Quasi indifferente al sorriso e al corruccio del cielo

Recensione di “L’agente segreto” di Joseph Conrad

Joseph Conrad, L’agente segreto, Mondadori

“Credo che le origini del romanzo L’agente segreto […] si possano far risalire a un periodo di reazione emotiva e mentale. La verità è che d’impulso io detti inizio a questo libro e lo scrissi senza alcuna interruzione […]. Ovviamente io non avevo alcun bisogno di scrivere questo romanzo […]. Nulla mi costringeva a trattare un simile soggetto […]. Ma l’idea di elaborare soltanto delle brutture, per giungere a scandalizzare o anche soltanto a sbalordire il lettore con un improvviso voltafaccia, non mi è mai venuta in mente […]. L’agente segreto fu iniziato subito dopo un periodo di due anni durante il quale ero stato intensamente assorbito dal compito di scrivere quel remoto romanzo che si intitola Nostromo con la sua atmosfera d’America Latina, e Lo specchio del mare, così profondamente personale […]. Non saprei dire se io provassi allora veramente il bisogno di un cambiamento […]. Poi, quando ancora non avevo, per così dire, ripreso la parola, e non pensavo affatto ad uscire dalla mia strada alla ricerca di qualcosa di brutto, il soggetto […] del racconto […] mi venne incontro attraverso poche parole che erano state pronunciate casualmente da un amico a proposito degli anarchici, anzi delle attività anarchiche: non rammento oggi da che cosa fosse originata la conversazione. Ricordo, tuttavia, le nostre osservazioni sulla futilità criminale di tutto l’insieme: dottrina, azione, mentalità; e sullo spregevole aspetto di quella posa pazzesca, la posa dell’impudente truffatore che sfrutta le miserie dolorose e la credulità appassionata di una umanità sempre così tragicamente avida di autodistruggersi. Questo era il motivo che rendeva imperdonabili ai miei occhi i pretesti filosofici della posa in questione. Passammo, poi, a esempi particolari e rievocammo la storia ormai vecchia, dell’attentato destinato a far saltare in aria l’Osservatorio di Greenwich: assurdità sanguinosa e talmente inutile nel suo genere che non avreste potuto scandagliarne le origini in base ad alcun processo razionale e neppure irrazionale. Infatti, anche l’irrazionalità perversa ha una sua logica; ma un simile attentato era assolutamente inconcepibile. Tanto che si finiva per trovarsi davanti a questo fatto: un uomo che saltava in aria e si riduceva a pezzi per qualcosa che neppure lontanissimamente, poteva somigliare a un’idea, anarchica o di qualunque altro genere. Per quel che riguarda l’Osservatorio, le sue mura esterne non presentarono la più piccola screpolatura. Su tutto questo richiamai l’attenzione del mio amico. Egli rimase un po’ in silenzio, poi con la sua maniera caratteristica, fortuita ed onnisciente, osservò: «Oh, ma quello era un mezzo idiota. Sua sorella dopo quel fatto si suicidò» […]. Non ci può esser dubbio sul fatto che quella informazione fu per me illuminante”. Continua a leggere Quasi indifferente al sorriso e al corruccio del cielo

Un arbitro di eleganza e arguzia

Recensione di “Satyricon” di Petronio

Petronio, Satyricon, Garzanti

Curiosamente, di uno dei massimi capolavori della letteratura latina, il Satyricon, è quasi più quel che si ignora di quel che si conosce. Frammentarie, infatti, sono le informazioni relative all’autore, tal Petronio Arbitro (personaggio legato alla variopinta corte neroniana del quale racconta con discreta abbondanza di dettagli Tacito nei suoi Annali, senza peraltro indicarlo esplicitamente come autore dell’opera in questione), e altrettanto lacunoso e incerto è il testo che ci è pervenuto. Di queste sfavorevolissime condizioni, tuttavia, il Satyricon non ha sofferto; ricchissimo dal punto di vista dei registri linguistici, aperto a una sorprendente molteplicità di letture e di chiavi interpretative, vivace fino all’esuberanza più sfrenata nella narrazione, arguto e pungente nei dialoghi, finissimo nel disegno dei caratteri e nello stesso tempo privo di scrupoli e di remore nella descrizione delle vicende più sordide (anzi, allegramente compiaciuto della propria consapevole “degradazione”), il romanzo di Petronio – perché di questo si tratta, di un romanzo vero e proprio, per struttura, temi e modalità espressive – ha saputo conquistarsi, nei secoli, l’attenzione ammirata degli studiosi e suscitare l’entusiastico interesse dei lettori. Continua a leggere Un arbitro di eleganza e arguzia

Nel freddo mistero di Vienna

Recensione di “Qualcuno alla porta” di Geoffrey Holiday Hall

Geoffrey Holiday Hall, Qualcuno alla porta, Sellerio

Una gelida atmosfera di paura. Una minaccia sorda che sembra essere ovunque, che ristagna come nebbia lungo le strade, invade l’illusoria quiete degli appartamenti, avvelena le conversazioni, corrompe le confessioni e i segreti trasformandoli in ricatti. Una presenza obliqua, sfuggente eppure concreta, imposta dal momento presente, dalla situazione, dallo stato dei fatti e insieme nuova, altra, creata ad arte, studiata, adattata a particolari esigenze, messa a punto nel mondo in cui si mette a punto un’arma: con metodo, pazienza, precisione e in vista di un ben preciso fine. È la paura, evocata fin dalle primissime righe, la protagonista di Qualcuno alla porta, thriller, spy story, romanzo d’avventura e perfino mystery, opera dello scrittore statunitense Geoffrey Holiday Hall. Egli la evoca sia nel particolare, ricorrendo a sapienti descrizioni d’ambiente, sia a livello generale, scegliendo come teatro narrativo della sua storia la città di Vienna nell’immediato secondo dopoguerra e conducendo il lettore nella sua labirintica scacchiera burocratico-militare fatta di zone di influenza (e di conseguenti zone proibite) all’interno delle quali le potenze che avevano sconfitto il nazismo erano libere di spadroneggiare e soprattutto di spiarsi l’un l’altra con ogni mezzo. Continua a leggere Nel freddo mistero di Vienna

Il visconte, il barone e il cavaliere

Recensione di “I nostri antenati” di Italo Calvino

Italo Calvino, I nostri antenati, Mondadori

Raccontare come in una favola, assecondando la scrittura agli slanci vertiginosi dell’immaginazione, ai salti mortali della fantasia. Raccontare come in una fiaba, come ne Le mille e una notte, affidando la storia a una voce narrante ed evocando attraverso essa un intero mondo, e passioni, dolori, amori, tragedie, speranze, illusioni. Raccontare come in un’allegoria, inventando per il proprio presente uno spazio nuovo e una coscienza con cui indagare, e provare a comprendere, se stesso. Così racconta Italo Calvino nei tre romanzi brevi Il visconte dimezzatoIl barone rampante Il cavaliere inesistente, scritti tra il 1952 e il 1959 e riuniti un anno più tardi in un volume unico intitolato I nostri antenati. Continua a leggere Il visconte, il barone e il cavaliere

Il sogno diviene romanzo

Recensione di “Il Napoleone di Notting Hill” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill, Piemme

Abita la dimensione dell’immaginazione e del sogno Gilbert Keith Chesterton; nella sua prosa riverberano il fanciullesco entusiasmo per l’avventura e il desiderio di ridisegnare il reale, il quotidiano, plasmandolo, trasformandone lo spento grigiore nello sgargiante arcobaleno di colori dell’invenzione fantastica, del gioco, dell’intuizione estemporanea che si fa idea, trama, storia compiuta. La narrazione, l’arte sublime del raccontare è, per il grande autore inglese, un rifugio, un riparo dal mondo; attraverso la mediazione salvifica della pagina scritta, che Chesterton utilizza nelle sue varie forme – articolo di giornale, saggio, romanzo, aforisma, pièce teatrale, poesia – egli mantiene intatto quel legame tra vero e verosimile (ma anche tra vero e possibile, probabile, surreale, assurdo) che a ben guardare è una delle caratteristiche distintive dell’opera letteraria. Continua a leggere Il sogno diviene romanzo

La composta perfezione di un arazzo

Recensione di “Il libro dei bambini” di A.S. Byatt

A.S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Cosa potrebbe succedere se si decidesse di forzare qualcosa che, pur essendo inevitabile, giunge senza preavviso? Quali conseguenze può scatenare una sfida lanciata al destino, al caso, alla vita? Quale misterioso peccato si commette nel momento in cui si decide che la bellezza, che prima o poi dovrà comunque attraversare la strada della nostra esistenza, può essere addomesticata, resa mansueta, e condotta obbediente fino alla porta di casa? È forse tracotanza fabbricare le corde che cattureranno lo spirito errabondo della felicità? E se anche fosse così, se anche si trattasse di smisurato orgoglio, se anelare all’assoluto significasse voler prendere il posto di Dio, non sono forse immagine e somiglianza di Dio le creature umane? Non sono, esse, uno dei suoi innumerevoli specchi? Di una felicità costruita ad arte e attraverso l’arte alimentata, di un sogno ininterrotto e vigile fatto di parole, di racconti, di libri, di invenzioni, di sussulti di menti geniali che con identico ardore hanno spiccato balzi verso il Paradiso e si sono lasciati scivolare nei più cupi e atroci abissi infernali, racconta in un romanzo indimenticabile, per il quale non è esagerato usare l’impegnativo termine di capolavoro, la scrittrice inglese Antonia Susan Byatt, autrice del magnifico e lacerante Il libro dei bambini. Continua a leggere La composta perfezione di un arazzo

Un’eroica, tragica odissea

Recensione di “Lonesome Dove” di Larry McMurtry

Larry McMurtry, Lonesone Dove, Einaudi

La natura è un dio immanente, capace di colmare gli occhi degli uomini di indicibile meraviglia e di flagellarne le membra e spezzarne lo spirito con la furia delle tempeste, la calura soffocante e implacabile, i morsi rabbiosi del gelo, l’astuzia predatoria degli animali selvaggi. Burattini su un palcoscenico sconfinato fatto soltanto di cielo e di orizzonti che costringono lo sguardo ad arrancare lungo una vertigine d’assenza, gli uomini, sconsiderati figli del respiro del vento e di una terra muta che è polvere ed erba, attraversano gli anni al riparo delle rozze consuetudini dell’amicizia virile, nello spontaneo affratellarsi figlio della guerra, nell’affetto incrollabile e primitivo che unisce l’animale al suo padrone rendendoli una cosa sola di fronte alle fortune e alla disgrazie e nell’inafferrabilità dell’amore, le cui segrete vie sono cammino d’esaltazione o dura marcia di sofferenza, spesso entrambe le cose. Continua a leggere Un’eroica, tragica odissea

Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Al fiume basta la continuità

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

La storia replicata

Recensione de “I ragazzi venuti dal Brasile” di Ira Levin

Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori
Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori

Da una parte la storia vera e propria, il passato, quel che è accaduto e per questo ci appartiene; dall’altra la storia possibile (o probabile), in una parola tutto ciò che sarebbe potuto succedere se soltanto determinate circostanze si fossero svolte in modo differente da come si sono effettivamente verificate. Considerati come materiale narrativo, come scenari alternativi dentro cui far vivere una vicenda, il certo e l’ipotetico hanno identico fascino, pari potenzialità, medesima ricchezza contenutistica. La loro differenza, squisitamente formale, non riflette altro che la personale preferenza di chi sceglie l’uno in luogo dell’altro; tuttavia a questi orizzonti è possibile guardare anche da un’altra prospettiva, valorizzandone non più ciò che li distingue ma, all’opposto, quel che li avvicina, quel che può renderli terreno comune di un racconto. E proprio questo fa lo scrittore statunitense Ira Levin nel suo celebre I ragazzi venuti dal Brasile, romanzo tanto fascinoso quanto inquietante che esplora il delirio nazista da un punto di vista davvero inedito. Il contesto da cui Levin prende le mosse è indiscutibilmente storico: il secondo conflitto mondiale è finito da tempo e l’esercito hitleriano è stato sconfitto. I più alti ufficiali nazisti sfuggiti al processo e alle condanne inflitte a Norimberga hanno trovato rifugio in Sudamerica e in alcuni di loro (uno in particolare, il famigerato dottor Josef Mengele) è germogliata un’idea insieme geniale e folle: non cercare di ricostruire, in una situazione storica radicalmente nuova rispetto a quella che vide fiorire la dittatura hitleriana, il movimento nazionalsocialista e riprendere il potere, bensì, replicare esattamente le condizioni che portarono Adolf Hitler al governo della Germania utilizzando, per riuscirci, lo stesso Adolf Hitler, o meglio un suo clone, creato dal dottor Mengele grazie a un lembo di pelle e a un campione di sangue del führer prelevati poco prima della sua morte. Grazie al materiale organico in suo possesso, Mengele, rifugiatosi in Sudamerica, ha fatto nascere 94 bambini il cui codice genetico è la copia di quello di Adolf Hitler; in seguito, ciascuno di loro è stato dato in adozione a famiglie in tutto e per tutto simili a quelle in cui crebbe il tiranno. Ed è qui, al crocevia tra scienza, influsso dell’ambiente e calcolo delle probabilità (su 94 bambini cresciuti quanto più possibile nello stesso modo in cui venne allevato Hitler, è statisticamente possibile che irrompano nella storia un certo numero di Adolf Hitler e che tra essi uno finisca per diventare davvero, realizzando così una sorta di terrificante continuità storica, quell’Adolf Hitler suicidatosi a Berlino nel 1945) che l’opera di Levin prende le mosse.

Nel bel mezzo della realtà storica, dunque, il romanzo guarda al possibile (alle conseguenze che produrrebbe il disegno di Mengele se avesse successo) per poi fare un altro passo in avanti rimodellando il prossimo futuro su un passato in gran parte già scritto – “Sono in gioco il destino e la speranza della razza ariana”, rivela Mengele al gruppo di nazisti che dovranno proseguire il piano da lui avviato uccidendo i padri di tutti i bambini adottati così da replicare la perdita che subì Hitler in giovanissima età -; su questa complessa scacchiera, costruita con indiscutibile abilità, l’autore dà vita a un intreccio ricco di tensione (a contrastare Mengele è un suo acerrimo nemico, il “cacciatore di nazisti” Yakov Liebermann, venuto per puro caso a conoscenza del progetto), che alterna glaciali atmosfere da duello al torbido respiro del giallo. Lungo i binari di una scrittura semplice e forte, che non concede tregua al lettore, l’ingegnoso meccanismo narrativo concepito da Ira Levin affronta senza timore temi di straordinaria importanza (l’eredità, scomoda e inevitabile, dell’incubo hitleriano, il progresso medico-scientifico, il cui sviluppo potenzialmente illimitato scatena dilemmi etici, l’importanza della memoria, l’incerto confine che divide il legittimo diritto alla difesa della vittima di un’aggressione dal suo desiderio di rivalsa); alle questioni che squaderna l’autore non offre risposte certe, il suo punto di vista, tuttavia, emerge limpido tra le righe di un’opera che, pur non tradendo mai la propria vocazione di lettura d’evasione, non si sottrae al dovere di una presa di posizione morale: “Da principio desideravo soltanto vendetta”, confessa Liebermann a una conferenza, “vendetta per la morte dei miei genitori e delle mie sorelle, vendetta per gli anni che avevo passato nei campi di concentramento […] vendetta per tutte le morti, per gli anni di ognuno. Perché ero stato risparmiato, se non per ottenere vendetta? […]. Ma il guaio, con la vendetta […] è che, primo, non si riesce a ottenerla sul serio […] e, secondo, anche se ci si riuscisse, servirebbe poi a molto? […]. No. Così, ora voglio qualcosa di meglio della vendetta, e qualcosa forse altrettanto difficile da ottenere […]. Voglio il ricordo […]. Il ricordo. È difficile ottenerlo, perché la vita continua; ogni anno ci sono nuovi orrori: un Vietnam, attività terroristiche nel Medio Oriente e in Irlanda, assassinii […] e ogni anno […] l’orrore degli orrori, l’Olocausto, si allontana sempre più, si fa un tantino meno orribile”.

In perfetto equilibrio tra “verità” e invenzione, I ragazzi venuti dal Brasile è un piccolo gioiello, un romanzo che si legge d’un fiato, e che, nella coinvolgente leggerezza dell’avventura e nell’ombra cupa di un tragico destino sempre potenzialmente incombente, affascina, atterrisce, conquista.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Adriana Dell’Orto. Buona lettura.

Nelle prime ore di una sera del settembre 1974 un piccolo bimotore nero e argenteo planò su una pista secondaria dell’aeroporto Congonhas di São Paulo e, rallentando, rullò verso un hangar dove era in attesa un’automobile. Tre uomini, l’uno dei quali vestito di bianco, si trasferirono dall’aereo all’auto, che dal Congonhas s’avviò in direzione dei bianchi grattacieli del centro di São Paulo. Una ventina di minuti più tardi, l’automobile s’arrestò sull’Avenida Ipiranga, di fronte al Sakai, un ristorante giapponese che pareva un tempio.