Una crudele insensatezza

Recensione di “Il posto” di Annie Ernaux

Annie Ernaux, Il posto, L’Orma

C’è un momento in cui la diversità, che tutti contraddistingue, si fa estraneità? C’è un momento in cui questa semplice caratteristica, questo dato di fatto, diviene la perversione di se stessa, si tramuta in malattia, in qualcosa di odioso, detestabile, in conflitto? Esiste questo momento? È distinguibile da tutto ciò che da esso si origina? Come lo si scopre? Come lo si isola? In che modo lo si studia, lo si analizza, lo si decifra? La diversità, brandita come un’arma, j’accuse gettato addosso all’altro, agli altri, a chiunque, divinità multiforme invocata per proteggersi, per difendere la propria unicità, il proprio inviolabile io sono dalla montante marea d’uniformità che è tutti gli altri, patetico soliloquio di sussurri ossessivamente ripetuti come formule magiche, come scongiuri, nessuno capisce, nessuno comprende davvero, solo io, solo io, è il fiume carsico che scorre lungo le intensissime, dolorose, laceranti pagine de Il posto di Annie Ernaux, autobiografia ruvida giocata sul filo di una memoria sospesa tra affilata pietà e implacabile raziocinio. La scrittrice francese racconta di sé specchiandosi nei frammenti di ciò che non è e che pure ha contribuito a fare di lei la donna che lentamente emerge da questo suo lavoro di faticosa autocoscienza; quei frammenti altro non sono se non i suoi genitori, e prima di loro i padri e le madri di suo padre e di sua madre, vicinissimi nella misura di un tempo universale che si conta in millenni, in decine, centinaia di migliaia, di milioni di anni e nonostante ciò irraggiungibili nella percezione fin troppo umana del presente e del passato, nell’esperienza di condizioni di vita che cambiano senza sosta, rapidi come attimi, impercettibili come battiti di ciglia, tanto improvvisi da far dire a questa donna che si impone la fatica di un ricordo che non sia solo ricostruzione ma ricerca di una ragione, di un perché, che sia rivelazione dell’istante in cui tutto muta, in cui il legame della carne e del sangue da benedizione, da atto d’amore, da eredità, da trasmissione benigna cambia al punto da farsi minaccia, ombra, battaglia, “quando leggo Proust o Mauriac, non credo che rievochino il tempo in cui mio padre era bambino. Il tempo della sua infanzia è il Medioevo”.
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Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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Paperopoli, BillGheiz e l’aspirapolvere

Recensione di “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia

Michela Murgia, Il mondo deve sapere, Einaudi

A un posto che potrebbe essere ovunque è legittimo dare un nome di fantasia, e se si tratta di un luogo di lavoro nel quale a dominare incontrastati non sono la sacralità del produrre né l’imperativo categorico del guadagno ma l’arte sottilissima della manipolazione psicologica e del raggiro affabulatorio (finalizzati entrambi, va da sé, da un a parte allo sfruttamento intensivo delle “risorse umane” – e le virgolette, quasi superfluo sottolinearlo, sono più che d’obbligo – e dall’altra al raggiungimento di vertiginosi picchi di vendita, e dunque in ultima analisi al successo economico, al già citato e famigerato guadagno, certo, ma ottenuto come?) allora la più spigliata creatività deve applicarsi non solo ai luoghi, ma anche a coloro che li popolano, e persino a ciò che fanno, alle cose di cui si occupano. E così, eccoci a Paperopoli, base operativa di un “call center” (e qui le virgolette servono per sverniciare dall’elegante patina inglese la realtà dei fatti, che si rivela come un soffocante stanzone di uno scantinato dove anguste postazioni composte da sedia, minuscola scrivania, computer e telefono, il tutto con vista su un muro tappezzato di inflessibili parole d’ordine su cosa è doveroso dire “quando si sta lavorando” e soprattutto su cosa è assolutamente necessario evitare di dire “mentre si è impegnati a svolgere la propria occupazione” esauriscono l’arredamento) guidato con mano fermissima e lungimiranza da navigato statista dall’immancabile “padrone della baracca”, un amministratore delegato che potrebbe chiamarsi solo e soltanto BillGheiz (e infatti così si chiama) e da un braccio destro donna campionessa mondiale di carriera che risponde all’epiteto poco lusinghiero ma assai chiarificatore (in termini di qualità umana e scaltrezza professionale) di Hermann. Paperopoli, il luogo, BillGheiz, il capo, Hermann, il suo vice responsabile dell’operatività, e infine Camilla, la voce narrante, una delle tante ragazze chiamate a fare “il lavoro più bello del mondo”; piazzare il rivoluzionario aspirapolvere (ma il termine è riduttivo per un elettrodomestico capace di fare tutto, ma davvero tutto; così tanto avveniristico e indispensabile che non si capisce come sia stato possibile arrivare fino alla modernità presente senza averlo avuto al proprio fianco, né come riesca, oggi, il popolo intero a non pretenderlo come diritto inalienabile) Kirby, meraviglia partorita dalla genialità ingegneristica a stelle e strisce. È su questo palcoscenico (che in realtà è il ring di un sanguinoso incontro di pugilato esistenziale, dove a vincere è sempre e solo l’“imprenditore” – le virgolette restano indispensabili, non dimentichiamolo mai – e a lasciarci corpo, anima e dignità sono le telefoniste, ragazze che, spesso senza accorgersene, barattano se stesse per molto meno di un piatto di lenticchie, cioè per circa 200 euro mensili) che Michela Murgia, raccontando un’esperienza personale, e cioè utilizzando, come lei stessa dichiara, “la scrittura come mezzo per reagire a qualcosa contro il quale nessun’altra reazione sembrava possibile”, ambienta il suo Il mondo deve sapere, blog tanto comico e brillante da essere tragico nella sua scandalosa verità, divenuto romanzo (pubblicato da Einaudi), e rappresentazione teatrale, e film, e, non ultimo, strumento di riscatto ed emancipazione dell’autrice. Continua a leggere Paperopoli, BillGheiz e l’aspirapolvere

… a conoscere il ghiaccio

Recensione di “I racconti di Kolyma” di Varlam Salamov

Varlam Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi

Kolyma, Siberia. Una terra spoglia, coperta dai ghiacci per undici mesi l’anno, dove la temperatura arriva a toccare anche i sessanta gradi sotto zero e lo sputo gela in aria. È qui che negli anni più bui dello stalinismo vengono deportate decine di migliaia di persone, chiuse in campi di lavoro che in nulla differiscono dai lager nazisti e sfruttate in ogni modo possibile per disboscare, costruire strade, estrarre minerali (oro soprattutto) dai giacimenti. In questo scenario di orrore e di morte finisce anche Varlan Salamov. È il 1937; lo scrittore ha trent’anni e deve scontare una condanna per “attività controrivoluzionaria trockista”. Alla Kolyma Salamov rimarrà fino al 1953; riuscirà a sopravvivere, e soprattutto a non smarrire la propria umanità, cosa che in quella propaggine d’inferno fatta di nebbia gelida, cibo scarso, lavoro massacrante e violenza fisica e psicologica continua, equivale a un miracolo. È grazie a questo miracolo che sono nati I racconti di Kolyma, viaggio allucinante in quell’abisso di depravazione e atrocità che l’uomo, se messo nelle condizioni di farlo, è perfettamente in grado di concepire, realizzare e infliggere al suo prossimo. Continua a leggere … a conoscere il ghiaccio

Il buco del culo del diavolo

Recensione di “I turbamenti del giovane Törless” di Robert Musil

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless, Einaudi

Romanzo di chiara impronta autobiografica, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil è un vertiginoso viaggio nell’oscurità dell’uomo, uno sguardo gettato nel caotico baratro delle sue pulsioni, dei suoi istinti, delle sue brame, della sua primordiale violenza. In quest’opera, scritta all’età di 25 anni, il futuro autore di uno dei più grandi capolavori letterari del Novecento, L’uomo senza qualità, rievoca, con impressionante lucidità, l’esperienza più drammatica della sua vita, gli anni di gioventù trascorsi, per volontà del padre, all’Accademia Militare di Mährish-Weisskirchen, da lui spregiativamente qualificata come “il buco del culo del diavolo”, ma dalla quale malgrado tutto riuscì a uscire cadetto. Irrinunciabile pilastro del sistema educativo (e della conseguente organizzazione sociale) dell’impero austro-ungarico, collegi e accademie militari erano i luoghi d’elezione nei quali venivano forgiate, secondo un rigido schema che subordinava l’insegnamento vero e proprio all’applicazione ferrea della disciplina e all’educazione alla supina obbedienza verso l’autorità, le nuove classi dirigenti della monarchia e nello stesso tempo ne rappresentavano l’eccellenza, ne riflettevano la grandezza. Continua a leggere Il buco del culo del diavolo

La proprietà, la quantità

Recensione di “La sottile linea rossa” di James Jones

James Jones, La sottile linea rossa, Neri Pozza

“Bell giaceva col viso contro la roccia, rivolto a Witt. Witt era disteso con la testa girata. In silenzio, nell’afa ronzante d’insetti, senza muoversi si scambiarono un’occhiata […]. Qual era il potere che decideva che un uomo fosse ferito, o ucciso, in luogo di un altro? […]. Qui non c’era nessuna parvenza di significato. E le emozioni erano tante e così confuse da riuscire indecifrabili, non si potevano sbrogliare. Nulla era stato deciso, nessuno aveva imparato niente. Ma, cosa più importante di tutte, nulla sarebbe finito. Anche se avessero catturato l’intera catena, nulla sarebbe finito. Perché l’indomani, o il giorno seguente, o ancora il giorno dopo, sarebbero stati chiamati a rifare la stessa cosa, forse in circostanze ancora peggiori. Il concetto era così schiacciante, così inoppugnabile, da lasciarlo scosso […]. Lo lasciò tramortito. Un giorno sarebbe finita, come no, e quasi certamente a causa della produzione industriale, sarebbe finita con la vittoria. Ma quel punto nel tempo non aveva alcuna relazione con nessuno degli individui impegnati oggi. Alcuni uomini sarebbero sopravvissuti, ma nessun individuo poteva sopravvivere. C’era una discrepanza fra i sistemi di calcolo. Tutta la faccenda era troppo vasta, troppo complicata, troppo tecnologica perché un individuo vi avesse qualche importanza. Contavano solo i gruppi di uomini, le continuità di uomini, solo le quantità di uomini. Il peso di una simile proposizione era schiacciante, troppo grande per essere sostenuto”. Alla guerra, sconvolgente “fenomeno di massa”, tragedia e incubo collettivo che cancella ogni singolarità e finisce per trasformare l’uomo in una generalità astratta, in un plotone, una compagnia, una divisione; in un indistinto insieme addestrato alla meccanica obbedienza, all’automatica risposta a uno stimolo, a un comando, a un ordineFuoco! All’attacco! Ritirarsi! Ripiegare! Formare una linea! Un cuneo! Fuoco di copertura per coprire l’assalto! James Jones, nel bellissimo romanzo La sottile linea rossa, in Italia pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Vincenzo Mantovani, contrappone la coscienza dei soldati (un gruppo di uomini della compagnia C-come Charlie), il formicolare dei loro pensieri, il torrenziale scrosciare delle emozioni, l’altalena impazzita che li porta dal terrore all’esaltazione per sprofondarli di nuovo nella paura (e nella vergogna che questo sentimento oscuro e ineliminabile porta con sé) e costringerli, a un passo dalla morte, a chiedersi cosa davvero sia la vita, cosa significhi essere vivi, quale significato, quale senso esali da ogni respiro, da ogni battito di ciglia. Continua a leggere La proprietà, la quantità

“Non puoi capire davvero se non ci sei stato”

Recensione di “Matterhorn” di Karl Marlantes

Karl Marlantes, Matterhorn, Rizzoli

È difficile pensare che la guerra abbia le sue abitudini, che, proprio come la vita di ognuno di noi, si consumi nella routine, nella noia, nell’indifferente, automatica reiterazione di gesti, comportamenti, doveri da assolvere, corvée assegnate da portare a termine. Eppure è proprio così ed è forse questo l’aspetto più terrificante: la sua normalità. Non la tragedia incomprensibile dello scontro, il selvaggio crepitare delle armi, lo sconvolgimento psicofisico causato dai bombardamenti di obici e mortai, gli assalti feroci e disperati, i corpi mutilati, l’odio indotto per un nemico che in realtà non si conosce (e che dunque non si ha alcun motivo di odiare); non la folle paura di morire – che in realtà è la più limpida espressione della voglia di vivere – né la sete di sangue, né la presa di coscienza che uccidere, annientare, è un istinto naturale dell’essere umano; quel che rende la guerra la più infernale delle esperienze è la sua ripetitività, perché a riproporsi è l’ordinario, non l’eccezione. Nel suo splendido, lacerante Matterhorn, romanzo sulla guerra del Vietnam, Karl Marlantes, giovane laureato di Yale arruolatosi nel corpo dei marines nel 1968 e spedito al fronte, non lontano dal confine con il Laos, a combattere contro l’esercito nordvietnamita, racconta quel che ha vissuto concentrandosi proprio sull’assurdo paradosso che è poi la verità ultima del conflitto: la “banalità” del suo procedere. Continua a leggere “Non puoi capire davvero se non ci sei stato”

Sein, Jahvè e la pazzia

Recensione di “Trilogia di Valis” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Trilogia di Valis, Fanucci

L’essere, l’essenza stessa dell’esistere, la purezza dell’heideggeriano Sein, e insieme l’assoluta potenza del puro atto creatore, dell’impulso primo che nel dare origine a ogni cosa è origine di sé, è autocoscienza divina, e l’in sé e per sé che Hegel ha portato alla perfezione idealistica recuperandolo da millenni di sapienza e misticismo, dalle opere dei filosofi, dalle sentenze dei Padri della Chiesa, dalle lettere di San Paolo e dal nome stesso di Dio, Jahvè, “Colui che è”. L’essere, la forma della realtà così come l’uomo la conosce attraverso l’esperienza e il ragionamento, e nello stesso tempo il suo completo sovvertimento, il suo capovolgimento, l’irruzione dell’impossibile, dell’assurdo, dell’incredibile, di ciò di fronte al quale non ci si può arrendere se non per un atto di fede, per una rinuncia che è abbandono di tutto ciò che posso conoscere e contemporanea fusione con tutto ciò che è per definizione non conoscibile, non raggiungibile, non razionale (il credo quia absurdum di Tertulliano); l’essere come teofania, come manifestazione del divino che è negazione psicotica di qualsiasi evidenza, di qualsiasi certezza. È attorno a questo essere multiforme che è tutto e nulla, che è qualsiasi cosa e nessuna cosa nota, che è religione e pensiero (e forse la più perfetta manifestazione della follia) che ruota l’intera Trilogia di Valis, l’ultima opera dello scrittore americano Philip K. Dick. Così la presenta, rifacendosi alle parole dello stesso Dick, Carlo Pagetti nell’introduzione all’opera edita da Fanucci nella traduzione di Delio Zinoni (che si è occupato del primo volume, Valis) e Vittorio Curtoni (che ha lavorato sui restanti due, Divina invasione e La trasmisgrazione di Timothy Archer): “«Mi sembra di vivere sempre più dentro i miei romanzi. Non riesco a immaginarmi perché. Sto perdendo il contatto con la realtà? O forse è la realtà a scivolare verso un certo tipo di atmosfera alla Philip Dick? E se è questo che succede, per amor di Dio, perché? Sono io il responsabile? Come faccio a essere io il responsabile?» Così si interroga, senza trovare ovviamente una risposta, Philip K. Dick in una delle annotazioni che formano il magnum opus incompiuto della Exegesis, iniziato dopo le apparizioni che trasformano la vita dello scrittore nel febbraio e nel marzo 1974 […]. Un raggio rosa che lo informa caricandolo di notizie preziose (anche sulle cattive condizioni di salute del figlioletto Christopher), la comparsa di una fanciulla che porta il segno cristiano del pesce, l’impressione di vivere parallelamente nella California del presente e nella Roma imperiale del I secolo dopo Cristo: questi eventi misteriosi proiettano Dick in una nuova dimensione dell’esistenza, che egli cercherà di elaborare ‘filosoficamente’ e soprattutto narrativamente nel resto della sua vita”. Continua a leggere Sein, Jahvè e la pazzia

Au bout de l’homme

Recensione di “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio

È un viaggio nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, e nelle tragedie del suo tempo (la catastrofe immane della Grande Guerra, l’America post bellica, già sedotta e consumata dal cancro della massificazione produttiva e consumistica, i soprusi e gli orrori delle politiche coloniali e l’abiezione dei loro alfieri e fantocci, il degrado e la miseria morale dell’egoismo dei poveri, degli ultimi, che ciechi e sordi alla pietà guardano alla finzione del buon nome, al miraggio della rispettabilità sociale come al più prezioso dei tesori, sacrificando a questa chimera finanche la loro ultima scintilla di umanità) quello che Louis-Ferdinand Céline compie nel suo lavoro letterario più noto, quel Viaggio al termine della notte che lo impose all’attenzione del pubblico e della critica come lo scrittore più talentuoso e dirompente del Novecento. Creato da Dio per dare scandalo (così ebbe a definirlo Bernanos), Céline è più l’ecce homo che lo scandalo lo indica, lo addita, lo rivela; la sua voce unica, stridula e calda a un tempo, mescola l’enfasi eccitata dello strillone che invoca l’attenzione della strada alla lucida verità profetica di Cassandra, la cui forza travolgente non è tuttavia sufficiente ad abbattere il muro di insensibilità, ignoranza, paura e menzogna del prossimo; e ancora ha le deliranti tinte d’incubo dell’insulto, del ribaltamento grottesco di tutte le prospettive, del rovesciamento violento del buon senso, che è impietoso smascheramento del vero, di quell’indicibile che è la sostanza ultima del vivere; e di nuovo la voce si muta in altro, cresce di un’ottava nell’infinita scala musicale dell’espressività, nella conflagrazione del dire senza riserve, del confessare, del rivelare e si fa disperazione cinica, diviene quel particolarissimo, estenuato odio che è la devastazione dell’assenza d’amore, si scoglie in un pianto dirotto che è resa all’imbarbarimento del mondo, alla sua fine che si compie ogni giorno. Solitaria e irraggiungibile, la voce di Céline nel Voyage è quella del suo alter ego Bardamu, la cui odissea è la vita stessa del suo autore, spesa in una lotta impari, in una donchisciottesca tenzone che nulla ha della morbidezza del sogno e della purezza della poesia, con l’artificio retorico, forma perfetta della menzogna, dell’inganno perpetrato dall’uomo verso l’uomo. Continua a leggere Au bout de l’homme

Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Recensione di “Tropico del Cancro” di Henry Miller

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori

“Quando il romanzo di Henry Miller Tropico del Cancro apparve nel 1935, ebbe un’accoglienza solo cautamente laudativa, ovviamente condizionata in alcuni dal timore d’apparire amanti della pornografia. Tra coloro che lo lodarono, ci furono T.S. Eliot, Herbert Read, Aldous Huxley, John Dos Passos, Ezra Pound […]. Tropico del Cancro è un romanzo in prima persona, o, se preferite, un’autobiografia in forma di romanzo. Miller stesso sostiene che è una biografia vera e propria, ma il ritmo e la narrazione sono propri del romanzo. È la storia della Parigi americana, ma non secondo i comuni criteri, in quanto gli americani che vi compaiono risultano persone senza quattrini. Negli anni della prosperità, quando i dollari abbondavano e il cambio del franco era basso, Parigi fu invasa da un tale sciame di artisti, scrittori, studenti, dilettanti, turisti, debosciati e fannulloni di professione quale il mondo non ha probabilmente visto mai […]. È di questo mondo […] che Miller scrive, ma egli si limita alla sua parte più oscura, a quel margine sottoproletario che ha potuto sopravvivere alla crisi economica perché composto in parte di autentici artisti e in parte di autentici furfanti […]. Nessun materiale letterario poteva essere meno promettente. Quando Tropico del Cancro fu pubblicato gli italiani invadevano l’Abissinia, e i campi di concentramento di Hitler erano già rigurgitanti. I centri intellettuali del mondo erano Roma, Mosca e Berlino. Non sembrava il momento in cui un romanzo di pregio considerevole dovesse essere scritto su degli americani falliti in cerca di qualcuno che offrisse loro da bere al Quartiere Latino. Naturalmente un romanziere non è obbligato a scrivere direttamente di storia contemporanea, ma un romanziere che trascuri i più importanti avvenimenti mondiali del momento è di solito o un superficiale o un perfetto idiota […]. Ma di tanto in tanto compare un romanzo che si apre su tutto un nuovo mondo, rivelando non l’insolito e il bizzarro, ma semplicemente ciò che è familiare […]. Miller ha una sfumatura di questa particolarità […] leggetene cinque, dieci pagine e proverete quel particolare benessere che viene non tanto dall’intendere quanto dall’essere intesi. ‘Quest’uomo sa tutto di me’ voi pensate, ‘ha scritto tutto questo proprio per me’. È come udire una voce che vi parla, una cordiale voce americana, priva di qualsiasi gigioneria, scevra di finalità moralistiche, con solo l’implicito assunto che siamo tutti uguali. Per il momento vi siete liberato delle menzogne e delle semplificazioni, della stereotipata, burattinesca caratteristica della solita narrativa, anche se eccellente, e vi trovate di fronte alle identificabili esperienze degli esseri umani […]. Perché la verità è che molte persone comuni, forse una vera e propria maggioranza, parlano e si conducono esattamente come in questo romanzo”. Continua a leggere Non dall’intendere ma dall’essere intesi