Un’eroica, tragica odissea

Recensione di “Lonesome Dove” di Larry McMurtry

Larry McMurtry, Lonesone Dove, Einaudi

La natura è un dio immanente, capace di colmare gli occhi degli uomini di indicibile meraviglia e di flagellarne le membra e spezzarne lo spirito con la furia delle tempeste, la calura soffocante e implacabile, i morsi rabbiosi del gelo, l’astuzia predatoria degli animali selvaggi. Burattini su un palcoscenico sconfinato fatto soltanto di cielo e di orizzonti che costringono lo sguardo ad arrancare lungo una vertigine d’assenza, gli uomini, sconsiderati figli del respiro del vento e di una terra muta che è polvere ed erba, attraversano gli anni al riparo delle rozze consuetudini dell’amicizia virile, nello spontaneo affratellarsi figlio della guerra, nell’affetto incrollabile e primitivo che unisce l’animale al suo padrone rendendoli una cosa sola di fronte alle fortune e alla disgrazie e nell’inafferrabilità dell’amore, le cui segrete vie sono cammino d’esaltazione o dura marcia di sofferenza, spesso entrambe le cose. Continua a leggere Un’eroica, tragica odissea

Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Al fiume basta la continuità

William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi
William Least Heat-Moon, Nikawa, Einaudi

Sulle tracce della storia. Quella esaltante ed eroica dei Corps of Discovery agli ordini di William Clark e Meriwether Lewis, che al principio del XIX secolo attraversarono un Ovest ancora selvaggio e inesplorato per raggiungere la costa bagnata dall’Oceano Pacifico; e insieme quella artistico-avventurosa di Karl Bodmer, talentuoso pittore che il principe tedesco Massimiliano volle accanto a sé nella spedizione che organizzò e che partì alla volta dell’America del Nord nel 1832. Sulle tracce dei loro sacrifici e delle loro scoperte, lungo il filo esilissimo, e nonostante ciò impossibile da spezzare, di memorie trascritte in dettagliati diari di viaggio, di emozioni travolgenti tramutate, grazie all’incantesimo dell’arte, in magnifici disegni, in acquarelli colmi di squisita grazia. Dal passato al presente lungo l’eco della storia, alla ricerca di una terra scomparsa eppure ancora viva, nascosta come un animale braccato ed esuberante di vita come un giorno appena sorto; da ciò che è stato ieri fino alle contraddizioni dell’oggi a cavallo della sola eternità che a un essere umano è possibile contemplare: quella di un fiume. Testimone silenzioso (ma niente affatto muto) del trascorrere del tempo, del volgere dei millenni, del respiro stesso della terra, il fiume, o meglio l’intrico di fiumi, la frastagliata ragnatela di corsi d’acqua che in ogni direzione corre lungo il continente americano, è il teatro di Nikawa, superbo capitolo conclusivo della trilogia di romanzi di viaggi dedicata da William Least Heat-Moon alla riscoperta del “Nuovo Mondo”. Dopo Strade blu e Prateria (entrambi recensiti in questo blog), l’autore racconta la realizzazione del proprio sogno più grande, cullato per oltre vent’anni e meticolosamente preparato: l’attraversamento dell’America dall’Atlantico al Pacifico a bordo di una barca, un “[…] incrocio fra una barca per la pesca alle aragoste e un rimorchiatore da porto d’inizio Novecento” battezzata Nikawa, “[…] un nome che coniai io stesso mettendo insieme le parole osage ni (fiume) e kawa (cavallo); si pronuncia Nii-cah-uah. Era davvero una cavallina di fiume, forte ma gentile”. Alternando, in uno stile di scrittura elegantissimo e ricco di suggestioni, aneddoti personali, rievocazione di particolari momenti storici e minuziosi resoconti di viaggio (a volte semplicemente curiosi e divertenti, altre volte cupi e drammatici), Least Heat-Moon conduce con sé il lettore in un cammino che non somiglia a nessun altro; il fiume (anzi, i numerosi fiumi cavalcati da Nikawa) respira in ogni pagina come una divinità immanente, nelle sue acque scure e gorgoglianti, o limpide e calme, nel suo letto profondo che nasconde il tempo stesso e tutto ciò che nel suo grembo infinito è sorto e tramontato, la sfida lanciata dall’autore a se stesso, la traversata quasi impossibile che uno sparuto gruppo di amici (mai nominati per nome, perché sul fiume non c’è spazio per gli individui ma soltanto per chi sceglie di immergercisi, diventando in questo modo egli stesso fiume, ma racchiusi dentro “etichette” identificative del ruolo di ciascuno: Pilotis, l’indispensabile copilota, il Photographo, incaricato di immortalare Nikawa in azione, il Professore, cui spetta il compito di precedere chi va sul fiume e di trainare la barca lungo quei pochissimi chilometri di traversata impossibili da fare in acqua) decide di compiere, non sono soltanto un’avventura, o una studiata pazzia, bensì un bisogno irrefrenabile di riscoprir se stessi e il proprio posto nel mondo in un incontro diretto con i luoghi che abitiamo senza conoscere, che sfruttiamo senza neppure renderci conto di farlo, che ignoriamo malgrado essi non cessino di parlarci, di ammonirci. “Vent’anni fa”, scrive Least Heat-Moon, “avevo già percorso così tanti chilometri di strade americane che sapevo ormai in agguato il giorno in cui non avrei più potuto prendere il volo verso posti nuovi – come Huck Finn, originario del Missouri come me, nonché viaggiatore fluviale. Fu allora che notai la ragnatela di linee azzurro pallido che ricamavano il mio atlante come vene varicose. Erano fiumi. Cominciai a seguire col dito quelle contorsioni, alla ricerca di un modo per attraversare l’America in barca […]. Una notte, sedici mesi prima di partire, fremente di eccitazione, individuai quella che credevo fosse l’ultima tessera di questo mosaico fluviale e in quel momento capii di dover intraprendere il viaggio a qualsiasi costo. Quando un Graal fa la sua comparsa, l’anima deve seguirlo”.

In oltre 500 pagine che non fanno mai registrare cali di tensione né ripetizioni di sorta, Least Heat-Moon (come già fatto, seppur in modo differente, negli altri capitoli del suo magnifico affresco letterario) squaderna dinanzi al lettore sbalordito e affascinato un America completamente inedita, un luogo della terra e dello spirito dove miracolosamente convivono (per quanto in un equilibrio sempre più precario e pericoloso) uomo e natura, dove l’ingegneria, la tecnica e la scienza sono allo stesso tempo dimostrazione della potenza degli uomini e della loro capacità di adattare l’ambiente alle proprie necessità e prova inconfutabile e tragica di una rovinosa miopia della mente e della cuore, e dove (come nelle indimenticabili pagine centrali del libro, dedicate alla navigazione sul fiume più ingovernabile ed enigmatico d’America, il Missouri, fatale e irresistibile come un canto di sirena) tutto ciò che è primordiale e incorrotto ha ancora la forza di far sentire la propria voce, di soffiare il proprio fiato nel vento, di mugghiare il proprio canto nell’incresparsi perenne delle onde, nel fluire incessante della corrente.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Bosonetto. Buona lettura e buone vacanze a tutti.

Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco più di sei metri e mezzo e larga quasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore a carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio.

La storia replicata

Recensione de “I ragazzi venuti dal Brasile” di Ira Levin

Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori
Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori

Da una parte la storia vera e propria, il passato, quel che è accaduto e per questo ci appartiene; dall’altra la storia possibile (o probabile), in una parola tutto ciò che sarebbe potuto succedere se soltanto determinate circostanze si fossero svolte in modo differente da come si sono effettivamente verificate. Considerati come materiale narrativo, come scenari alternativi dentro cui far vivere una vicenda, il certo e l’ipotetico hanno identico fascino, pari potenzialità, medesima ricchezza contenutistica. La loro differenza, squisitamente formale, non riflette altro che la personale preferenza di chi sceglie l’uno in luogo dell’altro; tuttavia a questi orizzonti è possibile guardare anche da un’altra prospettiva, valorizzandone non più ciò che li distingue ma, all’opposto, quel che li avvicina, quel che può renderli terreno comune di un racconto. E proprio questo fa lo scrittore statunitense Ira Levin nel suo celebre I ragazzi venuti dal Brasile, romanzo tanto fascinoso quanto inquietante che esplora il delirio nazista da un punto di vista davvero inedito. Il contesto da cui Levin prende le mosse è indiscutibilmente storico: il secondo conflitto mondiale è finito da tempo e l’esercito hitleriano è stato sconfitto. I più alti ufficiali nazisti sfuggiti al processo e alle condanne inflitte a Norimberga hanno trovato rifugio in Sudamerica e in alcuni di loro (uno in particolare, il famigerato dottor Josef Mengele) è germogliata un’idea insieme geniale e folle: non cercare di ricostruire, in una situazione storica radicalmente nuova rispetto a quella che vide fiorire la dittatura hitleriana, il movimento nazionalsocialista e riprendere il potere, bensì, replicare esattamente le condizioni che portarono Adolf Hitler al governo della Germania utilizzando, per riuscirci, lo stesso Adolf Hitler, o meglio un suo clone, creato dal dottor Mengele grazie a un lembo di pelle e a un campione di sangue del führer prelevati poco prima della sua morte. Grazie al materiale organico in suo possesso, Mengele, rifugiatosi in Sudamerica, ha fatto nascere 94 bambini il cui codice genetico è la copia di quello di Adolf Hitler; in seguito, ciascuno di loro è stato dato in adozione a famiglie in tutto e per tutto simili a quelle in cui crebbe il tiranno. Ed è qui, al crocevia tra scienza, influsso dell’ambiente e calcolo delle probabilità (su 94 bambini cresciuti quanto più possibile nello stesso modo in cui venne allevato Hitler, è statisticamente possibile che irrompano nella storia un certo numero di Adolf Hitler e che tra essi uno finisca per diventare davvero, realizzando così una sorta di terrificante continuità storica, quell’Adolf Hitler suicidatosi a Berlino nel 1945) che l’opera di Levin prende le mosse.

Nel bel mezzo della realtà storica, dunque, il romanzo guarda al possibile (alle conseguenze che produrrebbe il disegno di Mengele se avesse successo) per poi fare un altro passo in avanti rimodellando il prossimo futuro su un passato in gran parte già scritto – “Sono in gioco il destino e la speranza della razza ariana”, rivela Mengele al gruppo di nazisti che dovranno proseguire il piano da lui avviato uccidendo i padri di tutti i bambini adottati così da replicare la perdita che subì Hitler in giovanissima età -; su questa complessa scacchiera, costruita con indiscutibile abilità, l’autore dà vita a un intreccio ricco di tensione (a contrastare Mengele è un suo acerrimo nemico, il “cacciatore di nazisti” Yakov Liebermann, venuto per puro caso a conoscenza del progetto), che alterna glaciali atmosfere da duello al torbido respiro del giallo. Lungo i binari di una scrittura semplice e forte, che non concede tregua al lettore, l’ingegnoso meccanismo narrativo concepito da Ira Levin affronta senza timore temi di straordinaria importanza (l’eredità, scomoda e inevitabile, dell’incubo hitleriano, il progresso medico-scientifico, il cui sviluppo potenzialmente illimitato scatena dilemmi etici, l’importanza della memoria, l’incerto confine che divide il legittimo diritto alla difesa della vittima di un’aggressione dal suo desiderio di rivalsa); alle questioni che squaderna l’autore non offre risposte certe, il suo punto di vista, tuttavia, emerge limpido tra le righe di un’opera che, pur non tradendo mai la propria vocazione di lettura d’evasione, non si sottrae al dovere di una presa di posizione morale: “Da principio desideravo soltanto vendetta”, confessa Liebermann a una conferenza, “vendetta per la morte dei miei genitori e delle mie sorelle, vendetta per gli anni che avevo passato nei campi di concentramento […] vendetta per tutte le morti, per gli anni di ognuno. Perché ero stato risparmiato, se non per ottenere vendetta? […]. Ma il guaio, con la vendetta […] è che, primo, non si riesce a ottenerla sul serio […] e, secondo, anche se ci si riuscisse, servirebbe poi a molto? […]. No. Così, ora voglio qualcosa di meglio della vendetta, e qualcosa forse altrettanto difficile da ottenere […]. Voglio il ricordo […]. Il ricordo. È difficile ottenerlo, perché la vita continua; ogni anno ci sono nuovi orrori: un Vietnam, attività terroristiche nel Medio Oriente e in Irlanda, assassinii […] e ogni anno […] l’orrore degli orrori, l’Olocausto, si allontana sempre più, si fa un tantino meno orribile”.

In perfetto equilibrio tra “verità” e invenzione, I ragazzi venuti dal Brasile è un piccolo gioiello, un romanzo che si legge d’un fiato, e che, nella coinvolgente leggerezza dell’avventura e nell’ombra cupa di un tragico destino sempre potenzialmente incombente, affascina, atterrisce, conquista.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Adriana Dell’Orto. Buona lettura.

Nelle prime ore di una sera del settembre 1974 un piccolo bimotore nero e argenteo planò su una pista secondaria dell’aeroporto Congonhas di São Paulo e, rallentando, rullò verso un hangar dove era in attesa un’automobile. Tre uomini, l’uno dei quali vestito di bianco, si trasferirono dall’aereo all’auto, che dal Congonhas s’avviò in direzione dei bianchi grattacieli del centro di São Paulo. Una ventina di minuti più tardi, l’automobile s’arrestò sull’Avenida Ipiranga, di fronte al Sakai, un ristorante giapponese che pareva un tempio.

Monotono forse, ma non di poco conto

Daniel Defoe, Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders, Rizzoli
Daniel Defoe, Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders, Rizzoli

“Defoe era un uomo anziano quando si fece romanziere, precedendo di molti anni Richardson e Fielding, e risultando veramente uno dei primi a dar forma al romanzo e a lanciarlo nel suo cammino. Ma non c’è bisogno di insistere troppo sul fatto del suo primato, se non per osservare che egli giunse alla propria attività di romanziere con certi concetti su quest’arte, derivati in parte dal suo essere uno dei primi a praticarla. Il romanzo doveva giustificare la propria esistenza raccontando una storia vera e predicando una morale consistente […]. Per fortuna questi principi si sposavano a meraviglia con la sua disposizione e i suoi talenti naturali. I fatti gli erano stati inculcati da sessant’anni di alti e bassi delle sue fortune prima di mettere a profitto la sua esperienza nella narrativa […]. Aveva trascorso diciotto mesi nel carcere di Newgate e parlato con ladri, pirati, ladroni di strada e falsari, prima di scrivere la storia di Moll Flanders. Ma un conto è avere i fatti gettati addosso dalla vita e dal caso; un altro, ingoiarli voracemente e mantenerne indelebilmente l’impronta. Non è semplicemente che Defoe conoscesse la durezza della povertà e avesse parlato con le sue vittime; è che la vita inerme, esposta alle circostanze e costretta a difendersi da sola, sollecitò la sua immaginazione come materiale appropriato della sua arte […]. Defoe appartiene, veramente, alla scuola dei grandi scrittori semplici, la cui opera si fonda sulla conoscenza di quanto è più persistente, se non più seducente, nella natura umana […]. Egli appartiene alla scuola di Crabbe e di Gissing, e non semplicemente come un altro allievo del medesimo severo luogo di sapere, ma come suo fondatore e maestro”. Nel presentare Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders (pubblicato nel 1722, dopo il grande successo ottenuto con Robinson Crosue) e il suo autore, Daniel Defoe, Virginia Woolf – autrice dell’introduzione al volume edito da Rizzoli – sembra offrire come possibile chiave di lettura quella del romanzo-verità, dell’opera d’edificazione il cui fine è l’insegnamento, tuttavia, nell’indicare regole e principi del romanzo, sottolinea come l’adesione di Defoe al “canone” romanzesco vada giudicata con prudenza. Non a caso, la verità, stella polare di Moll Flanders, è di continuo evocata (“Il mio vero nome”, queste le parole che aprono lo scritto) e di continuo tradita, ingannata, nascosta; la vicenda narrata, autobiografica, si suppone vera, eppure colei che la racconta dichiara di voler tacere il suo vero nome, e nel confessare le sue avventure (perché di confessioni si tratta, confessioni generosamente dispensate al fine di mettere sull’avviso i lettori e di convincerli a seguire l’impervia strada della virtù piuttosto che il facile ma rovinoso sentiero del vizio) si compiace dei trucchi escogitati per mettere nel sacco il prossimo, delle truffe ben riuscite, delle menzogne dette e degli astuti silenzi carichi di sottintesi, grazie ai quali spesso riesce a raggiungere i propri scopi. “Defoe”, scrive ancora la Woolf, “è spesso piatto […]. Esclude la totalità della natura vegetale, e una gran parte della natura umana […]. Avendo all’inizio limitato il proprio orizzonte e confinate le proprie ambizioni, egli ottiene una verità di penetrazione assai più rara e permanente della verità di fatto che dichiarò sempre come proprio obiettivo. Moll Flanders e i suoi amici lo colpirono non, […] come dichiarò lui, perché fossero esempi di malavita, dei quali il pubblico avrebbe potuto giovarsi. Fu la loro veracità naturale, allevata in loro da una vita di durezze, a eccitare il suo interesse. Questi uomini e donne […] erano liberi di parlare apertamente delle passioni e dei desideri che hanno mosso uomini e donne dagli inizi del tempo, e così ancora oggi mantengono intatta la loro vitalità. C’è una dignità in tutto quanto si guarda apertamente […]. Potete obiettare che Defoe è monotono, ma mai che si lasci assorbire da cose di poco conto”. Quali verità, dunque, attendersi dall’eroina di Defoe, nata a Newgate, sposatasi per cinque volte, divenuta ladra abilissima dapprima per necessità, poi per diletto e infine per inestinguibile brama di ricchezza, degradatasi a prostituta e poi innalzatasi alla piena ricchezza? Non tanto quella eterna (ma sostanzialmente intangibile) della lezione morale, dell’esempio da fuggire o seguire a seconda delle circostanze (in vecchiaia e serenità, Moll Flanders ha modo di pentirsi delle sue malefatte), ma quella, ben più concreta nella sua imperfezione, ben più presente alla quotidianità di ognuno e di tutti nel suo mutevole profilo, della vita vissuta, del diritto all’esistenza e alla dignità strappato giorno dopo giorno al demone della povertà, alla vergogna e all’umiliazione, della ricerca della felicità personale inseguita per ogni dove e a qualsiasi costo.

Così Moll Flanders si fa ricordare non tanto per il suo costante (e inevitabilmente generico) esortare quanto per il complesso ritratto psicologico della sua eroina e per gli sfaccettati caratteri di coloro che le stanno intorno; è dai comportamenti, dalle scelte e dalle motivazioni che le guidano che il lettore viene non solo coinvolto ma anche, in qualche misura, istruito. E non solo perché, in grande anticipo sui suoi tempi, Defoe mette in bocca alla protagonista del suo travolgente romanzo considerazioni sul ruolo della donna considerate anche oggi (dai più oscurantisti, va da sé) eccessive, ma perché Moll Flanders madre, moglie, ladra, prostituta e avventuriera, vive le vite di ognuno di noi, affronta un mondo che non è diverso dal nostro, e lo fa con le sue sole forze.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Rizzoli, è di Ugo Dèttore. Buona lettura.

Il mio vero nome è così noto negli incartamenti e nei registri di Newgate e dell’Old Bailey, e vi si ricollegano fatti di tale importanza, per quel che riguarda la mia personale condotta, che non ci si può aspettare che scriva per esteso in questo libro il mio nome o una relazione sulla mia famiglia. Forse, dopo la mia morte, sarà meglio conosciuto; attualmente non sarebbe davvero conveniente, nemmeno se concedessero una amnistia generale senza eccezione né riserva di persone e reati.

Lungo una scia che svanisce

Recensione di “Diluvio di fuoco” di Amitav Ghosh

Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, Neri Pozza
Amitav Ghosh, Diluvio di fuoco, Neri Pozza

Le vite dei singoli, che di continuo si intrecciano in un perverso gioco di coincidenze e rimandi che richiama alla mente un teatro di burattini, e le sorti del mondo intero; gli interessi personali e i richiami orgogliosi alla libertà degli uomini e del commercio, alle leggi e ai decreti di Dio scritti con l’oculata scaltrezza di un affarista; gli inconfessabili segreti, che il tempo inesorabilmente svela, e le passioni, così irresistibili e nel medesimo tempo così distruttive, cui tutti, prima o poi, finiscono per soccombere. E infine la guerra, l’impari scontro di due imperi, e la legge del più forte che ancora una volta si impone e si ammanta di legittimità mascherandosi da diritto. Giunto al capitolo finale della sua splendida trilogia (i cui primi due capitoli, Mare di papaveri e Il fiume dell’oppio ho già recensito in questo blog), Amitav Ghosh ricompone con ogni cura un complesso e suggestivo mosaico letterario nel quale la geografia e la storia, le tattiche belliche, la varietà delle lingue parlate e le innumeri verità delle religioni professate non sono semplice materiale narrativo ma si radicano profondamente nei vissuti dei protagonisti illuminandone caratteristiche, peculiarità, virtù e vizi, e contribuendo a spiegarne scelte, decisioni, viltà, eroismi, sacrifici. In Diluvio di fuoco (questo il titolo del romanzo che conclude la saga), è la memoria, che come uno scrigno racchiude desideri, speranze, traumi, abissi di menzogna e divoranti ansie di riscatto, il filo rosso che unisce i destini di un manipolo di persone. Memoria di quanto accaduto a bordo della goletta Ibis (e raccontato in Mare di papaveri), memoria di quell’accendersi unico di circostanze che ha unito per sempre persone tra loro diversissime, raja e figli di schiavi, lascari e armatori milionari, oppiomani disperati e giovani donne fiere, pronte ad affrontare ogni rovescio. Alla tolda di quell’imbarcazione e a ciò che vi accadde Ghosh torna attraverso una prosa fluida e rigogliosa, risalendo al presente di ciascun individuo per ogni sorta di via possibile, assumendosi il compito, insieme improbo ed esaltante, di dare espressione a quell’infinita sequenza di possibilità, a quell’interminabile sporgersi verso la realtà che è l’essenza autentica di tutto ciò che esiste. Sullo sfondo di un evento di straordinaria drammaticità e di ancora maggiore importanza (la guerra dell’oppio, combattuta tra Inghilterra e Cina nella seconda metà del XIX secolo e conclusasi nel 1842 con la capitolazione dell’impero Manchu ratificata dal trattato di pace di Nanchino), Amitav Ghosh mette i suoi personaggi di fronte a se stessi; l’ordalia del sangue è un diabolico canto delle sirene che chiama a sé, da ogni latitudine, anime disperse ma non perdute, tutte in qualche modo oscuramente consapevoli di appartenere l’una all’altra. E a contatto con la morte, nel suo spettrale, angosciante incombere, è come se il vivere d’improvviso rilucesse, come se ogni respiro, ogni giorno, ogni più piccola cosa meritasse il massimo dell’attenzione, la più assoluta devozione. Allora ecco che l’amore, fino a quel momento interpretato (dall’algida e calcolatrice moglie di Benjamin Burnham, divenuto immensamente ricco grazie al traffico di oppio) come comoda finzione, si fa dapprima bruciante passione (per il giovane Zachary Reid, ingenuo avventuriero più che mai desideroso di affrancarsi dalla propria miseria materiale) e poi lacerante, nostalgico rimorso per il ragazzo conosciuto in gioventù (e oggi capitano dell’esercito inglese in procinto di essere mandato in Cina a combattere in difesa della “libertà del commercio”), al quale, per la prima e unica volta, ella donò il proprio cuore. All’amore sensuale della signora Burnham corrisponde quello filiale di Raju, figlio dell’ex raja Neel, disposto a imbarcarsi con gli inglesi e perfino a marciare con l’esercito della regina Vittoria pur di ritrovare il genitore, arrestato per debiti anni prima, ed è ancora l’amore, quello del sepoy Kesri Sing per la sorella Deeti (protagonista di Mare di papaveri e in questo romanzo soltanto evocata, ma fortemente presente) e quello dell’uomo di fatica Maddox Colver (che di Deeti è il marito) a decidere della loro sorte e a renderli fratelli, a battezzarli custodi delle reciproche vite.

Opera di cristallina bellezza, solida nell’architettura narrativa, raffinatissima nello stile, suggestiva nella sua “universalità linguistica” (nelle quasi 700 pagine del romanzo si alternano bengali, indostano, cantonese, gujarati), Diluvio di fuoco è insieme un incantevole romanzo d’avventura e una trascinante storia d’amore, un minuzioso trattato sulle campagne militari e un manuale di navigazione, una coraggiosa dissertazione economico-politica e un dettagliato resoconto di una pagina di storia. Al netto di qualche lungaggine di troppo e di alcune macchinosità e forzature (inevitabili, considerata la necessità di far quadrare ogni cosa), Ghosh non avrebbe potuto congedarsi meglio dai suoi lettori.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza Editore (che ha pubblicato anche i primi due romanzi della trilogia), è di Anna Nadotti e Norman Gobetti. Buona lettura.

L’havildar Kesri Singh era uno di quei soldati che amano stare in prima fila, soprattutto in giornate come quella, in cui il suo battaglione marciava attraverso un territorio già assoggettato e il compito dell’avanguardia consisteva nell’inalberare i vessilli del paltan e sfoggiare a beneficio della folla la propria migliore espressione da parata. I contadini assiepati sul ciglio della strada erano persone semplici, e Kesri non aveva bisogno di guardarli in faccia per sapere che lo stavano fissando con occhi sgranati dalla meraviglia.

Un romanzo comico sulla vita

Recensione de “Il re della pioggia” di Saul Bellow

Saul Bellow, Il re della pioggia, Mondadori
Saul Bellow, Il re della pioggia, Mondadori

“Alla decadenza morale borghese improntata ad un materialismo grezzo che lascia insoddisfatti i bisogni spirituali degli individui, è contrapposta […] la positività di una saggezza arcaica che trae alimento dalla sua longevità. Da una parte, una cultura attratta dall’effimero, da ciò che deperisce in breve tempo, dall’altra, una cultura fondata sulla durevolezza, sulla tradizione e capace di adeguarsi ai mutamenti dei secoli, senza lasciarsi da essi snaturare”. Proposto come principale modello interpretativo de Il re della pioggia (1959) di Saul Bellow nell’introduzione all’edizione Mondadori del romanzo (tradotta da Luciano Bianciardi), il capovolgimento del “mito del buon selvaggio”, spogliato di ogni idealità dalla corrosiva ironia dell’autore e ridotto al grottesco, impotente riflesso di sé dalla tragicomica incapacità del protagonista (il milionario cinquantaseienne Eugene Henderson), non è che una delle molte chiavi di lettura di un’opera sfuggente, obliqua, ricca in egual misura d’amarezza e sarcasmo e nella quale il sottile equilibrio tra realtà e fantasia è espressione di una condizione umana considerata come enigma insolubile.

Bellow sceglie di raccontare in prima persona le zingaresche peripezie del ricco e tormentato allevatore di maiali Henderson (marito generoso e goffo di due mogli, padre amorevole e inconsistente di cinque figli) e così facendo sembra dar vita a un romanzo di formazione – una sorta di originale riproposizione di uno dei suoi capolavori, Le avventure di Augie March, pubblicato sei anni prima e recensito qui – ma subito spariglia le carte facendo slittare di continuo il racconto tra passato e presente, intersecando i piani temporali in modo che il qui e ora finisca per essere diretta conseguenza di qualcosa accaduto tanto tempo prima (come se in realtà non esistesse altro che un presente continuo, strozzato dalla strabordante fisicità di Henderson e dalla sua volontà fremente ma cieca, e destinata al fallimento), sfuocando a bella posta il profilo del suo “eroe”, nel quale lo scrittore, premio Nobel per la Letteratura nel 1976, è riconoscibile soltanto in parte e ambientando la storia in un’Africa primordiale e misteriosa, carica di rassegnata saggezza e fiera, innervata dalla vita stessa e gravida d’oscure minacce, quieta e violentissima, un’Africa colorata d’immaginazione, inventata, assaporata come un mondo nuovo, dipinta come una terra vergine capace di accogliere con benevola accondiscendenza tanto il pregiudizio quanto la meraviglia.

In questo contesto che profuma d’assurdo, nel quale non servono bussole e dove il senso dell’orientamento è una virtù non necessaria (basti sapere che Henderson, accompagnato dalla guida Romilayu, si spinge lontano da ogni forma di civiltà), il romanzo di formazione muta in pura e semplice avventura per poi frammentarsi, complice le folli iniziative del protagonista, in un introspettivo sussurrare, in una forsennata ricerca di sé, ed è qui che il gioco di contrasti e contraddizioni che l’autore ha con pazienza condotto a maturazione si fa maestria stilistica, perfezione narrativa.

Re Mida della distruzione, impeccabile artista del disastro, Eugene Henderson condanna al naufragio tutte le proprie buone intenzioni; a contatto con due popolazioni del luogo, ne causa involontariamente la rovina (alla prima sottrae, facendo esplodere una rudimentale bomba, la sola riserva d’acqua di cui dispone; all’interno della seconda si ambienta al punto di diventare, al termine di una cerimonia contro la siccità, sungo, ovvero re della pioggia e amico intimo del sovrano, ma finisce per assistere alla sua tragica fine, il corpo straziato dalle fauci di un leone che l’uomo, per rispettare una tradizione antichissima che vedeva nel felino la reincarnazione del precedente re, doveva catturare da solo, e in seguito a questo avvenimento viene fatto prigioniero). Consumato dal bisogno di essere compreso, spiegato a se stesso, Henderson è costretto ad arrendersi alla solitudine proprio nel momento in cui è vicinissimo a centrare il suo obiettivo; in Africa, infatti, le persone che incontra sembrano essere in grado di leggergli in cuore senza sforzo; è come se ognuno di loro sapesse quale male consuma quell’uomo, da quali ombre cerchi di fuggire, ma non appena egli le trova, nel momento stesso in cui si lega a loro, qualcosa interviene a spezzare la relazione; la vita, che Henderson brama più di ogni altra cosa ma che di continuo gli si erge contro come se fosse la sua peggior nemica, allunga la gamba, gli fa lo sgambetto e lo lascia disteso nella polvere della sua inevitabile sconfitta.

Se una delle opere migliori di Bellow, Il dono di Humboltd (anch’esso recensito, lo trovate qui), è, per definizione dello stesso autore, “un romanzo comico sulla morte”, Il re delle pioggia si può ben considerare “un romanzo comico sulla vita, sul suo bisogno e sulla sua impossibilità”; il sogno agrodolce di un’anima ferita, un’anima che ha irrimediabilmente perduto l’innocenza ma che non ha mai smesso di rimpiangerla

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.

Perché ho fatto questo viaggio in Africa? La spiegazione non è semplice. Le mie cose andavano sempre peggio, e a un certo punto sono diventate un viluppo inestricabile. Se ripenso alla mia situazione all’età di cinquantacinque anni, quando comprai il biglietto, vedo solo dolore. I fatti mi si affollano addosso, sì che ne avverto l’oppressione sul petto.

Il più straordinario dei sogni possibili

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Newton Compton
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Newton Compton

“Una vena di incoerenza scorre inevitabilmente nella natura stessa del concetto di logica”, scrive Paola Faini nella nota introduttiva ad Alice nel paese delle meraviglie, il capolavoro di Lewis Carroll edito da Newton Compton. Non esiste dunque nulla di universale, una regola riconosciuta, un metro di giudizio accettato e condiviso con il quale misurare la realtà, distinguere quel che è giusto dal suo opposto, separare nettamente la razionalità dalla follia; e così, ecco che ciò che agli occhi di qualcuno (o di molti, o della maggior parte, persino) appare assurdo, possiede invece “una logica ferrea, indiscutibile”. Ma quel che emerge da questo quadro in continuo mutamento, da questo scenario che non offre alcun punto di riferimento, non è, come a prima vista si sarebbe tentati di pensare, un semplicistico e sterile “elogio del caos”, bensì un gioioso, radicale, rivoluzionario ripensamento del nostro “essere nel mondo”. Nel creare un universo fantastico, un “paese delle meraviglie” che è specchio (cioè esatto contrario e nel medesimo tempo riflesso fedele) della nostra quotidianità, Carroll dà vita a uno spassoso, irresistibile “umanesimo filosofico” che liberatorio ruggisce contro la rigidità dei codici etici ed educativi dell’età vittoriana, contrapponendo alla necessità dell’esercizio del controllo (tanto a livello personale quanto nelle delicate dinamiche dei rapporti sociali) la spontanea e innocente autenticità della fanciullezza, quel preziosissimo arcobaleno di emozioni e vissuti non mediati che solo conduce a una maturità consapevole, integra e davvero responsabile. Come scrive ancora Faini: “[…] l’Alice della storia, benché cronologicamente e culturalmente inserita nel mondo vittoriano […] affronta da sola nuove e insolite esperienze. Sceglie e decide, accetta o contesta, ribadisce la propria volontà, e non cede se non quando lo ritiene necessario. Estraniata e lontana da quell’universo adulto che finora è stato il suo scudo protettivo, che le ha impedito tuttavia scelte proprie, ella scopre in sé un piglio via via più ardito, che nasce dalla consapevolezza di una conquistata interiorità”. Nelle bizzarrie che contraddistinguono (in quanto norma) la strana terra in cui finisce – popolata di animali parlanti, dove è possibile litigare con il tempo e ritrovarsi, per una sua ripicca, confinati sempre a una stessa ora, nel quale a spadroneggiare è un’irascibile carta da gioco, la Regina di Cuori, il cui unico interesse sembra essere quello di far decapitare chiunque la contraddica o semplicemente finisca con l’annoiarla, e nelle cui scuole si insegnano materie come Boria antica e moderna, Ondografia, Catino e Spreco in luogo di Latino e Greco, ci si esercita a Reggere e Stridere anziché Leggere e Scrivere e si studia matematica dedicandosi alle operazioni di Ambizione, Distrazione, Bruttificazione e Derisione – Alice vive un sogno, anzi il più straordinario dei sogni possibili, e insieme impara a conoscere se stessa, ad assumere la sua identità, a pensare, decidere, agire e soprattutto accettare le responsabilità derivanti da tutto ciò.

Alle prese con la logica rovesciata (ma stringente, proprio in quanto logica) dello specchio, la giovanissima protagonista di questo romanzo meraviglioso, delicato e irresistibilmente divertente si misura con acrobazie verbali capaci di mettere a dura prova maestri dell’oratoria, dotti linguisti e inflessibili professori di grammatica, rincorre il senso perduto di poesie e filastrocche talmente mutate rispetto a com’erano nei suoi ricordi di bimba e scolara da esserle diventate completamente estranee – “Non ricordo più le cose come prima”, si lamenta in uno dei primi dialoghi del libro, mentre chiacchiera con un bruco dal pessimo carattere – sperimenta, in questo labirinto semantico disseminato d’arguzie e doppi giochi, il rapporto diretto che lega parole e cose; e queste sue peripezie, che l’autore intreccia danzando con leggerezza e inimitabile maestria sul significato di ogni termine, distorcendo a bella posta il senso letterale di singole frasi e interi periodi, reiventando le regole stesse del racconto, scardinandone la cronologia e ridisegnando i concetti di spazio e tempo, diventano un fiabesco romanzo di formazione, una storia indimenticabile che vive nella perfetta eternità della fantasia creatrice. Così Alice, “eterna bambina, continuerà per sempre a rincorrere le sue avventure […] non dovrà passare e sfiorire, come tutte le cose umane, ricevendo il dono più grande, quello della memoria, finché la parola scritta vivrà”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Le splendide illustrazioni sono di sir John Tenniel. Buona lettura.

Alice cominciava a non poterne più di starsene seduta accanto alla sorella, sulla riva del fiume, senza far niente: un paio di volte aveva dato un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano figure né storielle, “e a che serve un libro”, pensò Alice, “se non ha figure né storielle?”. Cominciò allora a considerare tra sé (per quanto era possibile, perché la giornata molto calda la faceva sentire assonnata, intontita) se valesse la pena alzarsi e raccogliere un po’ di margherite, tanto per il piacere di intrecciare una coroncina. Quand’ecco che improvvisamente le passò accanto di corsa un Coniglio Bianco con gli occhi rosa.

L’impossibile riforma di uomini, cose, istituzioni e costumi

Recensione di “Il Codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori
Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori

La leggerezza di uomo fatto interamente di fumo riflette il miracolo creativo dell’immaginazione, simboleggia la libertà pura del pensiero, richiama quella felice anarchia dell’intelletto che, come un folletto dispettoso, apre le porte della realtà al colorato disordine del fantastico; l’esistere al limite dell’inconsistenza di un uomo composto soltanto di fumo è la dolce eco di una fantasia inesauribile e travolgente, assetata d’inaspettato e capace di dar vita ai mondi in cui desidera abitare, di popolare terre sconosciute, di ridisegnare il vero. La delicata assurdità, la follia gentile di un uomo che è semplicemente fumo è insieme un’artistica dichiarazione d’intenti e uno sfumato (ma non per questo opaco) “manifesto” politico, è la raffinatezza giocosa di un “romanzo futurista”, di pagine studiatamente stralunate da cui emerge, limpida, una “metafisica” dell’imperfezione, una “teoria universale” dell’ingiustizia. L’uomo di fumo, la buffa, “impossibile” creatura di nome Perelà, è il protagonista di un’opera originalissima e felice intitolata Il Codice di Perelà, sorta di novella sperimentale, o se si vuole di ardito antiromanzo, pubblicato nel 1911 dallo scrittore, poeta e giornalista Aldo Palazzeschi. In una prosa quasi sognante, che fa pensare alla grazia innocente delle favole, l’autore racconta la parabola di un uomo di fumo che, dopo aver vissuto per ben trentatré anni nella cappa di un camino, alla morte delle tre donne che quel camino avevano fino ad allora alimentato (e dalle cui sillabe iniziali dei nomi, Pena, Rete e Lama, egli ricava il proprio: Perelà), lascia la propria casa per andare alla scoperta del mondo. Accolto dall’entusiastica curiosità delle persone che incontra, acclamato da cittadini comuni e autorità del paese in cui si ritrova al punto da venir designato come nuovo estensore del Codice Legislativo, Perelà appare come un dono della Provvidenza; il suo atteggiamento dimesso, il fanciullesco candore, la cortese disponibilità all’ascolto – che altro non sono se non l’espressione di un’alterità assoluta, di una essenziale diversità – dapprima gli guadagnano il favore del popolo ma ben presto gli si ritorcono contro; nel momento in cui, per emulare l’incorporea natura di Perelà e trasformarsi in una senziente nuvola di fumo, un uomo decide di darsi fuoco, la creatura diviene bersaglio di ogni sorta di accuse e additata, quale figura astuta e ingannatrice (nonché causa prima di dolore e afflizione), al disprezzo di ognuno: “La mia opinione dunque… la mia opinione dunque… la mia opinione è molto semplice, ed è questa precisamente: da un pezzo nella nostra terra non s’è fatto che seminare fumo, e ora la terra incomincia a fumare, mi sembra un fatto logico, naturale, naturalissimo. Se voi seminate nella terra chicchi di granoturco o di frumento, raccoglierete spighe di granoturco e di frumento, avete seminato fumo in abbondante quantità e raccogliete abbondante messe di fumo, non potete raccogliere fascine di legna. Deste un valore eccessivo a un fatto che non lo meritava, parve non ci fosse di meglio al mondo che il fumo, parve che con esso le più gravi questioni si potessero risolvere, non s’ebbe più che fumo davanti agli occhi, uomini e donne vestiti di quel colore, feste, balli, banchetti dati in suo onore, inni in sua lode, onore e lode di quale cosa, di che? […]. Voi lo avete innalzato? E voi lo riabbassate al giusto livello. Ma molto in giù […] fino in fondo. Gli avete affidato opere gravissime senza valutare quale sproposito formidabile stavate commettendo? E voi gliele togliete quelle opere, ma presto, subito, senza por tempo in mezzo. E soprattutto… allontanatelo dalla società, date retta a me, cercate il modo di farlo scomparire al più presto”.

La conservazione dello status quo, l’allontanamento, non importa quanto brusco, quanto violento, di qualsiasi elemento perturbatore dell’equilibrio sociale, pur se narrato ancora con un tono a metà tra lo stupito e l’ironico, denso d’istintiva meraviglia e dunque in perfetta continuità stilistica con quell’atmosfera fiabesca che caratterizza l’intero romanzo, àncora l’avventura di Perelà a un ben precisa dimensione e contribuisce a inquadrare ogni accadimento (quel che è già avvenuto come ciò che ancora deve succedere) in una prospettiva politica e umana che senza fatica riconosciamo come nostra. Così l’invenzione si fa apologo, il sogno utopia e il suo tragico fallimento specchio di un eterno presente cui tutti apparteniamo. Come sovrani, e in pari tempo come sudditi.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe.. Re.. La…
– Voi sareste un uomo, per caso?
No. Io sono una povera vecchia, un uomo per caso sarete voi.
È vero, è vero, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
– Voi che cosa siete?
– Io sono leggero… un uomo leggero… tanto leggero… e voi siete una povera vecchia, lo so, come
Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie. Sapreste dirmi se ciò che si vede in fondo a questa via è la città?
– Sì
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