Scrivere il delitto perfetto

Recensione di “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt, La promessa, Feltrinelli

Considerato nella sua essenza, il meccanismo narrativo del giallo classico è piuttosto semplice; nell’ordine abbiamo un fatto delittuoso, un investigatore che cerca di ricostruire l’accaduto, una serie di indizi che vengono scoperti e ordinati in logica sequenza attraverso un meticoloso lavoro di indagine e una serie di rigorose deduzioni e infine il disvelamento della verità (con la conseguente, rassicurante, cattura del colpevole). Genialità personale a parte, è esattamente questo, senza eccezioni, il percorso seguito dai vari Hercule Poirot, Sherlock Holmes, Miss Jane Marple, Auguste Dupin, insomma dai più celebri detective della storia della letteratura. Un percorso imboccato anche da un anonimo poliziotto svizzero, il commissario Matthäi, protagonista de La promessa, forse il miglior racconto del grande scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt. Continua a leggere Scrivere il delitto perfetto

In silenzio, Hercule Poirot indaga

Recensione di “L’assassinio di Roger Ackroyd” di Agatha Christie

Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd, Mondadori

Se il perfetto meccanismo dell’intreccio non è certo una novità, perché è assai raro che Agatha Christie deluda, quel che desta stupore e ammirazione ne L’assassinio di Roger Ackroyd, uno dei romanzi più famosi della scrittrice inglese, oltre allo slittamento del protagonista in un felicissimo secondo piano (Poirot conduce le indagini sul delitto, ma sembra più un personaggio di contorno; non a caso, e lo si dice espressamente, si è ritirato dall’attività per dedicarsi alla coltivazione delle zucche) è la scelta di narrare l’intera vicenda in prima persona: a farlo è il dottor James Sheppard, medico del villaggio di King’s Abbott, teatro del misterioso fatto di sangue. Agatha Christie narra con leggerezza; descrive quasi divertita la vita di un piccolo paese, densissima di grandi e piccoli segreti che in realtà tutti conoscono, dà vita a una serie di personaggi in sapiente equilibrio tra realismo e caricatura (su tutti Caroline, la sorella di Sheppard, informata di tutto quel che le succede intorno al punto da “poter eseguire qualsiasi indagine standosene in casa”), poi, una volta concluso il quadro d’insieme, con impeccabile raffinatezza introduce l’omicidio. Continua a leggere In silenzio, Hercule Poirot indaga

L’artiglio della paura

Recensione di “Al lupo, al lupo” di Karin Fossum

Karin Fossum, Al lupo, al lupo, Sperling & Kupfer

Un romanzo giallo che per architettura narrativa somiglia a una formula chimica e che nello sviluppo dei contenuti ha la profondità d’analisi di uno studio psicologico; lucido, preciso e conseguente nella costruzione dei caratteri (e nel progressivo deflagrare del caos emozionale da cui vengono travolti), ma soprattutto genialmente caratterizzato dall’assenza del suo elemento cardine, dell’evento imprescindibile che è la ragione stessa dell’esistere dell’intero genere letterario: il fatto di sangue, l’omicidio. Di primo acchito, Al lupo, al lupo di Karin Fossum sembra quasi un lavoro sperimentale, un originale divertissement d’autore, invece è un thriller tesissimo, appassionante, aderente agli stili consolidati e ai meccanismi “classici” del mystery, e allo stesso tempo è un lavoro unico, splendido, un piccolo gioiello giocato sull’effetto spiazzante della sottrazione e sull’annichilimento provocato dalla paura. Continua a leggere L’artiglio della paura

Al crocevia di Edipo

Recensione di “Aristotele e la giustizia poetica” di Margaret Doody

Margaret Doody, Aristotele e la giustizia poetica, Sellerio

Un buffo incontro con Menandro, bambino di dieci anni che già sogna di scrivere intrecci di irresistibile comicità amatissimi dal pubblico, e un omicidio terribile che si consuma al crocevia di Edipo, in quello stesso luogo che vide lo sfortunato eroe greco, in fuga dallo spaventoso oracolo della Pizia, farsi inconsapevole strumento della propria rovina. Corre lungo i binari paralleli della commedia e del dramma Aristotele e la giustizia poetica, terzo romanzo della serie creata dalla scrittrice e studiosa canadese Margaret Doody (il primo, Aristotele detective, se vi interessa, lo trovare recensito qui, e il secondo, Aristotele e il giavellotto fatale, qui). Ambientato nel 332 a.C., in un momento di profonda crisi e grandi cambiamenti per Atene e la Grecia tutta, con Alessandro il Grande che marcia alla conquista della Persia, Aristotele e la giustizia poetica procede per accumulo; sono numerosi, infatti, gli enigmi che l’intelligenza del grande filosofo, anche in questo caso aiutato dal giovane amico e discepolo Stefanos, è chiamato a risolvere; in primo luogo l’insinuarsi sottile e maligno, in forma di paura e di sospetto, di ciò che di più oscuro vi è nei miti che sono la sostanza della cultura e delle tradizioni greche (siamo a febbraio, e Atene si prepara a celebrare l’Antesteria, la Festa dei Fiori, che culmina nella Notte dei Fantasmi, quando, secondo alcuni, le anime dei morti tornano dall’Ade per mettere a segno vendette, infliggere tormenti, terrorizzare), poi la misteriosa scomparsa di un’ereditiera, che ha tutta l’aria di essere un rapimento, e infine una catena di delitti. Continua a leggere Al crocevia di Edipo

Non avrò altro Dio all’infuori di me

Recensione di “Battuta di caccia” di Jussi Adler-Olsen

Jussi Adler-Olsen, Battuta di caccia, Marsilio

La violenza come puro atto di sopraffazione, come legittimazione del più forte, come diritto e insieme come aperta rivendicazione di una libertà assoluta; l’aggressione come sfrenatezza, come rito orgiastico, come delirio di onnipotenza, come lucida, terrificante allucinazione. E assieme a tutto questo l’omicidio, l’annientamento gustato come sanzione finale, come sigillo, come l’ultimo tassello di un puzzle composto di momenti decisivi, di attimi colti al momento giusto e vissuti, sfruttati, goduti fino in fondo, nella spietata certezza che non esista prezzo di pagare per chiunque abbia il coraggio necessario a non porsi limiti, che non possa esserci punizione possibile per tutti coloro che riconoscano di non avere altro Dio all’infuori di sé. Lungo queste spaventose coordinate, che la pazzia, la psicosi, l’alienazione mentale spiegano soltanto in parte e che, seppur non in misura così estrema, sembrano quasi “categorie di pensiero e d’azione” indotte da un mondo e da una realtà che si ostinano a vedere nel successo e a ogni costo e nell’autoaffermazione non solo e non tanto valori da difendere ma addirittura principi primi da insegnare, si snoda il coinvolgente romanzo giallo Battuta di caccia, scritto da Jussi Adler-Olsen (in Italia pubblicato Marsilio nella traduzione di Maria Valentina D’Avino). Fedele alle regole del thriller classico e allo stesso tempo originale innovatore del genere, Adler-Olsen rinuncia al principale cardine narrativo – l’indagine finalizzata alla scoperta del colpevole; fin dall’inizio del romanzo il lettore conosce l’identità dei responsabili – per concentrarsi sulla costruzione dei personaggi principali del suo lavoro (un gruppo di ricchissime persone appartenenti all’alta società danese), cui contrappone l’ostinazione, la determinazione e il senso di giustizia del detective Carl Mørck, capo della Sezione Q della polizia di Copenaghen, piccolo dipartimento incaricato di occuparsi dei “casi di speciale interesse”, cioè di tutti quei fatti di sangue che non solo non sono stati risolti, ma che per le loro caratteristiche hanno destato particolare scalpore nell’opinione pubblica o hanno avuto, al di là del delitto o dei delitti commessi, conseguenze tragiche. Continua a leggere Non avrò altro Dio all’infuori di me

Una malattia sociale

Recensione di “L’uomo al balcone” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Maj Siöwall, Per Wahlöö, L’uomo al balcone, Sellerio

Stoccolma, l’alba di un giorno qualsiasi. Lungo un copione fatto d’abitudini e ritualità, la città poco alla volta si risveglia, ricomincia a vivere. E un uomo, attento, la osserva, la studia in ogni particolare. Un uomo su un balcone. “L’uomo al balcone aveva osservato tutto ciò. Il balcone era di quelli ordinari, con la ringhiera di ferro e i lati di lamiera ondulata. Egli era rimasto con gli avambracci appoggiati alla ringhiera di ferro, e la brace della sua sigaretta era apparsa come un puntino rosso scuro nelle tenebre”. Nelle pagine de L’uomo al balcone, incalzante thriller scritto dalla coppia Maj SjöwallPer Wahlöö (inventori del celebre commissario capo Martin Beck, protagonista di una lunga serie di romanzi), la città è la vittima, ignara e indifesa, di una sorta di febbre, di un orribile contagio che sembra coglierla d’improvviso. Tutto si origina da un acuto stridere di contrasti. Continua a leggere Una malattia sociale

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

Cinquemila anni più le spese

Recensione di “Un destino ridicolo” di Fabrizio De André e Alessandro Gennari

Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi
Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi

La bellezza silenziosa dei luoghi, lo scintillare del mare e il respiro quieto della terra; quella città unica che è Genova, stretta attorno al segreto brulicare di vita dei suoi vicoli, affacciata sull’acqua con lo stesso innocente trasporto con il quale il volto acceso di gioia di un fanciullo accoglie una promessa mantenuta, e la vergine meraviglia della Sardegna, il suo spirito selvaggio e senza tempo, la sua voce arcaica, primordiale. Qui, tra strade intricate come foreste e boschi fitti di alberi secolari che così tanto, e così sorprendentemente, richiamano l’occasionale dedalo dei quartieri poveri, dove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, un pugno di uomini e donne, cuori e anime gravati in egual modo dalla tragedia e dalla commedia, si affannano alla vita, artigliano i giorni con la stessa voracità con cui i neonati appena espulsi dal grembo materno bramano aria e luce. Non si tratta di eroi, né di gigli, nonostante ciò queste persone sono, forse più di tante altre, “figli di questo mondo” (e magari ne sono anche le prime vittime) ed esattamente così li disegna il suo autore, restituendoci, tra le pagine di un romanzo giallo carico d’ironia (e soprattutto d’umana pietà) caratteri protagonisti di indimenticabili canzoni. In Un destino ridicolo, opera prima (e purtroppo anche ultima) di Fabrizio De André, scritta a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicata da Einaudi, l’eco delle note e delle strofe, dei versi del grande cantautore ligure risuona limpida; impossibile non immaginarsi, nelle descrizioni cariche d’amore e d’angoscia di Genova, quella “città vecchia” i cui abitanti, se giudicati con il solido buon senso borghese, dovrebbero venir condannati a “cinquemila anni più le spese”, così come riesce semplice e immediato riscoprire nella Sardegna ritratta con passione d’amante la culla di tradizioni, suoni, miserie e splendori celebrata in brani quali Zirichiltaggia, Monti di Mola, Disamistade. E tuttavia il romanzo, che sembra insistere più del necessario sulla continuità con la musica (non a caso, nel novero dei personaggi ci sono anche un cantautore, Fabrizio, uno scrittore, Alessandro, e una ragazza che ispira a Fabrizio una indimenticabile canzone), non è soltanto lo specchio della luminosa carriera artistica di De André, né il raffinato divertimento di un intellettuale; Un destino ridicolo, infatti, è prima di tutto un ottimo romanzo, un lavoro che senza dubbio ha divertito i suoi demiurghi, ma nel quale, oltre alla spensieratezza, oltre al riso liberatorio e strafottente che finisce sempre per aver la meglio sulle lacrime, e al di là degli odiosi ostacoli della violenza e della morte, rughe e inciampi dell’ininterrotta, infinita linea della vita, si intravede uno sguardo sulle cose, un’idea del mondo, una visione dell’uomo. De André e Gennari raccontano con accenti picareschi le avventure (che hanno l’agrodolce sapere della sconfitta, di un fallimento che, certo, genera rabbia e frustrazione, ma a conti fatti quel che scatena davvero è uno sberleffo, un ghigno, un’alzata di spalle) di un pugno di emarginati, le cui esistenze, però, traboccano d’emozioni, di sincerità, e si consumano in una purezza d’intenti che nulla ha a che vedere con ciò che è lecito e ciò che non lo è, con i confini etici tracciati dalla legge (“Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va/perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”, ecco cos’altro sembra di sentire leggendo Un destino ridicolo), danno al romanzo una struttura ordinata e un ritmo ben scandito e nello stesso tempo frenetico, sparigliano le carte mettendo in scena cupi misteri e scambi di persona, e più di tutto vestono d’una prosa esuberante e deliziosamente vanesia il loro amore disinteressato per quegli ultimi che non saranno mai primi.

Così, Un destino ridicolo finisce per rivelarsi molto più di una gradevolissima lettura; pagina dopo pagina germoglia, cresce, porta con sé il lettore in un viaggio quasi di sogno sospeso tra paradiso e inferno; e ancora una volta, seminascosta tra prostitute, lenoni, mascalzoni da quattro soldi, sequestratori improvvisati e psichiatri prestati al crimine, a emergere è quella verità pallida e indistruttibile che non si stanca di ripeterci che dai diamanti non nasce niente mentre “dal letame nascono i fior”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Li aveva sognati tante volte, in quegli anni, senza capirne il motivo, con maschere azzurre come il cielo di luglio e mantelli di vento che gli vorticavano intorno e lo facevano ansimare nel sonno. Poi d’improvviso si faceva notte e un ragazzo più grande compariva nel cortile di un carcere ballando in controfuoco una danza scomposta; incoronato d’aglio si proclamava re dei braccianti e reggeva tra le mani una testa di cane tagliata a metà.