Una malattia sociale

Recensione di “L’uomo al balcone” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

Maj Siöwall, Per Wahlöö, L’uomo al balcone, Sellerio

Stoccolma, l’alba di un giorno qualsiasi. Lungo un copione fatto d’abitudini e ritualità, la città poco alla volta si risveglia, ricomincia a vivere. E un uomo, attento, la osserva, la studia in ogni particolare. Un uomo su un balcone. “L’uomo al balcone aveva osservato tutto ciò. Il balcone era di quelli ordinari, con la ringhiera di ferro e i lati di lamiera ondulata. Egli era rimasto con gli avambracci appoggiati alla ringhiera di ferro, e la brace della sua sigaretta era apparsa come un puntino rosso scuro nelle tenebre”. Nelle pagine de L’uomo al balcone, incalzante thriller scritto dalla coppia Maj SjöwallPer Wahlöö (inventori del celebre commissario capo Martin Beck, protagonista di una lunga serie di romanzi), la città è la vittima, ignara e indifesa, di una sorta di febbre, di un orribile contagio che sembra coglierla d’improvviso. Tutto si origina da un acuto stridere di contrasti. Continua a leggere Una malattia sociale

La morte e le storie di ieri

Recensione di “Perché Yellow non correrà” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Perché Yellow non correrà, Bollati Boringhieri

“La presenza, tra i personaggi, di una figura storica come Rodolfo Siviero intende costituire un modesto omaggio a uno di quegli Italiani, né furono pochi dall’Unità a oggi, che hanno rappresentato la nazione meglio di quanto essa meriti. Tutte le frase attribuitegli […] sono tratte più o meno fedelmente dai suoi scritti, e in particolare da L’Arte e il Nazismo (Cantini, Firenze, 1984), senza comunque mai tradirne il senso. E altrettanto si dica per Pio Bruni, prodotto d’una classe di gentiluomini della quale s’è ormai perso lo stampo. Per il resto, come si usa dire, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale”. Al di là dell’intreccio giallo che definisce Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi sono queste parole dell’autore a mettere l’accento su quel che il romanzo è davvero, sui temi che affronta e le prese di posizione che assume, sull’agrodolce ritratto di Milano (teatro degli avvenimenti narrati) offerto dalle sue pagine, città dipinta in chiaroscuro, con una sorta di angoscioso affetto, città accarezzata nelle sue contradditorie fragilità, fotografata nella sua goffa innocenza (siamo nel 1980) e nel turgore malato delle sue molte colpe, delle sue infedeltà, della sua forsennata corsa alla ricchezza, al benessere, immaginata con lucidità impressionante nel suo domani di travolgente modernità, ingioiellata di superfluo e spogliata di ogni residuo d’identità, dell’ultima ombra di dignità. Continua a leggere La morte e le storie di ieri

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

Cinquemila anni più le spese

Recensione di “Un destino ridicolo” di Fabrizio De André e Alessandro Gennari

Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi
Fabrizio De André, Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi

La bellezza silenziosa dei luoghi, lo scintillare del mare e il respiro quieto della terra; quella città unica che è Genova, stretta attorno al segreto brulicare di vita dei suoi vicoli, affacciata sull’acqua con lo stesso innocente trasporto con il quale il volto acceso di gioia di un fanciullo accoglie una promessa mantenuta, e la vergine meraviglia della Sardegna, il suo spirito selvaggio e senza tempo, la sua voce arcaica, primordiale. Qui, tra strade intricate come foreste e boschi fitti di alberi secolari che così tanto, e così sorprendentemente, richiamano l’occasionale dedalo dei quartieri poveri, dove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, un pugno di uomini e donne, cuori e anime gravati in egual modo dalla tragedia e dalla commedia, si affannano alla vita, artigliano i giorni con la stessa voracità con cui i neonati appena espulsi dal grembo materno bramano aria e luce. Non si tratta di eroi, né di gigli, nonostante ciò queste persone sono, forse più di tante altre, “figli di questo mondo” (e magari ne sono anche le prime vittime) ed esattamente così li disegna il suo autore, restituendoci, tra le pagine di un romanzo giallo carico d’ironia (e soprattutto d’umana pietà) caratteri protagonisti di indimenticabili canzoni. In Un destino ridicolo, opera prima (e purtroppo anche ultima) di Fabrizio De André, scritta a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicata da Einaudi, l’eco delle note e delle strofe, dei versi del grande cantautore ligure risuona limpida; impossibile non immaginarsi, nelle descrizioni cariche d’amore e d’angoscia di Genova, quella “città vecchia” i cui abitanti, se giudicati con il solido buon senso borghese, dovrebbero venir condannati a “cinquemila anni più le spese”, così come riesce semplice e immediato riscoprire nella Sardegna ritratta con passione d’amante la culla di tradizioni, suoni, miserie e splendori celebrata in brani quali Zirichiltaggia, Monti di Mola, Disamistade. E tuttavia il romanzo, che sembra insistere più del necessario sulla continuità con la musica (non a caso, nel novero dei personaggi ci sono anche un cantautore, Fabrizio, uno scrittore, Alessandro, e una ragazza che ispira a Fabrizio una indimenticabile canzone), non è soltanto lo specchio della luminosa carriera artistica di De André, né il raffinato divertimento di un intellettuale; Un destino ridicolo, infatti, è prima di tutto un ottimo romanzo, un lavoro che senza dubbio ha divertito i suoi demiurghi, ma nel quale, oltre alla spensieratezza, oltre al riso liberatorio e strafottente che finisce sempre per aver la meglio sulle lacrime, e al di là degli odiosi ostacoli della violenza e della morte, rughe e inciampi dell’ininterrotta, infinita linea della vita, si intravede uno sguardo sulle cose, un’idea del mondo, una visione dell’uomo. De André e Gennari raccontano con accenti picareschi le avventure (che hanno l’agrodolce sapere della sconfitta, di un fallimento che, certo, genera rabbia e frustrazione, ma a conti fatti quel che scatena davvero è uno sberleffo, un ghigno, un’alzata di spalle) di un pugno di emarginati, le cui esistenze, però, traboccano d’emozioni, di sincerità, e si consumano in una purezza d’intenti che nulla ha a che vedere con ciò che è lecito e ciò che non lo è, con i confini etici tracciati dalla legge (“Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va/perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”, ecco cos’altro sembra di sentire leggendo Un destino ridicolo), danno al romanzo una struttura ordinata e un ritmo ben scandito e nello stesso tempo frenetico, sparigliano le carte mettendo in scena cupi misteri e scambi di persona, e più di tutto vestono d’una prosa esuberante e deliziosamente vanesia il loro amore disinteressato per quegli ultimi che non saranno mai primi.

Così, Un destino ridicolo finisce per rivelarsi molto più di una gradevolissima lettura; pagina dopo pagina germoglia, cresce, porta con sé il lettore in un viaggio quasi di sogno sospeso tra paradiso e inferno; e ancora una volta, seminascosta tra prostitute, lenoni, mascalzoni da quattro soldi, sequestratori improvvisati e psichiatri prestati al crimine, a emergere è quella verità pallida e indistruttibile che non si stanca di ripeterci che dai diamanti non nasce niente mentre “dal letame nascono i fior”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Li aveva sognati tante volte, in quegli anni, senza capirne il motivo, con maschere azzurre come il cielo di luglio e mantelli di vento che gli vorticavano intorno e lo facevano ansimare nel sonno. Poi d’improvviso si faceva notte e un ragazzo più grande compariva nel cortile di un carcere ballando in controfuoco una danza scomposta; incoronato d’aglio si proclamava re dei braccianti e reggeva tra le mani una testa di cane tagliata a metà.

Occam e i gangster

Recensione di “La chiave di vetro” di Dashiell Hammett

Dashiell Hammett, La chiave di vetro, Longanesi
Dashiell Hammett, La chiave di vetro, Longanesi

La scrittura scarna, essenziale, che riduce la narrazione a una cronaca di fatti, che si concentra unicamente su quel che viene compiuto, su ciò che si decide e sulle conseguenze cui dà luogo e lascia tutto il resto sullo sfondo, come cosa priva d’importanza; la sincerità rude di una prosa che non si lascia distrarre, immune alle lusinghe della bellezza, dell’armonia, della musicalità, indifferente al colore, alla ricchezza di dettagli, alla ricercatezza, sospettosa persino nei riguardi dell’approfondimento psicologico, in una parola, diffidente. Nell’universo letterario di Dashiell Hammett, a trionfare sembra essere il silenzio, a imporsi è una predisposizione che a prima vista potrebbe venir scambiata per cautela (se non addirittura per una specie di timidezza prossima alla paura), ma che in realtà riflette una ben precisa visione dell’uomo e della società; lo scrittore americano, infatti, che nella vita lavorò anche come investigatore per la famosa agenzia Pinkerton (attività che più di qualsiasi altra ispirò le sue opere, cupe e torbide storie di gangster e corruzione), nel suo costante “creare per negazione”, nel suo risoluto togliere spazio (e dunque legittimità) a tutto ciò che in una storia si può considerare superfluo – dall’ambientazione, per definire la quale qualche accenno è più che sufficiente, fino alla dettagliata definizione dei caratteri, che nulla aggiunge ai personaggi e alla loro statura etica, nettamente definita dal comportamento – offre al lettore una realtà certamente semplificata ma senza alcun dubbio vera, autentica, solida, e quel che più conta sempre attuale. Scrittore che preferisce non fidarsi troppo delle parole, considerate sfuggenti, traditrici (così facili come sono a vestire nuovi significati, a lasciarsi interpretare, a servire ora un interesse e un istante dopo l’interesse opposto), per affidarsi alla trasparente univocità dei fatti, e alla ferrea coerenza che pretendono da chi si assume la responsabilità di farli propri, Hammett costruisce storie che hanno il sapore eroicamente doloroso dei duelli d’onore; i suoi romanzi sono racconti di gesta, sono epica della vita di strada, leggende di giustizia e malavita, e a incarnarle sono uomini la cui unica capacità è l’azione, uomini come Ned Beaumont, protagonista dell’incalzante giallo La chiave di vetro, incallito giocatore d’azzardo, detective dilettante ma non privo di fiuto, braccio destro e consigliere di Paul Madvig, uomo d’affari con pochissimi scrupoli (e le cui fortune sono legate a doppio filo ad alcune figure politiche e al loro successo elettorale); non esattamente un santo, dunque, né un paladino senza macchia, e tuttavia una persona con un saldo codice d’onore, che non verrebbe mai meno alla parola data, che conosce e rispetta il valore dell’amicizia, alla quale non c’è cosa che non sacrificherebbe, a partire da se stesso. “Ned Beaumont, con in testa un cappello che non gli calzava perfettamente, seguì il facchino che portava le sue valigie attraverso la Grand Central Station verso l’uscita sulla Quarantaduesima Strada e salì in un tassì. Diede all’autista l’indirizzo di un albergo oltre Broadway e si appoggiò allo schienale accendendo un sigaro. Quel sigaro lo masticò più che fumarlo mentre il tassì arrancava verso Broadway nel traffico denso. In Madison Avenue un tassì verde, svoltando col semaforo rosso, andò a sbattere dritto dritto contro il tassì marrone di Ned Beaumont spingendolo verso una macchina ferma oltre l’incrocio in una pioggia di vetri infranti. Ned Baumont uscì veloce tra la piccola che subito s’era ammassata, disse che non s’era fatto male, rispose alle domande del poliziotto. Trovò il cappello che non gli calzava perfettamente e se lo rimise in testa. Trasportò le sue valigie su un altro tassì, diede il nome dell’albergo al conducente e si accartocciò in un angolo, pallido e coi brividi, finché duro la corsa”.

Al centro di un intricato complotto, stretto tra omicidi, serie minacce alla sua incolumità e doppi giochi, arruolato suo malgrado e costretto a combattere la guerra senza quartiere che l’amico Madvig ha scatenato contro altri affaristi come lui, decisi a liberarsi una volta per tutte della sua ingombrante presenza, Beaumont non viene mai meno alla sua lealtà; il suo ritratto, che la penna di Hammett, così attenta all’indispensabile da parer guidata dal principio metodologico del “rasoio di Occam” (entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem; non si devono moltiplicare gli elementi se non c’è necessità di farlo), fa emergere esclusivamente dalle sue decisioni, dalle prese di posizione (e da esplosioni di discorso diretto, simili a sfoghi, che hanno lo scopo di dare ragione di certi suoi comportamenti, una volta che il dado è stato tratto e non è più possibile fare marcia indietro), è quello imperfetto e nonostante ciò in qualche modo ideale dell’uomo; il ritratto di chi, di fronte a una scelta che non concede né scorciatoie né facili vie d’uscita, ha il coraggio di non sottrarsi, di non fuggire, di non rinunciare a se stesso.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione per Longanesi è di Elisa Morpurgo. Buona lettura.

I dadi verdi ruzzolarono sul tavolo verde, batterono simultaneamente sull’orlo e rimbalzarono indietro. Il primo si fermò quasi subito rivelando sulla faccia rivolta in alto sei puntolini bianchi in due file parallele. L’altro rotolò fino al centro del tavolo e si immobilizzò con un solo puntolino sulla faccia. Ned Beaumont borbottò a mezza voce: «Eh!» e i vincitori spazzarono via il denaro dal tavolo.

Una magistra vitae più efficace della storia

Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio
Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio

“Innegabilmente, ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussel; e se si declinano dal punto di vista del sospetto, la vicenda assume un che di misterioso, da detective story […]. Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell’immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da ‘atti relativi’ diventano, per così dire, ‘atti assoluti’”. Opera allo stesso tempo filosofica e metaletteraria, gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel di Leonardo Sciascia è tanto un unicum nella ricca e preziosissima produzione dello scrittore siciliano quanto il naturale sbocco del suo percorso narrativo. Autore di splendidi romanzi la cui impeccabile cornice noir introduce (rivelando in tal modo la sua fondamentale ma in ultima analisi strumentale funzione di codice di decodificazione) temi di straordinaria rilevanza, quali per esempio quello relativo al rapporto tra legge e giustizia, o al necessario bilanciamento che uno Stato degno di questo nome deve garantire tra certezza della pena e certezza del diritto (o meglio del suo rispetto in ogni circostanza), istanza, quest’ultima, che solo a occhi e menti superficiali può apparire come dicotomia tra inconciliabili opposti, in questo suo lavoro Sciascia affronta ancora una volta la realtà, quella realtà che egli sa così magnificamente vestire di attualità, donandole nel medesimo tempo, proprio in forza della sua non comune profondità di riflessione, quell’atemporalità, quella “sospensione che sfiora l’eterno” che rende la letteratura una magistra vitae ben più efficace della storia, ma lo fa da un punto differente rispetto al passato. Gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, infatti, pur prendendo le mosse da un semplice (ma è davvero così semplice?) caso di cronaca – il ritrovamento, il 14 luglio del 1933, nella camera numero 224 del Grand Hotel et des Palmes di Palermo, del cadavere del “suddito francese” Raymond Roussel – non si allontanano dalla vicenda raccontata per concentrarsi (in una continuità narrativa che, pur senza esaurirsi in uno sterile esercizio di stile, conserva chiari i tratti dell’artificio, per quanto magnifico) sui temi che le sono connessi, bensì fanno dell’accadimento stesso il proprio oggetto di studio, cercando di capire quale distanza divida il vero, ciò che è, dalla sua riproducibilità letteraria. Quanto, ci si chiede tra le righe di questi ordinati atti, di quel che è realmente successo, di tutti gli intrecci (casuali oppure frutto di deliberate decisioni) che hanno condotto le cose fino al punto in cui sono state “scoperte”, sono divenute qualcosa di pubblico dominio, qualcosa che è stato necessario, indispensabile razionalizzare, spiegare, è possibile restituire intatto in un resoconto? In che misura, dunque il pensiero, e la parola che ne è espressione, sono rappresentazione esaustiva del suo oggetto d’indagine?

Il senso di tutti questi quesiti, Leonardo Sciascia lo riassume citando Graham Greene, o meglio un suo personaggio, un poliziotto, che dichiara: “Possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare”, con ciò intendendo dire che la ricchezza della realtà, di tutto quel che succede, non potrà mai essere colmata dalla sua spiegazione, per quanto precisa e dettagliata essa possa essere. Gli atti relativi, pertanto, sono esattamente quel che la parola indica, la relativizzazione di quell’assoluto che è il vivere; ma la relativizzazione, rappresentata dall’atto dello scrivere, deve per forza di cose rivelarsi strutturalmente insufficiente, essere condannata al fallimento? Non è piuttosto, come gli atti stessi (in più di un punto impreziositi dagli interventi dell’autore tesi a seminare dubbi e perplessità sulla conduzione dell’indagine da parte delle autorità) lasciano intendere a chiunque voglia leggerli con la necessaria attenzione, che la complessità di ciò che è stato non è stata compresa proprio da coloro che avrebbero dovuto illuminarla a dovere? Se così stanno le cose, quel che finisce per emergere dalla presentazione degli Atti della morte di Raymond Roussel (presentazione, è bene ripeterlo, non così nuda come appare a prima vista), è ancora una volta un vizio di forma fin troppo umano, una stortura, un difetto che la parola ha il duplice compito di denunciare e correggere.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

“Commissariato di P.S. – Sez. Politeama – Palermo. 14 luglio 1933 A.XI E.F. Telegramma interno. Illmo Signor Primo Pretore. Illmo Signor Questore. Palermo. Verso le dieci circa di stamani il facchino Antonio Kreuz dell’Hotel des Palmes, recatosi nella camera N. 224 occupata dal suddito francese Raymond Roussel, nato a Parigi il 21-1-1877, constatava che il predetto giaceva cadavere supino coricato su un materasso collocato a terra. Il Roussel, a quanto si è appreso, era ammalato al cervello e pigliava dei medicinali per stordirsi.

Sulla scivolosa scacchiera del caso

Henning Mankell, L'uomo che sorrideva, Marsilio
Henning Mankell, L’uomo che sorrideva, Marsilio

Il tormento e l’angoscia da una parte, la pressoché totale assenza di emozioni dall’altra. L’istinto da un lato, il freddo calcolo dall’altro. L’intuizione in un angolo e a quello opposto una meticolosa pianificazione. Una sorta di genialità incostante e un’intelligenza acuta e ordinata a sfidarsi lungo il piano inclinato della vita, sulla scivolosa scacchiera del caso. L’uomo che sorrideva di Henning Mankell, quarta avventura della serie che ha per protagonista il commissario della polizia di Ystad Kurt Wallander, ha nel “fattore umano”, nel finissimo disegno psicologico dei caratteri, tanto la propria chiave di lettura quanto il proprio fondamento. Nel prendere le mosse da quanto narrato nel precedente romanzo (La leonessa bianca, di cui ho già scritto in questo blog), o per dir meglio dalle conseguenze scaturite da ciò che è stato raccontato, Mankell fissa fin da subito l’attenzione sulle persone, sui protagonisti del suo dramma, e lascia che l’azione si sviluppi in sottofondo, in una sorta di chiaroscuro, e di volta in volta emerga, o si faccia più indistinta, a seconda di quel che gli attori in quel momento al centro della scena decidano di fare. Così, anche se la vicenda si apre con un omicidio, un agguato brutale consumato lungo una strada in una notte di nebbia, anche se a colpire l’immaginazione del lettore è l’agghiacciante atmosfera di terrore che lo scrittore svedese magistralmente riesce a costruire in poche righe – […] la nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente […]. Presto fu costretto ad azionare il tergicristallo per eliminare la patina di umidità dal parabrezza. Odiava guidare quando era buio. Il riflesso dei fari sull’asfalto non gli permetteva di distinguere le lepri che continuavano a tagliargli la strada. Gli era capitato di investire una lepre una sola volta […]. Ricordava ancora il movimento istintivo e inutile del suo piede sul pedale del freno e subito dopo il colpo sordo contro la lamiera […]. La lepre era stesa sull’asfalto con le zampe posteriori che si muovevano spasmodicamente. Il torso era paralizzato e la lepre continuava a tenere gli occhi fissi su di lui […]. Non aveva mai dimenticato gli occhi della lepre e il movimento delle zampe […]. Si accorse che istintivamente alzava lo sguardo sempre più spesso verso lo specchietto retrovisore […]. Lo specchietto retrovisore continuava a rimanere buio […]. La nebbia era sempre più fitta” – quel che succede non è che qualcosa di estrinseco, una necessaria causa scatenante in forza della quale gli opposti rappresentati da Kurt Wallander e dal suo antagonista, un uomo di cui nessuno sa nulla se non il nome, Alfred Harderberg, ricchissimo ed enigmatico, un uomo d’affari di successo che abita un meraviglioso castello e le cui attività, all’apparenza più che oneste, sono invece crimini inauditi, possano affrontarsi. Superate le primissime pagine, dunque, L’uomo che sorrideva da giallo classico (di cui comunque conserva, fino al tesissimo finale, l’architettura) diviene dramma psicologico; Wallander, in piena crisi esistenziale e intenzionato a lasciare per sempre la polizia e l’imperscrutabile burattinaio Harderberg, chiuso nel proprio favoloso castello e deciso a portare a compimento a ogni costo i propri affari illeciti, ciascuno senza conoscere nulla dell’altro sembrano muovere gli eventi affinché una loro collisione finisca per essere inevitabile.

Wallander, sconvolto dall’uccisione di un suo caro amico (un avvocato, che lo aveva contattato per chiedergli, senza successo, di indagare sulla morte della padre, una tragedia rubricata forse con troppa fretta come incidente), che decide di rinunciare alle dimissioni e torna al proprio lavoro ma non per questo cessa di essere un uomo prossimo alla deriva, assediato da rabbia e sensi di colpa e ossessionato dal ricordo lieve e insieme doloroso di una donna (Baiba Liepa, personaggio che nella saga di Mankell compare per la prima nel secondo romanzo della serie, I cani di Riga, anch’esso recensito qui), si getta anima e corpo nell’indagine sul delitto e poco alla volta capisce che, per smascherare il colpevole, dovrà accettare di confrontarsi con un uomo che ha fatto della più severa riservatezza una delle sue armi migliori, una persona capace di commettere le peggiori nefandezze senza mai sporcarsi le mani. E quando, finalmente, i due si incontrano, non sorprende che l’uno si confessi all’altro, che il glaciale Alfred Harderberg, noto al mondo come imprenditore e filantropo si dichiari, dinanzi a Wallader, colpevole delle accuse che gli vengono mosse, che il mistero si sveli senza difficoltà, perché quel che i complotti e gli omicidi narrati nel corso di tutto il romanzo hanno rappresentato non è stato altro che lo scontrarsi di due nature, di due archetipi incarnati, nel brevissimo volgere di una vita, in altrettanti uomini, un poliziotto fragile e tenace e un delinquente del tutto privo di scrupoli. “Non credevo che esistessero persone come lei […]. Adesso lei sta mentendo commissario […]. Lei lo sapeva e lo sa perfettamente”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

La nebbia. La nebbia è come un animale da preda che si muove silenziosamente, pensò. Non riuscirò mai ad abituarmi. E questo anche se ho vissuto tutta la mia vita nella Scania dove la nebbia circonda costantemente le persone e le rende invisibili.

Homo homini lupus

Henning Mankell, Il cinese, Marsilio
Henning Mankell, Il cinese, Marsilio

Svezia, un piccolo, anonimo villaggio. Il nome del luogo è Hesjövallen, è il 13 di gennaio del 2006. Il freddo, intensissimo, sembra essere ovunque, come il silenzio, un silenzio innaturale, minaccioso. Spinto dalla fame, guidato dall’istinto, un lupo raggiunge l’abitato; a muovere i suoi passi non è la prudenza ma la disperazione. L’animale sa che tutt’intorno a sé ci sono uomini e che dovrebbe tenersi a distanza di sicurezza da loro, tuttavia qualcosa lo costringe ad avanzare, qualcosa che non è semplicemente bisogno di cibo. C’è odore di sangue in quel villaggio, e il lupo l’ha sentito; “l’odore del sangue è vicino, il lupo ne è certo. Si accuccia al margine della foresta cercando di capire da dove venga. Poi comincia ad avanzare lentamente nella neve. L’odore proviene da una delle case alla fine del piccolo villaggio. Il lupo si muove cautamente […]. Si ferma di nuovo. L’odore proviene dal retro di una casa. Rimane in attesa. Riprende a muoversi. Quando raggiunge la casa vede un cadavere. Afferra la preda pesante e la trascina verso la foresta. Non lo ha visto nessuno, nessun cane ha abbaiato. Il silenzio nella mattina gelida è assoluto. Arrivato nella foresta il lupo comincia a mangiare. La carne non è congelata. Non fa fatica. Ha molta fame. Dopo avere staccato a morsi uno scarpone, attacca la caviglia”. Comincia così, nell’assoluta, terrificante assenza dell’elemento umano (che dopo poche pagine, inevitabilmente, riprenderà il sopravvento, portando con sé il lettore in un viaggio d’incubo segnato da atroci sofferenze e implacabili vendette), Il cinese di Henning Mankell, giallo complesso, intricatissimo e ambizioso che guarda alla ricchezza del romanzo storico e la intreccia a una rigorosa analisi politico-sociale del presente. Quasi sentisse la necessità di mettersi una volta di più alla prova come autore (non solo come giallista ma come narratore tout court), lo scrittore svedese, noto in tutto il mondo per aver dato vita al commissario di polizia Kurt Wallander, sostituisce il suo celebre personaggio con un mosaico di fatti e persone; egli dunque in qualche misura rinuncia a un protagonista, a una figura centrale, per mettere la storia al centro della narrazione, una storia che ha inizio con il ritrovamento di diciannove cadaveri. Lo sgomento e l’orrore causati dalla scoperta lasciano ben presto il posto alla necessità di agire; è necessario trovare il responsabile del massacro, ed è necessario farlo al più presto, ma è proprio qui che le cose si complicano, perché la pista più accreditata, secondo la quale un eccidio di queste proporzioni non può che essere opera di un pazzo, si rivela inconsistente. Chi è stato, allora? Chi può aver fatto una cosa del genere? E perché?

Nella ricostruzione del movente, le cui radici si perdono nel tempo ma non nella memoria, e i cui segreti, seppur taciuti, o rivelati a pochi, tormentano come rimorsi, emerge la figura del giudice Birgitta Rosling; a lei, ma soltanto in parte, tocca il ruolo che in una lunga serie di romanzi è stato di Wallander, perché Rosling si ritrova sì a investigare sul tremendo fatto di sangue avvenuto a Hesjövallen, ma come parte in causa, non nelle neutri vesti di inquirente. I genitori adottivi di sua madre, infatti, risultano tra le persone uccise, e questo convince il giudice (il cui giuramento, tratto dall’Ordinamento giudiziario svedese, Mankell pone al principio del romanzo, per sottolineare con forza l’incolmabile distanza esistente tra la lettera della legge e la sua applicazione, sempre viziata dal fattore umano, poco importa che a muovere le persone siano le migliori intenzioni, il personale “senso” di ciò che è giusto e di ciò che non lo è: “Io […] giuro sul mio onore […] di non distorcere mai la legge o favorire ingiustamente qualcuno per via di parentela, amicizia, invidia, malevolenza o interesse […]. Tutto questo io voglio e manterrò fedelmente, come giudice onesto e leale”) a cercare la verità. E la verità, che erroneamente si crede celata dal trascorrere degli anni, è invece scritta a lettere di fuoco nelle conseguenze delle scelte degli uomini, nei loro peccati, che come eco maligna del peccato originale si trasmettono di padre in figlio, diventano eredità di generazioni, e ogni generazione contaminano e avvelenano finché il canto di sirena della vendetta, della rivalsa, della resa dei conti non riesce a far tacere ogni altra voce, finché su ogni altra ragione non prevale quella del sangue.

Tumultuoso nel suo procedere, ricco di colpi di scena come d’umanità e di pietà, lucido nella rappresentazione dell’oggi tanto quanto è puntuale nella descrizione del passato, Il cinese è molto più di un solido romanzo giallo. Leggetelo, non lo dimenticherete.

Eccovi L’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

Skare, freddo intenso, solstizio d’inverno. Nei primi giorni di gennaio 2006 un lupo solitario entra in Svezia dalla Norvegia attraversando il confine a Vauldalen. Un uomo che guidava un gatto delle nevi sostiene di averlo intravisto poco lontano da Fjällnäs, ma il lupo scompare nella foresta, verso est, prima che qualcuno riesca a vedere dove sta andando.

Un meditabondo Mangiafuoco

Georges Simenon, La ballerina del Gai-Moulin, Adelphi
Georges Simenon, La ballerina del Gai-Moulin, Adelphi

Un’atmosfera greve, densa d’infelicità e povertà, satura di sogni infranti. Il respiro corto di chi è costretto a inseguire la vita, a implorarne la misericordia, gli occhi gonfi di pianto e il cuore in tumulto di un innamorato respinto; l’ansia di riscatto consumata in un’attesa che sembra non finire mai, in un domani architettato come il più perfetto dei piani ma condannato a non vedere la luce. Ovunque un destino condiviso di sconfitta, il sapore metallico del fallimento, l’odore dolciastro dell’umiliazione. E nel buio, raggomitolata, la morte; superflua quasi, nel suo orrore, in un teatro di rovine, nella sofferenza sottile come polvere, silenziosa come neve, che instancabile si posa su uomini e cose. È senza dubbio un giallo atipico La ballerina del Gai-Moulin di Georges Simenon, in apparenza una delle numerossisime inchieste del commissario Maigret e nulla più, un romanzo sorprendente, spiazzante, nel quale le regole del genere, pur senza venire stravolte, perdono d’importanza e di significato e lasciano il posto a un umanesimo consunto, estenuato, a ritratti, caratteri e profili che illuminano abissi di dolore. Non a caso in questo lavoro l’indagine e la soluzione del caso corrono sottopelle, fanno da controcanto alla fragile odissea di due giovani, al loro tragico inciampare in quel che più desiderano: “Chabot portava un abito fatto in serie, e le sue scarpe erano state risuolate un paio di volte. Il vestito del suo amico era di stoffa migliore, ma gli stava male. D’altra parte Delfosse aveva le spalle strette, il petto incavato, la figura incerta dell’adolescente cresciuto troppo in fretta”. Ragazzi con una gran voglia di spassarsela, giovani impazienti di vivere alla grande, di lasciarsi alle spalle una volta per sempre l’insinuante sentore di miseria che, seppur in modi diversi, li perseguita dalla nascita, uomini appena accennati che certo non sono modelli d’onestà ma neppure criminali senza scrupoli, persone, nullaltro che persone, smarrite più che perdute, Chabot e Delfosse decidono di svuotare la cassa di un night di Liegi che sono soliti frequentare. Una notte, invece di andare a casa, attendono che il locale chiuda i battenti e vi si introducono per fare il colpo, ma quel che scoprono li lascia sgomenti e in preda al terrore: c’è un corpo riverso a terra, un cadavere. E quello stesso cadavere, il mattino successivo, viene ritrovato nell’orto botanico della città, chiuso in un baule di vimini. Che cosa è successo davvero? Chi ha ucciso quell’uomo? E perché non è stato ritrovato al night? È un caso, o soltanto una sfortunatissima coincidenza, che quell’uomo si trovasse nel locale soltanto qualche ora prima, un avventore tra gli altri che Delfosse e Chabot non avevano mancato di notare? E a quei due malcapitati cosa potrebbe accadere se la polizia li trovasse? Potrebbero essere incriminati? Accusati di un delitto che non hanno commesso? Attraverso i tormenti della coppia di giovani, nella luce fioca dei loro dubbi, dei tentennamenti, delle risoluzioni prese e un istante dopo abbandonate, lungo il binario morto di confronti aspri che non conducono da nessuna parte, Simenon costruisce un giallo complesso e appassionante, denso di colpi di scena; la sua architettura narrativa è un labirinto di false piste, di verità ostinatamente taciute, di inganni congegnati con diabolica astuzia, un gioco di specchi, una trappola per topi.

L’infittirsi della trama, tuttavia (che vede Maigret dapprima vestire i panni dell’accusato e in un secondo momento fingersi addirittura morto), non è semplicemente un riuscito espediente letterario, non serve per incantare il lettore e tenerlo avvinto dalla prima all’ultima pagina (o meglio, questo non è che un effetto secondario della scelta), bensì è utile a far risaltare lumanità ferita di tutti gli attori in gioco; nei panni di un Mangiafuoco meditabondo e commosso, lo scrittore belga espone alla cruda luce del sole l’interiorità dilaniata dei suoi personaggi; i già citati Chabot e Delfosse, cui perfino i sogni danno le vertigini; i loro genitori, che in ogni modo si sforzano di comprenderli, giustificarne gli errori, trovare la forza per non smettere di amarli; l’uomo assassinato, personaggio ambiguo, misterioso, la cui vita Maigret sarà costretto a svelare in tutti i dettagli, compresi i più sordidi, per risolvere l’enigma legato al suo assassinio; le altre figure che ruotano intorno al locale notturno (Adèle, Victor, Gennaro), tutte in qualche misura coinvolte nelle indagini, nessuna realmente innocente ma forse neppure del tutto colpevole.

Così, quel che resta dell’inchiesta di Maigret a caso risolto, al di là della scoperta dell’omicida, è un aspro deserto di solitudini e illusioni; un naufragio di speranze che non ha nulla a che vedere con la giustizia degli uomini e la sua puntuale applicazione. È amara, dunque, la verità che emerge al termine de La ballerina del Gai-Moulin, una verità imperfetta, che non salva, e nonostante ciò la sola che sia concessa agli uomini. A Maigret come agli assassini che persegue. 

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di P.N. Giotti. Buona lettura.

«Chi è?». «Non so! È la prima volta che viene» disse Adèle soffiando fuori il fumo della sigaretta. Pigramente cambiò posizione alle gambe, si aggiustò i capelli sulle tempie con qualche colpetto e contemplò la propria immagine in uno degli specchi che tappezzavano la sala per assicurarsi che il trucco fosse in ordine. Era seduta su un divanetto di velluto granata davanti a un tavolo con tre bicchieri di porto. Aveva un giovane alla sua sinistra e un altro alla sua destra.

La storia replicata

Recensione de “I ragazzi venuti dal Brasile” di Ira Levin

Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori
Ira Levin, I ragazzi venuti dal Brasile, Mondadori

Da una parte la storia vera e propria, il passato, quel che è accaduto e per questo ci appartiene; dall’altra la storia possibile (o probabile), in una parola tutto ciò che sarebbe potuto succedere se soltanto determinate circostanze si fossero svolte in modo differente da come si sono effettivamente verificate. Considerati come materiale narrativo, come scenari alternativi dentro cui far vivere una vicenda, il certo e l’ipotetico hanno identico fascino, pari potenzialità, medesima ricchezza contenutistica. La loro differenza, squisitamente formale, non riflette altro che la personale preferenza di chi sceglie l’uno in luogo dell’altro; tuttavia a questi orizzonti è possibile guardare anche da un’altra prospettiva, valorizzandone non più ciò che li distingue ma, all’opposto, quel che li avvicina, quel che può renderli terreno comune di un racconto. E proprio questo fa lo scrittore statunitense Ira Levin nel suo celebre I ragazzi venuti dal Brasile, romanzo tanto fascinoso quanto inquietante che esplora il delirio nazista da un punto di vista davvero inedito. Il contesto da cui Levin prende le mosse è indiscutibilmente storico: il secondo conflitto mondiale è finito da tempo e l’esercito hitleriano è stato sconfitto. I più alti ufficiali nazisti sfuggiti al processo e alle condanne inflitte a Norimberga hanno trovato rifugio in Sudamerica e in alcuni di loro (uno in particolare, il famigerato dottor Josef Mengele) è germogliata un’idea insieme geniale e folle: non cercare di ricostruire, in una situazione storica radicalmente nuova rispetto a quella che vide fiorire la dittatura hitleriana, il movimento nazionalsocialista e riprendere il potere, bensì, replicare esattamente le condizioni che portarono Adolf Hitler al governo della Germania utilizzando, per riuscirci, lo stesso Adolf Hitler, o meglio un suo clone, creato dal dottor Mengele grazie a un lembo di pelle e a un campione di sangue del führer prelevati poco prima della sua morte. Grazie al materiale organico in suo possesso, Mengele, rifugiatosi in Sudamerica, ha fatto nascere 94 bambini il cui codice genetico è la copia di quello di Adolf Hitler; in seguito, ciascuno di loro è stato dato in adozione a famiglie in tutto e per tutto simili a quelle in cui crebbe il tiranno. Ed è qui, al crocevia tra scienza, influsso dell’ambiente e calcolo delle probabilità (su 94 bambini cresciuti quanto più possibile nello stesso modo in cui venne allevato Hitler, è statisticamente possibile che irrompano nella storia un certo numero di Adolf Hitler e che tra essi uno finisca per diventare davvero, realizzando così una sorta di terrificante continuità storica, quell’Adolf Hitler suicidatosi a Berlino nel 1945) che l’opera di Levin prende le mosse.

Nel bel mezzo della realtà storica, dunque, il romanzo guarda al possibile (alle conseguenze che produrrebbe il disegno di Mengele se avesse successo) per poi fare un altro passo in avanti rimodellando il prossimo futuro su un passato in gran parte già scritto – “Sono in gioco il destino e la speranza della razza ariana”, rivela Mengele al gruppo di nazisti che dovranno proseguire il piano da lui avviato uccidendo i padri di tutti i bambini adottati così da replicare la perdita che subì Hitler in giovanissima età -; su questa complessa scacchiera, costruita con indiscutibile abilità, l’autore dà vita a un intreccio ricco di tensione (a contrastare Mengele è un suo acerrimo nemico, il “cacciatore di nazisti” Yakov Liebermann, venuto per puro caso a conoscenza del progetto), che alterna glaciali atmosfere da duello al torbido respiro del giallo. Lungo i binari di una scrittura semplice e forte, che non concede tregua al lettore, l’ingegnoso meccanismo narrativo concepito da Ira Levin affronta senza timore temi di straordinaria importanza (l’eredità, scomoda e inevitabile, dell’incubo hitleriano, il progresso medico-scientifico, il cui sviluppo potenzialmente illimitato scatena dilemmi etici, l’importanza della memoria, l’incerto confine che divide il legittimo diritto alla difesa della vittima di un’aggressione dal suo desiderio di rivalsa); alle questioni che squaderna l’autore non offre risposte certe, il suo punto di vista, tuttavia, emerge limpido tra le righe di un’opera che, pur non tradendo mai la propria vocazione di lettura d’evasione, non si sottrae al dovere di una presa di posizione morale: “Da principio desideravo soltanto vendetta”, confessa Liebermann a una conferenza, “vendetta per la morte dei miei genitori e delle mie sorelle, vendetta per gli anni che avevo passato nei campi di concentramento […] vendetta per tutte le morti, per gli anni di ognuno. Perché ero stato risparmiato, se non per ottenere vendetta? […]. Ma il guaio, con la vendetta […] è che, primo, non si riesce a ottenerla sul serio […] e, secondo, anche se ci si riuscisse, servirebbe poi a molto? […]. No. Così, ora voglio qualcosa di meglio della vendetta, e qualcosa forse altrettanto difficile da ottenere […]. Voglio il ricordo […]. Il ricordo. È difficile ottenerlo, perché la vita continua; ogni anno ci sono nuovi orrori: un Vietnam, attività terroristiche nel Medio Oriente e in Irlanda, assassinii […] e ogni anno […] l’orrore degli orrori, l’Olocausto, si allontana sempre più, si fa un tantino meno orribile”.

In perfetto equilibrio tra “verità” e invenzione, I ragazzi venuti dal Brasile è un piccolo gioiello, un romanzo che si legge d’un fiato, e che, nella coinvolgente leggerezza dell’avventura e nell’ombra cupa di un tragico destino sempre potenzialmente incombente, affascina, atterrisce, conquista.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Adriana Dell’Orto. Buona lettura.

Nelle prime ore di una sera del settembre 1974 un piccolo bimotore nero e argenteo planò su una pista secondaria dell’aeroporto Congonhas di São Paulo e, rallentando, rullò verso un hangar dove era in attesa un’automobile. Tre uomini, l’uno dei quali vestito di bianco, si trasferirono dall’aereo all’auto, che dal Congonhas s’avviò in direzione dei bianchi grattacieli del centro di São Paulo. Una ventina di minuti più tardi, l’automobile s’arrestò sull’Avenida Ipiranga, di fronte al Sakai, un ristorante giapponese che pareva un tempio.