Perché il mondo è fatto solo di respiro

 

Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi
Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi

Un romanzo d’amore, un romanzo d’avventura, un romanzo di formazione. E il racconto di un viaggio, del pensoso peregrinare di un’anima fin nel cuore oscuro e intangibile della natura. Oltre il confine, secondo volume della Trilogia della Frontiera di Cormac McCarthy (del primo, lo splendido Cavalli selvaggi, ho già scritto in questo blog), è un miracolo di scrittura, una vertigine di bellezza, perfezione stilistica, profondità tematica e intensità emotiva che sembra avere il potere di reinventare il concetto stesso di romanzo. Il grande autore americano soffia vita nelle parole, costruisce la realtà (delle persone, delle cose, del cielo e della terra, divinità mute e immortali che nude si consegnano all’uomo e alla sua pietà derelitta, alla sua zoppicante saggezza) nel momento stesso in cui la descrive; nella sua prosa risuona l’eco sovrumana e intoccabile che accompagna l’atto stesso del sorgere, del nascere e insieme riverbera l’attonito stupore della creatura, immagine e simbolo della sua fragilità. Per questo il cammino che compiono i suoi eroi è un’odissea di polvere e sangue, un precipitare nella vita doloroso, atroce e meraviglioso come un parto; per questo tutto quel che fanno porta con sé la gravità delle decisioni definitive e una tragica assenza di redenzione. È dunque in qualche misura un destino segnato quello di Billy Parham, giovane protagonista di Oltre il confine, che dopo aver dato la caccia e catturato una lupa che si accanisce contro gli animali dell’allevamento paterno decide di non consegnarla al genitore (che di certo la ucciderebbe) e di dirigersi con lei verso le montagne del Messico per restituirla al suo mondo. È l’istinto a guidare Billy, qualcosa di primordiale e sfuggente che tuttavia lui percepisce nel momento in cui comprende come fermare l’animale (“La lupa è come il copo de nieve” gli rivela un vecchio. “Fiocco di neve. Puoi afferrare un fiocco di neve, ma quando ti guardi in mano non c’è più. Magari vedi questo dechado. Ma prima di poterlo guardare, è scomparso. Se lo vuoi vedere, devi scendere a patti con la sua natura. Se lo afferri, lo perdi. E da dove va a finire non si ritorna più. Neppure Dio è in grado di riportarlo indietro […]. Se riuscissi a respirare con forza sufficiente potresti annientare il lupo con un soffio. Come si soffia via il copo. Come si spegne una candela. Il lupo è fatto come è fatto il mondo. Non si può toccare il mondo. Non si può tenerlo in mano perché è fatto solo di respiro”). Le pagine di McCarthy spalancano verità, il suo linguaggio semplice, diretto, essenziale eppure ricco dell’infinita ricchezza del mondo (inafferrabile fino al momento in cui non comprendiamo di esserne parte, come lo sono i sassi, i fiumi, le nuvole) è bagnato tanto d’eternità quanto di una umanissima forma d’umiltà, e racconta di un tempo che pur conoscendo non possediamo, quello regolato dall’alternarsi di albe e tramonti, scandito dalla circolarità del vivere e morire della terra e dei suoi frutti, vissuto nei sogni e in quel che facciamo per renderli veri.

E allora ecco che il viaggio di Billy, del fratello minore Boyd e della lupa dagli occhi gialli e indecifrabili si fa metafora di ogni possibile viaggio, del fugace scintillio da fuoco artificiale della fantasia come dello strappo che segna un cambiamento radicale tra ciò che è stato fino a quel momento e ciò che verrà (“Mangiò l’intera preda insieme alla lupa e poi rimasero seduti fianco a fianco davanti al fuoco. La lupa alzava il muso allarmata a ogni scoppiettare della brace. Quando la toccava, il ragazzo sentiva il pelo sollevarsi e il corpo tremare come quello di un cavallo. Le parlò della propria vita, ma non riuscì a tranquillizzarla”), finché il giorno, perfino il più lungo, il più felice o il più infelice di tutti, non cede il passo al buio della notte, al suo mare di pece che tutto abbraccia.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Rossella Bernascone e Andrea Carosso. Buona lettura.
Quando si spostarono a sud della Grant County, Boyd era un bambino e la nuova contea chiamata Hidalgo aveva solo qualche anno più di lui. Nella terra che avevano lasciato erano sepolte le ossa di una sorella e della nonna materna. La nuova contea era fertile e selvaggia. Si poteva cavalcare fino al Messico senza incontrare mai una staccionata. Portava Boyd davanti a sé sull’arcione e gli diceva i nomi di tutto ciò che vedevano, terra e alberi e uccelli e animali, in spagnolo e in inglese. Nella casa nuova dormivano in una stanza accanto alla cucina e la notte a volte stava sveglio e al buio ascoltava il respiro del fratello addormentato e gli sussurrava i progetti che aveva per entrambi e la vita che avrebbero fatto.

Il demone e il filosofo

 

Nikolaj Gogol, Il Vij, Sellerio Editore
Nikolaj Gogol, Il Vij, Sellerio Editore

Una prosa al crocevia tra tradizione popolare e mito, un linguaggio composito, che della prima ha l’asciutta essenzialità, il pratico insegnamento morale e l’elogio della scaltrezza, considerata come una delle forme più alte di saggezza, e della seconda la lussureggiante ricchezza dell’invenzione, la tensione della sorpresa, l’insinuante attrattività della paura, la suggestione del sogno e il dolce canto ipnotico della fantasia. Un cammino letterario di splendida originalità e di leggerezza inviolabile, un sussurro di bellezza e di terrore racchiuso in una manciata di pagine, un intreccio di emozioni confinato in un perimetro narrativo di dialoghi serrati e dettagliatissimi quadri d’ambiente. Tutto questo attende il lettore che si accinge ad affrontare Il Vij di Nikolaj Gogol, un racconto tanto breve quanto intenso, che ruota attorno a una figura fantastica, primo nutrimento di ogni genere di storie, quella del Vij, creatura inafferrabile a metà tra spirito, demone e aberrazione di natura (il Vij, nell’immaginario collettivo del popolo russo, è il re degli gnomi, e a caratterizzarlo sono in special modo gli occhi, le cui palpebre arrivano fino a terra), e al suo contraltare umano, il filosofo Chomà Brut, sintesi di un’umanità piena e imperfetta, sordida e ingenua, e più di ogni altra cosa semplice. Il filosofo Brut, scrive Gogol, “era d’indole allegra, gli piaceva molto star coricato e fumare la pipa; se poi beveva, non mancava di far venire dei musicanti e di ballare il tropàk. Egli assaggiava sovente lo staffile di cuoio, dicendo, con indifferenza assolutamente filosofica, che da quel che deve succedere non c’è scampo”. Solare espressione dell’energia della vita, della primordiale bontà del mondo che quotidianamente sperimentiamo, o quantomeno del suo sostanziale equilibrio, Chomà Brut affronta, nell’evolversi del racconto, il rovescio della medaglia di tutto che egli rappresenta (e per cui l’autore parteggia, senza tuttavia mai commettere l’errore di lasciarsi vincere dalla sua partigianeria e dunque evitando di compromettere la fragile perfezione della sua opera); l’oscurità, reale o immaginaria, del pentimento, del rimorso, della vigliaccheria, qualsiasi cosa che ci impedisca di essere noi stessi, e di esserlo a dispetto di quel che gli altri si aspettano da noi, il glaciale richiamo della morte, il lento consumarsi nella soffocante spirale del dolore.

In un’ideale scacchiera che alterna gelidi labirinti boschivi alla disadorna solitudine di stanze sigillate in un inutile sforzo di protezione, si consuma la lotta tra il filosofo e una vecchia strega, una battaglia che investe tanto il piano fisico quanto quello spirituale e dove alle prove di forza seguono gli scongiuri, le preghiere, gli esorcismi, finché la megera non rivela il suo vero volto e quello che sembra essere il trionfo del filosofo (e della vita) non muta, nel corso di una drammatica notte, nel suo contrario e poi, in un fragoroso, inarrestabile franare di tragici eventi, nella dissoluzione di ogni cosa, con il Vij, chiamato in soccorso dalle entità del male, che, ebbro della vittoria ottenuta sull’uomo e sulla chiesa che lo ospitava, non si accorge dell’approssimarsi della propria fine. “Il sacerdote che entrò si arrestò alla vista di una tale profanazione del santuario di Dio e non osò celebrare la messa funebre in un simile luogo. E così la chiesa rimase per sempre coi mostri aggrovigliati nelle porte e nelle finestre, si ricoprì di una selva di radici, d’erbacce, di pruni selvatici, e ora più nessuno potrà ritrovare la strada per giungervi”. 

Storia d’avventura, di terrore, di fantasia, racconto buono per ogni stagione, da narrare accanto al fuoco o nell’accogliente calore di un letto; memoria condivisa da donare come un’eredità alle generazioni che verranno, lascito testamentario di una comunità; impeccabile e vanitoso esercizio di stile di uno scrittore di assoluto, inconfondibile talento. La natura di questo piccolo gioiello letterario è multiforme, proprio come il suo “eroe”. Del resto, non è la comprensione del Vij quel che conta; la sola cosa importante è il nostro incontro con lui, e ciò che, grazie a Gogol, questo misterioso essere riesce a trasmetterci.
Eccovi l’incipit. La traduzione, per Sellerio Editore, è di Michele Vranianin. Buona lettura.
Non appena rintoccava in Kiev di mattina la campana abbastanza squillante che pendeva al portone del monastero dei Fratelli, ecco che da tutta la città accorrevano a frotte gli scolari e i bursaki. I grammatici, i retori, i filosofi e i teologi, con i quaderni sotto l’ascella, si trascinavano in classe. I grammatici erano ancora piccolini: camminando si davano degli spintoni e leticavano fra loro con la voce più acuta di soprano; quasi tutti avevano indosso abiti sbrindellati e sudici, e le tasche loro erano eternamente piene di ogni sorta di cianfrusaglie, come: aliossi, fischietti fatti con piccole penne, avanzi di focaccia, e talora persino qualche usignoletto, che mettendosi improvvisamente a gorgheggiare in mezzo all’insolito silenzio della classe, procurava al suo padrone i debiti colpi di bacchetta su entrambe le mani, e qualche volta anche le verghe di ciliegio

Il fantasy e la storia possibile

 

Robert E. Howard, Conan di Cimmeria, Editrice Nord
Robert E. Howard, Conan di Cimmeria, Editrice Nord

L’arte, opposta alla vita. E l’avventura, prima sognata sui libri di altri e poi fatta propria, creata in un fiorire continuo di invenzioni, suggestioni e rimandi al mito, per contrastare la fatica dell’esistere con la libertà onnipotente della fantasia, per rendere inviolabile il rifugio costruito con l’immaginazione. Il cammino letterario di Robert Ervin Howard, iniziatore del fortunatissimo genere dell’heroic fantasy (divenuto poi semplicemente fantasy), riconosciuto maestro dei romanzi di “cappa e spada”, scrittore infaticabile e uomo tormentato e solitario, morto suicida a soli trent’anni, riflette tanto la complessa emotività dell’autore (sempre sospesa tra paura e desiderio) quanto la sua particolare visione del mondo, un “dover essere” non privo di una certa ingenuità ma lucido, consapevole e soprattutto forte quanto riesce a esserlo l’afflato rivoluzionario dell’utopia. Così, ecco che accanto alla creazione “dal nulla” di un intero mondo, e all’elaborazione fantastica di una geografia eccezionalmente ricca di dettagli nella quale trovano spazio regni, imperi, libere città, e ancora oceani, isole, lande desolate e fredde, spazi desertici e terre selvagge, si fa strada la verosimiglianza di una datazione storica, l’individuazione di un tempo che diviene contesto di ciò che viene raccontato. In questo modo l’epica di Howard, violenta e scintillante nel suo eroismo come nella sua abiezione, pur calata in un universo fantastico perfettamente autosufficiente non abbandona mai del tutto quel che siamo abituati a considerare come realtà. I richiami dello scrittore americano al suo presente, o a qualsiasi altro contesto il lettore possa e voglia prendere come riferimento, sono numerosi e trasparenti, e poggiano proprio sull’idea forte del tempo, di un momento preciso nella storia del mondo nel quale avvenne ciò che l’autore (che, a condizione di accettare e rispettare l’illusione scenica alla base del suo lavoro, possiamo azzardarci a considerare come uno “storico”, o un cronachista), con stile sovrabbondante e immaginifico, si assume il compito di narrare, di tramandare. L’Era Hyboriana, dunque, senza alcun dubbio il capolavoro di Howard, è nella storia; nacque dodicimila anni fa e si sviluppò e morì nei millenni che intercorsero tra la distruzione di Atlantide e la comparsa dei primi documenti storici come li conosciamo; fu in quest’epoca caotica e turbolenta, splendida e terribile che visse e si distinse Conan, nerboruto barbaro proveniente dalla gelida Cimmeria, “che giunse a conquistare, nella maturità, la corona di uno dei regni più potenti”.     

Al pari di tutti i personaggi di Howard, Conan (il più noto insieme a Kull di Valusia) è un eroe moderno, complesso non tanto nella mentalità (è un barbaro, confida esclusivamente nella forza delle armi e nella sua intelligenza pratica e teme solo quel che non è in grado di comprendere, in modo particolare la magia), quanto nelle sfaccettature del carattere e nell’obbedienza a un codice morale da cui non sono alieni il compromesso, la vendetta sanguinosa, e quando occorre l’opportunismo. C’è il sogno nell’epopea fantasy di questo scrittore talentuoso, sensibile e ispirato, perché è il sogno il tratto distintivo di questo tipo di narrazione, spesso considerata (a torto, a mio avviso) fanciullesca e immatura, ma nelle sue storie a scontrarsi non sono il bene e il male schierati su opposti fronti (come per esempio accade nei romanzi di Tolkien, magnifici ma decisamente più lineari nell’architettura e nello sviluppo rispetto ai lavori di Howard), bensì gli uomini e le loro passioni, i loro desideri, le loro ambizioni e le loro viltà. L’eco lontana di civiltà scomparse, che la prosa howardiana ci restituisce viva, tumultuosa e palpitante, sussurra di conflitti eterni, di meraviglie e di catastrofi destinate a replicarsi finché esisterà colui che ne è la causa prima; l’uomo, in ogni tempo uguale a se stesso.  

Eccovi l’incipit del primo racconto contenuto nel volume Conan di Cimmeria, pubblicato da Editrice Nord. La traduzione è di G.L. Staffilano. Buona lettura.
Le ripide pareti di roccia nera si chiudevano su Conan come le ganasce di una tagliola. Non piaceva al cimmero il modo in cui i loro picchi frastagliati si intravvedevano contro le scarse stelle che scintillavano come occhi di ragno sul piccolo accampamento, posto sul fondo piatto della valle. Né gli piaceva il vento freddo, inquietante, che fischiava oltre le cime rocciose e vagava attorno al fuoco da campo. Esso faceva ondeggiare e palpitare le fiamme, e mandava mostruose ombre nere a tremolare contro l’aspra parete di roccia del lato più vicino della valle. 

La tragica farsa delle spie

Recensione de “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Graham Greene, Il nostro agente all'Avana, Mondadori
Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, Mondadori

Jim Wormold è un rappresentante di aspirapolvere. Lavora all’Avana, ha una figlia di diciassette anni, fervente cattolica, il cui carattere, particolarmente vivace e spigliato, sembra contraddire la sua adesione al credo (o perlomeno ai modi di comportarsi che raccomanda), qualche amico (uno in particolare, il dottor Hasselbacher, un anziano medico tedesco) e una spigliata immaginazione. Quest’ultima, tuttavia, è una caratteristica che ignora di possedere, almeno fino a quando non incontra il signor Hawthorne, agente segreto al servizio di Sua maestà britannica deciso ad arruolarlo, a fare di lui il primo anello di una rete di spie che riferisca tutto quanto accade sull’isola, dilaniata dal conflitto tra l’esercito fedele ad dittatore Batista e i rivoltosi capeggiati da Fidel Castro.

Wormold, che nulla sa né vuole sapere di politica internazionale, complotti, strategie, intercettazioni, rapporti inviati e ricevuti, inizialmente crede che l’approccio di Hawthorne sia uno scherzo, poi pensa a un equivoco, infine si convince che la situazione sia seria (per quanto del tutto assurda), dunque vera. Che fare allora? Rifiutare, naturalmente. Non è certo possibile improvvisarsi spie. Rinunciare, senza dubbio. Voltare le spalle a quella pazzesca offerta. Che però, almeno stando a quel che ne dice Hawthorne, che opera in Giamaica, è molto ben pagata. E Wormold di soldi ha bisogno, un po’ perché gli affari non girano (del resto, a chi possono interessare gli aspirapolvere in tempi di quasi guerra civile? Se poi la casa produttrice ci mette del suo e decide di chiamare l’ultimissimo modello Pila Atomica, come sperare di riuscire a vendere quanto basta per mantenersi?) e un po’ perché sua figlia, la bellissima Milly, ha gusti raffinati e uno stile di vita decisamente dispendioso. Dunque perché non stare al gioco di Hawthorne (o almeno fingere di farlo) e diventare l’agente all’Avana del servizio segreto inglese? In fondo, quanto sarà mai difficile fingere di lavorare per Londra? Riuscire a ingannare gli uomini di Sua Maestà?

L’impianto narrativo de Il nostro agente all’Avana di Graham Greene (pubblicato nel 1958), splendido classico della letteratura, leggero ed elegantissimo nella prosa e ricco di intelligente humour e pungente sarcasmo, è insieme semplice e geniale; è una parodia, una farsa (di un periodo storico e delle sue ossessioni, ma anche dei meccanismi del potere, del suo operare cieco, in una parola disumano, o per dir meglio antiumano), e una riflessione amara sulle scelte personali e sulle loro conseguenze, troppo spesso imprevedibili. Non v’è dubbio che Wormold sia un impostore, eppure ciò che lo spinge ad agire in quel modo, a prendersi gioco di un intero servizio segreto, non è ambizione, né brama di ricchezza o di potere, ma solo la preoccupazione di un padre desideroso di offrire alla figlia una vita degna di questo nome, un’istruzione adeguata, un futuro.

Se quel che era cominciato come un gioco poco alla volta diventa un dramma, e poi una vera e propria tragedia, se delle vite vengono sacrificate, la responsabilità è certo dell’innocuo rappresentante di aspirapolvere, ma insieme a lui salgono sul banco degli imputati tutti i protagonisti di questo scintillante romanzo. Hawthorne, innanzitutto, la cui imbarazzante incapacità di giudizio è pari solo alla propria scandalosa sopravvalutazione di sé, poi il gran capo dell’intelligence, a tal punto colpito dalla straordinarietà delle rivelazioni del nuovo agente (che racconta di una fantomatica serie di installazioni militari in costruzione sulle montagne, accludendo disegni che altro non sono se non copie, riadattate per l’occasione, dei componenti meccanici degli aspirapolvere) da non pensare nemmeno per un momento di indagare più a fondo, di verificare, il dottor Hasselbacher, il cui passato è oscuro (e assai pericoloso), la squadra di agenti che Londra invia per aiutare Wormold, e infine il mellifluo, insinuante e crudele capitano Segura, ufficiale di polizia al servizio del regime innamorato della giovane Milly e disposto, pur di conquistarla, a lasciare una fin troppo ampia libertà d’azione a suo padre.

A tutti l’autore offre la possibilità di fermarsi, di riflettere, di porre fine a quel gigantesco equivoco,di aggiustare le cose, ma nessuno di loro la coglie. Che sia per vigliaccheria, opportunismo o stupidità, poco importa; Greene, senza mai rinunciare al suo tono scanzonato, allegro, al gusto della provocazione, narra con perfetta consequenzialità, come se la vicenda fosse una partita a scacchi (o meglio a dama, gioco preferito da Segura, e a un certo punto anche da Wormold, che sfida il capitano a un inedito, indimenticabile incontro) e ogni mossa conducesse inevitabilmente a un’altra. Fino al disvelamento della verità, il traguardo finale che tutti, fino all’ultimo e con ogni mezzo, hanno cercato di evitare. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Mondadori, collana Oscar Scrittori Moderni, è di Adriana Bottini). Buona lettura.
“Quel negro che passa là in strada le assomiglia, Mr Wormold” disse il dottor Hasselbacher, in piedi nel Wonder Bar. Era tipico del dottor Hasselbacher, dopo un’amicizia di quindici anni, continuare a rivolgersi a Wormold in modo così formale: con lui, l’amicizia procedeva lenta e certa come una diagnosi scrupolosa. Forse sul letto di morte, quando il dottore fosse venuto a tastargli il polso ormai impercettibile, Wormold sarebbe diventato Jim. Il negro era cieco da un occhio e aveva una gamba più corta dell’altra; portava un cappello di feltro senza età e dalla camicia stracciata trasparivano le costole, come in una nave in demolizione.

L’entropia, l’Apocalisse, la letteratura

 

Thomas Pynchon. V., Rizzoli
Thomas Pynchon. V., Rizzoli

Molteplice come i nomi cui può fare riferimento, o come i luoghi (reali o fantastici) che suggerisce alla memoria e all’immaginazione; complessa, come la verità che sembra promettere ma che continuamente sfugge, in un gioco di rimandi, di relazioni impossibili e di disordine creativo nel quale, come nell’immobile eterno ritorno dell’araba fenice, principio e fine coincidono; multiforme, come le divinità antiche, la cui onnipotenza si traduceva nell’atto di volontà con il quale trasformavano se stessi in qualsiasi cosa decidessero di diventare, e i sogni, e infine la realtà stessa, considerata da tanti punti di vista quanti sono coloro che la vivono, la sperimentano, la interpretano (forme apparentemente diverse della sostanziale sottomissione a essa). V., opera prima di Thomas Pynchon (pubblicata nel 1963), una semplice lettera suscettibile di essere qualsiasi cosa come nessuna cosa, è un romanzo che ha in sé l’esplosività generatrice di una cosmogonia e la leggerezza irresponsabile di uno scherzo perfetto, la cui riuscita obbedisce a un’unica condizione, quella di non tener conto delle conseguenze cui darà vita; è l’atto puro del narrare che trascende se stesso e divora, nel momento stesso del parto, tutto ciò che fa nascere. Fin dall’esordio, il grande scrittore americano ha ben chiari in mente i temi che daranno sostanza all’intero suo lavoro (uno dei più significativi dell’intera storia della letteratura), e che egli declinerà, con quella duplicità che gli è essenziale e che lo rivela più di qualsiasi altra caratteristica, sempre nello stesso modo eppure in forme continuamente diverse (anche se a ben guardare ogni romanzo di Pynchon si può considerare come la tessera un unico puzzle, che forse non verrà mai completato per il semplice fatto che non è possibile completarlo, proprio come non è possibile mettere in fila tutti i numeri, pur avendo noi un’idea ben chiara della loro infinità); la ricerca, infruttuosa ma ineludibile, di un significato, di un senso, del fondamento filosofico dell’uomo e del mondo, e la collezione dei segni, degli indizi, e delle non rare prove che dimostrano come il solo significato possibile dell’esistenza delle cose sia la loro condanna al dissolvimento. Come scrive Guido Almansi nella prefazione all’edizione del romanzo edita da Rizzoli (collana La Scala), “Thomas Pynchon è il grande scrittore apocalittico dell’epoca moderna. I suoi mostruosi romanzi, alcuni di mole e ambizioni gigantesche, sono monumenti di sapienza enciclopedica ed esoterica, anche se sono composti esclusivamente di frammenti, dell’immondizia della cultura e della società, delle rovine di un sapere antico ormai in frantumi. È il labirinto distrutto (o esploso) che Paul Klee rievoca nel titolo di un suo quadro. Gli eroi dei suoi libri cercano faticosamente di raccogliere assieme le rovine del mondo per dare sostanza all’idea, insensata, che il mondo continui a essere sensato”.  

Se tutto questo è vero, non esiste miglior omaggio da tributare a Pynchon del tentativo di riassumere un libro che ha a proprio oggetto una totalità indistinta (V., in fondo, è anche la prima lettera di quella che è forse la madre di tutte le illusioni, la verità); così, ecco due personaggi tra loro opposti, Benny Profane (uno schlemil, figura della tradizione culturale ebraica che ha il nostro imperfetto corrispettivo in una persona goffa, impacciata, imbranata specialmente in tutto quel che ha a che fare con la manualità; un uomo, come spiega ancora Almansi, cui, “per riprendere il vecchio aneddoto che circolava a Parigi al tempo dell’esistenzialismo trionfante, le fette di pane tostato […] cadono per terra sempre dalla parte imburrata […]. «Sorry», «mi dispiace», è la sua parola abituale), di professione cacciatore di alligatori nelle fogne di New York, e Stencil, figlio d’arte, anch’egli cacciatore, ma di complotti globali, e di una donna, per l’appunto V., che già aveva ossessionato il padre e che forse è soltanto una donna, forse un automa, forse un ibrido, la totalità incompiuta di cose tra loro inconciliabili. Queste le coordinate di lettura, anche se non si ribadirà mai abbastanza che nei viaggi organizzati da Thomas Pynchon la sola cosa di cui si può tranquillamente fare a meno è la bussola. 

Eccovi l’incipit (la traduzione è di Giuseppe Natale). Buona lettura.
1955, la vigilia di Natale. Benny Profane, jeans neri, giubbotto di pelle scamosciata, scarpa da ginnastica e cappellone da cow-boy, si trovava a passare da Norfolk, in Virginia. Essendo uno che si lasciava facilmente prendere dagli attacchi di nostalgia, aveva pensato di fare un salto al Sailor’s Grave, la bettola sulla East Main dove un tempo si ritrovavano i marinai del suo vecchio cacciatorpediniere. Era passato per l’Arcade. Alla fine della galleria, prima di sbucare in East Main, s’era trovato davanti un vecchio cantante di strada, armato di una chitarra e di un barattolo vuoto per l’elemosina. Più in là, un furiere capo stava cercando di pisciare nel serbatoio di una macchina, una Packard Patrician del ’54, sostenuto dall’incoraggiamento di cinque o sei allievi marinai che lo attorniavano.

Giles, il Don Chisciotte che sconfisse il drago

 

J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani
J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani

Una terra che ha il nome fanciullesco e fantastico di Piccolo Regno, un protagonista, che non è altro che un umile contadino eppure si chiama come il più nobile dei nobili, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo (“perché in quell’epoca, molto tempo fa […] le persone erano dotate di nomi altisonanti”), una prosa gentile, colma di grazia, di misura, piacevole e rassicurante come una carezza e nello stesso tempo carica di suggestione e mistero come un innocuo segreto sussurrato all’orecchio di un bambino. E infine il soffio garbato e irresistibilmente dispettoso dell’ironia, della burla, dispensata come un omaggio sincero, di più, come una dichiarazione d’amore a un genere letterario che ha nella creatività, nell’invenzione, nella libertà sconfinata della fantasia, del desiderio e del sogno la propria prima ragion d’essere: il fantasy. Tutto questo è Il cacciatore di draghi di J.R.R. Tolkien, breve e delizioso racconto scritto e pubblicato nel 1949 (e da noi tradotto solo nel 1975). Non manca nulla, nel mondo disegnato dal grande scrittore britannico; ci sono giganti, cani parlanti, re, cavalieri (l’uno e gli altri, spogliati di ogni eroismo, sono il principale bersaglio della satira dell’autore, che si diverte a rappresentarli avidi, meschini, in qualche misura “bestiali”, supini all’arbitrio degli istinti), e naturalmente un drago, Chrysophylax Dives, astuto, immensamente ricco e soprattutto non molto coraggioso. Su questo affollato palcoscenico, tuttavia, nessuno di essi spicca, perché la storia non ha che un unico eroe, Aegidius, o meglio Giles, l’agricoltore dalla barba rossa. Narrando delle sue gesta (compiute più per caso che per reale volontà, quasi l’uomo fosse una sorte di antenato di Don Chisciotte, solo dotato di un po’ più di consapevolezza) Tolkien riduce a semplici comparse tutti gli altri attori trasformando le loro decisioni in altrettante occasioni di distinzione per Giles. Così, è con un sorriso compiaciuto, soddisfatto, sazio, che il lettore gode, assieme a Gilles, dei suoi successi; è in compagnia dell’agricoltore che assapora la gratitudine che interi villaggi gli tributano per essere stato capace di far fuggire il gigante che si era spinto fino a quelle terre – gli aveva sparato con il suo fucile, il suo “trombone”, e il colosso, pensando di essere stato punto da un insetto particolarmente fastidioso, si era deciso a tornare sui suoi passi, lasciandosi alle spalle una regione “così insalubre” – e gusta le libagioni che gli vengono riservate (“bevve gratis tanta birra da farvi galleggiare una barca; ciò a dire che ne ebbe quasi a sazietà, e tornò a casa cantando vecchi canti eroici”). Né l’atmosfera muta quando a un avversario se ne sostituisce un altro; Giles, infatti, con la medesima, fortunata noncuranza riservata al gigante affronta Chrysophylax Dives, e riesce ad averne ragione soltanto grazie alla sua spada, Mordicoda, una lama magica che si anima da sé ed esce dal proprio fodero ogni volta che un drago si trova nelle vicinanze.  

In un carosello di equivoci, scherzi e buffi incidenti, dunque, Giles si trasforma per la seconda volta in eroe, ma questi panni trova comunque il modo di meritarli (e di nuovo viene da pensare alla saggezza di Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, che, chiamato a dirimere una difficile controversia, risolve la questione con intelligenza e acume) quando rifiuta di consegnare al re il tesoro del drago e, aiutato proprio dall’animale, divenuto suo servitore, ne respinge gli armigeri. “Alla fine”, scrive Tolkien prendendo in prestito dal registro fiabesco (in fondo, tutta la sua avventura profuma di fiaba) il classico e vissero tutti felici e contenti, “Giles divenne Re, naturalmente: Re del Piccolo Regno. Venne incoronato a Ham col nome di Aegidius Draconarius; ma era più spesso noto come il Vecchio Giles del Serpente […]. Così Giles divenne infine vecchio e venerabile, e aveva una barba bianca lunga fino alle ginocchia, e una Corte molto rispettabile (nella quale i meriti venivano spesso premiati), e un ordine di cavalieri completamente nuovo […]. Bisogna ammettere che Giles dovette la sua ascesa in larga misura alla fortuna, anche se dimostrò una certa intelligenza nell’usarla. Fortuna e astuzia lo accompagnarono fino alla fine dei suoi giorni, con grande beneficio dei suoi amici e dei suoi vicini”. 

Eccovi l’incipit del racconto (la traduzione, edizione Bompiani, è di Isabella Murro, le illustrazioni che impreziosiscono il testo sono di Pauline Diana Baynes). Buona lettura.
Della storia del Piccolo Regno sono rimasti pochi frammenti, ma il caso ha voluto che un resoconto delle sue origini sia stato preservato:  una leggenda, forse, più che un resoconto, poiché è evidente che si tratta di una compilazione tarda, piena di cose straordinarie, tratte non da cronache fondate ma da ballate popolari alle quali l’autore fa spesso riferimento. Gli avvenimenti che registra appartengono già ad un passato a lui lontano; ciononostante pare che lui stesso abbia vissuto nelle terre del Piccolo Regno. Infatti le conoscenze geografiche che dimostra di avere (e non sono certo il suo forte) si riferiscono proprio a quel paese, mentre delle altre regioni a nord e a est, dimostra una totale ignoranza.

Il commovente sogno di Tartarino

Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, BUR
Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, BUR

Sognatore malinconico al pari del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, arrendevole nella sua ingenuità come il candido Samuel Pickwick di Charles Dickens, Tartarino di Tarascona, tragicomico personaggio nato dalla fantasia di Alphonse Daudet, incarna il fascino irresistibile dell’immaginazione, il desiderio, che è di tutti gli uomini, di abbandonare, anche solo per un momento, la propria vita e il suo incolore scorrere per entrare nel regno magico della fantasia e divenire finalmente altro da sé, l’eroe indomito, il fiero cavaliere, l’invincibile campione… figure raccontate in decine di libri, lette, amate e a tal punto idealizzate e interiorizzate da essere ormai quasi una seconda natura. Tartarino ha l’anima e il cuore della Provenza, appare sanguigno di carattere, ma i suoi atteggiamenti non sono che posa; nella gestualità arruffata, così come nel colorito motteggio, egli costantemente si sforza di assomigliare a quel che vorrebbe essere, cerca di impressionare, di lasciare un segno. La sua sete d’avventura, raccontata con spensierata vivacità, con la furba leggerezza di linguaggio di una burla, conquista il lettore e lo muove al riso, un riso che sgorga con estrema facilità, ora sottile, quasi sommesso, ora trionfante ed eccessivo, ma proprio come accade al Don Chisciotte, la cui umanità non capitola mai, nemmeno di fronte alla più umiliante delle disavventure, anche Tartarino, che ha nel romantico hidalgo di Cervantes (ma in qualche modo anche nella sua goffa spalla) il proprio modello – non a caso, al principio del terzo capitolo del secondo episodio, quando, entusiasta e bellicoso, Tartarino mette piede in Algeria, l’autore si lascia andare a un semiserio omaggio al grande spagnolo quasi declamando: “O Michele Cervantes Saavedra, se è vero ciò che si dice, che cioè nei luoghi dove dimorarono i grandi uomini qualcosa di essi erra e ondeggia nell’aria fino alla fine dei secoli, ciò che restava di te sul lido barbaresco dovette trasalire di gioia vedendo sbarcare Tartarino di Tarascona, questo tipo meraviglioso di francese del Mezzogiorno, in cui si erano incarnati i due eroi del tuo libro, Don Chisciotte e Sancio Pancia – per quanto vesta, senza neppure rendersene conto, i panni del buffone, non cessa di essere persona, e non perde la propria dignità”. 

Certo, il guascone tronfio che non sa fare altro che lamentarsi della noia che da ogni parte lo circonda, soffocandone l’autentica natura, e che agogna farsi cacciatore e braccare, nella selvaggia Africa, nientemeno che il maestoso leone, è senza alcun dubbio una maschera comica, ma la sensibilità di Daudet non si limita a offrire al pubblico un rutilante spettacolo d’intrattenimento, un’esplosione di fuochi d’artificio da festa di paese, compie un passo ulteriore e getta luce su una condizione esistenziale che non è esagerato definire archetipica. Come scrive Giuseppe Sardelli, “Senza l’ignoto […] lo spirito d’avventura si rifugia nel sogno. E Tartarino ce lo dice compiutamente. Perché il suo sogno non nasce tanto dalla lettura di certi libri quanto dal bisogno di quelle letture. Essi servono a tener desto il suo sogno e agguerrito il suo tartarinismo contro la piatta uniformità della vita senza emozioni e senza rischio, di una vita privata del coraggio di esistere […]. Non è quindi il sogno dell’inerzia, ma l’estrema forma di sopravvivenza al naufragio della vitalità in un mondo che ne è la negazione. Purtroppo l’identificazione del sogno con la realtà è pericolosa […]. Un tempo, quando il sogno corrispondeva a una certa realtà, cioè quando era la realtà stessa, ma sognata, sognare l’avventura preparava alla realtà, addestrava lo spirito e il sangue al cimento con la realtà. Oggi che il sogno è la ridotta in cui si rifugia lo spirito di avventura, sognare è scampo dalla realtà, e tradurre il sogno in termini di realtà, per dare un senso alla vita e provare il rischio del coraggio di esistere, può portarci al pianto della disperazione”. 

Proprio come il suo eroe, anche Tartarino si risveglia bruscamente dalle fantasie che ha cullato; l’immaginazione che lo ha sostenuto, così forte da riuscire a nutrire la volontà e a condurlo in Africa, a contatto con le asprezze del mondo (che altro non sono, in fondo, se non incapacità di sognare) va in pezzi, e lascia irrompere disillusione e dolore. È il prezzo che si paga per il semplice fatto di essere vivi: Tartarino, Chisciotte e Samuel Pickwick lo comprendono troppo tardi, troppo tardi si destano dal sogno, eppure, miracolosamente, anche davanti alle macerie delle loro illusioni rimangono se stessi. È questo inestimabile tesoro a renderli immortali. 

Eccovi l’inizio dell’opera. Buona lettura. 

La mia prima visita a Tartarino di Tarascona è rimasta una data indimenticabile nella mia vita. Sono trascorsi dodici o quindici anni da quel giorno, ma ne serbo un ricordo più chiaro che se fosse ieri. L’intrepido Tartarino abitava, a quel tempo, all’entrata della città, la terza casa a sinistra sulla strada di Avignone: una graziosa villetta tarasconese con giardino davanti, terrazzino dietro, muri bianchissimi, persiane verdi, e sulla soglia della porta una nidiata di piccoli savoiardi intenti a giocare alla campana, o stravaccati al sole con la testa sulle loro cassette da lustrascarpe. Di fuori pareva una casa come tante. A nessuno sarebbe mai venuto il sospetto di trovarsi davanti alla dimora di un eroe. Ma, una volta dentro, mannaggia!… Dalla cantina al granaio tutto l’edificio aveva l’aria eroica, perfino il giardino!… Il giardino di Tartarino! Non ce n’era l’uguale in tutta Europa. Non un albero del paese, non un fiore di Francia, ma solo piante esotiche, acacie gommifere, begonie del Sud-America, piante del cotone, cocchi, manghi, banani, palme, un baobab, fichi d’India, cactus, fichi di Barberia, roba da credersi in piena Africa centrale, a diecimila leghe da Tarascona. Tutto, ben inteso, in miniatura; così gli alberi del cocco non superavano la statura delle barbabietole, e il baobab (albero gigante, arbos gigantea) si trovava a suo agio in un vaso di reseda. Ma, tant’è, per Tarascona era una bellezza, e le persone ammesse la domenica all’onore di contemplare il baobab di Tartarino se ne tornavano piene di ammirazione.

La sincerità (per nulla banale) del male

William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi
William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi

Tra le canaglie letterarie, il giovane e spregiudicato protagonista de Le memorie di Barry Lyndon, capolavoro di William Makepeace Thackeray, merita senza dubbio un posto d’onore. Non tanto per la perfidia, la sfrenata ambizione, l’inclinazione verso qualsiasi tipo di piacere dei sensi (donne, gozzoviglie, gioco d’azzardo), quanto per l’esibita – e a più riprese rivendicata – integrità delle sue azioni, o meglio, degli scopi che le alimentano. In un Settecento ingioellato e sfarzoso al pari delle dimore dei nobili, cinte da splendidi giardini e circondate da vastissimi possedimenti di caccia, cui fanno da contraltare le miserabili condizioni di vita del popolo e la dura esistenza dei soldati, sbandati senza altri mezzi di sussistenza che in cambio di vitto, alloggio e di una paga poco più che simbolica marciano disciplinati verso il massacro nei teatri di guerra di mezza Europa; in questo secolo illuminato e fragile, geniale e feroce, raffinato e ferino, Barry Lyndon insegue con tutte le sue forze il successo mondano, una posizione di privilegio e il riconoscimento dei lord (il diritto a vivere come loro e assieme a loro) senza tuttavia mai smettere di spregiare le affettate e ipocrite regole della buona società.

Barry, irlandese di umili origini che con ridicola pompa dichiara per sé e per la propria famiglia discendenze addirittura regali, non si fa certo scrupolo di mentire, né di ingannare o di raggirare, ma lo fa senza mai rinnegare se stesso, senza mai mostrare altro volto che il proprio. Le sue azioni non hanno nulla a che vedere con il mellifluo doppiogiochismo dell’uomo di corte, con il belletto squisitamente formale delle buone maniere, con il miserevole espediente della lealtà tradita nell’attimo stesso in cui la si manifesta; è un uomo che non manca di coraggio, e che tiene in gran conto l’onore, seppur considerato secondo una propria, personalissima prospettiva. Barry Lyndon ama e odia con lo stesso infantile impeto che nutre la sua brama di ricchezza e prestigio; senza calcoli, senza mediazioni. Quel che conta è che il suo appetito venga soddisfatto. E così Barry, pur con tutto il suo carico di spregevoli atti, si salva dall’unanime condanna del mondo e veste (con l’affascinante noncuranza propria solo degli imbroglioni impenitenti) i panni dell’eroe di un rocambolesco romanzo d’avventura, nel quale i toni leggeri della commedia – e perché no, della farsa – resistono ai peggiori rovesci della sorte e al verificarsi dei più tragici accadimenti. E ai drammi di questo spavaldo guascone – così come ai suoi successi – il lettore partecipa con una sorta di istintiva simpatia: responsabile della sua ascesa tanto quanto della sua caduta, Barry affronta ogni svolta della propria vita con la medesima fermezza dimostrata in battaglia; guardandola negli occhi, da uomo. A conti fatti, la sua sincera cattiveria è di gran lunga preferibile alla tela di ragno della menzogna lungo i cui fili corre la quasi totalità dei rapporti umani.
Ora l’incipit del romanzo, di travolgente bellezza fin dalle prime righe. Buona lettura.
Dai tempi di Adamo in poi, non s’è mai fatto danno a questo mondo senza che ci fosse di mezzo una donna. E da quando ha avuto origine la nostra famiglia (dev’essere stato molto vicino ai tempi di Adamo – tanto antica, nobile e illustre è la stirpe dei Barry, come tutti sanno), le donne hanno svolto un ruolo cruciale nei destini della nostra stirpe.
Immagino che non ci sia gentiluomo in Europa che non abbia sentito parlare della casata dei Barry di Barryogue, del regno d’Irlanda: in tutto Gwillim o D’Hozier non si trova nome più famoso del nostro. Benché io, da uomo di mondo, abbia imparato a disprezzare di cuore le pretese di nobiltà di certi impostori che non hanno più sangue blu del lacchè che mi lucida gli stivali; e per quanto io disdegni e derida le vanterie di tanti miei compatrioti, che son tutti rampolli dei Re d’Irlanda, e se possiedono un fondo da farci appena pascolare un porco, ne parlano come di un principato; tuttavia devo affermare (per amor del vero) che la mia famiglia fu la più nobile dell’isola, e forse dell’universo mondo […]. Metterei senz’altro la corona irlandese in cima al mio stemma, se non ci fossero tanti sciocchi che arrogandosi quest’onore ne fanno una cosa volgare.
P.S. Dal meraviglioso romanzo di Thackeray, Stanley Kubrick ha tratto un film altrettanto bello. Non del tutto fedele al libro (specie per  quel che riguarda il finale), la trasposizione del grande regista americano merita comunque di essere vista e rivista. Vi invito, però, a conoscere prima il Barry Lyndon letterario; vi aiuterà ad apprezzare meglio le sue gesta cinematografiche.