico soliloquio di sussurri ossessivamente ripetuti come formule magiche, come scongiuri, nessuno capisce, nessuno comprende davvero, solo io, solo io, è il fiume carsico che scorre lungo le intensissime, dolorose, laceranti pagine de Il posto di Annie Ernaux, autobiografia ruvida giocata sul filo di una memoria sospesa tra affilata pietà e implacabile raziocinio. La scrittrice francese racconta di sé specchiandosi nei frammenti di ciò che non è e che pure ha contribuito a fare di lei la donna che lentamente emerge da questo suo lavoro di faticosa autocoscienza; quei frammenti altro non sono se non i suoi genitori, e prima di loro i padri e le madri di suo padre e di sua madre, vicinissimi nella misura di un tempo universale che si conta in millenni, in decine, centinaia di migliaia, di milioni di anni e nonostante ciò irraggiungibili nella percezione fin troppo umana del presente e del passato, nell’esperienza di condizioni di vita che cambiano senza sosta, rapidi come attimi, impercettibili come battiti di ciglia, tanto improvvisi da far dire a questa donna che si impone la fatica di un ricordo che non sia solo ricostruzione ma ricerca di una ragione, di un perché, che sia rivelazione dell’istante in cui tutto muta, in cui il legame della carne e del sangue da benedizione, da atto d’amore, da eredità, da trasmissione benigna cambia al punto da farsi minaccia, ombra, battaglia, “quando leggo Proust o Mauriac, non credo che rievochino il tempo in cui mio padre era bambino. Il tempo della sua infanzia è il Medioevo”.
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Imperfetti giganti

Recensione di “Colloqui con Marx ed Engels” di Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Feltrinelli

1853. Descrizione per un mandato di cattura redatta dalla polizia prussiana. “Descrizione di Karl Marx. Età: 35 anni. Statura: 5 piedi e 10-11 pollici, secondo le misure di Hannover. Corporatura: tarchiata. Capelli: neri, ricciuti. Fronte: ovale. Sopracciglia: nere. Occhi: castani scuri, un po’ miopi. Naso: grosso. Bocca: media. Barba: nera. Mento: rotondo. Volto: abbastanza rotondo. Colorito: sano. Parla tedesco con accento renano, e francese. Segni particolari: a) nel modo di parlare e nei gesti ricorda qualcosa della sua origine ebraica; b) è astuto, freddo e deciso”. Questo non è che uno degli innumerevoli ritratti di Karl Marx che compongono i Colloqui con Marx ed Engels di Hans Magnus Enzensberger, un libro unico, che senza essere romanzo, saggio, studio, testimonianza, biografia, riesce a comprendere tutte queste forme narrative e dar vita a un nuovo modo di narrare; l’opera infatti è una sorta di montaggio che lo stesso autore, uno dei più importanti e significativi del nostro tempo, così definisce, sottolineando che il sistema da lui scelto non è certo qualcosa di originale, ma che pure, in questo caso, qualcosa di diverso rispetto al passato c’è. “Il montaggio”, scrive Enzensberger, “è considerato una tecnica della letteratura di avanguardia del Novecento. È un pregiudizio: sin dal secolo precedente eruditi tedeschi non certo in vena di modernità utilizzarono questa tecnica, senza pensare affatto, naturalmente, alle implicazioni teorico-letterarie del loro modo di lavorare. Essi si limitarono a raccogliere tutte le testimonianze reperibili sugli ‘eroi’ della cultura borghese e a ‘montarle’ in monumentali ritratti. Il primo di essi è costituito dai dieci volumi dei Colloqui con Goethe pubblicati dal 1889 al 1896 dal barone von Biedermann. I principi della completezza e della successione cronologica condussero però a un risultato inconciliabile con il tradizionale ‘trattamento’ riservato ai classici: la canonizzazione. Presentare le testimonianze dei contemporanei senza operare alcuna scelta censoria né tacere giudizi negativi o addirittura diffamatori significava infatti illuminare l’esistenza del personaggio in tutta la sua contraddittorietà […]. Il titolo di questo libro si riallaccia volutamente a questa tradizione ma in esso la parola ‘colloqui’ va intesa in senso fortemente estensivo. Sono state accolte testimonianze dei tipi più diversi. Tutte quelle in cui incontri personali con Marx ed Engels hanno lasciato un traccia scritta: lettere, memorie, autobiografie, polemiche, resoconti giornalistici, interviste, rapporti e interrogatori di polizia, atti processuali. Sono state accolte solo testimonianze nate da una conoscenza diretta di Marx ed Engels”. 
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Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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Il romanzo di Danton (e Gabrielle)

Recensione di “Un posto più sicuro” di Hilary Mantel

Hilary Mantel, Un posto più sicuro, Fazi Editore

“Ho cominciato a scrivere romanzi nel 1974. Avevo ventidue anni e ho scelto la Rivoluzione francese perché pensavo che fosse la cosa più sorprendente e interessante accaduta nella storia universale. Quarant’anni dopo sono ancora alla ricerca di un avvenimento che mi susciti maggior sorpresa. Quando oggi andiamo a visitare Versailles, la su agghiacciante grandiosità è rimasta intatta. Le mura, le pareti, trasudano ancora l’alterigia dell’ancien régime. È noto che la Francia del 1789 era quasi alla bancarotta, che il terreno per la Rivoluzione era pronto: eppure viene da chiedersi, come hanno osato? Uomini, donne normali contro quel potere, quella certezza, quella presunzione di diritti acquisiti da così lungo tempo? L’impressione resta sempre la stessa”. Riposa probabilmente qui, tra queste righe, il senso della bellissima, trascinante opera che Hilary Mantel ha dedicato alla Rivoluzione francese e che in questo secondo volume, intitolato Un posto più sicuro (la recensione del primo romanzo, La storia segreta della rivoluzione, la trovate qui), ancora una volta edito da Fazi nella traduzione di Giuseppina Oneto, vede imporsi la figura di Danton, vero e proprio burattinaio dei tragici eventi che si susseguono senza sosta e che hanno, a loro fulcro, il massacro del Campo di Marte del luglio 1791. Senza mai cessare di seguire i personaggi attraverso i quali ha scelto di raccontare la dissoluzione della monarchia francese (e con essa il decisivo mutare della storia, il suo indirizzarsi verso la modernità), Hilary Mantel trova il giusto equilibrio tra pubblico e privato, tra vicissitudini personali e rivolgimenti generali; da una parte offre alla sua prosa il respiro intimo del diario (di Danton, della moglie Gabrielle), dall’altra lascia che la scrittura si faccia indistinta voce delle masse, che il suo andamento sia quello travolgente e disperato della rabbia, che il suo obiettivo svanisca nella furente cecità dell’istinto e la soddisfazione (effimera) venga colta nell’incoscienza dell’attimo consumato quasi per inerzia. Così, a conquistare il lettore è dapprima l’ordine di La Fayette, che intima alle sue truppe di sparare sulla folla riunita per sostenere una petizione che chiede la deposizione del re (è il 17 luglio del 1791), poi lo stordimento di un Robespierre sconvolto da ciò cui ha assistito impotente, colto di sorpresa da una marmaglia soldatesca per le strade di una Parigi diventata d’improvviso ai suoi occhi più estranea e lontana della Luna, più inconoscibile dei disegni di Dio, e ancora la ferina sete di sangue di un gruppo di patrioti (che forse sono solo assassini, o forse semplicemente persone rese da circostanze impossibili da comprendere qualcosa di innominabile) capace, dinanzi agli occhi atterriti di Camille Desmoulins di fare a pezzi il suo amico di un tempo, Louis Suleau, l’infame monarchico, e infine l’incolore voce di Gabrielle, che risponde alla curiosità di chi desidera sapere per quale motivo lei e Danton dormano in letti separati spiegando: “Lui agita le braccia perché sogna di combattere, non so contro chi”.
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