Harry, il mago

J.K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore
J.K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani Editore

La consapevole, studiata leggerezza della prosa, l’attenzione, puntuale e gioiosa, nei confronti dei limiti e delle possibilità del linguaggio, le acrobatiche peripezie espressive che hanno il volto semplice del gioco di parole ma nascondono una ricerca rigorosa, l’enorme ricchezza del materiale narrativo, vagliata con puntiglio, selezionata accuratamente e sistematizzata con maestria indiscussa. E la scelta e il disegno dei personaggi, nuovi e originali e allo stesso tempo figli di una lunga tradizione letteraria; e poi l’ambientazione, felicissima, che senza sforzo apparente sposa la normalità, l’ordinarietà, a tutto ciò che le nega alla radice: il magico, l’impossibile, il sogno, il desiderio; in una parola, il sublime, inviolato reame cui solo la fantasia ha diritto d’accesso. Racchiuso in tutti i sette romanzi che compongono la saga di Harry Potter, con ogni probabilità l’opera per ragazzi più famosa al mondo, questo tesoro di stile e contenuto soltanto in parte si deve al talento dell’autrice, J.K. Rowling; alla sua esuberanza, all’irresistibile eleganza del suo raccontare il lettore deve il piacere puro della scoperta della storia, l’incanto sincero dell’ascolto, ma il mondo nel quale le vicende accadono (la Londra che tutti conosciamo e che pure sa riservare deliziose sorprese, e soprattutto la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts e ciò che la definisce e la circonda), coloro che lo abitano (i protagonisti come le comparse), ciò che vi si svolge, i segreti che nasconde, le verità che poco alla volta svela, le battaglie che vi si combattono – che altro non sono se non il parziale riflesso dell’eterno conflitto tra bene e male – insomma, intera l’impalcatura che regge tanto ogni singolo romanzo quanto il lavoro considerato nel suo complesso, è un richiamo intelligente e nobile alla storia delle “belle lettere”, un omaggio allo splendore del passato, la colta citazione di un appassionato. Si respira, nei romanzi della Rowling, a partire dal primo, Harry Potter e la pietra filosofale, un sincero amore per l’atto stesso dello scrivere, per il processo creativo che ne è una parte fondamentale e insieme per il doveroso studio (che sempre andrebbe fatto) di quel che precede ogni opera nuova.

Se è senza dubbio gratificante ritrovare nei libri di questa scrittrice sensibile e raffinata le suggestioni del mito e delle leggende popolari di ogni parte del mondo, unite all’epica eroica propria dei romanzi del genere fantasy, al chiaro indirizzo etico che è alla base dei racconti di formazione, al vertiginoso respiro delle storie avventurose e all’ingenua esaltazione del divertimento puro propria della letteratura per ragazzi, quello che sorprende è il modo in cui tutto questo viene proposto: con un trasparente senso di gratitudine, con contagiosa felicità. J.K Rowling, pur con una sua preziosa originalità, rivendica orgogliosa un’appartenenza, non si preoccupa di nascondere o negare i propri debiti; il suo raccontare procede lungo un sentiero già tracciato, e la sua voce spicca tanto più limpida quanto meno lei si preoccupa di distinguerla dalle altre. A mio avviso, è questa la caratteristica più preziosa dei romanzi della scrittrice britannica: quella di essere, o meglio di voler essere, parte di una storia di più grande.

Sul giovane e predestinato mago Harry Potter, sul suo antagonista Lord Voldemort, sui suoi amici e i suoi avversari, in primo luogo il tormentato Draco Malfoy, e non ultimo sulla sua strampalata famiglia londinese che nulla vuole avere a che fare con la magia ma che proprio per questa ragione è costretta a subirla, non vale la pena soffermarsi. I romanzi di J.K. Rowling hanno avuto un così grande successo che non c’è chi non conosca, anche soltanto per sommi capi, la storia di questo eroe armato di bacchetta. Tuttavia, proprio come la magia (che a ben guardare può essere ovunque, persino nelle nostre più che anonime case) ci suggerisce che spesso le cose sono ben diverse da quel che sembrano, così la saga di Harry Potter è molto più di una serie di godibilissimi libri per ragazzi. È un capitolo di storia della letteratura, un capitolo ottimamente scritto, avvincente, spassoso, drammatico, scintillante. È una storia nuova che in molte sue parti è già stata narrata, ma che non per questo ha perduto il suo fascino.

Eccovi l’inizio di Harry Potter e la pietra filosofale. La traduzione, per Salani, è di Marina Astrologo, le illustrazioni sono di Serena Righetti.

Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano. Il signor Dursley era direttore di una ditta di nome Grunnings, che fabbricava trapani. Era un uomo corpulento, nerboruto, quasi senza collo e con un grosso paio di baffi. La signora Dursley era magra, bionda e con un collo quasi due volte più lungo del normale, il che le tornava assai utile, dato che passava gran parte del tempo ad allungarlo oltre la siepe del giardino per spiare i vicini. I Dursley avevano un figlioletto di nome Dudley e secondo loro non esisteva al mondo un bambino più bello.

Wednesday e gli Dei dimenticati

Recensione di “American Gods” di Neil Gaiman

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori
Neil Gaiman, American Gods, Mondadori

Nel sogno, forma perfetta della realtà secondo Jorge Luis Borges, la memoria vive oltre se stessa e abbraccia tanto il finito orizzonte di ciò che è stato quanto l’incommensurabile regione del possibile. Qui, dove ogni cosa ha diritto d’esistere, dove il solo tempo percepito è un’indistinzione di passato e futuro, esistere è insieme nascere e rinascere, venir gettati nel mondo e tornarci, imporsi all’attenzione e manifestarsi al ricordo. Così, è esclusivamente nel sogno che gli Dei – creature incorrotte e fragili forgiate nella fede e nel mito, simboli gloriosi e patetici di secoli lontani – possono interrompere l’esilio cui li ha condannati il semplice invecchiare del mondo. E ricomparire. E rivendicare, orgogliosi, la loro perduta sovranità. Gli Dei tornano in un sogno terribile e magnifico narrato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto intitolato Ragnarök (lo trovate, se siete interessati, nel volume Lartefice, edito da Rizzoli); tornano a stupire gli studenti di una facoltà di Lettere e Filosofia, ma non sono come ci si aspetta.

Non hanno più nulla della loro passata fierezza, né ombra alcuna di nobiltà, non sono che bestie randagie. “Tutto cominciò”, scrive Borges “col sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma d’un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci”.

È suggestivo pensare che a Borges, ai sogni e all’illusorio rinnovarsi degli immortali abitanti dell’Olimpo abbia guardato (traendone felice ispirazione) Neil Gaiman, autore dell’amaro e avvincente American Gods, vincitore nel 2001 del premio Bram Stoker e l’anno successivo dei premi Nebula e Hugo. Protagonisti del suo romanzo – il cui registro fantasy si fonde con il dramma, l’avventura e perfino con il mystery, trascinando il lettore in un labirinto di verità e finzioni, colpi di scena e sorprese talmente intricato da lasciare senza fiato – sono infatti gli Dei, non quelli del Pantheon greco, com’era nel racconto di Borges, bensì quelli della mitologia scandinava, Odino e Loki, accanto ai quali appaiono creature fantastiche appartenenti al folklore e alla cultura popolare irlandese come i leprecauni, e addirittura una divinità africana: Anansi.

E proprio come i greci, anche questi Dei sono dei vinti, degli sconfitti; dimenticati, dunque in qualche misura morti, non sono ancora ridotti allo stato ferino, ma sono comunque degli emarginati. Invece del sogno di qualcuno abitano l’America di oggi, ma da sottoproletari, da ultimi; idoli ormai inutili sostituiti da altri idoli – rappresentati dal denaro, dal successo, dall’invadenza della televisione, dal selvaggio irrompere della tecnologia, che ogni giorno di più si fa prepotente tecnocrazia – subiscono impotenti e rassegnati il loro destino.

Ma a questa sorte, a questa immortalità un tempo invidiata e che oggi pesa loro addosso come una condanna, ed è così scomoda da esser divenuta motivo d’imbarazzo e di vergogna, qualcuno si ribella: un misterioso, enigmatico signor Wednesday (nome della settimana che richiama alla mente un’altra possibile, affascinante fonte di ispirazione per Gaiman, lo splendido The Man Who Was Thursday, L’uomo che fu Giovedì di Gilbert Keith Chesterton), che altri non è che Odino, vuole dare battaglia ai nuovi Dei e riaffermare su loro, sugli uomini e sul mondo, il dominio perduto. Ad aiutarlo (suo malgrado) in questo compito è l’ex galeotto Shadow, appena uscito di prigione dopo aver scontato tre anni e completamente solo al mondo in seguito alla perdita della moglie e del migliore amico in un incidente stradale.

Inizialmente incredulo, poi soltanto scettico, infine costretto ad accettare la realtà dei fatti, per quanto assurda, Shadow si mette all’opera. L’autore ne racconta le peripezie con limpida maestria narrativa, mutando spesso registro espressivo, toccando le note acute del grottesco, immediatamente dopo sprofondando nel tono cupo della tragedia imminente per poi tornare alla scanzonata luminosità della commedia. L’incessante mutare della forma è mutare della sostanza stessa del romanzo, che non offre punti di riferimento al lettore, semina allo stesso modo indizi e false prove e dà la medesima plausibilità a quel che al buon senso sembra probabile e a quello che pare contrario a ogni logica, fino al climax, il momento dello scioglimento finale, quello in cui Shadow, e il lettore con lui, scoprirà che non vi è poi molta differenza tra la divina bestialità dipinta da Borges e la sovrumana indigenza dei personaggi di Gaiman.

Romanzo godibilissimo, divertente, stuzzicante, American Gods si fa apprezzare per l’originalità, per l’innegabile qualità di scrittura, per i suoi “possibili” debiti letterari e per le dirette citazioni: tra le altre, L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, le Storie di Erodoto e, vero colpo da maestro, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.

Il fantasy e la storia possibile

 

Robert E. Howard, Conan di Cimmeria, Editrice Nord
Robert E. Howard, Conan di Cimmeria, Editrice Nord

L’arte, opposta alla vita. E l’avventura, prima sognata sui libri di altri e poi fatta propria, creata in un fiorire continuo di invenzioni, suggestioni e rimandi al mito, per contrastare la fatica dell’esistere con la libertà onnipotente della fantasia, per rendere inviolabile il rifugio costruito con l’immaginazione. Il cammino letterario di Robert Ervin Howard, iniziatore del fortunatissimo genere dell’heroic fantasy (divenuto poi semplicemente fantasy), riconosciuto maestro dei romanzi di “cappa e spada”, scrittore infaticabile e uomo tormentato e solitario, morto suicida a soli trent’anni, riflette tanto la complessa emotività dell’autore (sempre sospesa tra paura e desiderio) quanto la sua particolare visione del mondo, un “dover essere” non privo di una certa ingenuità ma lucido, consapevole e soprattutto forte quanto riesce a esserlo l’afflato rivoluzionario dell’utopia. Così, ecco che accanto alla creazione “dal nulla” di un intero mondo, e all’elaborazione fantastica di una geografia eccezionalmente ricca di dettagli nella quale trovano spazio regni, imperi, libere città, e ancora oceani, isole, lande desolate e fredde, spazi desertici e terre selvagge, si fa strada la verosimiglianza di una datazione storica, l’individuazione di un tempo che diviene contesto di ciò che viene raccontato. In questo modo l’epica di Howard, violenta e scintillante nel suo eroismo come nella sua abiezione, pur calata in un universo fantastico perfettamente autosufficiente non abbandona mai del tutto quel che siamo abituati a considerare come realtà. I richiami dello scrittore americano al suo presente, o a qualsiasi altro contesto il lettore possa e voglia prendere come riferimento, sono numerosi e trasparenti, e poggiano proprio sull’idea forte del tempo, di un momento preciso nella storia del mondo nel quale avvenne ciò che l’autore (che, a condizione di accettare e rispettare l’illusione scenica alla base del suo lavoro, possiamo azzardarci a considerare come uno “storico”, o un cronachista), con stile sovrabbondante e immaginifico, si assume il compito di narrare, di tramandare. L’Era Hyboriana, dunque, senza alcun dubbio il capolavoro di Howard, è nella storia; nacque dodicimila anni fa e si sviluppò e morì nei millenni che intercorsero tra la distruzione di Atlantide e la comparsa dei primi documenti storici come li conosciamo; fu in quest’epoca caotica e turbolenta, splendida e terribile che visse e si distinse Conan, nerboruto barbaro proveniente dalla gelida Cimmeria, “che giunse a conquistare, nella maturità, la corona di uno dei regni più potenti”.     

Al pari di tutti i personaggi di Howard, Conan (il più noto insieme a Kull di Valusia) è un eroe moderno, complesso non tanto nella mentalità (è un barbaro, confida esclusivamente nella forza delle armi e nella sua intelligenza pratica e teme solo quel che non è in grado di comprendere, in modo particolare la magia), quanto nelle sfaccettature del carattere e nell’obbedienza a un codice morale da cui non sono alieni il compromesso, la vendetta sanguinosa, e quando occorre l’opportunismo. C’è il sogno nell’epopea fantasy di questo scrittore talentuoso, sensibile e ispirato, perché è il sogno il tratto distintivo di questo tipo di narrazione, spesso considerata (a torto, a mio avviso) fanciullesca e immatura, ma nelle sue storie a scontrarsi non sono il bene e il male schierati su opposti fronti (come per esempio accade nei romanzi di Tolkien, magnifici ma decisamente più lineari nell’architettura e nello sviluppo rispetto ai lavori di Howard), bensì gli uomini e le loro passioni, i loro desideri, le loro ambizioni e le loro viltà. L’eco lontana di civiltà scomparse, che la prosa howardiana ci restituisce viva, tumultuosa e palpitante, sussurra di conflitti eterni, di meraviglie e di catastrofi destinate a replicarsi finché esisterà colui che ne è la causa prima; l’uomo, in ogni tempo uguale a se stesso.  

Eccovi l’incipit del primo racconto contenuto nel volume Conan di Cimmeria, pubblicato da Editrice Nord. La traduzione è di G.L. Staffilano. Buona lettura.
Le ripide pareti di roccia nera si chiudevano su Conan come le ganasce di una tagliola. Non piaceva al cimmero il modo in cui i loro picchi frastagliati si intravvedevano contro le scarse stelle che scintillavano come occhi di ragno sul piccolo accampamento, posto sul fondo piatto della valle. Né gli piaceva il vento freddo, inquietante, che fischiava oltre le cime rocciose e vagava attorno al fuoco da campo. Esso faceva ondeggiare e palpitare le fiamme, e mandava mostruose ombre nere a tremolare contro l’aspra parete di roccia del lato più vicino della valle. 

Giles, il Don Chisciotte che sconfisse il drago

 

J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani
J.R.R. Tolkien, Il cacciatore di draghi, Bompiani

Una terra che ha il nome fanciullesco e fantastico di Piccolo Regno, un protagonista, che non è altro che un umile contadino eppure si chiama come il più nobile dei nobili, Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo (“perché in quell’epoca, molto tempo fa […] le persone erano dotate di nomi altisonanti”), una prosa gentile, colma di grazia, di misura, piacevole e rassicurante come una carezza e nello stesso tempo carica di suggestione e mistero come un innocuo segreto sussurrato all’orecchio di un bambino. E infine il soffio garbato e irresistibilmente dispettoso dell’ironia, della burla, dispensata come un omaggio sincero, di più, come una dichiarazione d’amore a un genere letterario che ha nella creatività, nell’invenzione, nella libertà sconfinata della fantasia, del desiderio e del sogno la propria prima ragion d’essere: il fantasy. Tutto questo è Il cacciatore di draghi di J.R.R. Tolkien, breve e delizioso racconto scritto e pubblicato nel 1949 (e da noi tradotto solo nel 1975). Non manca nulla, nel mondo disegnato dal grande scrittore britannico; ci sono giganti, cani parlanti, re, cavalieri (l’uno e gli altri, spogliati di ogni eroismo, sono il principale bersaglio della satira dell’autore, che si diverte a rappresentarli avidi, meschini, in qualche misura “bestiali”, supini all’arbitrio degli istinti), e naturalmente un drago, Chrysophylax Dives, astuto, immensamente ricco e soprattutto non molto coraggioso. Su questo affollato palcoscenico, tuttavia, nessuno di essi spicca, perché la storia non ha che un unico eroe, Aegidius, o meglio Giles, l’agricoltore dalla barba rossa. Narrando delle sue gesta (compiute più per caso che per reale volontà, quasi l’uomo fosse una sorte di antenato di Don Chisciotte, solo dotato di un po’ più di consapevolezza) Tolkien riduce a semplici comparse tutti gli altri attori trasformando le loro decisioni in altrettante occasioni di distinzione per Giles. Così, è con un sorriso compiaciuto, soddisfatto, sazio, che il lettore gode, assieme a Gilles, dei suoi successi; è in compagnia dell’agricoltore che assapora la gratitudine che interi villaggi gli tributano per essere stato capace di far fuggire il gigante che si era spinto fino a quelle terre – gli aveva sparato con il suo fucile, il suo “trombone”, e il colosso, pensando di essere stato punto da un insetto particolarmente fastidioso, si era deciso a tornare sui suoi passi, lasciandosi alle spalle una regione “così insalubre” – e gusta le libagioni che gli vengono riservate (“bevve gratis tanta birra da farvi galleggiare una barca; ciò a dire che ne ebbe quasi a sazietà, e tornò a casa cantando vecchi canti eroici”). Né l’atmosfera muta quando a un avversario se ne sostituisce un altro; Giles, infatti, con la medesima, fortunata noncuranza riservata al gigante affronta Chrysophylax Dives, e riesce ad averne ragione soltanto grazie alla sua spada, Mordicoda, una lama magica che si anima da sé ed esce dal proprio fodero ogni volta che un drago si trova nelle vicinanze.  

In un carosello di equivoci, scherzi e buffi incidenti, dunque, Giles si trasforma per la seconda volta in eroe, ma questi panni trova comunque il modo di meritarli (e di nuovo viene da pensare alla saggezza di Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, che, chiamato a dirimere una difficile controversia, risolve la questione con intelligenza e acume) quando rifiuta di consegnare al re il tesoro del drago e, aiutato proprio dall’animale, divenuto suo servitore, ne respinge gli armigeri. “Alla fine”, scrive Tolkien prendendo in prestito dal registro fiabesco (in fondo, tutta la sua avventura profuma di fiaba) il classico e vissero tutti felici e contenti, “Giles divenne Re, naturalmente: Re del Piccolo Regno. Venne incoronato a Ham col nome di Aegidius Draconarius; ma era più spesso noto come il Vecchio Giles del Serpente […]. Così Giles divenne infine vecchio e venerabile, e aveva una barba bianca lunga fino alle ginocchia, e una Corte molto rispettabile (nella quale i meriti venivano spesso premiati), e un ordine di cavalieri completamente nuovo […]. Bisogna ammettere che Giles dovette la sua ascesa in larga misura alla fortuna, anche se dimostrò una certa intelligenza nell’usarla. Fortuna e astuzia lo accompagnarono fino alla fine dei suoi giorni, con grande beneficio dei suoi amici e dei suoi vicini”. 

Eccovi l’incipit del racconto (la traduzione, edizione Bompiani, è di Isabella Murro, le illustrazioni che impreziosiscono il testo sono di Pauline Diana Baynes). Buona lettura.
Della storia del Piccolo Regno sono rimasti pochi frammenti, ma il caso ha voluto che un resoconto delle sue origini sia stato preservato:  una leggenda, forse, più che un resoconto, poiché è evidente che si tratta di una compilazione tarda, piena di cose straordinarie, tratte non da cronache fondate ma da ballate popolari alle quali l’autore fa spesso riferimento. Gli avvenimenti che registra appartengono già ad un passato a lui lontano; ciononostante pare che lui stesso abbia vissuto nelle terre del Piccolo Regno. Infatti le conoscenze geografiche che dimostra di avere (e non sono certo il suo forte) si riferiscono proprio a quel paese, mentre delle altre regioni a nord e a est, dimostra una totale ignoranza.

Mentre il Trono di Spade attende il suo sovrano

Recensione de “Il trono di spade” di George R.R. Martin

È riduttivo definire Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco, monumentale fatica letteraria di George R.R. Martin, una saga fantasy. Riduttivo ma non impreciso. Perché si tratta indubbiamente di un’avventura (o meglio, di una molteplicità, di un’infinità di avventure, di un inestricabile intreccio di storie diverse) il cui genere è senza dubbio ascrivibile al fantasy, ma anche di qualcosa di nuovo, originale e sorprendente rispetto alle regole e ai canoni che definiscono questo tipo di narrazione. La prima e più vistosa particolarità della saga è la sua impressionante lunghezza, il respiro straordinariamente ampio (e a questo proposito, concedetemi un inciso di carattere personale: ho cominciato a leggere Martin cinque anni fa su suggerimento di un carissimo amico, ragazzo di ottima cultura e vaste letture; all’epoca la saga si componeva di sei libri, e l’amico in questione mi aveva avvisato che più o meno l’autore era giunto a metà del cammino. La cosa non mi spaventò, anzi. Avrei letto i primi sei libri, Martin nel frattempo ne avrebbe pubblicati altre due o tre, e nel tempo che avrei impiegato a leggere i nuovi lui avrebbe terminato il lavoro. Nel peggiore dei casi, pensavo, ci dividerà uno scarto temporale di un mese o due, sufficiente a leggere qualcosa d’altro senza dimenticarmi nulla di essenziale de Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Sbagliavo, naturalmente. Terminai – per merito del talento narrativo di Martin e della sua inesauribile immaginazione creatrice – tutti i libri in brevissimo tempo e dovettero passare più di tre anni prima che un nuovo capitolo venisse dato alle stampe. Risultato: sono ancora fermo a metà saga, roso dalla curiosità, ma anche consapevole che ricominciare a leggerla significa farlo dall’inizio; la vicenda è troppo articolata e i personaggi coinvolti una moltitudine, ciascuno con un proprio ruolo, perché possa procedere nella lettura sulla base dei miei ricordi, tanto entusiasti quanto fatalmente frammentari).
La seconda caratteristica è la minuziosa ricostruzione d’ambiente, che Martin porta fin quasi alla perfezione dando vita a un vero e proprio mondo – non dissimile, anche se molto più ricco e dettagliato, da quello dell’Era Hyboriana inventato da Robert E. Howard, il creatore dell’invincibile avventuriero barbaro Conan – con una sua ben precisa geografia, nella quale sono presenti regni, confini presidiati e difesi da eserciti pronti a tutto, lande selvagge, ricchissime città splendenti d’orgoglio, massicce fortezze turrite, isole, golfi, arcipelaghi, baie, altopiani e infine, prima della desolazione senza fine della gelida foresta che si estende nel nord più profondo e inesplorato, un colossale muro di ghiaccio, la Barriera, custodito da un manipolo di uomini che hanno deciso di dedicare la propria vita all’assolvimento di questo compito, i Guardiani della notte.
Quel che più colpisce, però, è la totale assenza di qualsiasi elemento “fiabesco”. Non c’è magia nella saga di Martin, non ci sono stregoni né negromanti, né alcun altro cultore delle arti occulte (dimenticate, insomma, incantesimi e sortilegi, e perfino miracolose pozioni; il più delle volte, quel che viene bevuto o è vino oppure è un letale veleno di umanissima fattura), così come non c’è traccia di razze diverse da quella umana (eccezion fatta per i misteriosi Estranei che sembra vivano al di là della Barriera; minaccia incombente su tutti i popoli ma che l’autore, almeno fino al sesto libro, perfidamente utilizza con estrema parsimonia, limitando al minimo indispensabile descrizioni e incursioni); niente elfi, né nani, né creature di altra specie, e lo stesso vale per il regno animale (anche in questo caso, con due importanti eccezioni: i meta-lupi, che tuttavia a ben guardare sono identici ai lupi, solo più grandi, più aggressivi e probabilmente più intelligenti, e i draghi – solo tre per la verità – strumento di riscatto e di potere per uno dei personaggi più affascinanti della storia, Daenerys Targaryen, figlia del deposto re).
Ed eccoci giunti, ennesima sorpresa, alla trama vera e propria, semplicissima, perfino banale nella sua articolazione: il mondo inventato da Martin è retto da un re, che siede sul Trono di Spade. Il re è Robert Baratheon, che al termine di una guerra senza quartiere ha ucciso l’ultimo sovrano della dinastia Targaryen. Questo l’antefatto. La storia comincia da qui. La pace, garantita da re Robert, è minacciata. Nessuno sa bene quale sia il pericolo, ma è palpabile. A nord, oltre la Barriera, i silenziosi Estranei incombono, mentre a sud, a corte, c’è chi trama contro il sovrano, a partire dalla sua stessa consorte, la bellissima e malvagia Cersei, del nobile casato dei Lannister. Baratheon può contare sulla lealtà incondizionata di un altro nobile, Eddard Stark, signore di Grande Inverno, sposato a Lady Catelyn, del fiero casato dei Tully, ma la sua fedeltà, così come la sua spada, non può bastare; i complotti si moltiplicano, e più di una mano assassina è pronta a colpire. E una  volta che il Trono di Spade sarà vacante, il caos non si potrà più arrestare, e la lotta per la successione divamperà ovunque…
Il primo capitolo della saga, Il Trono di Spade, è un avvincente, tumultuoso romanzo di cappa e spada ma ne oltrepassa di slancio i confini per complessità d’intreccio, per l’incalzante susseguirsi di colpi di scena, per la quantità e la qualità (psicologica e caratteriale) dei personaggi – solo per dir di alcuni dei maggiori, la numerosa prole di Eddard Stark, chiamata a un destino di gloria e di dolore, la famiglia di Cersei, spregevole in quasi tutti i suoi componenti eppure non priva di fascino, i Tully, con in testa ser Brynden, detto il “Pesce nero”, uomo di profonda intelligenza, tanto saggio quanto astuto, la già citata Daenerys, di soli tredici anni, “nata dalla tempesta”, e suo fratello Viserys, che arde dal desiderio di riconquistare il trono e per riuscirci è disposto a tutto – per il magistrale stile di scrittura e in special modo per la capacità dell’autore di non dare punti di riferimento, di non affezionarsi a nessuno dei suoi eroi, verso le cui fortune e sfortune ostenta totale noncuranza.
Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che di recente sono diventate anche una serie televisiva di grande successo prodotta da HBO e da noi andata in onda su Sky (due stagioni fino a oggi), sono, per tutti coloro che amano la letteratura fantasy, un irresistibile canto di sirena, un viaggio bellissimo, un’indimenticabile emozione.
Prima di chiudere, desidero ringraziare il già citato amico (Riccardo Volpi) per avermi fatto conoscere Martin, dedicare quanto scritto a un altro amico, Giuseppe Lamanna, blogger di lungo corso (se siete interessati, lo trovate qui) e appassionato lettore delle Cronache, che tempo fa mi chiese di occuparmene in questo spazio, e scusarmi con tutti voi per aver trattato una saga senza averla letta per intero. A mia parziale discolpa, oltre a quel che ho già spiegato, posso solo aggiungere che non ho alcun motivo di ritenere che i nuovi libri siano (andamento della trama a parte) sostanzialmente diversi dagli altri. In ogni caso, se qualcuno di voi finirà di leggere la saga e vorrà dirmi come si conclude, avrà la mia eterna gratitudine.
Ora a voi l’incipit. Buona lettura.
Le tenebre stavano avanzando.
«Meglio rientrare». Gared osservò i boschi attorno a loro farsi più oscuri. «I bruti sono morti».
«Da quando hai paura dei morti?». C’era l’accenno di un sorriso sui lineamenti di ser Waymar Royce.
Gared non raccolse. Era un uomo in età, oltre i cinquanta, e di nobili ne aveva visti andare e venire molti. «Ciò che è morto resta morto» disse «e noi non dovremmo averci niente a che fare».
«Che prova abbiamo che sono davvero morti?» chiese Royce a bassa voce.
«Will li ha visti. Come prova, a me basta».
Will sapeva che prima o dopo l’avrebbero trascinato nella discussione. Aveva sperato che accadesse dopo, piuttosto che prima. «Mia madre diceva che i morti non parlano» s’intromise.
«Davvero, Will?» rispose Royce. «È la stessa cosa che mi diceva la mia balia. Mai credere a quello che si sente vicino alle tette di una donna. C’è sempre da imparare, perfino dai morti».
La foresta piena di ombre rimandò echi della voce di ser Waymar. Troppi echi, troppo forti e definiti.
«Ci aspetta una lunga cavalcata» insisté Gared. «Otto giorni, forse nove. E sta calando la notte».
«Cala ogni giorno, quasi sempre a quest’ora. Ser Waymar alzò uno sguardo privo d’interesse al cielo che imbruniva. «Qualche problema con il buio, Gared?».
Will vide le labbra di Gared stringersi e la rabbia repressa a stento invadere i suoi occhi, visibili sotto lo spesso cappuccio nero del mantello. Gared aveva passato quarant’anni nei Guardiani della notte, la maggior parte della sua vita di ragazzo, tutta la sua vita di uomo, e non era abituato a esser preso con leggerezza. Ma questa volta nel vecchio guerriero c’era qualcosa di più dell’orgoglio ferito. Una tensione nervosa che arrivava pericolosamente vicino alla paura.
Will la percepiva, la sentiva. Forse perché lui stesso aveva paura. Era di guarnigione sulla Barriera da quattro anni. La prima volta che l’avevano mandato sull’altro lato tutte le antiche, sinistre storie gli erano tornate alla mente come una valanga. Aveva sentito le viscere attorcigliarsi e il sangue andare in acqua. In seguito ne aveva riso. Era un veterano adesso, con centinaia di pattugliamenti alle spalle. Per lui, non c’erano più terrori in agguato nella sterminata estensione verde scuro che quelli del Sud chiamavano la Foresta stregata.