Il piatto del potere

Recensione di “Il Paese dell’alcol” di Mo Yan

Mo Yan, Il Paese dell’alcol, Einaudi

“Cari studenti, non so se avete riflettuto sul fatto che a seguito del rapido sviluppo indotto dalle quattro modernizzazioni e del continuo aumento del tenore di vita della popolazione non si mangia più semplicemente per nutrirsi: il cibo è diventato un piacere estetico. Perciò, la cucina non è più una semplice tecnica, ma una vera e propria arte. Un capocuoco deve avere gesti più precisi e abili di un chirurgo, deve possedere un senso del colore superiore a quello di un pittore, un odorato più fino di quello di un cane poliziotto e una lingua più sensibile di quella di un serpente. Il cuoco è la sintesi di tante discipline. Contemporaneamente, il palato dei buongustai si fa sempre più raffinato, hanno gusti sofisticati, apprezzano le novità e detestano le cose vecchie, sono estremamente volubili: insomma è sempre più difficile soddisfarli. Dobbiamo quindi fare grandi sforzi per inventare cose nuove che siano all’altezza delle loro esigenze. E questo è essenziale non solo per la prosperità e la gloria della municipalità di Jiuguo, ma anche per il successo personale di ciascuno di voi. Prima di passare alla lezione di oggi voglio presentarvi una pietanza particolarmente prelibata”. La sostenuta eleganza del discorso accademico bagnata in un’ironia sottile e feroce; questi gli “espedienti letterari” indiretti per mezzo dei quali Mo Yan, uno dei massimi scrittori viventi, affronta nel suo romanzo intitolato Il Paese dell’alcol l’atroce tabù del cannibalismo, la più folle, assoluta perversione di tutto ciò che più dirsi umano, e che tra queste pagine raggiunge il suo livello più alto e tragico, perché ciò che viene servito ai potenti e alle persone più eminenti che si accomodano ai tavoli dei migliori ristoranti di Jiuguo, territorio divenuto ricco grazie alla distillazione di numerosissimi liquori, non è semplicemente carne umana, ma carne di bambino. Continua a leggere Il piatto del potere

E nessuno ne restò

Recensione di “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, Mondadori

Se siete attratti da racconti e romanzi gialli e volete innamorarvene una volta per tutte, l’autrice da leggere è senza dubbio Agatha Christie. Su di lei è stato detto talmente tanto che non provo nemmeno a scrivere qualcosa di originale. Mi limito a elencare i pregi della sua scrittura: intrecci perfetti, ottime ambientazioni, caratterizzazioni indovinatissime (e non mi riferisco ai suoi personaggi di maggior successo, come Poirot e Miss Marple, ma a tutti gli altri), humour raffinato e pungente, insuperabile tecnica narrativa. Non a caso, come ben scrive John G. Cawelti, “Agatha Christie si è meritatamente guadagnata l’appellativo di “regina del giallo” […] grazie soprattutto alla notevole ingegnosità delle sue strutture di “indagine e inganno”. Ecco un esempio: un uomo ricco e potente, commettendo un delitto nel passato, ha reso solida la sua posizione sociale. Con l’aiuto di una complice è riuscito a impedire che il delitto fosse scoperto ed è divenuto un uomo con grandi responsabilità e dalla forte influenza. La sua complice gli è rimasta fedele e insieme sono stati in grado di nascondere il loro passato e la loro relazione a tutti i loro conoscenti attuali. L’intreccio giallo ha inizio quando una persona, che conosceva il colpevole o la sua complice in un periodo precedente, entra in scena e sconvolge la situazione minacciando di svelare come stanno le cose. Il testimone del passato, senza volerlo o di proposito, mette al corrente dei fatti un ricattatore senza scrupoli il quale minaccia il colpevole e la sua complice. Essi decidono di uccidere il testimone e il ricattatore, mettendo a punto un piano ben costruito che sfrutta a pieno la capacità di travestirsi della complice. Per assicurarsi di non venire scoperti, il colpevole e la complice non solo trovano abilmente un innocente capro espiatorio, ma fanno in modo che uno di loro risulti fra le vittime designate dell’assassino […]. L’ingegnosità di questa struttura è evidente, infatti fornisce non soltanto l’espediente adatto al compimento del delitto (il travestimento) e un notevole spazio per dei diversivi, ma, cosa ancor più importante, rende anche possibile il tipico rovesciamento dei presupposti, fondamentale per uno schema basato sull’inganno che sia davvero efficace”. Prendendo le mosse da qui, non resta che un ultimo passo da fare per innamorarsi perdutamente del genere (e della Christie, naturalmente); lasciarsi conquistare dalla lettura di quel piccolo gioiello di perfezione letteraria che è Dieci piccoli indiani (in Italia pubblicato da Mondadori nella traduzione di Beata Della Frattina). Continua a leggere E nessuno ne restò

Una purezza quasi metafisica

Recensione di “L’accademia dei detective” di Alexander McCall Smith

Alexander McCall Smith, L’accademia dei detective, Tea

Apparentemente, non esiste problema a Gaborone, capitale del Botswana, che non possa essere affrontato e risolto con dell’ottimo the rosso da sorseggiare più e più volte nel corso di una giornata, pacati confronti in famiglia e al lavoro, costanti richiami all’importanza delle virtù dell’onestà e della trasparenza, cui è necessario restare sempre fedeli, e un pizzico di fortuna. Sembra dunque, che , almeno a prima vista, non ci sia difficoltà a Gaborone, città la cui “naturale innocenza” resiste tenacemente alle lusinghe della corruzione, dell’illegalità, del degrado umano, sociale e politico, che non possa essere superata in modo tutto sommato semplice, con una ricetta quasi alla portata di tutti, che mescola la buona volontà del singolo e della comunità con l’insperato, ma sempre tempestivo (e soprattutto benevolo) intervento del caso. E forse è per questa ragione che proprio qui ha potuto prosperare la Ladies’ Detective Agency N. 1, la prima agenzia investigativa del Paese diretta da una donna, la signora Precious Ramotswe. Moglie felice e appagata del bravissimo meccanico JLB Matekoni (uomo di specchiata dirittura morale) e detective di indubbie capacità, Precious Ramotswe è la protagonista indiscussa di una serie di deliziosi gialli d’atmosfera (sempre attraversati da una leggerezza di fondo capace di rendere più che gradevole la lettura, di stemperare in delicate sfumature di intelligente ironia anche le situazioni più cupe, di affrontare temi delicati, in qualche caso addirittura drammatici, senza mai abbandonare un vitale, corroborante ottimismo di fondo) scritti da Alexander McCall Smith (il primo libro, Le lacrime della giraffa, lo trovate recensito qui). Ne L’accademia dei detective, tredicesima avventura della signora Ramotswe, forse per la prima volta nella sua vita la determinata investigatrice si trova alle prese con inciampi e rovesci al di là della sua portata: da un momento all’altro, infatti, la sua agenzia si ritrova nel bel mezzo di un inestricabile groviglio che coinvolge amici carissimi, persone che, tanto per Precious, quanto per la sua assistente, la signora Makutsi, fresca sposa del giovane e facoltoso Phuti Radiphuti, proprietario del mobilificio Double Comfort, sono importantissime. Continua a leggere Una purezza quasi metafisica

Un inavvertito abisso di solitudine

Recensione di “Anime alla deriva” di Richard Mason

Richard Mason, Anime alla deriva, Einaudi

Come può la fredda confessione di un omicidio esprimere un amore così forte da sfiorare l’assoluto? Come è possibile che una vita intera trascorsa al fianco di una persona, con tutto quello che ha significato, in un solo istante svanisca riducendosi a finzione, a menzogna, a patetico inganno? Quale ragione può esserci perché qualcosa di molto simile a un sogno d’improvviso si muti in incubo, in tragedia, in disfatta? A queste domande, a questi ossessivi perché e ai decenni colmi di entusiasmo e dolore, passioni e inganni che nascondono, cerca di dare risposta, in un lungo, intensissimo monologo che è a un tempo prezioso scrigno di memorie individuali e irrimediabile naufragio esistenziale collettivo, James Farrell, tra i protagonisti di Anime alla deriva, scintillante opera prima dello scrittore inglese di origini sudafricane Richard Mason (di lui in questo blog ho già recensito Noi; se vi interessa potete leggerla qui). Nello splendore austero di Seton Castle, dimora di famiglia in Cornovaglia, circondato dalle ombre del giorno ormai declinante, di punto in bianco sfinito dai suoi settant’anni (per celebrare i quali la moglie assassinata stava organizzando una festa a sorpresa), quest’uomo trova il coraggio di riaprire antiche ferite, di tornare al tempo d’illusoria felicità della sua giovinezza non solo per provare a dare un senso al gesto terribile che ha compiuto, ma per comprendere, finalmente, per quale tortuoso cammino è giunto fin lì: “Se mi conosceste, non direste che sono il tipo dell’assassino. Non mi considero certo un uomo violento, e non penso che l’aver ucciso Sarah modificherà questa opinione. Dopo settant’anni su questa terra, conosco i miei difetti, e la violenza, perlomeno in senso fisico, non è tra questi. Ho ucciso mia moglie perché lo esigeva la giustizia; e uccidendola ho ristabilito almeno una specie di giustizia. O no? […] La mia ossessione per il peccato e la punizione, messa a tacere in modo molto imperfetto tanto tempo fa, torna a farsi sentire. Mi scopro a chiedermi quale diritto avessi di giudicare Sarah, e quanto più duramente sarò giudicato per aver giudicato lei; per averla giudicata e punita in un modo in cui io non sono mai stato giudicato e punito”. Continua a leggere Un inavvertito abisso di solitudine

Vite spezzate su un’isola selvaggia

Recensione di “L’isola dei cacciatori di uccelli” di Peter May

Peter May, L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi

Isola di Lewis, al largo delle coste scozzesi. Roccia scura, inospitale, spazzata dai gelidi venti atlantici e sferzata dal respiro rabbioso e infaticabile dell’oceano. Pochi villaggi, nei quali il tempo sembra aver smesso di scorrere. La vita degli abitanti è allo stesso tempo durissima e monotona; è sopravvivenza, scandita dalla violenza primordiale di tempeste e mareggiate e dalla soffocante intransigenza fondamentalista delle congregazioni religiose protestanti, dalle infuocate, immaginifiche prediche sull’ira di Dio rovesciate dai pulpiti e dalla severissima vigilanza della domenica, quando ogni strada è deserta, ogni locale chiuso e perfino le altalene nei parchi gioco sono serrate con i lucchetti affinché nulla e nessuno, neppure l’innocenza dei bimbi, possa profanare la santità del giorno del Signore. È qui che suo malgrado è costretto a tornare l’ispettore Fin McLeod della polizia di Glasgow; qui, al villaggio di Crobost, dove è nato, cresciuto e dal quale, non appena ne ha avuto la possibilità, è fuggito. Continua a leggere Vite spezzate su un’isola selvaggia

Dove è lo scrittore è l’uomo

Recensione di “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi

Leonardo Sciascia è uno scrittore unico. Non solo nell’ambito letterario italiano ma anche in quello continentale. A renderlo tale non è tanto la sua splendida prosa, né la perfezione dei suoi romanzi, né la rilevanza degli argomenti che tratta, o la capacità di analisi di cui si dimostra capace, o l’esattezza delle sue argomentazioni, o ancora la logica inattaccabile delle sue conclusioni. Ciò che fa di Sciascia uno dei più grandi e importanti autori della storia della letteratura, un imprescindibile punto di riferimento per tutti coloro che sono venuti dopo lui (e che in massima parte, purtroppo, non sono stati in grado né di comprenderne la lezione né di valorizzarlo come avrebbe meritato, specie in Italia), è la franchezza, l’onestà piena, rigorosa e inflessibile dei suoi lavori, in ognuno dei quali si riflette per intero l’uomo Sciascia, il suo universo etico, il suo convincimento politico. L’autore di assoluti capolavori come Le parrocchie di Regalpetra (recensito qui), Il Consiglio d’Egitto (recensito qui), A ciascuno il suo(recensito qui), coincide con l’uomo, in tutto e per tutto. Leggere Sciascia, dunque significa incontrarlo, parlargli, e imparare da lui fortificati dalla certezza che quel che direbbe se ancora fosse vivo è esattamente quel che ha scritto. Continua a leggere Dove è lo scrittore è l’uomo

Scrivere il delitto perfetto

Recensione di “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt, La promessa, Feltrinelli

Considerato nella sua essenza, il meccanismo narrativo del giallo classico è piuttosto semplice; nell’ordine abbiamo un fatto delittuoso, un investigatore che cerca di ricostruire l’accaduto, una serie di indizi che vengono scoperti e ordinati in logica sequenza attraverso un meticoloso lavoro di indagine e una serie di rigorose deduzioni e infine il disvelamento della verità (con la conseguente, rassicurante, cattura del colpevole). Genialità personale a parte, è esattamente questo, senza eccezioni, il percorso seguito dai vari Hercule Poirot, Sherlock Holmes, Miss Jane Marple, Auguste Dupin, insomma dai più celebri detective della storia della letteratura. Un percorso imboccato anche da un anonimo poliziotto svizzero, il commissario Matthäi, protagonista de La promessa, forse il miglior racconto del grande scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt. Continua a leggere Scrivere il delitto perfetto

In silenzio, Hercule Poirot indaga

Recensione di “L’assassinio di Roger Ackroyd” di Agatha Christie

Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd, Mondadori

Se il perfetto meccanismo dell’intreccio non è certo una novità, perché è assai raro che Agatha Christie deluda, quel che desta stupore e ammirazione ne L’assassinio di Roger Ackroyd, uno dei romanzi più famosi della scrittrice inglese, oltre allo slittamento del protagonista in un felicissimo secondo piano (Poirot conduce le indagini sul delitto, ma sembra più un personaggio di contorno; non a caso, e lo si dice espressamente, si è ritirato dall’attività per dedicarsi alla coltivazione delle zucche) è la scelta di narrare l’intera vicenda in prima persona: a farlo è il dottor James Sheppard, medico del villaggio di King’s Abbott, teatro del misterioso fatto di sangue. Agatha Christie narra con leggerezza; descrive quasi divertita la vita di un piccolo paese, densissima di grandi e piccoli segreti che in realtà tutti conoscono, dà vita a una serie di personaggi in sapiente equilibrio tra realismo e caricatura (su tutti Caroline, la sorella di Sheppard, informata di tutto quel che le succede intorno al punto da “poter eseguire qualsiasi indagine standosene in casa”), poi, una volta concluso il quadro d’insieme, con impeccabile raffinatezza introduce l’omicidio. Continua a leggere In silenzio, Hercule Poirot indaga

L’artiglio della paura

Recensione di “Al lupo, al lupo” di Karin Fossum

Karin Fossum, Al lupo, al lupo, Sperling & Kupfer

Un romanzo giallo che per architettura narrativa somiglia a una formula chimica e che nello sviluppo dei contenuti ha la profondità d’analisi di uno studio psicologico; lucido, preciso e conseguente nella costruzione dei caratteri (e nel progressivo deflagrare del caos emozionale da cui vengono travolti), ma soprattutto genialmente caratterizzato dall’assenza del suo elemento cardine, dell’evento imprescindibile che è la ragione stessa dell’esistere dell’intero genere letterario: il fatto di sangue, l’omicidio. Di primo acchito, Al lupo, al lupo di Karin Fossum sembra quasi un lavoro sperimentale, un originale divertissement d’autore, invece è un thriller tesissimo, appassionante, aderente agli stili consolidati e ai meccanismi “classici” del mystery, e allo stesso tempo è un lavoro unico, splendido, un piccolo gioiello giocato sull’effetto spiazzante della sottrazione e sull’annichilimento provocato dalla paura. Continua a leggere L’artiglio della paura